Ricordo di p. Giovanni Pozzi
[22-07-2002]
Con grande cordoglio e tristezza annuncio la scomparsa di Padre Giovanni Pozzi, insigne italianista. Sarò lieto di diffondere ricordi personali.
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1. Dante Isella: Un francescano tra i classici
2. Manuela Camponovo: Cordoglio per la morte di Padre Pozzi
3. Padre Pozzi: Discorso per il premio Galilei
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Corriere della Sera
Domenica 21 Luglio 2002
E' morto ieri a 79 anni il grande letterato svizzero, italianista, che scelse una vita da frate. Era considerato l'ultimo erudito del nostro tempo
POZZI Un francescano tra i classici
di DANTE ISELLA
E' morto ieri a Lugano, nella clinica Moncucco, dove era ricoverato da pochi giorni per accertamenti, padre Giovanni Pozzi, considerato uno dei maggiori italianisti. Aveva 79 anni.
Nel 2000 fu conferito al padre Giovanni Pozzi il Premio della Fondazione del centenario della Banca della Svizzera italiana, per i suoi meriti nei rapporti tra la Svizzera, sua terra d'origine (era nato nel 1923 a Locarno, da una famiglia di modesti artigiani) e l'Italia, che egli, come pochi, ha saputo illustrare con una lunga, appassionata attività sia di docente, dalla cattedra universitaria di Friburgo, sia di originale, profondo studioso della nostra letteratura. Tipico esemplare della gente lombarda, Giovanni Pozzi approdò studente a Friburgo, nel '47-48, quando già era stato ordinato sacerdote. Terminati gli studi teologici compiuti parte in Ticino e parte in Italia, vestiva il saio di frate cappuccino, apparendo agli occhi di tutti come un combattivo campione di carità cristiana, «degno confratello (è stato scritto), nel fisico e nel portamento», di padre Cristoforo, con la sua dolcezza mansueta e la fierezza del suo sdegno.
La formazione, solida e coerente, dove lo studio del greco e del latino si accompagnava alla filosofia sistematica e alla retorica, lo aveva indirizzato all'approfondimento dello stile dell'oratoria sacra del Seicento, esaminato nelle Prediche quaresimali di padre Emanuele Orchi da Como. E' questo il tema della sua tesi di laurea discussa con Gianfranco Contini, il quale, nel 1955, stendendo per Letteratura un suo informatissimo e profetico Parere su un decennio non mancò di segnalare la tesi di quel suo allievo. Ma l'influsso continiano per Pozzi più che per altri sta, oltre che nella lezione filologica, nel presupposto fondamentale che il passato è sempre una costruzione del presente (donde l'inconsueta capacità di chi sapeva unire in sé, con pari rigore e tensione intellettuale, gli interessi e le competenze del filologo romanzo con il talento del critico militante). Pochi anni più tardi, nel '60, l'edizione delle Dicerie sacre di Giovan Battista Marino, curata da Pozzi, veniva ospitata nella «Nuova raccolta di classici italiani», che Contini dirigeva per Einaudi. Qui le splendide pagine introduttive sono, anche a livello di scrittura, il miglior documento del fertile rapporto con il maestro.
Intanto, nel semestre invernale del '48-49 era arrivato a Friburgo, sulla cattedra vacante di letteratura italiana, Giuseppe Billanovich, impegnato, dopo gli studi sul Folengo, a ritrovare la continuità della cultura classica, attraverso i Padri della Chiesa, fino alla fondazione di un Umanesimo cristiano. La lezione di Billanovich, in coppia con Contini, rimase memorabile per Pozzi, coinvolto in due ricerche capitali: la raccolta dei Poeti del Duecento e l'esplorazione della biblioteca del Petrarca e del suo circolo, che doveva presto attrarlo verso testi e problemi del Quattro-Cinquecento neolatini. Si iscrivono in questo ordine di lavori l'edizione dell' Hypnerotomachia Poliphili , romanzo allegorico ed erudito scritto in un volgare violentemente latineggiante, stampata nel 1964, con un secondo volume di commento, che faceva seguito a due altri del '59 dedicati ai casi della vita e al catalogo delle opere del frate domenicano Francesco Colonna, di cui si sostiene la paternità dell'opera; e le Castigationes Plinianae di Ermolao Barbaro, uno dei maggiori antiquari veneti del Cinquecento (altri quattro volumi, apparsi tra il '73 e il '79). A queste imprese fuori dell'ordinario padre Pozzi seppe aggregare la passione e l'operosità dei suoi allievi migliori, così come gli avvenne, nel '76, per l'edizione e il commento dell' Adone , capolavoro del Marino e del Seicento europeo.
