Ricordo di Maria Corti (2)

[16-03-2002]

SOMMARIO

_/_/_/ Mauro Bersani
_/_/_/ Pietro Gibellini
_/_/_/ Rebecca West

_/_/_/_/_/_/_/_/

Dal sito della Casa Editrice Einaudi

Maria Corti è stata una figura forse irripetibile di intellettuale a tutto tondo, versatile e poliedrica quanto nessun altro nell'Italia del dopoguerra, ma anche coerente e fedele a un'idea forte di cultura, ugualmente chiara sia che scrivesse un saggio su Cavalcanti, sia che patrocinasse l'esordio di un nuovo scrittore, sia che studiasse i testi di qualche gruppo rock.
A voler ripercorrere a grandissime linee i suoi campi di lavoro, bisogna citare innanzitutto i suoi scritti più tradizionali di storia della lingua, nei quali ha messo a punto problemi di morfologia, di sintassi e di lessico dell'italiano delle origini.

Poi c'è l'attività di filologo e editore di testi antichi, sfociata nelle edizioni delle Rime di De Jennaro, poeta napoletano del Quattrocento, e della Vita di San Petronio, volgarizzamento duecentesco. E poi, ancora più importanti, gli studi letterari che spaziano da testi minori (come il Delfilo, poemetto quattrocentesco, attribuito in un saggio che è quasi un thriller filologico a Marco Antonio Ceresa anziché, come si pensava, a Francesco Colonna) agli autori maggiori, primo fra tutti Dante. Portando avanti le prime intuizioni del Nardi sui rapporti fra Dante e l'averroismo, la Corti ha ridisegnato una mappa di interferenze fra la Commedia e il pensiero arabo medievale, proponendo le innovazioni più rilevanti nel dantismo degli ultimi decenni.
E poi c'è la Corti teorica della letteratura. Lo strutturalismo e la semiotica letteraria sono entrati in Italia soprattutto attraverso la rivista "Strumenti critici", da lei fondata nel 1966 con Avalle, Isella e Segre. Nei saggi apparsi su quella rivista la Corti elabora una serie di concetti teorici, ma sempre partendo da un'acuta analisi dei testi. Studia la codificazione di un genere letterario e quello che succede quando uno scrittore lo forza dall'interno. Studia il sistema di un testo e la sua metamorfosi quando nella genesi dell'opera il testo si modifica, che siano le diverse redazioni dell'Arcadia di Sannazaro o quelle del Marcovaldo di Calvino. Ed ecco che concetti come "transcodificazione" o "ipertesto" con la Corti diventano "friendly", perché non calano dall'alto di una riflessione teorica pura, ma sono sempre dedotti da una lettura critica. E anche nel libro più teorico-semiotico, I principi della comunicazione letteraria, è l'esemplificazione illuminante, vuoi da una disputatio di Bonvesin de la Riva piuttosto che da una poesia di Zanzotto, a far fare lo scatto intellettuale al suo discorso.
Come ha insegnato Contini, un grande critico-filologo deve trattare con uguale passione e senso di complicità gli scrittori del passato e i contemporanei. E le passioni novecentesche della Corti sono state fortissime. Montale e Fenoglio erano i "suoi" autori più di qualsiasi altro. Il primo lo aveva conosciuto e frequentato: è stato lui, tra l'altro, con una donazione delle sue carte, a costituire il primo nucleo di quel famoso "Fondo manoscritti di autori contemporanei" a cui la Corti si è dedicata anima e corpo per trent'anni. Quanto a Fenoglio, è stato per la Corti una sorta di ossessione durata fino alla fine. Gli innumerevoli scritti e l'edizione critica in cinque volumi uscita da Einaudi nel 1978 hanno propugnato una tesi sulla cronologia delle opere di Fenoglio che ha suscitato molti contrasti e accese polemiche. Fenoglio avrebbe scritto prima Il partigiano Johnny con la sua forte carica espressionistica, poi, nella seconda redazione del romanzo, avrebbe reso la lingua meno caricata, e infine avrebbe scritto gli altri libri in uno stile sempre più normalizzato. La sua interpretazione di Fenoglio è emblematica di come, ancora una volta, la Corti partisse sempre da un'intuizione critica, spesso geniale, per costruire un sistema. E come tendesse a privilegiare questa intuizione anche quando altre ragioni, in questo caso quelle della filologia, potevano portare altrove. Attenzione ai contemporanei, per la Corti, non voleva dire soltanto omaggio ai valori affermati; viceversa, voleva soprattutto dire cogliere gruppi e tendenze nel momento in cui stavano nascendo.
La Corti era al tempo stesso la studiosa, l'amica, la compagna di avventura di autori come Manganelli o Malerba.
Su "Strumenti critici" prima, su "Alfabeta" poi ha fatto opera di critica militante promuovendo quel tipo di letteratura che lei stessa aveva battezzato come "neo-sperimentalismo". Senza dimenticare che alla Corti sono dovuti anche la riscoperta e il rilancio di una poetessa come Alda Merini. E non ha mai smesso, fino alla fine, di entusiasmarsi per libri nuovi: sulle colonne della "Repubblica" continuava ad alternare appassionate recensioni di libri eruditi, teorici, ma anche di giovani romanzieri come il primo Baricco o Matteo Galiazzo. L'ultima "scoperta"è stato il turco Pamuk, a cui ha contribuito come giurato a far assegnare il premio Grinzane Cavour di quest'anno.
In questo suo essere nella letteratura a 360 gradi non poteva mancare un coté creativo in proprio. Il suo romanzo più famoso, L'ora di tutti, sulla presa di Otranto da parte dei Turchi nel 1480, è un classico "long seller" con le sue diciotto edizioni in quarant'anni di vita. Ultimamente si era dedicata a forme di narrazione di confine, fra romanzo e saggio. E' il caso di Ombre dal fondo, che apparentemente è una storia del "Fondo manoscritti" dell'Università di Pavia, ma è anche un dialogo profondo con gli scrittori da lei più amati. Ed è il caso di Catasto magico, scorribanda fra topoi e leggende legate all'Etna. Questo tipo di libri dà vita a una narrazione che ha per protagonista la cultura stessa, attraverso i suoi personaggi, le idee, i fantasmi duraturi che riportano tracce cosmiche di emozioni intellettuali.
Emozione è una parola che va pronunciata a proposito della Corti. La sua capacità di rimanere folgorata dalla lettura di un testo in modi quasi adolescenziali è una caratteristica che non ha mai perso, nemmeno nell'età più avanzata. La sua straordinaria carica comunicativa nasceva proprio dal desiderio, si potrebbe dire dall'esigenza di comunicare emozioni, di trasmetterle agli studenti, ai colleghi studiosi, agli amici, anche alle persone più semplici verso le quali sapeva sempre trovare le parole "divulgative" più adatte.
Infine, la generosità. Maria Corti è stata una delle persone più eleganti e disinteressate nell'aiutare tutti quelli che stimava, studenti, giovani studiosi, scrittori, al di fuori da malintesi sensi di appartenenza, da parrocchie accademiche e non. E in ambienti dove la malignità non è certo cosa rara, piace ricordare come dai suoi scritti e dalle sue parole potevano arrivare critiche anche pesanti sui contenuti di un saggio di altri, mai, anche a costo di sembrare a volte ingenua, un giudizio negativo o una stoccata sulle persone.

