Ricordo di Maria Corti
[2-03-2002]
[Altri interventi e ricordi personali sono benvenuti. ES]
_/_/_/ Cesare Segre
_/_/_/ Paolo Di Stefano
_/_/_/ Fabio Pusterla
© Corriere della Sera
domenica , 24 febbraio 2002
MARIA CORTI La ragazza che si innamorò di Dante
Segre Cesare
Maria Corti è morta l'altra notte, ancora in piena attività di studiosa e di scrittrice. Era nata a Milano nel 1915. Ebbe una vita travagliata: presto orfana di madre, visse a lungo in collegio, mentre il padre, ingegnere stradale, lavorava in Puglia. Dopo le due lauree (la seconda in filosofia), insegnò nelle scuole secondarie di Chiari, poi di Como, poi di Milano; facendo per anni la spola con Pavia, dov'era incaricata all'Università. Anni di fatiche (insegnamento e lavoro scientifico) e di scomodi viaggi in terza classe con gli operai pendolari, viaggi raccontati nel suo romanzo Il trenino della pazienza, che fu pubblicato molto tardi rimaneggiato e con diverso titolo (Cantare nel buio, 1991). Infatti, dopo una tesi di latino medievale, Studi sulla latinità merovingia, la Corti, lontana dal maestro Benvenuto Terracini (esiliato nel 1938), s'era dedicata interamente all'insegnamento e alla scrittura creativa. Fu Terracini, tornato in patria dopo la guerra, a stimolarla a riprendere l'attività di ricerca, stavolta nel campo della Storia della lingua italiana. La Corti recuperò velocemente gli anni perduti (in cui, oltre a insegnare, aveva svolto attività antifascista, col gruppo di allievi di Antonio Banfi, suo secondo maestro). Entrata nella carriera universitaria, ebbe la cattedra della sua disciplina prima a Lecce, poi a Pavia (dove contribuì a creare la cosiddetta «scuola di Pavia»). Pur operando in condizioni difficili, preparò studi decisivi sulla morfologia e sulla sintassi poetica italiana delle origini (1958) e sui dialetti emiliano, veneto e lombardo antichi, ed edizioni importanti, come quelle del poeta napoletano Jacopo de Jennaro (1956) e della bolognese Vita di san Petronio (1962). La sua prima raccolta di saggi, Metodi e fantasmi (1969), porta già i segni della nuova critica strutturalistica, che la Corti abbracciò con grande giudizio, e non rinunciando a un gusto saggistico appreso dai critici francesi.
Bellissimi e rivelatori, in questa raccolta, i lavori sulle redazioni dell'Arcadia di Sannazaro, uno dei testi che le furono più cari; o l'identificazione dell'autore del Delfilo. Vennero poi i Principî della comunicazione letteraria (1976; volume poi quasi raddoppiato nell'edizione del 1997) e il Viaggio testuale (1978); qui la dottrina è ormai consolidata, ma sempre applicata con grande duttilità. Basta vedere i vari articoli dedicati al problema dei generi letterari, in cui il senso storico, e in particolare la competenza sul pensiero medievale, sorreggono l'equilibrata formalizzazione. La Corti affiancava spesso studi su autori delle origini ad analisi di contemporanei (quali Bilenchi e Calvino), com'era naturale per una scrittrice in proprio; che tra l'altro gli scrittori li frequentava anche personalmente: basta ricordare Montale. Da ultimo aveva polarizzato la sua attenzione sulle vicende redazionali dell'opera di Fenoglio, della quale preparò anche l'edizione critica (1978), discutendo più volte i problemi di sviluppo, di derivazione e di datazione dei vari manoscritti; e su problemi della poesia duecentesca e di Dante. Lo studio dell'aristotelismo radicale, e in particolare dei