Nicolò Franco, il libraio e la letteratura


L'influenza che, nei primi secoli della stampa, la tipografia ha avuto sulla letteratura, cioè la nuova tecnica di riproduzione della parola scritta sulla produzione stessa della parola, è stata già ampiamente discussa ed analizzata da diversi studiosi. (1) Dai primordi della produzione a stampa del libro si stabilì un dialogo intenso, ed interessato, tra editore e scrittore, mentre si andavano a costituire altre figure mediatrici tra emittente e ricevente del prodotto letterario. Pensiamo soprattutto al curatore delle edizioni, che non sempre si identificava con l'editore vero e proprio né con l'autore. Era una figura collocabile tra correttore di bozze e autore: un correttore di bozze che passava da un lavoro meccanico di semplice revisione ad un lavoro di maggior responsabilità testuale; un autore che si faceva organizzatore culturale della parola scritta da altri. (2) Nasce un vero e proprio editor impiegato spesso da un editore con la funzione di organizzare la produzione materiale del libro. Nella storia della stampa ci sono stati alcuni editors di grande spicco come Ludovico Domenichi, Lodovico Dolce, Francesco Sansovino, Girolamo Ruscelli, ecc., che furono anche autori in proprio oltre che curatori di opere altrui. (3) Volendo schematizzare tutti i probabili processi di mediazione nella produzione libraria si deve tenere conto di questo quadro:

>>>>>>>>Tipografo

Autore > Editore > Libraio > Lettore

>>>>>>>>Curatore

in cui si possono registrare diverse omologazioni: ad esempio, tra le più evidenti, autore/curatore (di opere proprie o di altri), editore/curatore, editore/libraio, ecc. In questa prima fase di storia del libro i vari mediatori non hanno comunque una loro precisa ed autonoma fisionomia e spesso non eseguono lavori completamente differenziabili. Bisognerà caso per caso vedere se una categoria da sola possa caratterizzare la professione del personaggio studiato o se diverse categorie lo caratterizzano meglio.

In questo periodo iniziale della storia della stampa, figura di mediazione importante, e spesso anche professione autonoma, fù quella del libraio. (4) Come proto-esempio della professione mista di produttore del libro e venditore di esso, fenomeno che sarà comunissimo anche con l'avvento della stampa, si può considerare Vespasiano da Bisticci, "cartolaro" a Firenze che produceva e vendeva manoscritti nella sua bottega. (5) Con lo stabilirsi di diversi editori nei grossi centri, e la nascita della concorrenza, diveniva comunque sempre più difficile per gli editori-librai (ma anche tipografi-editori-librai e tipografi-librai) tenere tanti volumi da smerciare. Spesso essi dovevano avere a disposizione anche quelli dei tipografi-editori avversari. E' probabile però che nei piccoli centri di produzione dove magari era operante un solo tipografo questi si prendesse carico di smerciare anche la produzione sempre più vasta che veniva da Venezia, da Firenze o dal continente Europeo. Sarebbe interessante indagare se nei piccoli centri, dove non si producevano libri, esistessero librerie dedite solo allo smercio del prodotto. Ci sembra un'ipotesi probabile poiché attorno a Venezia, o altri grossi centri di produzione, si sarà stabilita una rete di centri di distribuzione e vendita del prodotto.

Su queste problematiche si vanno ormai raccogliendo sempre più documenti e in tal modo si va anche arricchendo la nostra conoscenza dei processi materiali che sottostanno alla storia culturale. In generale comunque abbiamo pochi studi sulla figura del libraio, un mediatore importante per la diffusione della produzione intellettuale nei primi anni della stampa. Una testimonianza in tal senso, minima ma significativa, è costituita dall'ottavo dei Dialogi Piacevoli di Nicolò Franco. (6) Si tratta di un breve dialogo tra Sannio (cioè lo stesso autore, che usa questo soprannome, derivato dalla sua regione d'origine intorno a Benevento, in altri dialoghi e nella Philena ) e Cautano (che era un amico del Franco nei suoi anni giovanili quando insieme prendevano lezioni di latino e greco alla scuola del fratello di Nicolò, Vincenzo). (7) Nel dialogo del Franco, Sannio si fa propugnatore, da ciarlatano e ciurmatore, di un breve corso in cui ai passanti promette d'insegnare con ogni facilità, tutte l'arti, tutte le scienze, et il vero modo d'ascendere a tutti i gradi [c. CVIIr] (8) come dice il titolo del dialogo. Per farsi propaganda Sannio pone nel luogo del suo imbonimento il seguente cartello pubblicitario:

Inventione bella, nuova, utile, et admirabile al parangone, ritrovata da Sannio, ne la quale, con l'aiuto di quel Dio che nascendo gli diede tanta virtù, puote infondere in ogni intelletto ogni dottrina. Primieramente lettere latine e greche in un giorno al più. Hebree in due. Caldee in tre, Grammatica in quattro. Logica in cinque. Philosophia in sei. Poesia in sette. Aritmetica in otto. Strologia in nove. Medicina e tutto il resto in diece. Promette doppo questo il vero modo d'apprendere ogni mistiero, e la strada d'ascendere ad ogni grado, e tutto s'insegna per diece scudi. [c. CVIIv]

Dalla lista delle discipline si vede come Franco ironicamente proponga un tipico programma di educazione universalistica ad un pubblico che non sa più cosa farsene. Dopo questa preparazione di base infatti il suo scolaro dovrà imparare (in quanti giorni?) un mestiero vero e proprio. Il sapere umanistico e quello scientifico di base hanno perso il loro presunto valore intrinseco, e ora le varie discipline servono soltanto a nuovi soggetti sociali per ascendere ad ogni grado. Di consequenza, il Sannio si può fare propugnatore di una scuola d'apprendimento rapido di queste discipline.

Il Cautano, da buon realista di provincia interessato ad apprendere un mestiere per poter sbarcare il lunario, riflettendo sul programma da scuola privata proposto dal suo amico, controbatte:

Io ti dico il vero, o Sannio, de la pidocchieria de le scienze son tanto satio, che vorrei vomitarle quando potessi. Le lettre hoggi (mercè del cielo) sono ite tanto al basso, che tristo chi pensa haverne. Quanto l'huomo è più dotto e più carico di dottrine, più dolente e misero va piangendo. Hoggi i mecanici e gli artigiani, per quanto veggo, trionphano di questo mondo. E perciò havrei a caro d'apprendere qualche buon'arte. [c. CVIIIr] (9)

Scienze e lettere sono arrivate ad un tale livello basso d'inutilità che il Cautano preferisce retrocedere, dato che lui era un intellettuale, ad una più lucrosa (dignitosa?) attività. Sannio gli ricorda infatti che lui ha già una formazione nelle scienze e quindi si è fatto nobile et immortale : come può adattarsi ora ad un mestiere vile e manuale? Uno spirito nobile ed educato come il suo si perde nell'esercizio delle arti meccaniche. In Sannio persiste ancora il pregiudizio che i mestieri siano segni di una condizione sociale inferiore, portatrici di una corruzione morale. Infatti se si sceglie di fare il mercante bisogna essere bugiardi e disonesti, se barbiere bisogna vendersi ai primi arrivati, così come pure speziale, sarto, calzolaio, fabbro, ecc. Lo stesso discorso vale con pittura, scultura, ecc. (arti meccaniche anch'esse) poiché se non si è eccezionalmente dotati non ci si può sollevare al gradino della nobiltà e dell'immortalità. A questo gradino si sono elevati Tiziano in pittura, Serlio in architettura, Alunno come scrittore (10) e il Giallo come miniaturista di manoscritti. (11) La posizione del Franco allora sembra essere chiara ma tutta negativa: difficile percorrere la strada delle arti meccaniche, perché bisogna essere unici e singolari, degradante quella dei mestieri manuali e di servizio, infruttifera la strada delle arti liberali. E' una posizione inquieta, quasi senza speranza sulle sorti degli uomini, almeno quelli che tali possono chiamarsi, cioè gli intellettuali. Nel Franco troviamo una critica severa dei suoi tempi, ma anche la volontà segreta di fare terra bruciata. E' il suo un discorso riformatore che circola sotterraneo tra gli intellettuali di quegli anni, e che verrà perseguitato nella seconda metà del Cinquecento in Italia, come lo studio del Grendler aveva indicato vent'anni fa.

