Dialogo di Giacomo Leopardi con un suo lettore
L'incontro che un giorno di primavera ebbi con Giacomo Leopardi, e qui si dà trascrizione fedele delle parole scambiate, è frutto di fantasia. Non potevo, non posso né potrò mai incontrare la viva voce del poeta, di ogni poeta. Essa, la voce, ci arriva sempre disseccata attraverso la scrittura. Abbiamo noi la possibilità di far rivivere la voce morta della poesia e con essa la voce mai udita del poeta? È pura illusione credere che la lettura, spensierata o critica che essa sia, possa restituirci la voce viva del poeta. Ma è una cara illusione di sapore leopardiano credere di parlare con i poeti. Come ogni giorno, lasciato l'albergo e dopo aver fatto colazione al bar con la solita tazza d'orzo, andavo per la viuzza principale al "Centro Studi" per completare la mia ricerca su Leopardi e la morte. Da due settimane ero a Recanati per scartabellare i ricchi scaffali della biblioteca del Centro alla ricerca di materiale critico sul tema. Ma quella mattina, splendido annuncio di primavera, trattenevo i miei passi e indugiavo il mio sguardo sui balconi e gli interni dei palazzi che chiudono la via. La stradina è in discesa e invoglia il passo. Non si sentivano ancora i rumori delle strade vicine molto trafficate, ma solo il lento scalpiccio di qualcuno che stava venendo su per la via che conduce al palazzo Leopardi. Era una giovane donna dai capelli lunghi e biondi, dall'abito bianco di cotone. Aveva in mano un cappello di paglia a larghe falde e portava dei sandali. L'apparizione di un desiderio. Si fermò proprio davanti al mio sguardo attonito: "La cercavo" mi disse. "Forse anch'io" le risposi. Mi prese per mano e mi fece entrare in un portone di un palazzo poco lontano. Salimmo al primo piano. Ci aprì Giacomo Leopardi. G.: Ti prego non guardarmi così con sorpresa e non spaurirti. Ho mandato la mia incantevole amica a prelevarti per aiutarti. Non ti stupire se ho abbandonato la casa dove sono nato - oramai luogo di turisti, orribile barbarie - e se ho anche lasciato i caldi quartierini di Napoli dove sono andato a morire. Ma vedi questa orrida e ignobile Recanati è il luogo dove sono sempre tornato da vivo ed è il luogo della mia dimensione: è la mia casa. Qui vengono a trovarmi tanti stolti, ma mai li ho ricevuti; vengono a cercare la mia voce, ma mai ho parlato loro. Qui sto bene in compagnia della mia amica, ho i riscaldamenti e non mi lamento. E.: Poeta, sono sconvolto e non capisco. La tua presenza mi fa vibrare e vorrei abbracciarti. Ma cos'è che t'ha spinto a farmi entrare in questo tuo mondo di recluso felice? G.: Ho saputo che stai studiando il tema della morte nella mia opera e voglio aiutarti. Ho amato tanto la morte quando ero in quella specie di vita che mi ha visto vivo, ed ora che sono morto... La vita, la vita, il viaggio di uno zoppo e infermo che con un gravissimo carico sul dosso per montagne ertissime e luoghi sommamente aspri, faticosi e difficili, cammina senza mai riposarsi giorno e notte uno spazio di molte giornate per arrivare a un tal precipizio o un fosso, e qui inevitabilmente cadere. E.: Ma perché vuoi dirmi della vita, tu che adesso, e anche prima, nulla di essa assaporasti? Tu dici la verità del precipizio e del fosso, ma per la vita avresti dovuto distinguere. C'è chi la vita l'ha vissuta pienamente nell'illusione che il precipizio non esiste, c'è chi la vive per il bene degli altri. In questo nostro secolo, e tu lo sai bene, le cose sono andate avanti e molti più comodi abbiamo noi. E nessuno pensa più intensamente alla morte, come ci hai pensato tu, che eri preda dell'infelicità più cupa. G.: Io non mi sottomettevo alla mia infelicità, né piegavo il capo al destino, o venivo con esso a patti, come fanno gli altri uomini; ma ardivo desiderare la morte, e desiderarla sopra ogni cosa, con tanto ardore e con tanta sincerità, che credo fermamente che essa non sia stata tanto desiderata al mondo se non da pochissimi. È vero: ogni immaginazione piacevole, ogni pensiero dell'avvenire, ch'io mi figuravo nella mia solitudine, e con cui passavo il