logici «modisti», le permise di gettare una luce nuova sui testi d'un poeta, Guido Cavalcanti, che già prima era stato oggetto della sua attenzione, e di chiarire le idee linguistiche di Dante. Splendidi i volumi Dante a un nuovo crocevia (1981), Percorsi dell'invenzione (1993) e La felicità mentale (1983); i quali tra l'altro comunicano al lettore questa stessa, limpida felicità della scoperta. Che era anche felicità di definire: tipica infatti della Corti la capacità di trovare formule apodittiche, leggermente scherzose, come «transcodificazione indolore», «luoghi mentali» o simili. Non va poi dimenticato che la Corti scrisse anche libri per l'insegnamento nelle scuole superiori: citiamo almeno l'innovativa grammatica Una lingua per tutti (1978), elaborata con alcuni giovani collaboratori. Era fondatrice e direttrice o condirettrice di riviste come Strumenti critici e Autografo, e della più militante Alfabeta; collaborava a la Repubblica. Infine, come naturale, era accademica della Crusca. La Corti era particolarmente fiera della creazione del Fondo manoscritti di autori moderni e contemporanei presso l'Università di Pavia. Questo Fondo, formato in origine di lasciti e donazioni di scrittori, si è poi allargato anche ad autori classici come il Foscolo, ed è ora una delle più consistenti raccolte di stesure autografe, bozze corrette, corrispondenze di scrittori italiani degli ultimi due secoli. Ma è anche diventato subito un'officina in cui si studiano geneticamente opere importanti della nostra letteratura, specie contemporanea, o si affrontano problemi biografici. Credo però che il capolavoro della Corti sia stato il suo insegnamento: per la sua capacità di comunicare non solo sul piano metodologico, ma su quello umano. Maestra e madre, per tanti allievi. Oggi la piangono un'infinità di suoi discepoli, dalle scuole secondarie, da cui prese il volo, alle università. Sono centinaia e centinaia le persone che dalla Corti hanno imparato la serietà del metodo, ma soprattutto l'apertura verso gli altri, il disinteresse, la generosità. E anche l'ottimismo.
Le tappe di una filologa
LA VITA Maria Corti era nata a Milano nel 1915. È morta la scorsa notte all'ospedale San Paolo di Milano in seguito a una crisi respiratoria.
LA CARRIERA Filologa, scrittrice, critico letterario, accademica dei lincei e della Crusca, ha insegnato Storia della lingua italiana. I suoi studi vanno dallo Stil Novo a Leopardi agli autori contemporanei.
I PREMI Tra i tanti premi ricevuti da Maria Corti ricordiamo: nel 1989 il Premio Flaiano, l'Ambrogino d'oro e il premio speciale per la letteratura della Presidenza del Consiglio. Nel '99 il premio Ministro dei Beni culturali dall'Accademia dei Lincei. E nello stesso anno il premio Campiello alla carriera.
LA DISAVVENTURA Nel novembre del 2000 la grande studiosa fu vittima di un raggiro. Una giovane donna, elegante e cordiale, la convinse a prelevare 30 milioni dai suoi conti correnti. Si trattava di una truffa ben organizzata: al posto del denaro la Corti si trovò due buste piene di carta straccia.
IL FUNERALE Lunedì mattina, alle 11.30, presso l'Università di Pavia, Cortile Volta, strada Nuova 65, si terrà una commemorazione della studiosa. Interverranno il rettore dell'ateneo Roberto Smith e il preside della facoltà di Lettere Giovanni Francioni. Maria Corti verrà seppellita nella tomba di famiglia a Pellio d'Intelvi (Como) dopo il rito funebre.
