Contraddittorio sull'uso del computer in materia letteraria


Premessa

Queste note, preliminari ad un discorso piú ampio, saranno prive di riferimenti bibliografici pur essendo nate da lunghe letture e frequentazione di libri e articoli concernenti l'argomento trattato. Questa reticenza bibliografica è dovuta principalmente al carattere discorsivo delle note seguenti e al mio desiderio di affrontare il tema da un punto di vista regressivo e non progressivo, cioè senza approfondire e sviluppare le argomentazioni circolanti sull'utilità e la novità del computer in materia letteraria, ma facendo regredire il discorso ai fondamenti delle argomentazioni stesse e del tema trattato. Gli scritti riguardanti il rapporto tra letteratura e computer soffrono di un ingenuo profetismo e le loro argomentazioni sono impregnate di un futurismo ottimista ed utopico, che alla lunga diventa ozioso. Qui mi atterrò invece all'esistente, ai vantaggi che oggi dall'uso dei computer possono trarre gli studiosi.

Discuterò quindi dell'utilità degli strumenti elettronici per una classe precisa di professionisti/e: gli studiosi e le studiose di materia letteraria ed in modo particolare di letteratura italiana. Ultimamente infatti si fa grande confusione tra un'utenza specialistica dei nuovi strumenti ed un'utenza generica degli stessi. Un'enciclopedia multimediale ad esempio si rivolge necessariamente alla seconda utenza, come anche alcuni riversamenti su CD-ROM di classici della letteratura italiana, accompagnati da commento orale, dipinti, musiche e grafici vari. Non si vuole comunque negare che esistono degli ottimi prodotti di tal fatta utili per le scuole, per utenti giovani, per adulti curiosi. Tuttavia la multimedialità -- ottimo strumento pedagogico di presentazione anche dell'opera letteraria -- trova poco spazio negli interessi degli studiosi poiché si nutre della, oramai sorpassata, fallacia romantica della fusione delle arti nel cosiddetto spirito del tempo, della falsa idea per cui il testo letterario si arricchisce e si capisce piú profondamente se accompagnato da musiche o immagini coeve o vicine.


Lo strumento

Da quando l'uso del computer è diventato abituale nella comunità di studiosi che si occupano di materie letterarie si è aperta un'accesa discussione sull'utilità, sul valore, sulla funzione e la potenzialità di questo strumento in tale ambito. In seno all'italianistica, di riflesso ad esperienze maturate nel mondo accademico americano, si sono costituiti gruppi di fautori, che hanno fatto sentire la loro voce, e gruppi, silenti e poco reattivi, di oppositori all'utilità dello strumento. Queste discussioni, ancora per la verità non sviluppate ampiamente, creano una netta separazione tra generazioni diverse di studiosi: agli estremi troviamo da una parte chi scopre nell'uso del computer uno strumento di lavoro totalizzante che in se stesso caratterizza positivamente una ricerca scientifica, dall'altra invece chi si rifiuta di considerare lo strumento come mezzo fondamentale per far marciare in avanti la disciplina. La separazione che si avverte è necessariamente tra diverse generazioni di studiosi.

È giocoforza per me ammettere, all'inizio di questo contraddittorio, che gli studiosi che si oppongono alla tesi della funzionalità dello strumento in seno alla disciplina sono sulla via del tramonto, e che l'esistenza di una generazione che possiede ed usa quotidianamente il computer per l'attività di ricerca è un dato di fatto inoppugnabile. Non solo: questa generazione computerizzata è molto agguerrita: si moltiplicano anche in Italia convegni di studio e pubblicazioni sul necessario matrimonio tra computer e letteratura. In questi convegni e nelle pagine di queste pubblicazioni appare costantemente, con qualche piccola variabile, un gruppo di studiosi che costituisce oramai una sorta di accademia interuniversitaria. Trovandosi in un momento di grave crisi altre discipline, come letteratura comparata, e in un momento di stasi la critica letteraria (inclusa quella critica ultima fondata sulla semiotica e la linguistica), questo binomio computer e letteratura sta attirando nel mondo accademico italiano l'interesse della generazione piú giovane di critici e studiosi.

Si potrebbe obiettare che parlare oggi di computer in maniera astratta e costruire delle teorie su letteratura e questo insieme di fili, circuiti, tubi catodici e schermo è come, instaurando un paragone paradossale, cinquanta anni fa per uno studioso di letteratura italiana occuparsi dell'impatto della biro o della macchina da scrivere sulla disciplina. Tuttavia il paragone non tiene se si pensa che gli strumenti tradizionali erano e sono strumenti inerti rispetto al prodotto che si origina da essi (la scrittura), mentre il computer ha una parte attiva in quanto, con delle istruzioni particolari, può da solo scombussolare la scrittura stessa. Un esempio al limite: esistono dei piccoli programmi di crittografia che possono codificare il testo elettronico, rendendolo incomprensibile. Un'altra constatazione: passare un testo composto su un sistema operativo di un computer ad un altro, o da un programma all'altro, trasforma il testo stesso in un'accozzaglia di segni incomprensibili. In poche parole il testo inserito nel computer è un testo composto non da sequenze di lettere dell'alfabeto, come quello scritto con la penna e la macchina da scrivere, ma un complicato intreccio di numeri, istruzioni, codificazioni, ignoti a chi sta scrivendo quel testo sullo schermo.

Questo aspetto di partecipazione attiva del computer nel processo di scrittura, partecipazione che prende diverse forme, ha fatto sí che alla macchina fosse assegnato un ruolo quasi magico, o animistico. Il computer partecipa allo sforzo, alla fatica, al lavoro dello studioso in diversi settori. La perdita per lo studioso -- rispetto agli strumenti tradizionali -- è uguale a zero, i guadagni certamente molti, in quanto il testo inserito nei circuiti dello strumento può essere manipolato in innumerevoli modi.