Sia il Polifilo che il Marino richiedono al loro cultore una competenza figurativa (che in Pozzi si alimentava anche di una antica passione per l'arte). Al versante della parola e insieme a quello della figura guardano alcuni dei suoi libri successivi, La rosa in mano al professore (storia del tema della rosa e dell'ottava da Lorenzo il Magnifico fino al Marino) e Rose e gigli per Maria (che ha per sottotitolo Un'antifona dipinta ). Ma a conquistargli un pubblico internazionale di qualificati lettori sono valsi, per ricchezza di sapere e per originalità, soprattutto, La parola dipinta del 1981, edito da Adelphi come pure le due ponderose raccolte di saggi, Sull'orlo del visibile parlare e Alternatim (1993 e 1996). L'opera indefessa di Pozzi annovera anche una ricchissima produzione più strettamente connessa con la sua religiosità e con la sua piccola patria, come, solo per qualche esempio, il bellissimo Come pregava la gente , gli studi degli ex voto del Canton Ticino, Grammatica e retorica dei Santi , la miscellanea da lui gestita sul Santuario della Madonna del Sasso di Locarno, o il volume Ad uso di , singolare ricerca sulle firme di possesso dei libri delle Biblioteche conventuali ticinesi, da cui emerge la diffusione nel Settecento delle idee giansenistiche. Opera prodigiosa, la sua, che evoca i nomi di atleti della cultura quali furono il Muratori o il Moscati. E che oggi con la sua scomparsa acuisce il nostro rimpianto.
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Giornale del Popolo
22 luglio 2002
Cordoglio per la morte di Padre Pozzi
di Manuela Camponovo
Un profondo cordoglio ha suscitato la scomparsa di Padre Giovanni Pozzi: gli amici sapevano che non stava bene: (era stato ricoverato per alcuni esami alla Clinica Moncucco di Lugano) ma improvvisa è giunta la notizia della sua morte, avvenuta all'alba di sabato. Ed ora le lettere italiane ed europee dovranno fare i conti con la sua assenza ma anche con la responsabilità della testimonianza e dell'eredità trasmesse a diverse generazioni di allievi che, rimasti nel solco da lui tracciato oppure prese altre strade, deviazioni, hanno comunque dovuto partire da lì e sempre confrontarsi con la statura del Maestro.
Nato a Locarno il 20 giugno del 1923, entrato giovanissimo nell'ordine dei Cappuccini, dopo gli studi teologici e l'ordinazione sacerdotale nel 1947, egli seguì corsi di studi letterari e filologici, conseguendo il dottorato in letteratura medievale e moderna all'Università di Friburgo nel 1952, sotto la guida di Gianfranco Contini, di cui è stato il continuatore più originale. All'Università Cattolica di Milano assistente di Giuseppe Billanovich in filologia umanistica, per un trentennio (dal 1960), fu ordinario di letteratura italiana a Friburgo. Rientrato al convento dei frati di Lugano, gli venne assegnato nel 2000 il prestigioso Premio della Fondazione del Centenario della BSI (tra gli altri riconoscimenti, ricordiamo, il Premio internazionale «Galileo Galilei», patrocinato dai Rotary italiani, nel 1992; il Premio «Viareggio-Repaci» nel '96; il Premio speciale «Premio Chiara alla carriera» nel '98).
Uomo di chiesa e studioso fedele ad un preciso impegno di ricerca, rivolto soprattutto a campi e problematiche ancora inesplorati o comunque trascurati dalla cultura «ufficiale», varie, vaste, per qualità e quantità, le tematiche da lui affrontate: medioevo, umanesimo, barocco; le affascinanti indagini attorno ai rapporti tra parola e immagine; il rigore filologico applicato anche ad un repertorio apparentemente dimesso, come l'espressione religiosa popolare, destinata a restare altrimenti ai margini (nello studio «Come pregava la gente» del 1983, l'umile atto della preghiera è rivalutato come universo linguistico a se stante); le mistiche, la cui testimonianza ha saputo far riaffiorare con una straordinaria ricchezza di documentazione biografica, storica, critica. E poi il caso curioso che lo ha portato a rivestire il ruolo di scopritore del talento letterario di Fleur Jaeggy della cui opera, romanzo dopo romanzo, divenne singolare esegeta. L'ultima occasione pubblica, per Padre Pozzi fu proprio la presentazione di «Proleterka», la nuova opera della scrittrice italo-svizzera, lo scorso maggio, alla Biblioteca Salita dei Frati. Alla fine della serata, la restia Fleur Jaeggy prese la parola solo per citare, significativamente, il lavoro al quale lo studioso si stava applicando, al cui titolo ora non si può evitare di dare un senso emblematico: «Tacet».