Mauro Bersani


Le più importanti raccolte di studi di Maria Corti sono: Metodi e fantasmi (Feltrinelli 1969; edizione accresciuta: Nuovi metodi e fantasmi, 2001); Il viaggio testuale (Einaudi 1978); Dante a un nuovo crocevia (Nuova Sansoni, 1981); La felicità mentale. Nuove prospettive per Cavalcanti e Dante (Einaudi 1984); Storia della lingua e storia dei testi (Ricciardi 1989); I percorsi dell'invenzione. Il linguaggio poetico e Dante (Einaudi 1993).
Due settimane prima di morire Maria Corti aveva consegnato all'Einaudi un libro complessivo di Studi su Cavalcanti e su Dante che riprende integralmente La felicità mentale, parzialmente I percorsi dell'invenzione e Dante a un nuovo crocevia, con l'aggiunta di tre saggi inediti: il volume verrà pubblicato nei prossime mesi nella "Biblioteca Einaudi".

Fra i suoi libri teorici: I principi della comunicazione letteraria (Bompiani 1976; edizione aggiornata e accresciuta: Per un'enciclopedia della comunicazione letteraria, 1998). Fra i suoi libri narrativi: L'ora di tutti (Feltrinelli 1962), Il ballo dei sapienti (Mondadori 1966), Voci dal Nord Est (Bompiani 1986), Il canto delle sirene (Bompiani 1989), Cantare nel buio (Bompiani 1991), Ombre dal fondo (Einaudi 1997), Catasto magico (Einaudi 1999), Le pietre verbali (Einaudi 2001).

Da segnalare infine un libro intervista in cui Maria Corti parla della sua biografia, delle sue passioni intellettuali: Dialogo in pubblico, a cura di Cristina Nesi (Rizzoli 1995).