La scrittura

Alla fine di una ricerca, di uno studio, noi produciamo uno scritto, destinato alla pubblicazione oppure ad essere letto davanti ad un uditorio. Partendo quindi da questo prodotto finale del lavoro di ogni studioso, ci si è chiesti se e come lo strumento computer possa influenzare il processo di scrittura. Sempre piú spesso si compone il proprio scritto direttamente sullo schermo, aiutati da un elaboratore testi (word processor = WP). Ogni WP ha delle funzioni particolari ma quasi tutti quelli reperibili hanno delle funzioni standard. Senza quindi prendere in considerazione le variabili di diversi prodotti, ci si chiede se scrivere direttamente al computer faciliti o comprometta la qualità del saggio o dello scritto scientifico. Tuttavia credo che tale questione -- divenuta luogo comune non provato e causata da fobie ingiustificate -- sia talmente insignificante da poter essere anche lasciata cadere nel silenzio se non fosse per il fatto che molti fautori del sistema antico (matita, penna o macchina da scrivere che sia) la rilanciano spesso sul tappeto di gioco. Di per sé lo strumento ha un minimo influsso nel processo di scrittura: l'importante è sempre che si abbia qualcosa da comunicare. La questione si pone proprio perché ci troviamo in un periodo di transizione in cui ci sono ancora persone che per scelta o per abitudine usano i vecchi strumenti di scrittura, altre che sono passate da un sistema all'altro (tuffandosi in quest'ultimo o rifiutandolo appena provato). Tuttavia la presenza del computer certamente s'imporrà pesantemente tra le generazioni future e l'uso di penna o macchina da scrivere sarà relegato ad un vezzo o ad una scelta personale. (La penna in tutte le sue forme ha piú possibilità di resistere rispetto alla oramai quasi totale obsolescenza della macchina da scrivere: il che deve portare alla conclusione che il computer sostituisce la macchina da scrivere -- una tecnologia che ne sostituisce una simile -- e non la sempre utile penna!). È poi da considerare che sempre piú riviste e case editrici richiedono il lavoro degli studiosi in forma di documento elettronico e che è oramai diventato necessario adattarsi a queste richieste.


La ricerca

Durante la fase di preparazione di un saggio o di una conferenza l'uso del computer, a secondo del tipo di ricerca, presenta innumerevoli vantaggi. In primo luogo può essere molto utile per raccogliere e mettere insieme ordinatamente le varie annotazioni che si sono trascritte nel leggere i testi studiati. Tuttavia una delle funzioni meno usate del computer è proprio quella della possibilità di prendere appunti. Con un programma di archiviazione, anche semplice, è possibile creare uno schedario degli appunti. Anche nel caso di idiosincrasia verso la scrittura diretta a video è sempre possibile ritrascrivere le proprie note, utili per la ricerca o per la scrittura di un saggio. Un archivio gestito da un programma ad hoc diviene piú maneggiabile e se ne può ricavare un vantaggio maggiore. Il programma di archiviazione permette di ritrovare gli appunti con molta facilità, di organizzarli secondo strutture tematiche, di riportarli direttamente nel testo che si va via via componendo. Lo stesso vale per i dati bibliografici che un programma d'archivio raccoglie e organizza secondo criteri scelti.

Per quanto riguarda la bibliografia si sa che sempre piú le biblioteche mantengono cataloghi, soprattutto delle nuove acquisizioni, che risiedono nella memoria di qualche computer. Ciò non vuol dire però che i cataloghi cartacei siano superati: per molte ricerche sono i soli utili, per gli studi di autori antichi indispensabili. Inoltre le biblioteche italiane, coinvolte nella generale mancanza di fondi, sono arretratissime in questo settore. Moltissime biblioteche straniere sono comunque accessibili anche per via telematica (per mezzo del modem attraverso la linea telefonica) e, superato qualche primo impaccio di fronte alle difficoltà tecniche e al gergo dei programmi di consultazione, possono essere interrogate molto proficuamente (sempre tenendo presente comunque che il catalogo raggiungibile via collegamento telematico rappresenta, per adesso, una piccola parte del materiale disponibile in biblioteca).

Ma a cosa serve collegarsi con queste biblioteche? Quando vado in biblioteca a cercare un volume, passo dal catalogo, riscontro la segnatura, vado al bancone, faccio la richiesta, aspetto l'arrivo del libro. Con le biblioteche in collegamento posso soltanto venire a sapere che ad esempio alla Library of Congress di Washington si trova il tal libro e posso anche trascrivere sul mio schermo (attraverso la funzione copia ed incolla del computer) i dati bibliografici; ma il libro lo dovrò poi andare a cercare nella biblioteca a me vicina o comprarlo in libreria. Quindi la biblioteca telematica mi serve solo e semplicemente per raccogliere dati bibliografici parziali anche se, nella loro singolarità, completi e precisi. Non ricordo il titolo completo dell'ultimo libro dell'esimio studioso, o i dati completi di un libro pubblicato decenni fa? Una risposta la posso trovare via collegamento (ma un collega al telefono può informarmi con eguale soddisfazione). All'interno di una nazione però il sapere che un libro esiste in una biblioteca di una data città è un vantaggio considerevole: specialmente in una nazione, come negli Stati Uniti, in cui il prestito inter-bibliotecario è prassi comune e si svolge senza intoppi.

La ricerca bibliografica attraverso un collegamento alle biblioteche è quindi di grande aiuto specialmente riguardo i dati esterni al libro: l'informatizzazione delle biblioteche si estenderà sempre piú per i grossi benefici che essa comporta. Innanzi tutto una biblioteca informatizzata è anche una biblioteca che sarà possibile raggiungere da località esterne al luogo fisico della biblioteca stessa: in questo modo essa può raggiungere lo studioso lontano, mentre lo studioso può raggiungere in poco tempo una molteplicità di biblioteche distanti dal suo posto di lavoro. Ma ci vorranno ancora moltissimi anni prima di poter avere in cataloghi computerizzati tutto il patrimonio librario, ad esempio, delle biblioteche d'Italia. È un processo in cui niente sarà perso e tutto sarà a vantaggio degli studiosi. Ci saranno piú studiosi al computer e meno tra le sale delle biblioteche? Certo i meno seri si terranno lontani dai libri, come è sempre stato d'altronde. È anche un luogo comune che fra non molto (ma quando?!) si potranno avere non solo le indicazioni bibliografiche dei libri, ma i libri stessi sul proprio computer, senza spostarsi da casa. Naturalmente ciò fa parte di una mitologia utopica che ha trovato diverse voci demistificanti, ultimamente.