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Dal sito: www3.humnet.unipi.it/galileo/Fondazione/Vincitori-Premio-Galilei/Giovanni_Pozzi.htm
Giudizio della Commissione per l'attribuzione del Premio Galileo Galilei dei Rotary Italiani, anno XXXI: Sezione "Storia della Letteratura Italiana"
Verbale della Giuria designata dal Rettore dell'Università di Pisa Prof. Gianfranco Elia:
Professori
Emilio Bigi, Milano
Luigi Blasucci, Pisa
Francesco Mazzoni, Firenze
Ezio Raimondi, Bologna
Tristano Bolelli, Pisa, presidente
Nato a Locarno nel 1923, Giovanni Pozzi si è formato a una scuola filologica che congiunge al rigore dell'accertamento l'acutezza inventiva della critica verbale e della ricostruzione storica, introducendovi a un tempo lo studio assiduo e la misura severa della teologia. La sua attività di studioso lucido e appassionato si è svolta, con sapiente equilibrio, tra più aree di ricerca, alla confluenza di problemi complessi e vitali: dalla storia della tradizione classica alla grande avventura letteraria del Seicento, dall'umanesimo alla poesia contemporanea, dalla retorica alla iconologia, dal mondo labirintico dell'erudizione alla provincia interiore della spiritualità e della sua parola riflessiva, nel segno o nell'ombra dell'Assoluto. A lui si devono anche splendide edizioni critiche, con preziosi e dotti commenti, di testi sempre ardui della letteratura medioevale, umanistica e barocca. Ma Giovanni Pozzi - o Padre Giovanni, dopo l'ingresso nell'Ordine francescano - è soprattutto un critico di raffinata sensibilità e singolarissima cultura, con l'intelligenza nativa dello storico che sa ricostruire la vicenda secolare della poesia visiva dall'età alessandrina sino al Novecento o interrogare le pieghe più segrete e vibranti di un'anima che si scruta o di un'epoca che si guarda e raffigura nello specchio di una metafora, di un luogo o di un archetipo letterario. La sapienza si associa al senso vivo della sperimentazione e alla pragmatica virtuosa del dialogo tecnico con il testo e le sue figure stratificate.
Così, nella sua funzione di professore di Letteratura italiana nell'Università di Friburgo, promotore di nuove ricerche e imprese interdisciplinari, Giovanni Pozzi è stato il continuatore più originale della filologia critica di Gianfranco Contini all'interno della cultura elvetica e nel quadro di un colloquio europeo, in cui lo spirito delle "humanae litterae" si apre, ancora una volta, al futuro.