tempo, consisteva nella morte. Né in questo desiderio la ricordanza dei sogni della prima età, il pensiero d'esser vissuto invano, mi turbavano più, come solevano. Se ottengo la morte, mi dicevo, morrò così tranquillo e così contento, come se mai null'altro avessi sperato né desiderato al mondo. E.: Poeta, eppure tu sei morto di morte naturale e non di morte volontaria, come succede spesso a tanti poeti. G.: Ripugno all'idea di una morte volontaria anche se nel primo giovanil tumulto morte chiamai più volte. Nessun animale desidera certamente la fine della sua vita, nessuno, per infelice che possa essere, pensa a togliersi dalla infelicità colla morte né avrebbe il coraggio di procurarsela. La natura, che negli animali conserva tutta la sua primitiva forza, li tiene ben lontani da tutto ciò. Io so bene che la natura ripugna con tutte le sue forze al suicidio, so che questo rompe tutte le sue leggi più gravemente che qualunque altra colpa umana. Ma da che la natura è del tutto alterata, da che la nostra vita ha cessato di esser naturale, da che la felicità che la natura ci aveva destinata è fuggita per sempre, e noi siam fatti incurabilmente infelici, quel desiderio della morte, che non dovevamo mai, secondo natura, neppur concepire, in dispetto della natura e per forza di ragione, s'è anzi impossessato di noi. E.: Se lo stato di noi moderni tende più all'infelice che al felice, e se la ragione stessa spinge l'uomo all'autodistruzione, non è dunque perfettamente giustificabile il suicida? G.: Non c'è che dire. La presente condizione dell'uomo, obbligandolo a vivere e pensare ed operare secondo ragione, e vietandogli di uccidersi è contraddittoria. O il suicidio non è contro la morale sebbene contro natura, o la nostra vita, essendo contro natura, è contro la morale. Questo no, dunque neppur quello. La verità è questa. Quella natura primitiva degli uomini antichi, e delle genti selvagge e incolte non è più la natura nostra; ma l'assuefazione e la ragione hanno fatto in noi un'altra natura, la quale noi abbiamo e avremo sempre, in luogo di quella prima. Non era naturale all'uomo da principio il procacciarsi la morte volontariamente, ma neanche era naturale il desiderarla. Oggi e questa cosa e quella sono naturali, cioè conformi alla nostra natura nuova. La quale, tendendo essa ancora e muovendosi necessariamente, come l'antica, verso ciò che appare essere il nostro meglio, fa che noi molte volte desideriamo e cerchiamo quello che veramente è il maggior bene dell'uomo, cioè la morte. E non è maraviglia: perché questa seconda natura è governata e diretta nella maggior parte dalla ragione. La quale afferma per certissimo, che la morte, non che sia veramente un male, come detta la impressione primitiva, anzi è il solo rimedio valevole ai nostri mali, la cosa più desiderabile agli uomini e la migliore. Tuttavia l'amor della vita e il timor della morte è cresciuto nel genere umano e cresce in ciascuna nazione secondo che la vita vale meno. Gli antichi vivendo non temevano il morire, e i moderni non vivendo, lo temono. Quanto più la vita dell'uomo è simile alla morte, tanto più la morte è temuta e fuggita, quasi ce ne spaventasse quella continua immagine che nella vita medesima ne abbiamo e contempliamo, e quegli effetti, anzi quella parte, che pur vivendo ne sperimentiamo. La vita umana non fu mai più felice che quando fu stimato poter esser bella e dolce anche la morte, né mai gli uomini vissero più volentieri che quando furono apparecchiati e desiderosi di morire per la patria e per la gloria. Ma oggi colui che si uccide, non ha cura né pensiero alcuno degli altri; non cerca se non l'utilità propria. Si getta, per così dire, dietro alle spalle i suoi prossimi e tutto il genere umano, tanto che, in questa azione del privarsi di vita, appare il più schietto, il più sordido, o certo il men bello e men liberale amore di se medesimo che si trovi al mondo. E.: Ma se è la ragione che domina questa nostra esistenza moderna e se essa ci spinge sempre a desiderare la morte, la nostra vita si muta in un incubo. Possiamo noi, che siamo così lontani