Dicevo che la ricerca su cataloghi di biblioteche distanti permette di ricavare semplicemente dati bibliografici sui libri. Ora è possibile anche ottenere dati bibliografici che riguardano le riviste scientifiche anche di carattere letterario ed umanistico. Molte sono le banche dati che, sempre via collegamento Internet, forniscono informazioni in tal senso. Con sempre maggior frequenza queste informazioni devono essere pagate, e dato il servizio offferto mi sembra giusto che ciò sia cosí. Su CD-ROM è possibile ad esempio avere l'intera bibliografia approntata dalla Modern Language Association (MLA) utilissima anche per gli studi d'italianistica. Su CD-ROM dovremmo avere nel prossimo futuro anche il BiGLI. Collegandoci sempre con gli Stati Uniti possiamo consultare un'enorme archivio delle riviste e farci spedire, per una cifra relativamente modesta, una fotocopia dell'articolo che cerchiamo o anche una faxcopia (cioè una copia che arriva via fax) dell'articolo stesso. In questo campo le iniziative -- a carattere privato data la possibilità di un ricavo monetario -- crescono ogni giorno a vantaggio sempre dello studioso. Per mezzo di questi servizi lo studioso è tenuto costantemente informato sulle novità bibliografiche intorno ad un certo soggetto. Anche nel campo umanistico si sa che la produzione «scientifica», buona o cattiva che essa sia, è in irrefrenabile aumento e tenersi aggiornati è sempre piú difficile. Tuttavia resta il fatto che uno studioso che armonicamente si situa dentro una comunità di ricerca prima o poi verrà a conoscenza delle novità bibliografiche da un collega chiamato al telefono o incontrato ad un convegno. Senza comunque trasformare la telefonata o l'incontro in uno scambio di informazioni bibliografiche ed il collega in un computer... collegato temporaneamente con noi.


Il testo studiato

Una piccola parentesi, in cui tenterò di stabilire una semplice analogia che potrà tornare utile per il prosieguo del mio discorso. Per quanto riguarda l'elaborazione testuale, di cui maggiormente ci occupiamo nel nostro campo umanistico, si può stabilire un'analogia non tanto peregrina tra il libro e le funzioni del computer. Nel libro noi abbiamo un testo, una strutturazione tipografica del testo stesso e il «supporto cartaceo»». Analogamente nel computer abbiamo il documento elettronico, il programma di scrittura, ed infine la macchina. Quest'ultima però non possiamo considerarla alla stregua di un semplice «supporto», poiché una macchina d'elaborazione dati non esiste senza un sistema operativo. Noi possiamo avere «fisicamente» presente un documento dentro una macchina anche se non abbiamo il programma che l'ha prodotto, ma non possiamo avere un documento senza il sistema operativo che fa funzionare la macchina. Un documento dentro un dischetto (supporto informatico) non è la stessa cosa che un testo dentro un libro (supporto cartaceo). Il dischetto inserito in una macchina funzionante, perché è attivo il suo sistema operativo, mi restituisce il documento memorizzato nel dischetto, anche se non esiste l'elaboratore dello stesso documento. Il supporto quindi di un documento informatico è costituito dall'insieme di macchina e sistema operativo. Non esiste macchina senza sistema operativo: quando parliamo di computer dobbiamo tener presente che esso è composto da hardware (la macchina e diversi annessi, tra cui memoria e stampante) e da un software (programma) essenziale, che è il sistema operativo che fa funzionare sia l'hardware sia altri software per l'elaborazione testuale, grafica, ecc. Ma il cardine resta il sistema operativo.

Questi semplici chiarimenti mi permettono di fare alcune considerazioni basate sull'analogia or ora stabilita. Innanzi tutto non esiste testo che sia presentabile su carta che non possa essere trasformato in documento elettronico. E questa trasformazione può essere fatta da un computer in ben due modi: ritrascrivendo il testo parola per parola per mezzo di un WP o in alternativa, per mezzo dello scanner, possiamo avere un'immagine, manipolabile e riproducibile, del testo pagina per pagina. Lo stesso dicasi del documento informatico, che può benissimo essere convertito (ma con delle eccezioni: gli ipertesti, di cui mi occuperò fra poco) in testo ed in libro.

La seconda parte dell'analogia -- organizzazione tipografica del testo nel libro e WP -- può sembrare meno apparente. Il libro però esiste perché un testo vi è stato elaborato professionalmente, elaborazione che presuppone un insieme di codificazioni precise che fanno parte del bagaglio mentale di colui che compone la pagina scritta, cioè il tipografo. Un elaboratore testi non è altro che un piccolo tipografo che organizza, secondo alcune codificazioni, le parole che noi scriviamo alla tastiera presentandocele in bozze sul video -- in una sorta di menabò con le pagine che scorrono verticalmente -- e poi stampandole con la marginatura, la paginazione ecc. che noi abbiamo scelto. I WP si sono evoluti in pochi anni da semplici programmi di scrittura a completi programmi d'impaginazione in cui sono implementate tutte le funzioni tipografiche. D'altra parte le tipografie, a parte rarissime eccezioni, lavorano oramai solo con programmi di composizione elettronica. Inoltre il tipografo è sempre piú uno specialista di traduzione di documenti da WP -- documenti elettronici che, come sappiamo, gli studiosi producono sempre piú e che sempre piú vengono loro richiesti dalle case editrici -- in documenti da elaborare con programmi piú sofisticati, scritti appositamente per l'industria tipografica.