Considerando da vicino la sua opera si nota che la sua produzione si distingue per senso critico fin dalle fondamentali edizioni critiche e commentate dell'Hypnerotomachia Poliphili di Francesco Colonna (in collaborazione con L. A. Chiappori, 1964), delle Castigationes Plinianae et in Pomponium Melam di Ermolao Barbaro (1973-79), delle Dicerie sacre e della Strage degl'innocenti di Giambattista Marino (1960) e dell'Adone (1976), testi di singolare ricchezza di temi e di figure retoriche: caratteristiche già presenti nel suo primo lavoro, la tesi di dottorato Saggio sullo stile dell'oratoria sacra nel Seicento esemplificata sul p. Emanuele Orchi (1954), nato nell'ambito di Contini ma caratterizzato dall'attenzione per le figure retoriche specificatamente impostate. Così alla ricerca tematica è da ricondurre il volume La rosa in mano al professore (1974), indagine del simbolismo rappresentato dalla rosa e delle sue metamorfosi simboliche nelle fonti classiche e nei testi letterari dal Poliziano al Marino; l'articolo Il ritratto della donna nella poesia d'inizio Cinquecento e la pittura di Giorgione (1979), il volumetto Rose e gigli per Maria. Un'antifona dipinta (1987), interpretazione di un'anonima natura morta della prima metà del Seicento, il saggio Des fleurs dans la poésie italienne (1989), sulla simbologia dei fiori nella nostra poesia da S. Francesco ai contemporanei, l'articolo Maria Tabernacolo (1989), interpretazione di un dipinto di Piero della Francesca. In molti di questi studi la letteratura, la teologia, la storia dell'arte si uniscono in un amalgama interdisciplinare di grande suggestione. Alla Storia letteraria Einaudi (1984) il Pozzi ha dato un capitolo su Temi, topoi, stereotipi. Al filone delle forme artificiose si riferisce il volume La parola dipinta (1981), trattazione organica della poesia figurata, dall'età alessandrina ai calligrammi di Apollinaire, dalle composizioni geometriche di autori gotici, rinascimentali e barocchi alle parole in libertà dei futuristi e alla poesia visiva della neoavanguardia. Alla stessa area si riporta il volumetto Poesia per gioco. Prontuario di figure artificiose (1984), rassegna lucida e capillare di figure verbali. Negli ultimi tempi Giovanni Pozzi ha coltivato specialmente le figure del linguaggio mistico considerate "figure linguistiche di frontiera": in quest'area rientrano l'antologia Scrittrici mistiche italiane (1988) in collaborazione con Claudio Leonardi, Le parole dell'estasi (1984), Il parere autobiografico di Veronica Giuliani (1987), Il libro dell'esperienza della Beata Angela da Foligno (1992) in cui le figure retoriche arrivano veramente alla frontiera dell'ineffabile e dell'abisso della coscienza mistica. E' il momento in cui l'esame letterario si salda alle istanze più propriamente religiose.
Per l'insieme del suo lavoro in Canton Ticino, parte viva della nostra tradizione culturale, cristiana e laica, con la dignità dello scrittore e dello scienziato, con l'eleganza e la forma spirituale di una voce intenta, autentica, vera che, al di là delle Alpi, parla il nostro stesso linguaggio di italiani d'Europa, la Commissione unanime ha designato Giovanni Pozzi a ricevere il Premio internazionale Galileo Galilei dei Rotary Italiani 1992 per la Storia della letteratura italiana.
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Pisa, ottobre 1992
DISCORSO DEL VINCITORE DEL PREMIO GALILEI 1992 PROF. GIOVANNI POZZI
La formula linguistica della sorpresa è l'esclamativo oppure l'interrogativo? Una risposta istintiva, soggetta a quei moti dell'anima che gli scolastici chiamavano le prime di un primo, si volge all'esclamativo; che di fatto ha ragione d'essere come categoria linguistica soprattutto in rapporto alla meraviglia. Alla quale non per nulla la grammatica ha riservato un posto rilevante in quella parte del discorso che è l'interiezione, respinta all'ultimo posto proprio perché la più sconcertante. Tuttavia c'indirizza all'altra parte del dilemma il Grande Libro di tutti noi, dal "manhu" degli itineranti nel deserto che hanno consacrato con un interrogativo di sorpresa il nome del nutrimento per eccellenza celeste, al "quomodo fiet istud" che ha tracciato il nuovo cammino dell'umanità verso la Parola e la Luce. "Si licet magnis componere parva", l'interrogativo ha prevalso quando l'egregio professore Tristano Bolelli mi ha comunicato che il premio Galileo Galilei veniva assegnato a me. Anzi gli interrogativi. A quelli che si formulano in un "quomodo fiet istud" di fronte agli inevitabili paragoni con gli illustri predecessori e con i titoli ben maggiori di molti miei colleghi sui quali si potevano fermare gli occhi della commissione aggiudicatrice, si aggiunge quello di un "manhu" che sorge nell'animo di ogni svizzero-italiano quando da parte italiana la sua attività viene definita sotto l'etichetta di estero. E' l'interrogarsi su "da che parte mi trovo", connaturato ad una situazione ibrida, anomala da un punto di vista della geografica etnico-culturale, ma rispondente appieno all'evolversi d'una storia.