dalla natura, conoscere attimi di felicità? G.: Se ritroviamo, se pur per brevi tratti, la natura nostra primitiva avremo occultato la nostra infelicità. E quantunque sia grande l'alterazione nostra, e diminuita in noi la potenza della natura, pur questa non è ridotta a nulla, né siamo noi mutati e innovati tanto, che non resti in ciascuno gran parte dell'uomo antico. I nostri mali non son sempre continui e, se lo fossero, giusto sarebbe forse il desiderio di morire. Ma non è fastidio della vita, non disperazione, non senso della nullità delle cose, della vanità delle cure, della solitudine dell'uomo, non odio del mondo e di se medesimo, che possa durare assai. Passato un poco di tempo, mutata leggermente la disposizion del corpo, a poco a poco e spesse volte in un subito, per cagioni menomissime e appena possibili a notare, si rifa il gusto della vita, nasce or questa or quella speranza nuova, e le cose umane ripigliano quella loro apparenza, e si mostrano non indegne di qualche cura, non veramente all'intelletto ma, sì, per modo di dire, al senso dell'animo. E ciò basta all'effetto di fare che la persona, quantunque ben conoscente e persuasa dalla verità, nondimeno a malgrado della ragione, e perserveri nella vita e proceda in essa come fanno gli altri: perché quel tal senso, e non l'intelletto, è quello che ci governa. E.: C'è dunque questo sentimento della vita che ci fa desistere.... G.: Vuoi una prova? Osserva quell'uomo disperatissimo di tutta quanta la vita, disingannatissimo d'ogni illusione, e sul punto di uccidersi. Che cosa credi che egli pensi? Pensa che la sua morte sarà o compianta, o ammirata, o desterà spavento, o farà conoscere il suo coraggio ai parenti, agli amici, ai conoscenti, ai cittadini; che si discorrerà di lui, se non altro per qualche istante con un sentimento straordinario; che le menti si esalteranno almeno di un grado sul conto di lui; che la sua morte farà detestare i suoi nemici, l'amante infedele, o li deluderà ecc. ecc. Credi ch'egli non tema? Egli teme (sia pur leggerissimamente) che queste speranze non abbiano effetto. Io son certissimo che nessun uomo è morto in mezzo a qualche società senza queste speranze e questi timori, più o meno sensibili; e dico morto, non solo volontariamente, ma in qualche modo. Considera inoltre la cura che i suicidi sogliono prendere di lasciar qualche notizia, qualche cenno della loro morte e del modo di essa; com'ella fu veramente volontaria, e non causata da violenza altrui. Molti si stendono anche a descriverne tutte le cagioni, e le circostanze, e spendono molto tempo a trattenersi, ad informare, ad accattivarsi insomma quel mondo, che nel medesimo momento stanno per lasciare, abbominandolo, disprezzandolo, e disperando di nulla ottenerne. Nell'atto supremo di odio verso la vita, nel momento in cui decidono di uscirne, vogliono ancora sentirsi parte di essa. E.: Come mai oggi sono i giovani, che hanno tanta vita davanti a loro, che cercano il suicidio? G.: Nell'antichità molto meno frequente che ai tempi nostri era il numero di quelli che in gioventù si uccidevano, e molti più vecchi suicidi si trovano commemorati nell'antichità che non si vedono al presente. E pure il giovane che si uccide si priva della gioventù, e rinunzia a una vita, ch'egli si può ancora promettere, di molti anni. Il vecchio si priva della vecchiezza (qual privazione, Dio buono!) e rinunzia a pochi anni o mesi di vita. Nonpertanto per mille giovani suicidi appena e forse neanche si troverà oggi un solo vecchio suicida, e questo se pur si troverà, sarà forse tale per qualche estrema disgrazia, in qualche caso ove la vita fosse già disperata, e per salvarsi da una morte più trista, e sicura. Ma neanche nell'estreme sventure è costume dei nostri vecchi il ricorrere volontariamente alla morte. E tante sono le cagioni di ciò e forse la principale è che i beni si disprezzano quando si possiedono sicuramente, e si apprezzano quando sono perduti, o si corre pericolo o si è in procinto di perderli. Il giovane, per quanto è concesso all'uomo, è il vero possessore della vita; il vecchio la