Torniamo al testo e questa volta ad un testo che debba essere studiato. Può uno studioso essere aiutato dal computer a capire meglio un testo? Risposta affermativa: ma vediamo perché e soprattutto come. Innanzi tutto bisogna dire che lo studioso deve o procurarsi un testo trasformato in documento elettronico o trasformarlo da sé. Nel primo caso e per quanto riguarda la letteratura italiana, al contrario ad esempio di quella inglese, i testi scarseggiano sia in commercio sia su Internet. D'altra parte se reperiamo il testo ad esempio de I promessi sposi esso sarà codificato in formato ASCII o simile, cioè un formato molto semplice, che può essere tradotto da qualsiasi WP. Questo documento aperto dal nostro elaboratore testi può certo essere manipolato e studiato: possiamo ad esempio trarne dei brani ed inserirli come citazioni nel nostro studio, possiamo fare delle semplici ricerche di parole. Ma niente di piú. Per ottenere dei risultati piú interessanti dobbiamo utilizzare altri programmi, conosciuti in gergo come programmi di «text retrieval», che sono dei complicati motori di elaborazione statistica del documento, ad esempio un generatore di concordanze. Programmi di questo tipo esistono da diversi decenni, essendosi sviluppati nell'ambito dell'analisi statistica dei testi, in seno alla linguistica computazionale. E di questi programmi alcuni sono abbastanza semplici: il problema è che per poterli utilizzare bisogna «preparare» il testo da analizzare, cioè bisogna inserire dei codici precisi che sono diversi da quelli dell'elaboratore di testi: una volta preparato, il documento elettronico può essere usato solo dal programma specifico. Ad esempio, per poter essere elaborato da un programma di concordanze, un testo deve essere prima sezionato in modo tale che il programma possa indicizzarlo: non posso certamente essere soddisfatto di sapere che la parola grida appare nel terzo capitolo de I promessi sposi. Quante volte il lemma appare nell'intera opera? in quali contesti? ecc. Problemi piú spinosi sorgono nel momento in cui si vuole costruire una concordanza ragionata, cioè secondo precise scelte di lemmatizzazione, scelte che rendono preziosa una concordanza e che l'allontanano da un semplice elenco di parole. E ancora si deve poter istruire il programma a generare statistiche delle occorrenze, ecc. ecc. Molti programmi che si trovano facilmente sia sul mercato sia sulle reti universitarie possono oramai soddisfare tutte queste esigenze, tanto da far supporre che sia venuto meno il tempo delle concordanze a stampa, poiché si pensa che ognuno possa allestirsi, usando questi programmi, una concordanza casalinga di qualsiasi testo. Ciò è vero fino ad un certo punto, poiché come ho detto si può facilmente costruire un elenco di parole presenti in un testo, e ciò tornerebbe utile per uno studio particolare, ma per preparare un testo ad essere sottoposto ad analisi computerizzata da parte di un programma di «text retrieval» ci vuole una professionalità diversa da quella di uno studioso di umanistica, ci vuole insomma una competenza informatica. Questo se si desidera comporre alla fine una concordanza da mandare alle stampe ed una concordanza con dei criteri che la rendano significativa allo sguardo dello studioso di letteratura o di lingua. Dietro la pionieristica concordanza delle Operette morali di Leopardi approntata da Ottavio Besomi, con l'aiuto di informatici, ci sono delle scelte precise riguardanti la lemmatizzazione, ecc. Infine bisogna constatare che la sempre piú massiccia presenza del computer nel settore umanistico, il maggior interesse mostrato da alcuni linguisti ad avvicinarsi all'informatica e da alcuni informatici ad avvicinarsi alla linguistica e ai testi letterari hanno favorito nell'ultimo decennio la realizzazione di tante concordanze: basti qui fare il nome di Giuseppe Savoca che con il recente Vocabolario della poesia italiana ha coronato uno sforzo di lavoro concretizzatosi in varie tappe, rappresentate da concordanze parziali di vari poeti del Novecento.

Le possibilità manipolatorie del computer applicate ai testi letterari hanno favorito anche, oltre alla stesura di utili concordanze, la compilazione di utilissimi strumenti d'interrogazione allargata dei classici italiani. Mi riferisco all'ormai noto LIZ della Zanichelli, su CD-ROM, e, per ora solo su supporto cartaceo, ad ATLI (Archivio Tematico della Lirica Italiana, e cfr. il saggio di Janina Hauser in questo volume) e ASIM (Archivio delle Similitudini): le due ultime imprese guidate da Ottavio Besomi. Per mezzo del computer, di semplici programmi di database e di paziente lavoro umano è possibile scomporre tutta la tradizione letteraria e ricomporla in dizionari particolari (di metafore, di similitudini, di temi, ecc.) utilissimi per la ricerca stessa. Il rischio di questa tendenza, sottolineato ad esempio da Giulio Ferroni, è una corsa verso l'archiviazione di una tradizione oramai inerte, morta e sepolta. Molti giovani studiosi potrebbero essere portati a credere che la critica letteraria e la letteratura altro non siano che un ben ordinato archivio e la loro professione un'opera di sistemazione, favorita dal computer, di elementi già presenti nei testi stessi. Bisogna dire che il pericolo esiste: una volta si diceva che uno studioso si forma, all'inizio della carriera, approntando un'edizione critica anche di un minore, per esercizio e per l'accostamento ravvicinato al testo. Oggi si può dire che un giovane studioso si forma approntando un archivio (bibliografico, tematico, ecc.). Le conseguenze, la metodologia e i risultati sono diversi: bisognerà aspettare e vedere come questo cambiamento di prospettiva influenzerà l'italianistica. Certo è che l'esercizio dell'edizione critica, o anche del commento o della monografia, portava quasi sempre a risultati innovativi e a visioni critiche complesse, mentre l'esercizio dell'archivio propone una sistemazione diversa di materiali solo sfiorati dallo studioso. D'altra parte la tendenza all'archiviazione, alla sistemazione, presente nella grande stagione degli eruditi del Settecento, sta producendo i suoi utilissimi frutti e toccherà al singolo studioso servirsi di questi prodotti nati da un uso intelligente del computer.