NOVECENTO Creò il Fondo Manoscritti. Nel 1972, Maria Corti creò all'Università di Pavia il «Fondo Manoscritti di autori moderni e contemporanei», un prezioso archivio di materiali autografi otto-novecenteschi, cui è legata la rivista «Autografo». Il primo nucleo del Fondo nacque nel '68, quando Montale donò alla Corti alcuni bloc notes con correzioni di sue poesie mescolate ad appunti vari. Poi vennero gli autografi di Bilenchi e le redazioni manoscritte della novella La Madonna dei filosofi di Gadda. La Corti narra la complessa vicenda della raccolta delle carte pavesi nel libro Ombre dal Fondo (Einaudi '97): le traversie per affrontare l'endemica mancanza di denaro pubblico, le piste seguite per rintracciare i quaderni di scrittori famosi, gli incontri con eredi diffidenti, con banchieri generosi, con oscuri trafficanti di manoscritti, con burocrati sonnolenti, con qualche rettore coraggioso. Oggi il Fondo contiene documenti di molti dei più importanti autori contemporanei: da Luzi a Morselli, da Alfonso Gatto ad Arbasino, da Calvino alla Banti, da Montanelli a Carlo Levi, da Saba a Amelia Rosselli, da Manganelli a Meneghello, da Pizzuto a Volponi, da Parise a Malerba. Un patrimonio immenso e inestimabile che solo la passione di Maria Corti ha saputo raccogliere.
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© Corriere della Sera
domenica, 24 febbraio 2002
La gioia di inventare storie: l'altra sfida di un'accademica
Il progetto al quale stava lavorando era una serie di racconti ispirati alle grandi passioni: a partire da Paolo e Francesca
Di Stefano Paolo
«Com'è breve quello che si fa, quando si è vivi». Chissà se Maria Corti avrà pensato, nei suoi ultimi momenti, qualcosa di simile a quel che pensò, morendo, un suo personaggio. Maria Corti ha vissuto 86 anni, eppure il suo tempo è stato breve. Non per tutti lo è, ma per lei sì. Perché avrebbe potuto stare con noi ancora per molto, a scrivere, a pensare, a riempire di entusiasmo i suoi amici parlando dei suoi progetti narrativi. L'ultimo, che non vedrà mai la luce, era una serie di racconti sugli amori finiti tragicamente, da Paolo e Francesca in poi. Non si stancava mai. Aveva appena consegnato all'Einaudi un nuovo libro di saggi danteschi, pieni di correzioni minutissime a margine. Nel '62, quando uscì la sua prima opera narrativa, L'ora di tutti (Bompiani), insegnava a Lecce e vedeva quei luoghi incantevoli con uno stupore che non l'avrebbe mai abbandonata. Amava quel mare e quella gente, ne parlava spesso. Già si rivelava, in quel racconto d'esordio, la voglia di sperimentare forme sempre nuove. Era un libro coraggioso che utilizzava il genere romanzo storico per stravolgerne la struttura, lasciando che a narrare l'assedio turco di Otranto, nel 1480, e il conseguente sterminio di pescatori fossero cinque voci diverse, quattro delle quali, accomunate da un analogo afflato lirico, erano voci di vittime che sarebbero state sepolte nell'ossario della Cattedrale. Ci fu chi parlò di nuovo realismo. Giacomo Debenedetti scrisse che quei conquistatori feroci erano anche i nazisti tedeschi, una lettura che, mutatis mutandis, potrebbe proiettarsi anche sull'oggi. Forse per questa potenzialità simbolica, L'ora di tutti ha avuto una grande fortuna di pubblico, fino a sfiorare le venti edizioni. Dal profondo Sud al Nord nebbioso e metropolitano; dai luoghi dell'infanzia ai paesaggi della maturità. Con Il ballo dei sapienti (1966) siamo in tutt'altro genere e ambiente: la realtà scolastica e accademica milanese, in cui si consumano tre storie parallele di coppia, tra frustrazione e successo, viene narrata in modo vivace, mettendo in campo anche i nuovi gerghi pre-sessantottini (in parte simili a quelli del liceo Beccaria, raccontati nell'ultimo libro, Le pietre verbali, 2001). Dovrà passare un ventennio per avere un nuovo testo creativo, Voci dal Nord Est (Bompiani), dove si fa più evidente il tema del viaggio, già presente nell'omerico pendolarismo tra centro e periferia del treno che riporta a casa gli operai di Cantare nel buio (Bompiani, 1991, ma in parte scritto