Intanto, per l'immediato, Sannio trova per il suo amico un lavoro pratico:

San: Ci saria l'arte de i Librari, ove per entravenirci il traficare de i libri, e di carte scritte, saria manco male l'essercitarla. Cau.: In somma, non si potrebbe pensare meglio mistiero, perché si possa e guadagnare e studiare tutto in un tratto. E perciò mi vo fermare in questo. [c. CVIIIv]

Quella del libraio è vista qui come un'arte mezzana, né meccanica né liberale, che permette di guadagnare onestamente e nello stesso tempo stare tra i libri, fare parte del mondo della cultura. (12) A molti intellettuali di quel periodo, sforniti di mezzi propri, non restava che legarsi alla fiorente industria libraria per poter continuare a studiare e scrivere. In questo dialogo possiamo toccare da vicino la crisi della figura tradizionale del letterato umanista-cortigiano che si appoggiava ai favori del principe o della chiesa. Non è più possibile proporre all'intellettuale il modello positivo del Cortegiano, a soli undici anni dalla sua pubblicazione: moltissime sono le prese di posizione contro la vita di corte in questo periodo, ad iniziare dall'Aretino.

Il mestiere del libraio si presenta come una possibile soluzione ad un intellettuale che non può più contare sull'appoggio economico del principe mecenate o su prebende della chiesa. L'industria libraria nella libera Venezia fornirà il lavoro a quei letterati che non avevano altri mezzi di sostentamento. La rivoluzione tipografica portò inevitabilmente ad un ampliamento dell'alfabetizzazione anche delle classi meno abbienti, e quindi ad un maggior numero di persone che tentavano la scalata sociale attraverso lo studio, soprattutto della legge. Il Franco però qui è molto ironico nel proporre come soluzione alla crisi degli intellettuali del suo tempo la via della mercatanzia. E' come dire se non si ha più la possibilità di fare cultura e letteratura, tanto vale mettersi a vendere quella che già c'è e quella che pochi ancora riescono a fare. Sarà questa infatti l'opzione che dovranno seguire molti intellettuali della sua generazione: diventare curatori ed editori di opere altrui, come lo diventarono Lando, Doni, Dolce, ecc.

Per tornare più sullo specifico, questo dialogo del Franco ci testimonia che nel 1539 esisteva già una professione ben precisa ed organizzata esclusivamente dedita al commercio dei libri e che questa professione attirava molti letterati squattrinati. Sappiamo che l'editore era spesso proprietario di un locale dove si vendevano i libri prodotti dall'officina del tipografo, mentre poco ci è noto dell'esistenza di librai autonomi. Secondo quello che leggiamo nel dialogo del Franco sembra che questa professione sia già una istituzione autonoma. (13) La necessità di un libraio era dovuta all'enorme produzione di libri, specialmente a Venezia, e anche alla sempre più specializzata produzione dei vari editori, per cui per facilitare il commercio era necessario avere un luogo dove il pubblico potesse trovare varietà d'edizioni. (14) Il Franco nel suo dialogo parla soltanto di venditore di libri e non di editore-libraio e inoltre ci informa del fatto che esisteva una rete capillare di librai nella Venezia d'allora. Si era intanto già stabilito un vero e proprio codice commerciale pertinente il mercato del libro: come possiamo vedere da alcuni passaggi del dialogo in cui il Franco dà dei consigli pratici di come gestire la vendita. Poiché:

se ben l'arte di vender Libri, pare la più facile che si truovi, per essercitarla ben bene bisogna altro che haver bottega con la bella insegna appiccata dinanzi a la porta, carte quà, libri indorati là, legatori dentro e legatori fuori, starti là fitto come un bastone, e dire tanto ne voglio e tanto ne volsi.[c. CVIIIv]

La bottega con la sua insegna, che indicava il nome della libreria nei colofoni dei libri, i fogli stampati già pronti da cucire, i libri già bell'e finiti dai tanti rilegatori che lavoravano presso la stessa bottega: tutto ciò non faceva un libraio. (15) Bisognava avere anche basilari competenze da mercante, e di mercante di un prodotto particolare come il libro, poiché lo scopo principale del libraio era quello di guadagnare un bel thesoro ogni anno. Allora come regola generalissima si dà:

Prima v'è di mistiero che tegniate di tutti libri. Non guardare che il tale è buono, et il tale è tristo, quegli si spacciano e questi non, perché opre domani si venderanno che hoggi non hanno corso, e quelle che hoggi corrono, domani saranno zoppe. Non guardare che l'opre de goffi, de ceretani e degli ignoranti han qualche spaccio tal volta, perché di là a tre dì si scopre la cosa in rame, e quanto più stanno, più vanno a monte, e le cose de i veramente dotti restano sempre in piede. Sì che per la miglior parte si è, l'havere d'ogni insalata. [c. CIXr]

Bisogna tenere tutto perché siamo in un momento di grande espansione del mercato libraio e di grande richiesta del prodotto libro, che a differenza di altra merce non si deteriora. Si erano intanto formati vari livelli di acculturazione e c'era quindi richiesta di prodotti diversificati nel genere e nella qualità. A soddisfare questa richiesta s'era venuta ad ampliare anche la società di produtttori di letteratura. Franco ci informa quindi della formazione di scrittori di terza classe e di lettori dello stesso livello: più il mercato si allarga più vengono cooptati in esso lettori di minore acculturazione e quindi prodotti librari di minore qualità. E' la forza della stampa, l'elevata capacità di riproduzione del testo, che favoriscono l'ampliamento della pratica della scrittura e della lettura, e quindi i vari livelli di competenza letteraria. A causa di questo meccanismo di mercato, si fà più marcata la differenza tra letteratura immortale che andrà sempre bene, e letteratura che segue la moda, prodotto di pessima qualità. Se ci sono libri che si possono comprare per un soldo ci sono lettori che possono o vogliono spendere solo quel soldo per la loro acculturazione. Il mercato si adegua alla diversificazione dei gusti, la quale a sua volta crea il mercato. Questa ci sembra essere la legge fondamentale della produzione materiale di letteratura che troviamo già all'inizio dell'età moderna in una forma sviluppata.

Il primo consiglio del Franco di tenere tutti i libri sembra irrealizzabile al Cautano, perché se coloro che compongono e che stampano sono hoggi le due parti de gli huomini, chi potrà mai raccogliere tanti libri? [c. CIXr]. (16) Il che, per via d'esagerazione, ci dice dell'inflazione della produzione libraria ma anche della circolarità e limitatezza della comunità letteraria. (17) E' vero che il Cautano qui per huomini intende chi sa leggere e scrivere, dato che tutto il resto è sub-umano: si escludono infatti tutti coloro che ancora non avevano accesso alla parola scritta e ai quali la letteratura arrivava attraverso il canale orale della cultura popolare. Una cultura che aveva anche i suoi testi stampati, che spesso venivano letti collettivamente. (18) Si stampava infatti veramente di tutto e a questa obiezione Sannio risponde precisando quali testi contemporanei secondo lui debbano trovarsi nella bottega del libraio. (19) Il discorso si fa qui più particolare in quanto il dialogo ci propone un punto di vista ed un gusto relativi al suo autore: siamo alla presenza di una ipotetica libreria All'insegna del Franco e alla letteratura in essa ammessa. Ma su questo ci soffermeremo in seguito.

Un altro consiglio che Sannio propone al suo discepolo di questa scuola per librai è che bisogna tenere le varie traduzioni che si vanno facendo perché

hoggi il mondo è tutto gnorante, e ci sono tante lettre quanti ci son vertudi. Vediamo per esperienza, che non s'attende ad altro che a mostrar d'ingannar la gente, e non essendo da niente, fingere d'essere da qualche cosa. E per conchiuderla, conosciamo che sì come sono più i tristi, che i buoni, così sono più gli idioti che i dotti. E perciò importerà di tenere la bottega fornita di quelle operine, che in questa lingua so state tradutte, e si traducono di mano in mano. [c. CIXv]

Il Franco trova che ci sia un forte legame tra rilassamento morale dei tempi ed ignoranza, cioè perdita della conoscenza delle lingue classiche e conseguente corruzione generale. Non vede nella traduzione uno strumento positivo di allargamento del pubblico dei lettori, anche se incita il Cautano a tenere libri tradotti tra i suoi banchi di vendita, perché in percentuale tra i lettori è maggiore il numero dei meno dotti che avidamente ricercano le traduzioni. Da una parte quindi il Franco, da umanista educato alle lingue classiche, non può non rimpiangere un tempo (quello pre-tipografico dell'Umanesimo quattrocentesco) in cui leggere significava interpretare i testi latini e greci; dall'altra invece da realista, attento ai mutamenti della sua epoca e forse con un pizzico d'ironia, non può che consigliare di seguire le tendenze del mercato libraio.