Ancora piú complesso appare l'impiego dei nuovi strumenti nell'ambito della filologia. Si tratta qui di considerare due fasi diverse del lavoro filologico. Nella prima, cioè lo studio dei testi, si stanno facendo dei grandi sforzi per apprestare programmi utili alla collazione automatica dei documenti filologici. Facciamo un esempio astratto. Abbiamo tre manoscritti di un unico testo. Questi documenti sono cartacei ed unici e tramandano tre versioni diverse di uno stesso testo. Il filologo li scorre pazientemente e registra le varianti. Può questo lavoro esser fatto da una macchina? Il manoscritto può essere trasformato in un documento elettronico: ma in un documento grafico, ottenuto cioè con lo scanner, raffigurante un'immagine del manoscritto stesso. Nessun programma esistente può paragonare tracce diverse di scrittura manuale in formato grafico, né esistono per ora programmi che automaticamente possano interpretare la scrittura manuale e trasformarla in caratteri. Ci sono invece programmi che sono capaci di paragonare, collazionare, documenti elettronici in formato «ASCII» o simile. Bisogna quindi sempre trascrivere i manoscritti con un WP per poter istituire tavole di differenze tra i manoscritti. Il lavoro del filologo quindi dovrebbe essere quello di trascrittore del manoscritto in formato testo elettronico, documento che verrà poi esaminato meccanicamente dal programma di collazione, quando invece tradizionalmente il filologo registrava, magari incorrendo in imprecisioni, le varianti e le idiosincrasie dei documenti esaminati. Ancora piú perplessità ingenerano i tentativi di sfruttare il computer per ricostruire lo stemma dei testimoni, ricostruzione che spesso si avvale di intuizioni del filologo e mai di semplici deduzioni meccaniche.

In una seconda fase invece, quella concernente il riversamento delle scoperte e delle conclusioni nell'edizione critica finale sulle pagine di un libro, il lavoro filologico può trarre gran vantaggio dall'uso del computer. Senza ignorare i problemi che solleverò piú avanti, il computer si dimostra uno strumento efficacissimo per il prodotto conclusivo della ricerca filologica. Uno dei piú grossi problemi della filologia è stato quello di rappresentare sulla pagina bi-dimensionale l'avventura complessa e multipla del testo: a tale scopo si sono adoperati accorgimenti grafici e sigle per rappresentare la vivacità della scrittura e dell'evoluzione di un testo. Accorgimenti che non sempre hanno portato a soluzioni soddisfacenti: molto spesso una pagina di edizione critica risulta di difficile leggibilità. Con il computer si può produrre, e abbiamo già dei buoni esempi, un documento ipertestuale (vedere in seguito) in cui, ad esempio, si possono immettere le immagini dei tre manoscritti; la loro trascrizione; il testo critico finale in cui, con vari e semplici accorgimenti grafici, si segnalano le zone di lavoro e cambiamento da parte dell'autore; note varie; strumenti di ricerca; ecc. In questo modo il lettore ha di fronte, chiaramente leggibili, sia il documento manoscritto, sia l'interpretazione filologica dello studioso. In questo ambito di presentazione del lavoro di ricerca filologica, il computer serve a superare la bi-dimensionalità della pagina per una rappresentazione multi-dimensionale, spaziale e anche temporale, della composizione di un testo.


Il testo riprodotto

Ho detto come ogni testo può essere trasformato in un documento elettronico e, viceversa, come ogni documento può essere stampato e diventare testo. In quest'ultimo lato dell'equazione tuttavia si presenta un'eccezione. Si tratta di quei documenti -- costruiti con particolari programmi, dei quali il piú noto è Hypercard per computer Macintosh -- che non possono essere interamente trasportati su carta poiché in tal modo perderebbero la loro caratteristica. Questi documenti sono chiamati «ipertesti» e la loro caratteristica è che sono costruiti come una serie finita di schede (index-cards) collegate tra di loro. Si può anche dire che un ipertesto è un documento costituito da mini-documenti: per analogia si può pensare ad un libro costituito da pagine individuali, pagine collegate non in maniera sequenziale (lineare) ma secondo un sistema di collegamenti («links»). L'ipertesto si differenzia quindi dal testo per questo suo carattere di non-linearità. Potremmo in realtà stampare su carta tutti i mini-documenti, le schede che compongono un ipertesto, ma sarebbe proprio difficile «leggere» questo ipertesto che è stato pensato per essere letto con il computer. Di questo tipo sono tutti i prodotti multimediali, un enorme ipertesto è il World Wide Web: di questo fra poco.

È noto che qualsiasi studio critico, qualsiasi ricerca scientifica che si presenti in forma di saggio, esibisce aspetti tipici degli ipertesti. Le note, ad esempio, e le citazioni spezzano la linearità della lettura con rimandi fuori del testo o a testi «laterali». Gli indici «collegano» diverse parti di un testo esattamente come i «links» di un ipertesto. Molti libri sono letti in un modo non lineare come ad esempio le enciclopedie (mai lette dalla prima all'ultima pagina) o le grandi opere di consultazione, incluse le storie letterarie di grande respiro. Ma queste caratteristiche «ipertestuali» di alcuni libri a stampa sono caratteristiche particolari e marginali, non funzionali al libro stesso.

In un ipertesto esse sono invece centrali. Ogni scheda, ogni pagina di un ipertesto deve per forza di cose essere «legata», «collegata» ad un'altra pagina. Questi legami possono essere semplicemente anche del tipo -> e <-, cioè «vai alla pagina seguente» e «vai alla pagina precedente», in tal modo «riflettendo» esattamente la paginazione di un libro. Ma naturalmente questa struttura non costituisce un ipertesto.