negli anni Quaranta); motivo ricorrente anche nella produzione critica, in forma metaforica: viaggio mentale, creativo, testuale. Qui si tratta di un viaggio americano, con il racconto straordinario dell'antica villa di Amherst, sul cui giardino la fantasia dell'autrice immagina la bianca veste di Emily Dickinson e cerca di indovinare quale finestra corrisponda alla stanza in cui la poetessa americana scriveva i suoi versi. Reportage? Neanche per sogno. Forse divagazione nella memoria, prima ancora che resoconto geografico-culturale; viaggio interiore, come quando la protagonista Marta vola nei cieli dell'Illinois e guardando le nubi scorge una «figurina di donna in pizzo nero», che somiglia alla delicata matrigna dell'infanzia. E riflette: «La morte è anche un amore che cammina all'indietro». Tre anni dopo, Il canto delle sirene (Bompiani, 1989), un nuovo viaggio: epico-allegorico prima, storico poi, cronistico alla fine (questo sì, romanzo) la cui coralità ricorda L'ora di tutti e anticipa un altro viaggio, questa volta nell'oltretomba di un archivio o nei cieli della memoria, che è Ombre dal fondo (1997), una sorta di Spoon River della letteratura italiana. Si cammina ancora e sempre: con Catasto magico (Einaudi, 1999) si sale sull'Etna e ci si inerpica per i millenari racconti che hanno formato la sua archeologia stratificata: un intarsio di citazioni e di visioni, di illuminazioni e di sogni. Anche qui un intreccio sperimentale di trame e di voci. E si cammina, in fondo, anche nelle Storie (2000), avanti e indietro, tra diario e favola, tra documentario e memoria, tra realismo e magia, da Nord a Sud, dal Medioevo all'oggi. Oggi che Maria Corti ha fatto il suo ultimo viaggio, chissà quali altri viaggi riuscirà a inventarsi. Perché a volte è troppo breve quel che si fa da vivi.
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© Il Manifesto
24 Febbraio 2002
L'ultimo viaggio di Maria Corti
E' morta a Milano una tra le filologhe italiane più importanti, alla quale si devono fondamentali edizioni critiche e ottime letture semiologiche. Ha dedicato la sua seconda stagione al romanzo, ma una componente narrativa nutriva già i suoi studi più rigorosi
FABIO PUSTERLA
In una trattoria di una valle comasca, molti anni fa, quando nel nord si cominciavano ad avvertire i primi sussulti di quell'intolleranza lombarda che di lì a poco si sarebbe trasformata in partito politico, ho visto Maria Corti zittire l'oste, che parlava male dei meridionali: e proporgli, con la fermezza che le era propria, una sintesi di storia culturale e politica forse esagerata e fuori luogo, ma senz'altro ammirevole e commovente. Un minuscolo aneddoto, ma è appunto in quei gesti di quotidiano orgoglio culturale, di intransigenza verso l'approssimazione e la faciloneria, che appare uno dei tratti più eccezionali e alti del magistero di Maria Corti: qualcosa che poggia certo sul suo grandissimo lavoro di ricerca letteraria e linguistica, ma non può riassumersi in un catalogo bibliografico, poiché trascende il valore strettamente disciplinare.
Tutti coloro che, in una forma qualsiasi, hanno avuto la fortuna di frequentare Maria Corti, ricordano certo questo aspetto non accademico, imprevedibile, spumeggiante: la capacità di sorprendere ora con la generosità umana, ora con la precisione quasi scientifica, ora con la severità etica. Tratti rari, e preziosi, che i suoi studenti conoscevano bene, mentre lei stessa era cosciente dell'importanza che la sua figura finiva per assumere nella scelta di un cammino, di una direzione, di un senso. Si trattasse di un'impervia questione filologica, di una nuova intepretazione dantesca, dell'applicazione di una teoria semiologica alla storia letteraria: qualunque fosse l'argomento del corso, della lezione, della conferenza, si aveva sempre la sensazione che in quel punto la letteratura ritrovasse la sua centralità nella complessa storia umana; che in quel modo fosse possibile capire qualcosa di essenziale e di urgente; che dietro quell'argomento si celasse, lasciandosi per intuire, un orizzonte vastissimo e terribile.