E' interessante comunque vedere chi sono questi ignoranti che si contrappongono ai dotti, i quali, come abbiamo visto e vedremo, sono ancora per il Franco rappresentati da un'ideale figura di umanista. Gli indotti invece non leggono il latino ma soltanto il volgare e quindi rispetto all'intero corpo sociale rappresentano pur sempre un gruppo limitato se si considera che la maggioranza della popolazione è analfabeta. (20) Abbiamo allora la variegata classe dei meccanici a cui servirà leggere Plinio; i soldati, nel senso di tutti coloro che sono impegnati nella guerra, che leggono invece Appiano e i Commentari di Cesare; i Prìncipi, che per imparare ad essere da qualche cosa [c. CIXv] leggono le vite di Plutarco e Svetonio; ed infine frati e preti, anche loro oramai privi di latino, vorranno in traduzione le lettere di San Paolo, il Vangelo e la Bibbia. Come si vede, il Franco non solo isola un gruppo di dotti, i quali conoscono le lingue classiche e quindi si elevano al di sopra degl'ignoranti che invece riescono a leggere soltanto il volgare, ma inoltre caratterizza questi ultimi come lettori di testi settoriali e funzionali alla loro professione. Il dotto legge la Bibbia, Plutarco, Cesare e Plinio indistintamente, mentre il non dotto si caratterizza appunto come lettore di un genere unico ed attinente esclusivamente al proprio mestiere. Troviamo qui l'idea, tipicamente umanistica, che la cultura debba essere disinteressata ed universale, il dotto un lettore vorace e diversificato.

Se le traduzioni devono essere tenute nella bottega del libraio perché c'è richiesta da parte di un largo pubblico, si devono invece evitare quei libri di Rime di cui il Franco avverte esserci una sovraproduzione:

tu dei sapere Cautano che siamo a un tempo che nel far Sonetti e Canzoni non è cane pisciato che non sel becchi. Sai che come i putti sanno accordare tre desinentie si credono far fortuna al Petrarca. Sai che sono uscite in campagna certe gentuzze, che se non rubbano quattro versi, non ne sanno mettere due insieme. E sai ultimamente che i rimatori ch'io dico non hanno né fama, né credito, né son per haverne mai. E per tanto ti do per consiglio che de le baie loro non si tenga imbrattata la tua bottega, ma che sentendo dire Sonetti e Rime debbi subbito serrar le porte. [cc. CIXv-CXr]

Già poche pagine prima aveva detto che non bisognava tenere in bottega tutti i commenti al Petrarca, mentre ora si scaglia contro la rampante moda del Petrarchismo. (21) Una moda che si espanderà per almeno due decadi fino a tutti gli anni '50 quando si avrà la grande attività editoriale di Domenichi, Dolce, ecc., autori di numerose antologie del Petrarchismo. (22) Quando il Franco scriverà poesie sarà pur sempre sulla traccia del Petrarca, ma la sua sarà un'operazione carica di scatologia, d'ironia e satira. Inoltre le sue poesie furono scritte quasi esclusivamente in occasione della diatriba velenosa contro Aretino: non possiamo veramente affermare che scrivere versi rappresentò la sua attività principale. Il Franco avverte già da questi primordi del petrarchismo di massa un senso di decadenza, una malattia cronica come dirà Arturo Graf, un tarlo delle lettere. Non si tratta di non ammettere per nulla la poesia nella libreria, perché subito appresso il Sannio dà una lista di poeti che secondo lui si possono veramente definire tali, da Sannazaro a Tansillo, ma bisogna assolutamente evitare l'enorme produzione di rimeria petrarchesca. Il Franco era cosciente che l'imitazione o la ruberia dei versi del Petrarca stava spingendo la poesia ad una caduta a precipizio. La decadenza della poesia e dei poeti è un tema che circola anche nel settimo, nono e decimo dei Dialogi piacevoli. E' una combinazione di miseria economica e di miseria morale (il nascondersi dietro la maschera dell'imitazione) che caratterizza la vita dei poeti di questo periodo. Il Franco stesso non è immune da questa condizione di miseria: nella lettera prefattoria al settimo dialogo, quando spedisce tutti i poeti dell'antichità classica all'inferno, afferma di essere legato in quelle girandole della povertà [c. XCVIIIr] e non arriva a pagare alla fine del mese un ducato per la camera. Nel decimo dialogo solleva però la povertà e la miseria del poeta addirittura al di sopra del principe, e ne tesse le lodi in un discorso non immune comunque da un'ironia amara.

Un'altra strategia mercantile è suggerita dal Sannio al Cautano nel caso in cui capitasse in bottega un avventore che richiedesse un libro di cui il libraio fosse sfornito. Non doveva essere infrequente questa situazione, dovuta al fatto che insieme alla sovrabbondante produzione c'era anche una continua richiesta di libri da parte del pubblico. Franco allora consiglia di dire che il libro desiderato si trova in libreria ma non è di buona stampa, e che essendo il cliente un amico non gli vuole rifilare un prodotto scadente. Una strategia furbesca da mercante questa, che implica una bugia ed una diffamazione. Ma: mostrando la bottega sfornita, il concorso [degli avventori] si viene a perdere [c. CXv].(23)

Dopo quest'ultimo consiglio di strategia commerciale, il Cautano, oramai edotto all'arte del libraio, ha dei dubbi se tenere i libri di due autori: Erasmo ed Alciato. Vale la pena qui riportare il passo su Erasmo che testimonia ancora una volta della sua fortuna in Italia e della posizione a rischio assunta dal Franco:

Che dubio fai di non dover traficar l'opre del grande Erasmo? Forse perché in Roma ha vetato il Collegio che non si vendano? Credi ch'intravenga questo perché elle non sieno buone o perché ci sia scrupolo d'heresia? Sai perché l'hanno dato bando, poi che il vuoi che te'l dica? Perché il Thedesco miracoloso t'ha concia in cordovana tutta quella brigata. E per ciò hanno pigliato in urto quel valent'huomo, e non vogliono che in Roma compaia Erasmo. Tal che dove triomphano, non si cantino le loro magagne. Ma non resta per questo ch'egli non si stampi e ristampi, non si venda e rivenda, e non si legga e rilegga per ogni luogo. Anche Clemente fe brugiare l'opre de l'Alamanni in Roma, la prima volta che ci comparsero, e tolse la pena a chi ce l'haveva condutte. E perché conto? Perché il divino spirito gli era paruto heretico, piangendo la rovina de la sua patria, biasimando la tirannide, e confortando i suoi cittadini a la libertà. Che manca al buono Erasmo, ch'egli non sia eloquente, catholico, e mirabile nel suo dire? [cc. CXv-CXIr] (24)

Secondo il Franco, la Curia Romana censura Erasmo, la cui fortuna è straripante in questo periodo, perché nella sua opera vede un attacco contro di essa. Franco non ha dubbi sulla qualità letteraria dell'opera di Erasmo né sul fatto che lo scrittore sia cattolico e non eretico. Siamo ancora in una fase di pre-Index e le opere di un autore sospetto come Erasmo si possono ancora stampare e circolano liberamente. (25) Come anche le opere del Franco fino al 1559, anno dell'Indice più pernicioso, dopo di che subiscono il silenzio o vengono alterate o mutilate. (26) Ma già nel 1539 la Chiesa manifestava apertamente la propria tendenza censoria come nel caso tutto politico dell'Alamanni, citatato dal Franco. (27) Il nostro autore non poteva ammettere per nessun motivo la censura degli scritti letterari.

Anche l'Alciato era stato sfiorato dalle accuse d'eresia ma la sua cautela e la sua enorme fama di studioso l'avevano protetto da ogni pericolo di persecuzione. Non per nulla nell'edizione dei Dialogi purgata dal Giovannini l'Alciato non viene tagliato fuori come invece lo è Erasmo. Il Franco difende il famoso legista contro altri studiosi ignoranti ed invidiosi:

Cau.: dell'opere de l'Alciato che consiglio mi date? San: Ti consiglio ch'elle siano de le prime ne la libreria tua. Chi è che non lodi il dotto spirito e singolare? Sai che chi il biasma Cautano? Dottoracci che toltigli di bocca i parafi sono asini con due piedi. E tutto ciò avviene dal vedere che l'ingegno de l'Alciato è generale, e che i loro sono fantaccini. Non vorrebeno che l'huomo dottissimo, fuori de i processi di Baldo, gli facesse stare per testimoni. Et hanno a dispetto che l'Alciato scriva, e ch'essi gracchino; e che l'Alciato vada per tutto, e ch'essi non si partano da i pergoli. [c. CXIr]

Queste due figure di intellettuali sono allora i modelli a cui si richiama il Franco: intellettuali di formazione umanistica, con una conoscenza universale ("ingegno generale"), ma non pedanti, che continuano a dare grandi contributi nel campo del pensiero e in quello delle leggi. (28) Da questa altezza si misurava il Franco e misurava quindi anche gli innumerevoli poetucoli che stavano spuntando come funghi e i tanti pedanti arroccati nelle università. Lui di formazione blandamente umanistica aveva davanti a sé il bivio che lo portava o alla erudizione (ma era più praticabile questa strada d'Erasmo e d'Alciato?) o alla facile rimeria. Ma le traversie della vita, l'irrequietezza del pensiero così peculiare a tanti intellettuali di questo periodo, non gli permisero di affrontare nessuna delle due strade, né di visitarne una fino in fondo. E' comunque anche probabile che il Franco non ne avesse la capacità intellettuale.