"Giornale di Brescia", 27 febb. 2002

È morta la grande studiosa e scrittrice
Maria Corti, un addio fra canti e segni luminosi

Se n'è andata in punta di piedi, facendo la sua ultima improvvisata, questa battagliera e disarmata fanciulla di ottantasei anni. Tanti ne aveva Maria Corti, milanese senza frontiere. Infatti se i luoghi del suo agire sono ben definiti (Milano, dove nacque e visse, Pellio d'Intelvi, dove passava le estati nella casa paterna da lei trasformata in un centro di studi, Pavia, dove insegnò e creò il Fondo in cui raccolse i manoscritti degli autori contemporanei, Otranto, terra d'origine della matrigna), la sua fama non conosce confini, e corre dall'Europa all'America. Un'indiscutibile celebrità, ma dovuta a che cosa? Fu storica della lingua e filologa, semiologa e teorica della letteratura, critica e saggista, narratrice. Una personalità poliedrica, al modo di un cristallo che, facendo rimbalzare il raggio da una faccia all'altra, dalla ricerca alla creazione, moltiplica e aumenta la propria luce.
Atipica era apparsa sùbito, nel cuor degli anni Sessanta, ai suoi allievi di Pavia, che potevano ascoltarla discutere della pàtina linguistica dell'Arcadia di Sannazzaro, o tenere un corso sul "Politecnico" e la letteratura della Resistenza, ricamato di ricordi personali e concluso da una lezione a due voci con Elio Vittorini. L'intreccio delle sue vocazioni, fra applicazione ai testi e riflessione teorica, fra rigore accademico e militanza intellettuale, fra studio arduo e scrittura creativa, si manifestò presto nella sua vicenda intellettuale (percorribile nel suo Dialogo in pubblico, 1995). Solo con paterna saggezza, Benvenuto Terracini riuscì a frenare l'impaziente allieva che meditava di lasciare gli studi di medievista, attratta dalle sirene dell'attualità (Il canto delle sirene s'intitolerà, appunto, un romanzo-saggio al cui cuore sta la seduzione intellettuale). Come scrittrice Maria Corti esordì con romanzo storico ambientato nel Salento, che si rivelò un long-seller, L'ora di tutti (1962), cui seguì il Ballo dei sapienti (1966), acidulo ritratto del mondo universitario con inserti di gergo studentesco allora up-to-date. Nell'accademia, la Corti entrò non prestissimo, ma portando una ventata innovativa che da Pavia investì tutta l'Italia. Erano gli anni del decisivo sodalizio intellettuale con Cesare Segre, con cui stese un libro-svolta come I metodi attuali della critica in Italia (1970) e con il quale condiresse, insieme con Avalle e Isella, "Strumenti critici" (e di quel gruppo la Corti fu, in certo senso, la più dinamica alfiera, anche per la sua presenza sui quotidiani, dal "Giorno" alla "Repubblica"); gli anni dell'amicizia con Umberto Eco, con il quale pilotò "Alfabeta" (1979-1988), che proponeva a un pubblico più ampio, giovane e creativo, l'esperienza di "Strumenti critici"; gli anni dei contatti con i grandi maestri del formalismo e della semiologia, dalla Russia all'America e con gli scrittori amici: Montale, Calvino, Manganelli, la Merini...
Ma nel lavoro e nella mente della Corti, abbiamo detto, non ci sono compartimenti stagni: la filologa che recupera fantasmi dimenticati, sa anche trarre riflessioni metodologiche (Metodi e fantasmi, 1969, Nuovi metodi e fantasmi, 2001), elaborare una teoria letteraria, attingendo alle idee degli scrittori più che a quelle dei saggisti (Principi della comuni-cazione letteraria, 1976), analizzare testi riconducendoli entro un'ipotesi complessiva (Il viaggio testuale, 1978), attingere dalla frequentazione dei manoscritti materia per la propria scrittura creativa (Ombre dal fondo, 1997, Catasto magico, 2000). Anche all'interno dei suoi lavori scientifici, quella miscela si rivela fecondissima: torna su Bonvesin dopo un'immersione semiotica, e scopre nel contrasto fra rosa e viola i segni di impensati scontri di classi e di idee; un viaggio in Danimarca e la rilettura di Boezio di Dacia le fanno intendere in modo nuovo il pensiero linguistico e filosofico di Dante (Dante a un nuovo crocevia, 1981, La felicità mentale, 1983, Percorsi dell'invenzione, 1993). E i suoi progressi negli studi ricadono anche sulla scrittrice, che sperimentando un incrocio di generi (Voci dal Nord-Est, 1986) trae dal cassetto il suo primo e migliore romanzo per liberarlo dall'originaria pàtina neorealistica e rivivere con il lettore gli anni luminosi del dopoguerra, quando da giovane professoressa pendolava fra Milano e Chiari, a contatto con un mondo popolare che aveva ancora la forza di Cantare nel buio (1991). A Brescia, la Corti rimase legata con molti fili: i vecchi studenti di Chiari, da Lino Marconi a Lento Goffi, il Premio Gandovere, l'Università cattolica e Piera Tomasoni, gli ex-allievi di Pavia... E a Brescia, al San Carlino, parlando pochi giorni fa dell'oltretomba dantesco ebbe parole affettuose e di stima per la nostra città.
Negli ultimi anni, Maria Corti aveva affrontato una questione affascinate, gettandovi luce nuova, quella delle fonti islamiche della Divina Commedia. Le vie ardue, sguarnite o ingombre di troppa bibliografia, non la spaventavano, anzi suscitavano in lei l'entusiasmo di chi conosce la «seduzione intellettuale», il dono della «felicità mentale». Quella sorta di candore ha fatto di una grande maestra anche un'eterna fanciulla, che ha pronunciato le sue ultime parole pubbliche nella nostra città, parlando di segni di luce.