La Svizzera italiana, se considerata nella sua parte più compatta composta dal canton Ticino e dalle due valli grigionesi adiacenti, è un cuneo che si infila verticalmente, in direzione nord-sud, in un sistema linguistico, etnico e culturale che si distende orizzontalmente lungo l'arco alpino in direzione est-ovest. Procedendo sull'asse orizzontale, l'identità si fa sensibilmente percepibile all'orecchio nella continuità del dialetto che sento uguale di qua e di là dei due confini politici, e altrettanto percepibile all'occhio nell'architettura rustica che trovo uguale a Domodossola e a Porlezza; procedendo sull'asse verticale, rispondono a nord una lingua di ceppo germanico e un aspetto assolutamente diverso delle abitazioni contadine. Sempre, da Goethe a Butler a Mardersteig, travalicare il versante sud del Gottardo ha significato l'aprirsi d'uno scenario diverso: l'Italia.
Questa situazione si è fissata nella storia col concorso di due forze contrastanti; l'una, la conquista militare da parte dei cantoni tedeschi spingeva verso sud; l'altra, per via dell'immutata appartenenza delle terre ora ticinesi alla diocesi di Como e Milano, in senso contrario. La prima delimitò secondo una logica estranea alla sua configurazione, sebben conseguente agli interessi del conquistatore, un territorio i cui confini da quasi cinque secoli in qua non furono più spostati. La seconda, attraverso una solida organizzazione ecclesiastica, specialmente viva nella parte ambrosiana, e l'azione potente di san Carlo Borromeo in concomitanza con gli eventi più cruciali, ha conservato a queste terre un'inequivocabile fisionomia lombarda, nonostante il distacco politico amministrativo.
E' così che alla definizione ormai ufficiale di Svizzera italiana (noi rifiutiamo quella ora di moda di Südschweiz) si può allineare quella di Lombardia elvetica.
E' in questa situazione che io mi sono mosso come studioso di lingua e letteratura italiana, indottovi non da libere scelte, ma dal fatto di essere quello che sono e che non ho scelto di essere nascendo svizzero-italiano.
La Svizzera, quella moderna, non l'Elvezia di Giulio Cesare, anzi gli Svizzeri, entrano in letteratura italiana con la gioiosa descrizione dei bagni di Baden, dove la nudità e la promiscuità sono viste dall'occhio meridionale di Poggio Bracciolini come segno di intatta innocenza. Nasce di lì il mito dello svizzero primitivo, quasi un buon selvaggio ante litteram che sarà alla base dell'idillismo caro ai romantici. Poco dopo Poggio, Enea Silvio Piccolomini in viaggio verso Basilea vedrà nelle mura di Bellinzona il punto che separa la civiltà dalla barbarie; ne sarà emblema il linguaggio piuttosto belluino che umano. Un motivo che ferirà ancora le ben tornite orecchie napoletane di De Sanctis, quando descriverà "i terribili suoni che escono da quelle terribili bocche con certe formidabili aspirazioni che pare, quando parlano, ti vogliano sputare in faccia". E' lo svizzero rude e barbaro, deprecato dall'Ariosto e guardato con rispetto dall'occhio acuto di Machiavelli. C'è anche una terza siluetta, quella dello svizzero pignolo, orologiaio, di cui è infastidito sperimentatore il Foscolo come lo sarà l'esuberante Faldella, salvo poi a mutarsi anch'essa in positivo allo sguardo benevolo di Morselli. E' quanto ci narra il bel libro sulla Svizzera vista dai letterati italiani dell'800 e '900 a cura di uno studioso ticinese, Fabio Soldini; lì, tra un centinaio di testimonianze, in questo trittico si riassume l'immagine che dello svizzero è consegnata nella letteratura italiana. Salvo poi scarti pittoreschi ed acuti, come quello di Contini che definì la Svizzera periferica ed esotica, seguito da Montale, la cui visione della Stimmung elvetica si concentrò in un meraviglioso elzeviro intitolato a Friburgo sotto l'etichetta: Due preti negri seduti al caffè. Anche questa immagine sta per uscire presso un editore milanese di origine svizzera, Scheiwiller, a cura dello stesso Soldini.
De Sanctis, il cui monito ai giovani troneggia (in italiano!) in cima alle scale del Politecnico di Zurigo ed è inciso sulla medaglia del Rettore di quell'istituto, richiama a un altro nodo dei legami italo-svizzeri, agli studi letterari e filologici dell'italiano sviluppatisi in Svizzera.