Ma facciamo un passo indietro e torniamo dove siamo partiti per vedere come oltre a darci informazioni sull'arte del libraio il dialogo del Franco ci dà, in iscorcio e da un punto di vista tutto personale, un'idea della produzione libraria in quel del 1539. Discutendo dei vari gusti del pubblico del suo tempo il Franco ci presenta una lista che possiamo dire di estremi:

Gli appetiti de gli huomini sono diversi. A chi piace l'Orlando Furioso, et a chi l'Ancroia, a chi il Serafino, et a chi il Petrarca, a chi l'historia del Sabellico, et a chi quella di Gioan Villani. A chi i Capitoli del Bernia, et a chi quelli del Signor Quinto. A chi le regole del Fortunio, a chi le tre fontane del Liburnio. Et a chi la Cazzaria dell'Arsiccio, et a chi la vita de Santi Padri. [c. CIXr]

Nel genere romanzo cavalleresco al libro dell'Ariosto, che ebbe grande successo di pubblico ed era già un classico, si contrappone invece il più popolaresco ed anonimo Libro della Regina Ancroia di cui però abbiamo svariate edizioni. (29) Nella lirica si contrappone il poeta per eccellenza con Serafino Acquilano, poeta cortigiano e improvvisatore. In storiografia si contrappongono due storici universali ma anche municipali come il Villani per Firenze e il Sabellico per Venezia. I capitoli sono già un genere sviluppatissimo e che può quindi stare a parte rispetto alla lirica: già si era delineata una certa tradizione per questo genere. Qui si contrappone al grande successo del Berni (almeno per circolazione manoscritta) la figura minore di Quinto Gherardo. (30) Altro genere che sta avendo un gran successo editoriale sulla scia del Bembo, mai menzionato in questo dialogo, è quello delle grammatiche volgari. Il Franco mette insieme qui il Fortunio e il Liburnio che con le loro opere grammaticali si dividevano il mercato. (31) Infine per significare proprio l'estremità dei gusti dei lettori il Franco mette accanto la Cazzaria del Vignali e le opere di agiografia cattolica, che poi costitueranno la maggior fetta della produzione tipografica dell'età della controriforma. (32)

Questa lista circoscrive esattamente l'ambito dei testi più venduti e circolanti in quei decenni, il gusto e le scelte librarie di un pubblico medio. Non abbiamo né la produzione propriamente popolare di calendari, fogli volanti, ecc. (anche se l'Ancroia e le vite dei Padri potrebbero far parte di questa categoria di letteratura popolare) né d'altronde opere classiche od erudite. Insomma questa lista c'informa dei best-sellers, di un gusto medio che si era formato data l'ampia produzione libraria, un gusto che comprende dei generi letterari ben circoscritti e spazia dal profano grassoccio al devozionale più ortodosso.

Oltre a questa letteratura di cui la bottega del libraio deve essere fornita, perché il pubblico ne fa continua richiesta, il Franco propone di tenere quella che lui ritiene essere la produzione letteraria più seria e degna:

Non dico che ci tegniate verbi gratia tutti i commenti sopra il Petrarca, ma le cose de i principali, e de i famosi, come sarebbe a dire. Tutte l'opre di Messer Lazzaro da Bassano. Tutte l'opre di Messer Lampridio. Tutte l'opre di Messer Celio Calcagnino. Tutte l'opre di Messer Triphun Gabriele. Tutte l'opre di Messer Giulio Camillo. Tutte l'opre di Messer'Ubaldino. Tutte l'opre di Messer Claudio Tolomeo. Tutte l'opre del Romolo. Tutte l'opre del Blosio. Tutte l'opre del Cesano, e tutte l'opre del Iovio fino all'historia de i Turchi. [cc.CIXr-v]

Il Franco sembra riporre totale e piena fiducia in questi autori dato che consiglia di tenere tutta la loro produzione. Sono questi intellettuali infatti riconosciuti come la punta più avanzata, l'avanguardia per usare un termine caro al Dionisotti, dei primi decenni del '500. Erano nomi che circolavano in tutti gli ambienti intellettuali della penisola. Quello che vogliamo qui verificare è se anche le loro opere circolavano tra i banchi dei librai. Vediamo di collocare i singoli autori e la loro produzione (almeno da questo punto di vista tipografico) all'altezza della data di composizione del dialogo, il 1539.

Con Lazzaro da Bassano il Franco indica il Bonamico (1479-1552) che nel 1539 era all'apice della sua carriera di professore di latino e greco allo studio padovano dove si formarono molti giovani intelletuali. Ciceroniano per eccellenza aveva qualche riserva per la riforma bembiana. Lui in vita, nessuna delle sue opere venne data alle stampe: il suo magistero era affidato soprattutto alla circolazione manoscritta delle sue opere ed all'insegnamento scolastico. (33) La sua opera maggiore (Concetti della lingua latina ) fù stampata per la prima volta nel 1562. Ci troviamo di fronte ad una prima aporia: non esistono opere del Bonamico a stampa, come può allora il Franco consigliare il suo libraio di tenerle?

Di Benedetto Lampridio non sappiamo la data di nascita ma sappiamo che morì a Mantova nel 1540 e che fù legato ai circoli umanistici padovani. Anche lui fù fautore della lingua latina (scrisse epigrammi) e tradusse nella lingua di Roma delle odi di Pindaro. Le sue opere vennero raccolte postume dal Dolce e pubblicate a Venezia nel 1550.

Altra grandissima stella umanistica fù Celio Calcagnini (1479-1541). Storico ufficiale della corte estense e dotto poeta latino, in lui si univano lo scienziato amico di Copernico e uno dei primi propugnatori in Italia del sistema eliocentrico, e il letterato umanista contrario all'uso del volgare. Scrisse moltissimo ma pochissime opere sue ci sono rimaste stampate e niente prima del 1539. (34)

Nato attorno al 1470 e morto nel 1549 Trifone Gabriele fù amico del Bembo che c'è lo presenta nelle sue Prose e a cui dedica una poesia (CXXII nel suo canzoniere). Il Bembo aveva fatto rivedere al Gabriele sia gli Asolani sia i primi due libri delle Prose. Lo Speroni nell'ultima pagina del suo Dialogo della Rethorica c'è lo presenta come nuovo Socrate di quest'età, caratterizzando l'insegnamento e l'influenza del Gabriele come esclusivamente orali. (35)

Di Giulio Camillo Delminio (1480ca-1544) nel 1529 circolava manoscritta la sua orazione De Imitatione contro il Ciceronianus di Erasmo. Questa orazione fù poi stampata postuma nel primo libro del Delminio a Venezia nel 1544. Altre sue opere circolavano manoscritte, ma la sua grande fortuna editoriale si avrà soltanto negli anni '50 e '60. (36)

Con Messer' Ubaldino probabilmente il Franco voleva indicare Ubaldino Bandinelli (1494-1551), dotto umanista ed amico a Firenze di Della Casa. Il Della Casa in un poemetto latino dedicato all'amico (De Ubaldino Bandinelli ) afferma che l'umanista lo incitò a poetare in latino. Lo cita anche nel Galateo (capitolo VIII) come valoroso uomo e dotato di acutissimo ingegno. Di lui ci sono rimaste una lettera in latino al Bembo e quattro lettere facete in volgare indirizzate a Giovan Francesco Bini e pubblicate nella Raccolta delle lettere facete e piacevoli di autori diversi a cura di Dionigi Atanagi (Venezia: Zaltieri, 1561, libro primo, carte 224 e sgg.).(37)

Proprio in quell'anno 1539 vide la luce una delle opere più importanti di Claudio Tolomei (1492-1556) Versi e regole della nuova poesia toscana con la quale il senese sosteneva la necessità di utilizzare la metrica classica per la poesia italiana. Già prima comunque erano state stampate Il Polito (con lo pseudonimo di Adriano Franci da Siena a Roma nel 1525 e a Venezia nel 1531) e una Oratione de la pace (a Roma dal Blado nel 1534).

Romolo Amaseo (1489-1552) era grande nemico del volgare e contro di esso si scagliò nel 1529 dalla sua cattedra di Bologna con due orazioni (Schola I e II ) che fecero scalpore perché recitate durante la presenza di Clemente VII e Carlo V in quella città. Anche di questo grande umanista abbiamo pochissimo a stampa prima del '39.(38)

Blosio Palladio (nome latinizzato per Biagio Pallai morto nel 1550) anche lui latinista, gravitava alla corte di Roma. Segretario di Clemente VII e Paolo III, pubblicò un poemetto di lodi della villa di Agostino Chigi a Roma e una scelta di poesie latine di diversi autori in lode del mecenate tedesco Hans Goritz che riuniva nella sua casa gli intellettuali romani. (39) Il Palladio fù amico del Giovio.