Non è un caso che, tra le figure mitiche che maggiormente attrassero l'attenzione di Maria Corti, ci siano quelle delle sirene e di Ulisse, inseguite dapprima con estenuanti ricerche, partendo da un'intuizione geniale e rischiosa: che si potesse cioè rileggere il grande canto di Dante dedicato appunto a Ulisse svelandone misteri filosofici importanti e sin qui trascurati. Isolare, nel vastissimo catalogo delle opere di Maria Corti, il capitolo riservato a questa avventura sarebbe sufficiente a delineare un carattere intellettuale di soprendente ricchezza, capace di improvvisi colpi di scena, di brusche svolte: articoli, saggi, volumi fondamentali, che dal prezioso Dante a un nuovo crocevia (Sansoni, 1981) giungono a La felicità mentale. Nuove prospettive per Cavalcanti e Dante (Einaudi, 1983). Ma, di fianco a questa strada maestra battuta dalla studiosa, ecco spalancarsi altri percorsi laterali: il 1983 è anche l'anno in cui appare in Italia, per interessamento di Maria Corti che ne curerà l'introduzione, la traduzione dello splendido Scrivere come Dio dello svedese Olof Lagercrantz, una guida all'opera dantesca scritta da un'intelligenza lucida e provocatoria. E nel capitolo che Lagercrantz riserva appunto a Ulisse, ecco l'osservazione che Maria Corti subito artiglia e approfondisce: "A fianco di Ulisse che cos'è mai Lucifero se non un misero prestigiatore e imitatore! (...) Il vero nemico di Dio è invece Ulisse, per il quale il sapere e la libera indagine sono più importanti di Dio stesso". Sei anni più tardi, vedrà la luce uno dei romanzi più belli di Maria Corti, Il canto delle sirene (Bompiani, 1989), opera complessa, ma dominata ancora una volta dal richiamo incessante di quella curiositas intellettuale che attorno alla vicenda delle sirene e di Odisseo si definisce. Un altro modo, stavolta creativo, di affrontare il nodo culturale da cui Maria Corti era attratta e perfino ossessionata: la conoscenza intesa come un viaggio continuo, arrischiato, irrinunciabile.
Il suo non è stato l'eclettismo compiaciuto del grande studioso che si concede all'occasionale pagina creativa; ma la rarissima capacità di suonare più strumenti con uguale maestria; e non per nulla le doti narrative dell'autrice apparivano già con forza in una delle sue grandi opere critiche, che sin dal titolo suggeriva un'alleanza tra la studiosa e l'artista: Metodi e fantasmi (1969). Del resto, la scrittura creativa di Maria Corti non ha, nella storia della sua straordinaria vicenda intellettuale, un'importanza minore o secondaria; anzi, si può credere che per l'autrice quello scaffale occupato da un bel numero di romanzi avesse un significato particolare: L'ora di tutti (1962), Il ballo dei sapienti (1966), Voci dal Nord Est (1986), Il canto delle sirene (1989), Otranto allo specchio (1990), Cantare nel buio (1991; ma la prima stesura di quest'opera, intitolata Il treno della pazienza, risale addirittura al 1948), Catasto magico (1999), cui si aggiunge ancora il suo ultimo romanzo dedicato al `68, forse il più difficile e pericoloso. Un elenco di titoli che non vuol cedere di un passo di fronte a quell'altro, assi più vasto, delle opere filologiche, dei trattati, delle edizioni critiche.
Ad accompagnare Maria Corti nel suo ultimo viaggio, sembrano particolarmente adatti questi versi di Zbignew Herbert, poeta da lei fortemente amato, dedicati a un insegnante (L'insegnante di scienze) che, come Maria Corti, ha saputo essere un vero maestro per molti:
(...) quando su un sentiero nel bosco
incontro uno scarabeo, che si inerpica
su un monticello di sabbia
mi accosto
saluto con rispetto
e dico:
-buon giorno signor professore
permetta che la aiuti-
lo trasporto delicatamente
e lo seguo a lungo con lo sguardo
finché sparisce
nella buia sala insegnanti
in fondo al corridoio di foglie.
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