Una prima forma di ipertesto semplice può essere formata da un testo centrale e da schede marginali che abbiano la stessa funzione della nota di commento legata ad esempio ad una parola o ad un passo del testo. Nel qual caso avremo una struttura di questo tipo:

Questa è una struttura ad albero in cui le frecce indicano dei links interni che collegano le schede le une alle altre. Anche in questo caso il modello «riflesso» nell'ipertesto è quello libresco del commento o del saggio. Molti dei classici che si trovano in commercio in forma ipertestuale non fanno altro che seguire questo modello. D'altronde il problema che si pone è il seguente: come tradurre in formato ipertestuale e non lineare un testo letterario pensato come lineare? Come tradurre -- per «leggere» e capire meglio -- ad esempio I promessi sposi dalla sua struttura lineare in capitoli ad una struttura ipertestuale a schede? Anche la critica fa lo stesso: spezzetta il testo in micro-testi che sono le citazioni, fa note di commento su parole o su passaggi particolari per far capire e apprezzare meglio il testo. (Tra parentesi per non disturbare: oramai da qualche decennio, il giudizio di valore sul testo letterario espresso dal critico non entra piú in conto, ed un ipertesto, con la sua missione enciclopedica, radicalizza questa tendenza di esclusione del giudizio. Ma il discorso potrebbe, pericolosamente, andare troppo lontano.)

La traduzione di un testo, con la sua particolare struttura sequenziale, in un ipertesto comporta quindi l'assunzione di strategie editoriali (le note, il commento) presenti nella forma libro, in cui il testo si è tradizionalmente presentato. Ancora: la scheda d'apertura, l'inizio di un ipertesto di questo tipo si presenta spesso nella forma classica di un indice. Nella prima scheda possiamo infatti trovare ad esempio il puntatore di collegamento «vai al capitolo primo» o «vai alla prima cantica» o «vai a tale poesia», ecc. La funzione indice assume quindi un'importanza preminente. Negli ipertesti, nei documenti multimediali ed anche in Internet si viene sempre introdotti in una scheda iniziale che fa esattamente le veci dell'indice (alfabetico, tematico, dei nomi, ecc.). La funzione indice assume quindi in un ipertesto una posizione fondamentale: per costruire un ipertesto bisogna pensare prima l'indice -- la sua struttura -- e poi il testo.

Ma il vero e proprio ipertesto è quello che abolisce totalmente la struttura sequenziale e si presenta nella forma della rete, in cui ogni scheda è collegata a tutte le altre schede. Questo in teoria. Internet ed il World Wide Web rappresentano questo super-ipertesto in cui tutto è collegato. Ma questa è una illusione ottica. Prima di Internet la stessa idea di schede collegate la troviamo ad esempio applicata nella Enciclopedia Einaudi, dove ogni voce è collegata ad altre voci secondo una comunanza tematica. Ma è questa una struttura a rete o una struttura ad albero con tanti rami? Sia il programma di accesso ad Internet (chiamato browser) sia il programma di gestione di un ipertesto (ad esempio Hypercard) mi permettono di passare da una scheda ad un'altra, non necessariamente legata alla prima, con la funzione principale «vai a» («go to»). Ad esempio sono dentro un ipertesto del nostro solito romanzo. Mi trovo a leggere il terzo capitolo. Ma sono distratto o mi è nata una curiosità. Voglio saltare ad un altro capitolo o voglio sapere qualcosa su un argomento che non c'entra con il terzo capitolo. Posso ordinare al programma di andare al capitolo 12 o posso ordinare di andare alla scheda aggiunta in cui si spiega che cos'è una «grida». Il programma esegue senza nessuna difficoltà. Ecco ho sperimentato una vera e propria lettura ipertestuale: entro nell'ipertesto da qualsiasi parte. Lo stesso posso fare con Internet (ma ne parlo fra un istante). Tuttavia questa «entratura anarchica» chiaramente non è nel testo, ma è possibile solamente perché il programma, e non l'ipertesto, ha questa funzione di «vai a» o di «trova». Un ipertesto è sempre composto da una serie di schede collegate fra di loro ma collegate secondo comunanze tematiche (come l'enciclopedia Einaudi); ogni scheda ha un numero finito (e minimo) di «links» scelti e strutturati da chi ha composto l'ipertesto; una scheda si collega a pochissime altre schede vicine che permettono la continuazione del viaggio del lettore sia verso il tronco principale, sia verso i rami secondari. La struttura di un ipertesto, visto dalla parte della composizione è quindi sempre ad albero (semplice o complesso che esso sia) ed è una grande mistificazione parlare di rete infinita. Gli ipertesti ed Internet sono delle strutture finite ad albero che, grazie a dei programmi di interrogazione, appaiono essere delle strutture infinite a rete. Sono i programmi che permettono di muoversi tra pagine distanti tra di loro o tra siti che non presentano legami. Nel WWW io posso ad esempio andare da una pagina che mi dà i risultati di calcio della passata settimana ad una pagina che mi dà invece i risultati dell'elezione presidenziale americana. Queste due pagine non sono assolutamente collegate tra di loro, ma grazie al programma io posso passare da una pagina all'altra, anche se queste pagine si trovano in due «libri» diversi. L'ipertesto quindi non è una forma di presentare i testi diversa dal libro tradizionale, ma semplicemente una forma evolutiva rispetto al modello del libro: del libro esso conserva alcune caratteristiche fondamentali di presentazione del sapere.


Internet

Si usa il computer per scrivere, costruire archivi, disegnare e lo si usa per comunicare, cioè per accedere via modem e cavo telefonico ad altri computer distanti. Questo secondo aspetto è certamente il piú esaltante. Negli ultimi anni la comunità scientifica, studiosi di letteratura inclusi, ha capito le immense possibilità che si aprono nel momento in cui si forma una rete di scambio continuo tra persone che si occupano della stessa materia. La posta elettronica -- lo strumento piú semplice e piú pervasivo delle reti di comunicazione -- permette la circolazione veloce di informazioni su scoperte o su ricerche in corso, e favorisce una maggiore coesione di persone coinvolte in una stessa disciplina. Sono sorte recentemente delle mailing-list di italianistica che diffondono notizie su convegni, informazioni bibliografiche, aprono discussioni su temi comuni, ecc. ecc. Con la posta elettronica si possono spedire, «attaccati», interi documenti: possono in questo modo facilmente essere mandati saggi o bozze alle case editrici o alle riviste, o fatti circolare testi della tradizione letteraria

Fratello maggiore della posta elettronica è Internet, o la rete mondiale World Wide Web. Esso è costituito da un'enorme serie di grossi computer (chiamati «server») a cui si può accedere dal proprio computer in casa. Non direttamente ma attraverso un server vicino, della propria città, che permette il collegamento. Quindi il collegamento è dal proprio computer ad un server locale (l'accesso a questo server naturalmente si paga), da questo al server distante -- attraverso innumerevoli collegamenti da server a server -- dove è localizzato il documento che voglio visionare. Il server distante mi spedisce il documento richiesto, sempre passando attraverso innumerevoli server fino al mio server locale e al mio computer. I server sono o commerciali o legati ad istituzioni (il governo, le banche, le università) o, in pochi casi, di proprietà di singoli cittadini. Internet è quindi un misto di pubblico e privato: una considerazione che spesso viene tralasciata.