Gabriele Cesano (1490-1568ca) è noto più per le relazioni che aveva con letterati del suo tempo (si veda ad esempio il dialogo del Tolomei intitolato appunto Il Cesano ) che non per opere sue. Nessuna opera infatti ci resta di lui.

L'unica opera concreta che viene ricordata dal Franco sono i Commentari delle cose dei Turchi di Paolo Giovio (1483-1552) usciti per la prima volta in volgare nel 1531 e poi nel 1537 tradotti in latino. Altre opere latine sue di mediocre valore furono stampate prima del '39. (40)

Se guardiamo adesso nella sua totalità questa prima lista di scrittori in prosa vengono immediatamente da fare alcune osservazioni. Si tratta innanzi tutto di autori tutti viventi al tempo di scrittura del dialogo e quindi ci viene il sospetto che il Franco abbia l'intenzione di aggrazziarsi tali potenti intellettuali. Si tratta poi di autori per lo più schieratisi contro il volgare e quindi contro la proposta rinnovatrice del Bembo che a Venezia e presso le stamperie avrà pieno successo proprio in questi anni. Il Franco parteggiando per questi scrittori e ideologi della latinità si taglia fuori dal dibattito sul volgare e dalla tendenza emergente nella letteratura italiana: si troverà a Venezia come un pesce fuor d'acqua. (41) Colpisce anche il fatto che questi autori siano spesso nemici della stampa e anche della circolazione della propria opera. Siamo cioè alla presenza di quella che Quondam ha definito la generazione pregutenberghiana [Op. cit. pag. 617]. Sono cioè umanisti che si oppongono nettamente ai nuovi intellettuali volgari che invece sfruttano la capacità riproduttiva della stampa per mettere fuori decine e decine di opere. Si può anche ipotizzare che per questa generazione di intellettuali (la cui età andava nel '39 dai 45 ai 60 anni) e per la loro produzione erudita non c'era spazio nel mercato della tipografia dominata dalla produzione in volgare e da una nuova generazione di scrittori capaci di sfornare testi in continuazione. Con questa scelta di personaggi noti per la loro difficoltà di pubblicare, o di autori che si affidavano ancora ai manoscritti o alle orazioni e all'insegnamento per fare circolare le loro idee fra un ristretto numero di intellettuali, non sappiamo se il Franco, che a 24 anni apparteneva alla nuova generazione, (42) abbia voluto ironizzare su personaggi classificabili come pedanti e passatisti, oppure voleva mettere in guardia quegli scrittori della sua generazione che si precipitavano a dare alle stampe i loro facili prodotti. Da quanto abbiamo visto all'inizio sembra che questa seconda ipotesi possa essere la più realistica. In tal modo il Franco, che arriva nella vivace Venezia dalla provincia dove s'era formato sui classici, sembra guardare con occhio nostalgico al passato e con occhio severo invece alla realtà nuova che la tipografia stava costruendo intorno alla letteratura.

Passando adesso alla poesia, selezionatissima è la lista degli autori che bisogna tenere in libreria:

E se pur voi tenere [di libri di poesia], fa che sieno le cose come sarebbe a dire d'un Sannazaro, d'un Molza, d'un'Alamanni, d'un Varchi, d'un Bevezzano, d'un Epicuro, d'un Rota, e d'un Tansillo, perché questi sono, e saranno i veri poeti, et il loro si può dir poetare e non trafuggare. [c. CXr] (43)

Quel che colpisce in questo elenco è la preminenza degli autori napoletani, cioè facenti parti di quel circolo che il Franco aveva frequentato pochi anni prima, mentre assente risulta il Bembo. Inoltre il Franco scommete sulla carriera d'autori che ancora non si sono pienamente manifestati (ecco allora quel saranno ). Vediamo infatti di circostanziare anche per questi autori il loro status bio-tipografico al tempo di scrittura del dialogo.

Il Sannazaro è messo come capogruppo e come figura ideale da seguire. Morto nel 1530 è l'unico autore non vivente nel gruppo degli autori da tenere in libreria. La fortuna editoriale del Sannazaro a Venezia in quel periodo è enorme: basta pensare che la prima edizione dell'Arcadia (scorretta e fatta su manoscritti all'insaputa del'autore) fù pubblicata nella città veneta nel 1502 dal Vercellense con lo strambo titolo Libro pastorale nominato Arcadio. Il Sannazaro è il poeta ideale perché sa poetare nelle due lingue.

Di Francesco Maria Molza (1489-1544), il quale fù anche autore di poesie latine, nel 1539 circolavano due edizioni diverse (una a Roma presso il Blado e l'altra senza luogo) della sua opera burlesca (scritta sotto lo pseudonimo di Padre Siceo) del Comento di Ser Agresto di Ficaruolo [cioè Annibal Caro] sopra la prima ficata del Padre Siceo. Le sue poesie burlesche si trovano sparse in diverse antologie. (44)

Nel 1532 Luigi Alamanni (1495-1556) aveva pubblicato le sue Opere toscane sia a Lione (1 e 2 volume) che a Firenze (solo il primo volume).

Toscano era anche Benedetto Varchi (1503-1556) che si trovava però a Venezia proprio alla fine degli anni '30. Alcune sue terze rime sono raccolte insieme a quelle del Molza e del Dolce. (45)

Secondo il Mazzuchelli per Bevazzano si deve intendere Agostino Beazzano di cui non sappiamo le date di nascita e morte. Fù per molti anni il segretario del Bembo del quale scrisse l'epitaffio (Lachrymae in funere Petri Bembi. Venezia: Giolito, 1548). Insieme al Benacus del Bembo si trovava stampato il suo poemetto Verona ad Clemente VII (Roma: Calvo, 1524 e 1525). Una lettera di lodi gli è indirizzata dall'Aretino (Op. cit. pag. 312). Nel 1538 vide alla luce a Venezia presso B. Zanettis de Brixia il volume De le cose volgari et latine del Beazzano.

Marcantonio Epicuro (1472-1555) apparteneva alla cerchia del Sannazaro. A stampa abbiamo di lui La Cecaria (Venezia: Vittore de Ravani, 1535).

Bernardino Rota (1508-1575) fù allievo dell'Epicuro a Napoli ma incomincia a pubblicare dopo il 1560. Quindi è un autore promettente a 31 anni.

Dello stesso gruppo di poeti napoletani faceva parte Luigi Tansillo (1510-1568) il più giovane fra gli autori citati. Già aveva pubblicato I due Pellegrini (1523) modellata sulla Cecaria dell'Epicuro. Ma a Venezia fece grande scandalo ed ebbe molta fortunaIl Vendemmiatore (pubblicato nel 1532), che con altro titolo (Stanze di cultura sopra gli horti de le donne ) venne pubblicato nel 1537 dallo Zoppino.

Come si vede da queste breve note il Franco ammete nella sua libreria soprattutto poeti del gruppo napoletano con l'aggiunta di due toscani e due praticamente romani (il Molza e il Beazzano, il quale però bazzicava anche a Venezia). Ma quello che colpisce ancora una volta è che questi poeti, a parte Sannazaro naturalmente, sono più che altro autori promettenti e che spesso i loro libri non si trovano ancora stampati.

Si possono fare due considerazioni. Qui il Franco vuole probabilmente fare la propaganda per autori che lui crede vicini e che appartenevano allo stesso ambiente da cui lui proveniva. Autori inoltre lontani dal petrarchismo facilone, i quali scrivevano soprattutto su due registri: in latino per la poesia seria e in volgare nella falsariga della poesia comica del Berni. Un'altra considerazione che ci porta a fare il dialogo del Franco è che la poesia doveva ancora circolare moltissimo manoscritta in forma più o meno definita, e che probabilmente per certi autori l'ansia di essere pubblicati non esisteva neanche. Si può inoltre ipotizzare che questi autori che vivevano alla periferia, rispetto al grande mercato e alla grande produzione a stampa di Venezia, erano meno stimolati a pensare la loro produzione poetica in forma di libro. Sarà compito dei vari editors nei decenni a venire raccogliere la produzione di tanti poeti.

Da questo dialogo del Franco mi sembra che si possa trarre una conclusione: l'effettivo peso che la stampa ha sulla produzione letteraria di quel tempo almeno per quanto riguarda questi autori cari al Franco e legati ancora alla tradizione umanistica, fù scarsa. Bisognerebbe rivedere allora caso per caso la reale influenza che la nuova meccanizzazione di produzione testuale ebbe sulla circolazione della letteratura in questi primi decenni del secolo. Certo colpisce il fatto che le opere di autori per noi oggi importantissime, come ad esempio quelle del Berni e del Della Casa, furono pubblicate post mortem.(46) Come è anche successo ad altri autori che abbiamo visto citati dal Franco. Sarà poi grazie a furbi operatori editoriali come Doni, Domenichi, Dolce, Lando, ecc. che tante opere scritte nei primi decenni del secolo verranno recuperate e stampate. Il dialogo del Franco ci è servito ad aprire questo problema che solo con ulteriori studi potrà essere risolto.