La chiamata di De Sanctis a Zurigo ha una portata esemplare che supera l'impatto reale del suo insegnamento effettivo. E' il primo anello d'una lunga catena di studiosi di cose letterarie italiane che hanno operato in Svizzera. S'iscrive come fatto esemplare in una serie di appelli sulle cattedre universitarie elvetiche di personalità italiane di primo piano. Chiamate quasi tutte in giovane età, hanno fortemente caratterizzato gli studi letterari presso la patria d'origine, traendo beneficio dal contatto con le aree culturali tedesca e francese che compongono con quella italiana la Svizzera. Prendendo congedo da Friburgo dopo ventotto anni d'insegnamento, Contini confessava che in quel longum aevi spatium dans la vie d'un homme et (si je puis m'appliquer ce terme) d'un savant vi aveva parachevé sa maturité scientitque et sa formation protessionelle. E' in sintesi la storia di molti docenti italiani in Svizzera. Il caso di Contini è accanto a quello di De Sanctis il più clamoroso. Chiamato giovanissimo, appena ventiseienne, a coprire la cattedra di filologia romanza a Friburgo, ha allargato lì, tra il 1938 e il '52, la sua azione di critico militante, inglobandovi scrittori francesi e tedeschi come Proust, Mallarmé e Hölderlin e diffondendovi la conoscenza di Montale, Ungaretti, Gadda; ha congiunto la filologia d'un Pasquali con quella di un Bédier, suo predecessore a Friburgo; ha applicato alla filologia delle varianti d'autore, inaugurata in Italia da Debenedetti e De Robertis, le teorie della scuola ginevrina di De Saussure e Sechehaye. Qui si misura perfettamente il dare e l'avere, proprio a molti altri. Per esempio a Giulio Bertoni, pure insegnante a Friburgo, che con un gesto di grande portata morale e politica ha fondato durante la guerra del '14 l'Archivum romanicum, superando acerbissime polemiche nazionalistiche: egli vi proponeva le letterature volgari del medioevo nel pieno della guerra come luogo d'incontro di popoli nemici sul campo. Raramente alla letteratura fu affidato un ruolo così alto. La costellazione di persone implicate in quell'impresa è significativa del ruolo di mediazione culturale assegnata alla Svizzera e solo possibile in Svizzera: vi partecipava un cattedratico italiano residente nella storica Friburgo, sorretto da un ebreo tedesco, Leo S. Olschki, nella sede della francese e calvinista Ginevra. In questa linea vanno ricordati anche Migliorini, che pure a Friburgo per primo traduceva Jakobson e recensiva i linguisti ginevrini; Monteverdi che tanto ha mediato fra medievistica francese e italiana; Billanovich che ha riannodato in Svizzera gli studi umanistici italiani con la tradizione del grande Burckhart. Burckhart ci richiama gli studiosi svizzeri, di lingua tedesca e francese, che hanno contribuito agli studi italiani, dagli eredi suoi di Basilea ai zurighesi e bernesi Jud e Jaberg che hanno regalato l'Atlante linguistico all'Italia, all'italianisant de Ziegler di Ginevra. In questa linea operano oggi studiosi di italianistica in Svizzera, dove in tutte le università esistono cattedre di lingua e letteratura italiana, non come cattedre di letterature straniere, ma come cattedre di letteratura patria.
Gli studi di italianistica in Svizzera hanno lì e da sempre una caratteristica loro: sono elvetici per questi incroci, ma sono italiani per i problemi che vi sono dibattuti. Ciò è stato vero per i maestri di collaudata autorità, siano essi cittadini elvetici o italiani, ma si è fatto vero anche per le nuove leve che stanno affacciandosi alla ribalta degli studi di italianistica con un vigore ignoto alla mia generazione. Ciò risponde alla struttura stessa della Svizzera, al fatto, ormai unico (se si eccettui San Marino e, per così dire, la Città del Vaticano) per cui la lingua e la cultura italiana sono ufficialmente parte integrante di uno stato diverso da quello che prende il nome di Italia. Agli studi di storia letteraria risponde d'altronde per questo aspetto la letteratura creativa, quella di chi è italiano per lingua materna, come Giorgio Orelli, e di chi non lo è, ma in italiano scrive, come Adolfo Jenni, italiano di Berna, o Fleur Jäggy.