Per lo piú lo studioso è interessato a frugare nei server delle università. Pochissimi ed insignificanti sono quei siti che risiedono in server commerciali e che propongono servizi per lo studioso. Attraverso i server delle università ci si può collegare alle biblioteche, come abbiamo detto, o ad istituti di ricerca. Per quanto riguarda strettamente l'italianistica in Internet, anche nei siti universitari per ora si trovano trascrizioni di pochi testi classici e i siti che si possono raggiungere sono di scarsa significanza: ci sono naturalmente alcune eccezioni (ad esempio il Dante Project del Dartmouth College). In server commerciali possiamo trovare anche qualche sito interessante: ad esempio quello dedicato interamente ad Albino Pierro, o quello dedicato alla poesia del Duecento (a cura di Francesco Bonomi), in cui sono trascritti tutti i testi poetici di quel secolo inclusi quelli di Dante, testi che possono essere «interrogati» in vari modi. In generale però il panorama è abbastanza avvilente. Mentre negli Stati Uniti si stanno facendo dei grandi sforzi e si incominciano a vedere buoni risultati, in Italia nessun istituto d'italianistica ha in programma progetti informatici di largo respiro. Non è possibile affidare al velleitarismo di qualche studioso la programmazione e la realizzazione di progetti che richiedono istituzioni solide e sforzi comunitari.

Ci si chiede comunque perché uno studioso -- oltre ad usufruire dei servizi come i collegamenti alle biblioteche -- dovrebbe preoccuparsi di produrre dei lavori da inserire nella rete. Perché insomma uno studioso di letteratura italiana dovrebbe -- da ora in poi e per essere, come si dice, «in» -- preoccuparsi di produrre non piú saggi da pubblicare o leggere in convegni ma di produrre dei lavori da immettere nella rete. La questione, tra parentesi, si può allargare anche alla produzione di lavori da far circolare solo su CD-ROM: in entrambi i casi si tratta di approntare dei documenti elettronici che non possono essere «supportati» dalla forma libro (ad esempio archivi e ipertesti) ma solo da computer: con la differenza che mentre il documento su Internet è accessibile gratuitamente (senza contare naturalmente le spese non indifferenti di collegamento e di telefonia dell'utente), mentre in CD-ROM il prodotto rientra nel mercato culturale. Non per nulla le tradizionali case editrici, anche in Italia, si stanno lanciando nel mercato dei CD-ROM culturali con dizionari, enciclopedie, trascrizioni multimediali dei classici italiani. Su Internet comunque prevale ancora la logica per cui si produce un lavoro e lo si distribuisce gratuitamente alla comunità. Qui si creano comunque problematiche non ancora risolte riguardanti la proprietà intellettuale. A livello piú basso ci si chiede che vantaggio possa avere lo studioso che pubblica su Internet. I lavori degli studiosi accademici sono «misurati» esternamente da vari parametri implicemente accettati dalla comunità: pubblicare su riviste o per case editrici importanti genera «valore». In questo momento pubblicare su Internet non ha «valore» accademico alcuno, ma non è detto che nel futuro possano nascere delle riviste on-line serie. Ma le resistenze sono forti.

Piú interesse suscitano nel mondo accademico umanistico le varie possibilità che Internet offre nella didattica delle lingue e della letteratura. Si possono ad esempio costruire insieme agli studenti dei siti dedicati ad un autore o ad un'opera (e si veda il Decameron Web alla Brown University): la ricerca allora sfocerà nella scrittura di brevi pezzi introduttivi di carattere enciclopedico o di brevi saggi da immettere in rete. L'insegnante può servirsi della pagina su Internet per assegnare i compiti, o stimolare la riflessione e la discussione. Ma dietro tutte queste prospettive -- ancora molto lontane comunque dall'essere implementate in Italia: e bisogna dire che in questo ambito sono piú avanti alcuni licei che non le università -- ci sono delle problematiche complesse sulle quali accesi sono i dibattiti.

Ma cosa significa pubblicare su Internet? Ho detto precedentemente che la rete delle reti è un'enorme ipertesto o per meglio dire un'innumerevole quantità di ipertesti che rimandano a vicenda uno all'altro. Per entrare in questa rete ho bisogno -- oltre che di un computer, di un modem e di una rete telefonica funzionante -- di un browser, cioè di un programma che interpreta i documenti che sono stati preparati appositamente per il WWW e che risiedono in server distanti. Ora la cosa interessante di Internet, e che ha favorito il suo travolgente sviluppo, è che il documento elettronico che risiede nei server di Internet è codificato in un linguaggio molto semplice (HTML: Hyper-Text Markup Language) che può essere decodificato da vari programmi nei diversi sistemi operativi. L'HTML è cioè un linguaggio che ha la potenzialità di diventare il linguaggio comune dei diversi sistemi operativi, essendo anche molto semplice da imparare e da usare: con esso noi possiamo facilmente trasformare i nostri scritti per essere letti via Internet. Una volta trasformati dobbiamo trovare un server in cui depositare i nostri documenti che verranno letti dai «navigatori» di Internet. Spesso il server è quello dell'università: altrimenti si può ricorrere a server commerciali.