Note

(1) Si veda in particolare il saggio di Amedeo Quondam «La letteratura in tipografia» in Letteratura Italiana Einaudi.( Torino: Einaudi, 1982- ; d'ora in poi LIE) vol. 2, pp. 555-686.

(2) Su questo argomento si veda Claudia Di Filippo Bareggi, Il mestiere di scrivere. Lavoro intellettuale e mercato librario a Venezia nel Cinquecento. (Roma: Bulzoni, 1988).

(3) Sul Sansovino si veda P.F. Grendler, «Francesco Sansovino and Italian Popular History. 1560-1600» in Studies in the Renaissance, XVI (1969), pp. 139-180. Sul Domenichi e il Dolce si vedano le rispettive voci nel Dizionario Biografico degli Italiani [d'ora in poi DBI].

(4) Un breve quadro della funzione del libraio nel '500 si può ricavare da questo passo di Rudolf Hirsh: «As far as I could discover independent professional booksellers remained uncommon during the first generation after the invention of printing. The mass production of books through printing created the book business in our modern sense. The success of printers depended upon their ability to convert their product into cash. More and better outlets were needed to market the new product and to satisfy a growing demand for reading matter. At the same time the much greater quantity of volumes available through printing made the selling of books more profitable and thus more attractive. The new bookseller, whether in the employ of a printer or publisher, or an independent merchant, had to be a person who combined the ability of a trader with some education. He had to be literate, and he had to understand at least vaguely the subject matter of the books which he sold, in order to cater to the taste of the buyers. It is a direct result of this need for an acute business sense and education which gave many booksellers a semi-academic status, which had been formalized already in the case of stationers». (R. H. Printing, selling, and reading. 1450-1550. Wiesbaden: Harrassowitz, 1974, pp. 62-63). Un aspetto importante della commercializzazione del libro è studiato in Graham Pollard-Albert Ehrman. The distribution of books by catalogue. (Cambridge: Roxburghe Club, 1965).

(5) Su Vespasiano si veda Giuseppe M. Cagni, Vespasiano da Bisticci e il suo epistolario, (Roma: Edizioni di Storia e Letteratura, 1969), specialmente il secondo capitolo riguardante la sua professione, la quale, in realtà, è molto differente da quella del libraio cinquecentesco. Vespasiano faceva i suoi affari allestendo intere biblioteche per ricchi privati o principi mecenati. Vespasiano quindi produceva su commissione i suoi manoscritti, mentre la grande rivoluzone della stampa fù quella che un editore produce adesso per un pubblico vasto e diverso. Da qui anche la necessità di avere un luogo di smercio, dove accumulare, esporre, pubblicizzare il prodotto libro.

(6) Di questa raccolta si hanno ben 12 edizioni italiane. Il Giolito la pubblicò nei seguenti anni: 1539, 1541 o 1542, 1545, 1554, 1559. Dopo una traduzione in francese di Gabriel Chappuys (1579) i dialoghi del Franco diventano Piacevolissimi (forse perché adesso sono stati espurgati dal Padre Domenicano Girolamo Giovannini o forse più probabilmente perché col titolo di Dialoghi piacevoli erano usciti presso gli stessi editori quelli di Stefano Guazzo). Questa versione espurgata è stata pubblicata da divesi editori in Venezia nei seguenti anni: 1590, 1593, 1596, 1598, 1599, 1606, 1609. Dopo una traduzione in spagnolo nel 1616 di alcuni di questi dialoghi (i dialoghi 1, 2, 6 e 7), l'unica edizione moderna è quella allestita da Gaetano Sborselli in 2 volumi per Carruba da Lanciano nel 1925, edizione che purtroppo si basa sulla espurgata. Per una bibliografia più specifica si veda P. F. Grendler.Critics of the Italian World [1530-1560]. (Madison, Milwaukee, and London: The University of Winsconsin Press, 1969). Appendix 1, pp. 213-221.

(7) Tre lettere a Vincenzo Cautano troviamo nelle Pistole Volgari (Venezia, A. Gardane, 1542) del Franco a carte 68v, 114r, 258v. Sono lettere «familiari», nostalgiche per la lontananza dell'amico. Il Cautano è anche citato ne Il Petrarchista a pag. 16 dell'edizione a cura di Roberto L. Bruni (Exeter: University of Exeter, 1979). Si veda la nota alla stessa pagina.

(8) Si cita dall'edizione del 1542. Sono intervenuto solamente sull'accentazione, quasi del tutto mancante in questa edizione, e sulla punteggiatura. Mi servo dell'edizione del 1589 per il testo espurgato dal Giovannini. Sul domenicano bolognese si vedano le poche notizie in Giovanni Fantuzzi, Notizie degli scrittori bolognesi. (Bologna: Stamperia di San Tommaso D'Aquino, 1784) t.IV, pp. 175-178. Il domenicano espurgò anche La Zucca del Doni. Si veda Grendler, Op. cit., pag. 195.

(9) Questo tema della miseria dei letterati era ricorrente in quegli anni. Basti pensare ad Enrico Cornelio Agrippa, De incetitudine et vanitate scientiarum, pubblicato nel 1530 e tradotto in italiano dal Domenichi nel 1547 (Venezia: Giovanni de Farri).

(10) Francesco Alunno viene ricordato qui come calligrafista. Nel 1539 a Venezia dal Marcolini erano comunque uscite le sue Ossevazioni sopra il Petrarca. Su di lui si veda la voce nel DBI e L. Arrigoni. Francesco Alunno da Ferrara. (Firenze: 1885). Come calligrafo viene anche ricordato in una lettera dell'Aretino. Il Franco fù molto amico dell'Alunno che l'ospitò dopo essere stato ferito dall'Eusebi. La lettera di chiusura de Il Petrarchista è proprio indirizzata all'Alunno.

(11) Una lettera di lodi è indirizzata dal Franco a Jacopo del Giallo (Op. cit. pag.101r).

(12) Franco ha comunque coscienza che il mestiere del libraio ha più del meccanico che del liberale. Si veda la lettera di dedica del dialogo: «Non so, M. Gioan Thomaso [Bruno] che humor malinconico sia stato il mio che in questi Dialogi m'habbia voluto impacciare fin sopra l'arte de i librari.... al mondo non parrà gran cosa ch'io (per più non potere) vada fantasticando sopra l'arti meccaniche, non potendo sopra le liberali.» [c. CVIr]. Tommaso Garzoni nella sua Piazza universale di tutte le professioni (Venezia: G. B. Somasco, 1589), pur confondendo librerie e biblioteche, sosteneva negli stessi termini del Franco l'utilità dei librai: «La professione de' Librari da tutti i tempi ha meritato d'essere annoverata fra le professioni nobili, et honorevoli...... Per un'altra ragione si dice che la professione de' Librari sia molto nobile, perché sempre sono in compagnia di persone letterate, et virtuose... et però rari sono quelli, che non siano scaltriti, et che non sappiano il fatto loro da dovero, perché da tutti quei dotti, che gli praticano in bottega, imparano qualche bel punto da tenere a mente. Ha del nobile parimente quest'arte, perché non è sporcha niente in se stessa, ma netta, et polita quanto dir si possa, onde i librari non s'imbrattano per un dito in cosa alcuna: et oltra di ciò ritiene assai dell'arte mercantile, per l'industria di comprar libri in grosso, et vendergli ancora, il che le porge qualche sorte di nobiltà particolare sopra molte altre. S'acquista nome finalmente del servitio universale, che partorisce a tutti, perché da' libri ogn'un riceve il modo d'intendere, et sapere quel ch'ei vuole, et hoggidì massimamente, che tutte le bizzarie del'huomo sono in stampa, et non solamente ci fanno posseder le scientie, et l'arti, ma quante cose pono capire nell'intelletto, et nella imaginatione d'una persona. Però tu trovi agevolmente da scapricciarti in un tratto dentro in una libraria, ove trovi di guerra, d'amore, di lettere, di maneggi, di mestieri, d'ufficij, et di quanto sai desiderare.... Et con queste lor lodi, hanno pur ancor essi qualche vitio raccolto in loro; perché, per ispedir più opere, legano, et battono talhora male i libri, spesso gli fanno pagare il doppio della valuta; sostentano di commune accordo quel che gli piace, et dove non hanno interesse per diminuir l'opere altrui, si ritirano da longi, vendono a contadini, et a villani con ciancie quanto di sciocco hanno in bottega, et sopra tutto magnificano talhora più una castronaria composta da un ciavattino, che qualche opera bella, et utile composta da un galant'huomo» [pp. 830-32].

(13) Importanti documenti fornisce il classico Horatio Brown, The Venetian Printing Press (London, New York: 1891), in particolare il capitolo V su un libraio del 1848. In appendice al libro è riportata la lista dei libri che si trovavano nella sua bottega.