possiede precariamente. E.: È per questo che la morte dei giovani è così tragica? Ad essi è venuto a togliersi un bene che in potenza possiedono copiosamente. G.: Oh, sconsolata arriva la morte ai giovanetti, e tanti inesperti della vita ne vidi presi dalla gelida morte innanzi tempo. Ma che vale rinnovellare il dolore? E.: Doloroso è infatti parlar di ciò. Ma dolorosa è la morte di una persona cara per quelli che restano. Perché questi moti di passione luttuosa nella nostra epoca così dominata dalla ragione? G.: Io da fanciullo avevo questo costume. Vedendo partire una persona, quantunque a me indifferentissima, considerava se era possibile o probabile ch'io la rivedessi mai. Se io giudicava di no, me la poneva intorno a riguardarla, ascoltarla, e simili cose, e la seguiva o cogli occhi o cogli orecchi quanto più poteva, rivolgendo sempre fra me stesso, e addentrandomi nell'animo, e sviluppandomi alla mente questo pensiero: ecco l'ultima volta, non lo vedrò mai più, o, forse mai più. E così la morte di qualcuno che io conoscessi, e non mi avesse mai interessato in vita; mi dava una certa pena, non tanto per lui, o perch'egli m'interessasse allora dopo morte, ma per questa considerazione ch'io ruminava profondamente:è partito per sempre - per sempre? Sì: tutto è finito rispetto a lui. Non lo vedrò mai più, e nessuna cosa sua avrà più niente di comune colla mia vita. E mi poneva a riandare, s'io poteva, l'ultima volta ch'io l'aveva o veduto, o ascoltato ecc. e mi doleva di non avere allora saputo che fosse l'ultima volta, e di non essermi regolato secondo questo pensiero. Ma da che vien dunque la compassione che abbiamo agli estinti se non dal credere - seguendo un sentimento intimo, e senza ragionare - che essi abbiano perduto la vita e l'essere, le quali cose, pur senza ragionare, e in dispetto della ragione, da noi si tengono naturalmente per un bene, e la lor perdita per un male? Dunque noi non crediamo naturalmente all'immortalità dell'animo; anzi crediamo che i morti sieno morti veramente e non vivi; e che colui ch'è morto, non sia più. Noi piangiamo i morti non come morti, ma come stati vivi; piangiamo quella persona che fu viva, che vivendo ci fu cara, e la piangiamo perché ha cessato di vivere, perché ora non vive e non è. Ci duole, non che egli soffra ora cosa alcuna, ma che egli abbia sofferta quest'ultima e irreparabile disgrazia (secondo noi) di esser privato della vita e dell'essere. Questa disgrazia accadutagli è la causa e il soggetto della nostra compassione e del nostro pianto: noi piangiamo la sua memoria, non lui. In verità se noi vorremo accuratamente esaminare quello che noi proviamo, quel che passa nell'animo nostro, in occasione della morte di qualche nostro caro troveremo che il pensiero che principalmente ci commuove, è questo:egli è stato, egli non è più, io non lo vedrò più. E qui ricorriamo colla mente le cose, le azioni, le abitudini, che sono passate tra il morto e noi; e il dir tra noi stessi queste cose sono passate; non saranno mai più ci fa piangere. Nel qual pianto e nei quali pensieri, ha luogo ancora e parte non piccola, un ritorno sopra noi medesimi, e un sentimento della nostra caducità (non però egoistico), che ci attrista dolcemente e c'intenerisce. Di modo che nel dolore che si prova per i morti, il pensiero dominante e principale è, insieme colla rimembranza, e su di essa fondato, il pensiero della caducità umana. E.: Più doloroso che la morte in sé dei nostri cari amici o parenti è allora veder perire lentamente e nelle sofferenze una persona amata... G.: Il veder morire una persona amata, è molto meno lacerante che il vederla deperire, e trasformarsi nel corpo e nell'animo da malattia (o anche da altra cagione). Perché? Perché nel primo caso le illusioni restano, nel secondo svaniscono, e vi sono interamente annullate e strappate a viva forza. La persona amata, dopo la sua morte, sussiste ancora tal qual era, e così amabile come prima, nella nostra immaginazione. Ma nell'altro caso, la persona amata si perde affatto, sottentra un'altra persona, e quella di prima, quella persona