Tuttavia altri linguaggi di codificazione, estremamente piú complicati, stanno avanzando nel mondo di Internet e sarà sempre piú difficile per un umanista accedere a questo mondo, almeno come attivo «facitore» di pagine per la rete. Ma tralasciando queste difficoltà, dobbiamo chiederci infine che cosa uno studioso può dare e che cosa può ricevere da Internet. Dato lo sviluppo della rete, che abbiamo visto ha certamente qualche utilità, io credo che lo studioso d'italianistica in particolare dovrebbe almeno, puntando dunque al minimo, essere presente con qualche pagina dedicata al lavoro svolto o alle ricerche in corso, suoi o del suo istituto, in tal modo informando una comunità di studiosi che sempre piú si fa larga e globale e non confinata tra le mura di una singola parrocchia. Mi pare ancora tutta da discutere invece, anche in sede teorica, la questione se lo studioso debba dedicarsi a preparare lavori da far circolare esclusivamente su Internet o su CD-ROM. Lo studioso, come tutti gli utenti della rete, può ricevere da Internet delle informazioni -- per l'italianistica sono ancora troppo poche -- che riguardano la sua disciplina (novità librarie, notizie su convegni, ecc.). Ancora, usufruire dei cataloghi delle biblioteche all'estero (quelli italiani non esistono o sono ad un livello di arretratezza insuperabile) e di qualche servizio particolare (quei pochi citati sopra). Inutili mi sembrano le poche iniziative dedicate ad immettere i classici in formato ASCII o altro. Eppure molti futuristi ottimisti prevedono che un giorno potremo avere tutti i libri direttamente via Internet a casa...


Conclusioni

Per chiudere vorrei fare ancora un passo indietro, e accennare ad altri aspetti problematici dell'uso del computer nel campo letterario, e prima di tutto ad alcuni aspetti che riguardano la macchina. Prima della nascita del personal computer (PC) il mondo accademico, specialmente quello legato alle scienze, si serviva del computer centrale dell'università e attraverso dei terminali «stupidi» conduceva la propria ricerca, eseguiva dei calcoli, ecc. Oggi il computer centrale esiste ancora: è ancora utilizzato da scienziati e informatici per le loro ricerche di calcolo, ecc., ma ad esso sono collegati non piú terminali «stupidi» ma PC che hanno un loro sistema operativo. I PC che si trovano negli istituti di materie umanistiche hanno tutti i programmi per la scrittura e anche per la grafica, mentre prima bisognava utilizzare dei programmi centrali molto complicati. Ci si collega al computer centrale per la posta elettronica e per Internet. Gli studiosi poi sono sempre piú forniti di un computer privato che adoperano a casa. Con l'avvento dei PC lo studioso ha tratto dei grandi vantaggi soprattutto per la semplicità di alcuni programmi e per l'autonomia del proprio lavoro. Ma l'avvento dei PC ha significato anche l'intrusione dell'industria dei computer nel mondo accademico. Questo fenomeno è stato visibilissimo negli Stati Uniti con la nascita del semplicissimo Macintosh che veniva regalato dalla Apple alle università americane con la prospettiva sicura che si sarebbe creato un mercato fiorente per i suoi prodotti proprio in seno al mondo accademico. Esempio seguito da altre compagnie. Con l'avvento del PC il mercato entra prepotentemente nel mondo accademico e, nel discutere di computer e letteratura, non si può piú fare a meno di introdurre la variabile economica. Questo anche perché, riprendendo il discorso iniziale, esistono diversi sistemi operativi che fanno funzionare la macchina computer. I sistemi operativi, come le macchine, si perfezionano anno dopo anno e, come si sa, i computer diventano obsoleti nel giro di poche stagioni. Il PC insomma è regolato da forti leggi concorrenziali, che sono leggi di mercato. Lo stesso discorso vale per Internet, in cui si sta combattendo un furioso duello tra compagnie diverse di produttori di browser: anche il linguaggio HTML, che doveva essere un linguaggio comune, sta subendo diverse modifiche e potrà non essere piú «capito» da tutti i programmi. Se teniamo ferma questa fondamentale assunzione per cui i computer sono attraversati da continui cambiamenti dovuti a leggi di mercato, tutti i discorsi, teorici ed utopistici, sulla possibilità di trasferire il lavoro intellettuale su computer vengono a sciogliersi come ghiaccio. Se si pensa che il lavoro intellettuale è stato consegnato negli ultimi secoli al supporto cartaceo del libro -- supporto che è cosí stabile che io posso ancora sfogliare volumi del 1500 -- e che un documento elettronico vive nella precarissima situazione per cui dall'oggi al domani la macchina, il sistema operativo e il programma che lo «supportano» possono risultare obsoleti, o i server possono essere chiusi per fallimento economico dei proprietari, la conclusione che si deve trarre mi pare scontata. Il fatto che i computer siano legati al mercato e che non potrà mai esserci un sistema unico e stabile -- come unico e stabile è il «sistema» libro -- tutto ciò dovrebbe far concludere che la rivoluzione annunciata poggia su delle premesse di carta (mi si perdoni la boutade!).

Tutto ciò non deve comunque essere frainteso: il mio non vuole essere un incitamento al rifiuto della macchina. Credo però che gli studiosi umanisti stiano vivendo un momento di crisi nell'uso dei computer, e che certa boria teorica si stia un po' sgonfiando: dopo un periodo di scoperta delle potenzialità dei PC se ne stanno adesso valutando pregi e difetti. Per motivi di mercato e di concorrenza, si sono sviluppati recentemente programmi e sistemi operativi sempre piú complessi e difficili da imparare, e si chiede allo studioso di acquisire una competenza che non gli spetta. Non è possibile pensare che un umanista possa diventare un informatico, o viceversa: quelli che lo pensano sono e rimarranno dei dilettanti nei due campi. Data la complessità dei programmi forse è venuto il momento di tornare a stringere rapporti di collaborazione piú stretta con esperti d'informatica, senza per altro pavoneggiarsi per competenze non possedute. Né è auspicabile abbandonare uno strumento di grande utilità per gli studi umanistici. Tuttavia le teorie e le utopie devono essere costantemente misurate con l'hic et nunc della pratica.