(14) Secondo Gideon Borsa (Clavis typographorum librariorumque Italiae. Koerner: Baden-Bade, 1980) tra il 1472 e il 1600 a Venezia operarono 192 librai non tipografi a cui si devono quindi aggiungere i tipografi-librai.

(15) In genere lo stampatore forniva i vari quaderni ai librai ed era poi l'acquirente che sceglieva la rilegatura a suo piacere. Era compito del libraio quindi far rilegare i fogli e questi spesso doveva tenere in bottega dei garzoni e degli strumenti atti alla rilegatura. E' probabile che una piccola quantità di volumi rilegati dozzinalmente si trovassero pronti per la vendita.

(16) Nella famosa lettera della lucerna, la protagonista facendo il giro delle professioni e arrivata presso le botteghe dei librai, afferma: «Veggo le cataste de i libri tanto alte, che mi tremono gli occhi a guardarci su» [Op. cit. pag. 191r]

(17) Si legga anche questo passo da Anton Francesco Doni, La Libraria : «La stampa poi è uno essercizio alchimistico, e a chi nol sa fare dà a credere che i cenci e gli inchiostri gli abbino a ritornare fiorini coniati, e spesso le casse si votano di danari e le lor borse s'empiono di vento. I compositori dell'opere, dico una gran parte, hanno ancor loro opinione d'affissar Mercurio e concorrer con l'eternità; e delle dieci volte le nove, la fama gli pianta là nei fondachi, con le loro carte imbrattate che vi stanno i secoli a pigione, con la speranza d'uscir di quel limbo e correr per le mani de' popoli, la qual uscita sarà accompagnata con la venuta del Messia degli ebrei, se già i topi e la muffa non trionfono prima de' loro concetti vani.» (cito dall'edizione moderna a cura di Vanni Bramante, Milano: Longanesi, 1972, pp. 67-68.). Identico ragionamento e anche identiche metafore si trovano nel «Raginamento della stampa» che fa parte de I Marmi dello stesso Doni, dialogo che gli era comunque conteso dal Domenichi. Si veda per un riscontro pag. 189, volume primo, dell'edizione a cura di Ezio Chiòbroli (A.F. Doni, I Marmi, Bari: Laterza,1928).

(18) Su questo argomento si veda il cap. IV ("Svago e sociabilità: la lettura ad alta voce nell'Europa moderna") in Roger Chartier. Letture e lettori nella Francia di Antico Regime. (Torino: Einaudi, 1988)

(19) Acuta questa osservazione di Quondam [Op. cit. pag. 571]: «Questo "nuovo modo", la sua velocità e diffusione, la sua simultaneità di presenze, i suoi ritmi concitati, producono un rischio, anch'esso tutto nuovo, quello della difficile individuazione della qualità: un'altra sicurezza classicistica (il canone degli auctores) che viene messa in questione dall'irrompere - attraverso la stampa - di tanti nuovi "autori", senza il controllo e il filtro di una tradizione, direttamente sui palchetti delle librerie..... un nuovo effetto di stampa: la nascita della critica militante perché funzionalmente addetta alla sorveglianza della produzione dei "vivi"».

(20) La distinzione tra dotto (chi sa leggere il latino, ecc.) e non dotto (chi arriva solo al volgare) non serve più nel periodo del Franco a classificare letterati e non letterati. Si pensi ad esempio al fatto che Aretino non conosceva il latino e per questo Franco fù preso come suo segretario. (Si vedano le notizie che dà Alessandro Luzio, «L'Aretino e il Franco», in GSLI, XXIX, 1987, pp. 229-283). E più ci inoltriamo nel secolo più alcuni letterati perdono la capacità di scrivere in latino o addirittura di leggerlo. Il Dolce raccontando all'Aretino il primo impatto che ebbe con il Franco ci dice: «la questione, che questo Franco ha meco, è nata tutta dalla passione presa dallui per haver inteso che non mi piacciono le cose sue, et che io non voglio a sue parole credere lui essere persona letterata et gran poeta: onde per questa cagione dice me non haver giudicio, né intendimento di lingua latina» [lettera citata dalla Bareggi a pag. 295 del suo libro]. Si vede da queste parole come la conoscenza del latino era per il Franco una discriminante importante. Si potrebbe anche trattare di un problema di geografia letteraria. Il Franco, proveniente dalla provincia e dal Sud, era ancora legato ad una tradizione letteraria umanistica, semplificata dai circoli pontaniani e dal Sannazaro ad esempio, mentre già al nord la cultura del volgare, grazie alle indicazioni bembiane, aveva definitivamente preso il sopravvento.

(21) Nel 1539 erano già apparsi i maggiori commenti. Ne Il Petrarchista, pubblicato nello stesso anno di questi dialoghi e che doveva far parte di essi ma che l'autore ha prfeferito pubblicare da solo perché troppo lungo, Franco prendeva in giro con abile lavoro di fantasia e di citazioni proprio la grettezza e la «biographical phallacy», come direbbe un critico americano, dei commentatori petrarcheschi. La produzione di libri di rime fino al seicento inoltrato sarà continua e crescente come ci indicano i dati riportati da Antonio Vasalli («Editoria del petrarchismo cinquecentesco: alcune cifre» in Il libro di poesia dal copista al tipografo, a cura di M. Santagata e A. Quondam, Modena: Panini, 1989, pp. 91-102).

(22) Sulle antologie moderne della lirica del Cinquecento si veda lo studio di A. Quondam, Petrarchismo mediato (Roma: Bulzoni, 1974). Sul nesso petrarchismo-stampa si vedano i capitoli 3 e 4 della seconda parte.

(23) Che questa strategia sia moralmente reprimibile se ne era accorto il Giovannini, il quale trasformò tutto l'episodio in questo modo: «San. Hora mi resta a dire di una avertenza, che dei havere nel vendere de i tuoi libri. E questa si è, che mentre alle volte non hai dell'opre in bottega, non debbi dire, di non haverle, ma più tosto rispondere, che vedrai di trovarle in breve, et così manda tosto uno tuo a qualche libraio amico, et fattene dare. Cau. Non vi intendo se non ci date un'esempio. San. Presupposto, verbigratia, ch'io venissi in bottega, et ti dimandassi s'hai l'opre dell'Abbate Anisio, o d'altri simili, se bene non l'hai, vuò che tu mi debbi dire, hora ve le faccio venre, e come hotti detto, ispedire il servo. Cau. Vorrei sapere, perché subito non devo dire, non le ho, non le havendo in verità. San. Non voglio che dichi la bugia, perché peccaresti, nè anco voglio che tu dij licentia a compratori, perché questo sarebbe un desviare la tua bottega, e mostrare che fosse sfornita, ma dicendo come t'ho insegnato, ti salvarai senza bugia, essendo che quegli c'ha da comprare, o tu, o l'amico tuo, habbia quei libri, poco gli importa pur che sia sodisfatto.» [Op. cit. cc. 113 r. e v.]

(24) E' interessante notare che questo passo è stato l'unico completamente cambiato dalla mano abbastanza leggera del Giovannini. Nella riscrittura del domenicano, Cautano senza menzionare Erasmo vuole «sapere come devomi impacciare de' libri prohibiti, e sospetti». A cui risponde il Sannio-Giovannini: «Che dubbio fa di non trafficare libri vietati? Non sai, che molti santamente sbanditi sono, per essere eglino pestiferi alla salute de gli huomini, con false opinioni, et erronee, e pieni sono di heresie? Fuggili come il fuoco dell'inferno, et obbedisci a chi può, et sa commandare. Di quelli poi che sospetti, o sospesi vengono riputati, se prima corretti non sono, mai li tenerai nella tua bottega, essendovi dentro cose che offendono il candido lettore, postevi dalla loquacità de' Compositori, che non hanno saputo, o voluto mai scrivere cosa, che non habbiano messo in burla le cose della religione, o detto delle sporchezze, lascive e cose disdicevoli. [Op. cit. c. 113v] Sulla posizione filo-erasmiana del Franco si veda Silvana Seidel Menchi, Erasmo in Italia. 1520-1580 (Torino: Bollati-Boringhieri, 1987) pp. 281-2.