Io nei miei studi mi sono mosso entro questo alveo, né potevo altrimenti. Ho trattato temi italiani in prospettiva italiana, allontanandomi appositamente da ogni specifico aspetto letterario che rinviasse al Ticino, ma insieme ho avuto presente cosa potevano offrire le altre due componenti della realtà svizzera. Il richiamo italiano, di un'Italia unita anche se per noi solo sul piano linguistico e culturale, mi ha spinto a vagare fra i veneziani Francesco Colonna ed Ermolao Barbaro, i fiorentini Brunetto Latini e Giovanni Dominici, il napoletano Marino evitando i lombardi (d'altronde già eccellentemente frequentati da un nostro confinante, Dante Isella). Quando agli inizi dei miei studi ho studiato l'opera di un comasco, il padre Orchi, l'ho trattata a guisa di un universale barocco e non di una scrittura lombarda. Tenendomi ugualmente lontano dal barocco di marca francese, quale veniva elaborato nella Ginevra di Jean Rousset e dalla definizione crociana, trovavo in un fatto svizzero, la scuola linguistica ginevrina, un punto di riferimento per la strategia da adottare sul campo. Dietro l'insegnamento di Regamey e le suggestioni di Contini, che allora applicava alla variantistica il concetto di sistema, mi venne naturalmente, per puro processo consequenziale, l'idea che si potesse applicare a un testo letterario così eccessivo l'opposizione di langue e parole; un tentativo che apparve rischioso anche a chi sarebbe stato di lì a poco promotore del verbo strutturalista. L'insegnamento friburghese che ho allora vissuto (ai due nomi ora evocati di Regamey e Contini vanno aggiunti quelli di Billanovich e, sugli inizi, di de Menasce) non solo ci introduceva nel vivo dei dibattiti allora in corso su orientamenti e metodi, ma ci proiettava in prima persona in una specie di sistema di contrasti. Essi emergono con una crudezza che oggi addolcirei in un contributo del '58 che ho riesumato quando ho chiuso con l'insegnamento: Per Guido e Beatrice. I carmi e il pane, Friburgo S. 1988. La parola magica era filologia. Filologia, certo. Ma cosa stava ad indicare quel nome se non un dedalo nel quale ad ogni passo si aprivano uscite alterne? Filologia metteva in primo piano la lingua. Ma questa, se concepita come tramite all'ermeneutica letteraria, invitava da una parte all'attenzione sulla lingua poetica (la Stilkritik di Spitzer), dall'altra alla grammatica dell'espressività (la stylistique di Bally, e, dietro, in un certo senso, la vecchia retorica da vestire a nuovo). Lingua italiana sì, ma anche il latino degli umanisti il cui onore veniva allora rivendicato a livello mondiale (era vicina attraverso Italia medievale e umanistica l'America di Ullmann e Kristeller). Ecdotica in senso neolachmanniano sì, ma anche la ricerca sul documento concreto, sul codice nella sua realtà fisica di libro segnato in correzioni e postille, da lettori la cui identità doveva esser scovata. Se da un lato era forte nella scuola continia il richiamo alla lingua individuale, punto di riferimento Spitzer, dall'altro era bilanciato da un'attenzione alle costanti di forme e contenuti, allettata dal fondamentale Europäische Literatur giunto allora a Berna sul tavolo di lavoro di noi neofiti. Vi si aggiunga il magistero extra muros di Carlo Dionisotti che incontravo regolarmente nelle sue vacanze ticinesi fin dagli anni cinquanta, che richiamava, dietro continuità e scarti, a una storia scandita per generazioni e a una geografia ritagliata per province. Non poteva d'altra parte sfuggire, a me ecclesiastico, un'altra frattura, quella che divide culturalmente i chierici dal resto del mondo, e che si presenta in modo tanto diverso nella cattolica Italia che non nel mio paese a religione mista (basti pensare all'uso particolarissimo, inapplicabile lassù, che hanno qui in terra italiana gli epiteti di cattolico e di laico).
Sul filo di queste tensioni il mio lavoro ha proseguito interamente circoscritto in una realtà elvetica (eccetto un quinquennio milanese). Nell'assegnare a me il Premio Galilei, la Fondazione ha dato risalto al contesto culturale cui appartengo. Io non sono che il tramite che rinvia oltre confine, oltre i monti questo riconoscimento. Ricevendo questa mirabile opera d'arte, unisco al mio personale, profondo e commosso, il grazie di quanti lassù lavorano per tenere viva questa singolarità storica, di una letteratura che è ugualmente, per svizzeri e italiani, nella sigla di De Sanctis, letteratura patria.
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