Pietro Gibellini



"Una madre simbolica indimenticabile"

Maria Corti a casa mia a Chicago, noi due chiacchierando il mattino presto con due tazze di caffè americano, come ragazzine a cui piace scambiare sogni, ricordi, pettegolezzi. Durante il suo soggiorno negli Stati Uniti, verso, se mi ricordo bene, il 1984, Maria è venuta a Chicago, ed è stata mia ospite, nel mio piccolo appartamento dove non c'era neanche una camera separata per gli ospiti. Maria, con amichevole grazia, accettò di dormire nella mia camera mentre io mi mettevo sul divano; lei contentissima di avere come compagnia la mia gatta Gemma che non voleva rinunciare al suo posto notturno sul letto. Mi ricordo con "triste meraviglia" (la frase montaliana esprime il mio stato d'animo ora che è scomparsa Maria, un sentimento misto di positività dei momenti passati, e di negatività per la perdita) la voce giovanile, i gesti affettuosi, la presenza calda e intima di Maria durante quelle ore passate insieme da me. Mi ricordo anche la sua generosità intellettuale e collegiale, che, per una assai giovane studiosa come me, era inaspettata e come un dono gratuito dal cielo. Avevo cominciato a studiare la narrativa italiana contemporanea in quel periodo della mia carriera (dopo aver passato molti anni coinvolta nello studio della poesia moderna e soprattutto di Montale, sul quale avevo pubblicato un libro nel 1981). Maria mi parlava di scrittori come Calvino, Malerba, Manganelli, e Tonino Guerra, tutti amici suoi, e prometteva di mettermi in contatto diretto con loro. Si può immaginare la mia gioia, ed anche la mia trepidazione: io, al colloquio con gli scrittori che stavo studiando!! E, infatti, quando nel 1985 ho ottenuto una borsa che mi permetteva di passare del tempo in Italia, Maria mi ha invitato a stare a casa sua a Milano dove mi avrebbe messo in contatto con gli scrittori per telefono e forse anche di presenza. Arrivando quel settembre del 1985, mi sono indirizzata subito verso la casa vuota di Maria (lei sarebbe tornata la mattina dopo il mio arrivo, e mi ha lasciato le chiavi per poter entrare in casa) dove suonava e suonava il telefono. Pensando che fosse un'emergenza di qualche tipo, mi sono permessa di rispondere; è stato un certo signore del giornale "La Repubblica" che cercava Maria. Ho spiegato che la professoressa sarebbe tornata la mattina seguente, e dopo aver riagganciato mi chiedevo cosa mai era stato di così urgente (la voce del signore indicava l'urgenza con cui chiamava). La mattina dopo, arrivata Maria, ho avuto la triste risposta: era morto Calvino. Anche di fronte ad una perdita enorme - personale ma anche universale - Maria non mi ha abbandonato: telefonò un giorno o due dopo a Tonino Guerra, e a Luigi Malerba, e mi passò il telefono dopo aver spiegato chi ero, insistendo con un sorriso dolce che io parlassi con loro! Con quel gesto semplice e diretto, Maria mi ha aperto tutto un mondo di esperienze indimenticabili, di incontri utilissimi per le mie ricerche, di amicizie che continuano fino ad oggi. Com'è possibile esprimere il mio senso di gratitudine che permea ormai il mio lavoro su questi ed altri scrittori contemporanei, un senso di gratitudine che rende sempre viva e vicina Maria dopo tanti anni?

Non parlo di tutti gli altri modi in cui mi ha aiutato e incoraggiato Maria Corti durante gli ultimi quindici e più anni; anni che sono volati via come adesso è volata via Maria stessa. Per me è stata e rimarrà per sempre Maria, la mia "madre simbolica", nel senso più alto della frase. Lei è stata per me un modello morale e intellettuale, una donna la cui vita volevo emulare, e la cui generosità soprattutto nei confronti degli studiosi giovani cerco di imitare ogni giorno. Non essendo stata madre naturale, Maria Corti aveva nondimeno molti figli e molte figlie che piangono la sua scomparsa ma celebrano e continueranno a celebrare la sua esistenza.

Rebecca West
Università di Chicago