(25) Nel libro che Franco scrisse contro Paolo IV e che fù la causa della sua impiccagione, c'era un feroce attacco contro l'Indice e una difesa del «christiano cattolico e divino Erasmo». Ecco come il Franco giustificava il suo feroce attacco: «Quanto alla parte del Indice delli autori et libri prohibiti senza dubio quello ch'io ne scrivo, così nel testo come in quello che sta nelle margine [sic], è cosa che io non solamente ho sentito discorrere da molti per Roma, ma in casa del cardinale Morone et di bucca sua propria, con dire che non era possibile che li inquisitori hvessero possuto legere tanti libri et di poi con maturo discorso giudicare se si dovevano metere o no ne l'Indice; et se disse ancora in casa sua che di questo s'era risentito il cardinale Saracino. Quel ch'io discorro di Marcantonio Flaminio et di Erasmo non è per altro che per quello ch'io ho letto delle opere loro pertinente alla mia professione: è ben vero ch'io mi dolgo in questo discorso essere stati banditi alcuni moderni, sì come Gio. della Casa, il Berna, il Tancillo ed altri miei amici, che come scrittori poetici non si dovessero sbandegiare non havendo posto bocca a cose heretiche, et quetsta parte senza dubio è mia et così ancora quel che io discorro sovra li sonetti del Petrarca l'avara Babilonia e gli altri, li quali sì come dico salvando sempre l'honore debito alla Chiesa Romana ho proceduto con quella medesima intentione con la quale gli scrisse il Petrarca.» (cfr. Angelo Mercati. I costituti di Niccolò Franco. (1568-1570). Città del Vaticano, 1955, pag. 196).

(26) Sulla storia dell'indice si veda Nicola Longo «La letteratura proibita» in LIE, vol. 5, pp. 965-999.

(27) Su questa testimonianza del Franco ha qualche dubbio l'Hauvette. Dopo aver parlato delle persecuzioni politiche subite dall'Alamanni, nella nota precisa: «Je n'attache qu'une médiocre importance au récit de Niccolò Franco d'après le quel Clément VII aurait fait brûler par le Bourreau les Opere Toscane, dès leur apparition, à Rome: mais il est plus certain qu'à Florence une libraire qui avait en magasin quelques exemplaires d'oeuvres d'Alamanni fut condamné à 80 écus d'amende et au bannissement; un autre, qui en avait vendu quattre volumes, fut condamné à une amende de 200 écus. » Henri Hauvette. Un exilé a la cour de France au XVIe siècle. Luigi Alamanni (1495-1556). Sa vie et son ouvre. (Paris: Hachette, 1903) pag. 94. Sul Franco e la censura si veda la precedente nota 25.

(28) Come pedanti il Franco aveva indicato all'inizio del dialogo il Gaza, il Lascari il Lancillotto e il Cantalito. Nei documenti raccolti dal Mercati sul processo inquisitoriale contro il Franco abbiamo la diretta testimonianza dell'interesse del beneventano per l'Alciato. Sappiamo infatti che il Franco aveva studiato legge e che «de l'Alciato ho letto gli emblemati, de singulari certamine, enchiridion juris, parerga juris et de Verborum significationibus». Altrove c'informa di conoscere anche altri famosi autori di legge come il Zasio e il Tiraqueau mentre poco tempo prima aveva detto di aver letto tutte le opere dell'Alciato. (Per questi riferimenti cfr. l'Op. cit. a pag. 122 e pag. 111).

(29) Marina Beer (Romanzi di Cavalleria. Roma: Bulzoni, 1987) segnala queste edizioni a stampa: 1479, 1485, 1494, 1499, 1510, 1516, 1533, 1537, 1546, 1551, 1575, 1589, tutte fatte a Venezia tranne l'edizione del 1510 stampata a Milano.

(30) Il Gherardo fù amico di Franco. E' stato lui infatti a presentare il beneventano ad Aretino. Due lettere del Franco sono a lui indirizzate a carte 144v (questa lettera contiene due sonetti del Franco) e 238r. In queste due lettere il Franco esprime il dubbio se vale la pena di fare «il Petrarchista». Sul genere dei capitoli si veda l'informato libro di Silvia Longhi. Lusus. Il capitolo burlesco nel cinquecento. (Padova: Antenore, 1983).

(31) Le Regole del Fortunio furono stampate per la prima volta nel 1516 e fino agli anni 50 ebbero 18 edizioni. Le tre fontane del Liburnio invece furono stampate per la prima volta nel 1526 ed ebbero numerose edizioni in pochi anni.

(32) Una lunga lettere di lodi al Vignali e ai poeti arguti di Siena scrisse il Franco in data 11 Ottobre 1538 (Op. cit. pp. 251v e sgg.). Il nostro autore aveva anche dedicato all'opera del Vignali un sonetto adeso riportato nell'edizione a cura di Pasquale Stoppelli e introduzione di Nino Borsellino: Antonio Vignali, La Cazzaria (Roma: Edizioni dell'Elefante, 1984) pag. 153.

(33) Il Mazzuchelli (Gli scrittori d'Italia. Brescia: Bossini, 1749-63, p.2325) caratterizza così il Bonamico: «Ebbe il Buonamici una grande idea della sua professione, e v'ha chi scrive ch'egli avrebbe voluto parlar piuttosto come parlava Cicerone, ch'esser Papa... Quindi è che s'armò (sebbene indarno, e con minor sua gloria) con altri contra la Lingua e l'Eloquenza Italiana per sostenere le parti della Latina.... si aggiunge da alcuno che non pubblicasse in vita Opera alcuna... non perché capace non fosse di produrne d'eccellenti, ma perché amasse di passare il tempo, che gli avanzava delle scolastiche fatiche, in giuochi, e in conversazioni.»

(34) Un libro contro Calcagnini fù publicato nel 1546 dai figli di Aldo (M. Tullij Ciceronis defensiones contra Celij Calcagnini disquisitiones in eius Officia). Questo libro contiene anche le Disquisitiones del Calcagnini che non erano state pubblicate prima.

(35) Cfr. Sperone Speroni, Dialoghi (Venezia: Comin da Trino, 1564, pag. 138v.)

(36) La sua prima stampa era intilota Due trattati dell'eccellentissimo M. Iulio Camillo. Su quest'autore si veda la voce di G. Stabile nel DBI.

(37) Un Ubaldino troviamo anche citato in una lettera di Pietro Aretino (datata Venezia 29-9-37) spediata a Firenze al Cardinale di Ravenna Benedetto Accolti. Per Aretino questo Ubaldino è il tipico pedante. (Si veda la lettera in P. A. Lettere. Il primo e secondo libro. a cura di F. Flora. Milano: Mondadori, 1960, pag. 224). Contro questa opinione dell'Aretino era il Franco in un suo sonetto in cui afferma «Ubaldino è famoso et dotto et raro» (citato in A Luzio, Op. cit. pag. 268)

(38) A Bologna nel 1513 dall'Hectoris fù stampato un panegirico mentre le sue orazioni videro la luce sempre a Bologna, ma solo dopo la sua morte, negli anni '60. Sull'Amaseo si veda l'informatissima voce nel DBI a cura di Rino Avesani.

(39) Le sue opere sono nell'ordine: Suburbanum Agustini Chisii (Roma: Mazochius, 1512) e Coryciana (Roma: Henricis e Pernisinus, 1524).

(40) Del Giovio erano usciti prima di questa data Libellus de legatione Basilii magni principis Moscovie ad Clementem VII (Roma: Calvi, 1525); De Romanis Piscibus (Roma: Calvi, 1524 e 1527); Vita Sfortiae clariss. ducis (Roma: Blado, 1539). Come si vede da questo elenco sono opere queste di poco interesse. Pubblicate a Roma, ebbero probabilmente limitata circolazione se si paragonano con il successo delle opere seguenti del Giovio a cominciare proprio dal libro sui Turchi.

(41) Non è proprio un caso che nell'ottobre dello stesso '39 l'Eusebi ferisce il Franco istigato dall'ormai suo nemico l'Aretino. Nel giugno dell'anno seguente poi Franco dovrà per sempre lasciare Venezia.

(42) Il Doni era nato il 1513, Domenichi 1515, Lando 1512, Ruscelli 1504, Dolce 1510 ecc. Su questa generazione si veda il libro della Di Filippo Bareggi già citato.

(43) E' curioso notare come una lista simile a questa si trovi nella lettera della lucerna quando essa s'imbatte nella selva affollatissima dei poeti. In tanto buio scorge un "drappello" di poeti illuminati capeggiati dal Bembo e i suoi seguaci Girolamo Quirino, Girolamo Molino, Bernardo Navaiero e Bernardo Cappello. A cui si aggiungono: Molza, Fortunio, Sperone [poeti anchi questi due ultimi?] Bevazzano, Gratia, Tasso, Alemanno, Varchi. Ed infine "i suoi" Epicuro, Rota e Tansillo. (Op. cit. pag. 195r).

(44) Alcune terze rime del Molza si trovano ad esempio in F. Berni. Tutte le opere. (Venezia: Navo, 1538), e anche in Terze rime del Molza, del Varchi, del Dolce et d'altri. (Venezia: Navo, 1539)

(45) Cfr. la nota precedente. Solo nel 1570 apparve l' Ercolano.

(46) Del Berni uscirono il Capitolo del gioco della Primiera col comento di messer Pietropaulo da San Chirico (Roma: Calvo, 1526) e probabilmente presso stesso editore e con stessa data il Dialogo contra i poeti. Molti capitoli del Della Casa furono pubblicati insieme ai capitoli d'altri autori. Per maggiori informazioni si veda il citato Longhi, Lusus.