amabile e cara, non può più sussistere neanche per nessuna forza d'illusione, perché la presenza della realtà, e di quella stessa persona trasformata per malattia cronica, pazzia, corruttela di costumi, ecc. ecc., ci disinganna violentemente e crudelmente. E la perdita dell'oggetto amato non è risarcita neppur dall'immaginazione, anzi neanche dalla disperazione, o dal riposo sopra lo stesso eccesso del dolore, come nel caso della morte. E.: Come bisogna affrontare il dolore e la pena di una persona che sappiamo sta per morire, di una persona malata di malattia grave e micidiale? G.: Nel consolare una persona afflitta non ti mostrare incredulo al suo male, se è vero. Non la persuaderesti, e l'abbatteresti di più, privandola della compassione. Ella conosce bene il suo male, e tu confessandolo converrai con lei. Ma nel fondo ultimo del suo cuore le resta una goccia d'illusione. La più disperata credi certo che la conserva, per benefizio costante della natura. Se anche ella ti esagera la sua calamità, sii certo che nell'intimo del suo cuore fa tutto l'opposto, dico nell'intimo, cioè in un fondo nascosto anche a lei. Tu devi convenire non colle sue parole ma col suo cuore, e come secondando il suo cuore tu darai una certa realtà a quell'ombra d'illusione che le resta, così nel caso contrario tu le porterai un colpo estremo e mortale. E.: Quindi anche noi che non avvertiamo nessuna corrosiva malattia che ci porterà inevitabilmente alla tomba, dobbiamo vivere con l'illusione che la morte non ci appartiene, che è un evento che tarderà a venire? G.: La natura è stata benigna con noi: ci ha nascosto l'ora precisa della nostra morte che veduta con precisione basterebbe per istupidire di spavento, e scoraggiare tutta la nostra vita. E.: Ma come ci accorgiamo allora che la nostra ora è venuta? G.: L'uomo non si avvede mai precisamente del punto in cui si addormenta. Ora il sonno non è il fine della vita, ma certo un interrompimento e quasi un'immagine di esso fine, e se l'uomo non può sentire il punto in cui le sue facoltà vitali restano come sospese, molto meno quando sono distrutte. Forse anche si potrà dire che l'addormentarsi non è un punto ma uno spazio progressivo più o meno breve, un appoco appoco più o meno rapido; e lo stesso si dovrà dire della morte. Di più è certo che i momenti che precedono immediatamente il sonno, e il punto e lo spazio dell'addormentarsi definitivamente, sebbene impercettibile, è dilettevole. Non dubito che l'uomo (e qualunque animale) non provi un certo conforto, e un tal qual piacere nella morte. Non già che le cagioni di lei, e perciò i momenti più lontani da lei, siano dilettevoli; ma piuttosto i momenti che la precedono immediatamente, e quello stesso punto o spazio impercettibile e insensibile, in cui ella consiste. E ciò in qualunque malattia, anche nelle acutissime: il torpore della morte dev'essere tanto più dilettevole, quanto maggiori sono le pene che lo precedono, e da cui esso per per conseguenza ci libera. Quanto alle malattie dove l'uomo si estingue appoco appoco, e con piena conoscenza fino all'ultimo, è certo che non v'è momento così immediatamente vicino alla morte, dove l'uomo anche il meno illuso non si prometta un'ora almeno di vita, come si dice che facciano i vecchi. E così la morte non è mai troppo vicina al pensiero del moribondo, per la solita misericordia della natura. Io bene spesso trovandomi in gravi travagli o corporali o morali, ho desiderato non solamente il riposo, ma la mia anima senza sforzo e senza eroismo si compiaceva naturalmente nell'idea di un'insensibilità illimitata e perpetua, di un riposo, di una continua inazione dell'anima e del corpo, la qual cosa desiderata in quei momenti dalla mia natura, mi era nominata dalla ragione col nome espresso di morte, né mi spaventava punto. E moltissimi malati non eroi, né coraggiosi anzi timidissimi, hanno desiderato e desiderano la morte in mezzo ai grandi dolori, e sentono un riposo in quell'idea, il quale sarebbe molto maggiore, se l'idea della morte non fosse accompagnata dai timori del futuro, e da cento altre cose estranee, e d'altro genere. E.: Reputi allora la morte piacere e spegnimento del dolore... G.: È cosa osservata che non solo le stesse morti provenienti da mali dolorosissimi, sogliono esser precedute da una diminuzione di dolore, anzi quasi totale insensibilità, ma che questi sono segni certi, e quasi immancabili di morte vicina. Dunque è falsissimo che la morte sia un punto di straordinaria pena o dolore o incomodo qualunque corporale, che anzi gli stessi travagli corporali che la cagionano, per veementi che siano (e quanto più sono veementi) cessano affatto all'avvicinarsi di lei. Il momento della morte, e quelli che immediatamente la precedono, sono assolutamente momenti di riposo e di ristoro, tanto più pieno e profondo quanto maggiori sono le pene che conducono a quel passo. Ciò che dico del travaglio corporale, si deve pur necessariamente estendere allo spirituale, perché quando l'insensibilità del paziente è giunta a segno che lo rende insuscettibile di qualunque dolore corporale, per grandi che siano le cagioni che dovrebbero produrlo, il che immancabilmente accade in punto di morte, è manifesto che l'anima essendo quasi fuori dei sensi, è fuori di se stessa e fuori dei sensi spirituali che non operano se non per mezzi corporali, e quindi incapace di pene e di travagli di pensiero. Ed infatti il punto della morte è sempre preceduto dalla perdita della parola, e da una totale insensibilità ed incapacità di attendere e di concepire, come si argomenta dai segni esterni, e come accade a chi sviene, o a chi dorme ecc. E questo letargo precursore immancabilissimo della morte, è forse, almeno in molti casi, più lungo nelle malattie violente ed acute, che nelle lente, compassionando così la natura alle pene dei mortali, e togliendo loro maturamente la forza di sentire, quando ella non sarebbe più se non forza di patire. Inoltre se l'anima è spirito, non bisogna considerarla come parte del corpo, ma come ospite di esso corpo, e tale che l'entrata e l'uscita sua sia facilissima leggerissima e dolcissima, non essendoci mica nervi, né membrane ecc. che la tengano attaccata, o catene che ve la tirino quando deve entrarvi. E quando v'entra, la cosa è insensibile, e l'uomo certamente non se ne avvede; così la sua uscita dev'essere insensibile, e tutta diversa dalla nostra maniera di concepire. Come l'uomo non s'accorge né sente il principio della sua esistenza, così non sente né s'accorge del fine, né v'è istante determinato per la prima conoscenza e sentimento di quello né di questo. E.: Ma allora vita e morte hanno tante cose in comune? G.: Le morti e distruzioni corporali, non sono altro che trasformazioni di sostanze e di qualità, e il fine di esse non è la morte, ma la vita perpetua della gran macchina naturale, e perciò esse furono volute e ordinate dalla natura. La vita è fatta naturalmente per la vita, e non per la morte. Vale a dire è fatta per l'attività, e per tutto quello che v'ha di più vitale nelle funzioni dei viventi. L'uomo odia la noia per la stessa ragione per cui odia la morte, cioè la non esistenza. E quindi è necessario alle cose esistenti amare e cercare la maggior vita possibile a ciascuno di loro. E il piacere non è altro che vita. E la vita è piacere necessariamente, e maggior piacere, quanto essa vita è maggiore e più viva. L'essere esistente non può amar la morte, veramente parlando, non può tendervi, non può procurarla, non può non odiarla il più ch'egli possa, in veruno istante dell'esser suo; per la stessa ragione per cui egli non può odiar se stesso, procurare, amare il suo male, tendere al suo male, non odiarlo sopra ogni cosa e il più ch'egli possa, non amarsi, non solo sopra ogni cosa, ma il più ch'egli possa onninamente amare. Sicché l'uomo ama le sensazioni vive e vi prova piacere perch'egli ama se stesso. Ma la vita dev'essere viva, cioè vera vita; o la morte la supera incomparabilmente di pregio. E come disse graziosamente un poeta tuo contemporaneo che tu ben conosci: Viva è la vita / che a viver invita. In somma il vivente tende essenzialmente alla vita. La vita è per lui piacevole, e quindi tutto ciò che è vivo. La felicità dell'uomo consiste nella vivacità delle sensazioni e della vita, perciocch'egli ama la vita. E questa vivacità non è mai tanto grande come quando ell'è corporale. Lo stato naturale provvedeva ottimamente a questa inclinazione elementare e generalissima dell'uomo. E.: Poeta questo tuo postumo inno alla vita mi insospettisce. Ti chiedo allora: dopo che hai avuto un'esistenza che cantasti infausta forse che anche ora, che tutto il tuo dolore è cessato, sei infelice? G.: Gli uomini generalmente non crederanno mai di non aver nulla a sperare dopo la morte. E.: Ma dopo la tua dipartita tu sei diventato, lo saprai, il nostro poeta più caro. La tua vita, insieme alla tua opera, interessa ora tanti! A scuola si narrano gli avvenimenti della tua triste esistenza, si leggono e si commentano i tuoi Canti. Forse che la poesia concede a chi la pratica con somma applicazione il dono dell'immortalità? G.: Se mai fu chimerica la speranza dell'immortalità, essa lo è oggi per gli scrittori. Troppa è la copia dei libri o buoni o cattivi o mediocri che escono ogni giorno, e che per necessità fanno dimenticare quelli del giorno innanzi, sian pure eccellenti. Tutti i posti dell'immortalità in questo genere, sono già occupati. Gli antichi classici, voglio dire, conserveranno quella che hanno acquistata, o almeno è credibile che non morranno così tosto. Ma acquistarla ora, accrescere il numero degli immortali: oh questo io non credo che sia più possibile! La sorte dei libri oggi è come quella degl'insetti chiamati effimeri: alcune specie vivono poche ore, alcune una notte, altre tre o quattro giorni, ma sempre si tratta di giorni. Noi siamo veramente oggidì passeggeri e pellegrini sulla terra, veramente caduchi, esseri di un giorno. La mattina in fiore, la sera appassiti o secchi. Soggetti anche a sopravvivere alla nostra stessa fama, e più longevi che la memoria di noi. E.: Ma tu Giacomo Leopardi sopravvivi nel cuore di tanti italiani e anche stranieri, e i giovani in tanti ti amano. G.: È questa una dolce consolazione. Gli scrittori grandi - incapaci, per natura e per abito di molti piaceri umani; privi di altri molti per volontà; non di rado negletti nel consorzio degli uomini, se non forse dai pochi che seguono i medesimi studi - hanno per destino di condurre una vita simile alla morte, e vivere, se pur l'ottengono, dopo sepolti. Ma il nostro fato, dove che egli ci porta, è da seguire con animo forte e grande. Questo voglio dirti per concludere la nostra piacevole conversazione: attendiamo a tenerci compagnia l'un l'altro, e andiamoci incoraggiando dandoci mano e soccorso scambievolmente per compiere nel miglior modo questa fatica della vita. La quale senza alcun dubbio sarà breve. E quanto la morte verrà, allora non ci addoloreremo, e anche in quest'ultimo tempo gli amici e i compagni ci conforteranno, e ci rallegrerà il pensiero che, poi che saremo spenti, essi molte volte ci ricorderanno e ci ameranno ancora. Vai adesso che la mattina sta trascorrendo e tu hai tante cose da fare. La mia gentile amica ti accompagnerà all'uscio. Ringraziai per questo colloquio indimenticabile il poeta e gli chiesi se avrei potuto in seguito visitarlo ancora. Non rispose ma un dolce sorriso gli apparve sulle labbra. La giovine mi prese per un braccio e mi condusse per il corridoio e poi per le scale alla porta che dava sulla via. Le raccomandai il poeta e le chiesi di poterla rivedere. Mi rispose che tutto era possibile e mi diede un bacio sulla guancia. Vidi i suoi occhi irraggianti una luce insostenibile sparire dietro la porta che si chiudeva. La viuzza si era animata: il sole la colpiva e la ammantava nella sua interezza, molti passanti la traversavano nei loro affari quotidiani. Ma ero distratto da tanti pensieri che mi si incrociavano nella mente. Mi chiedevo ossessionatamente chi mai potesse essere quella giovine che si prendeva ora cura del poeta, e che tanto fascino aveva esercitato su di me. Era ella forse la morte o il suo contrario, la vita? O la poesia?
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