Reclutamento dei professori 2
[19-2-2001]
Questa è la seconda parte. Si includono interventi di:
1. Roberto Fedi
2. Steven Botterill
3. Fabio Girelli-Carasi
4. Gius Gargiulo
5. Roberto Pasanisi
6. Remo Ceserani
LILILILILILILILILILILILILILILILI
Carisimo Emilio,
a parte gli auguri d'obbligo (ma non tali, nel tuo caso), ti comunico che
sta per uscire su "Belfagor" un mio articolo sullo stesso tema, durissimo.
DOBBIAMO FARE QUALCOSA PER EVITARE QUESTO INDEGNO MERCATO DELLE VACCHE, non
solo per l'Italianistica. Per favore inserisci questa mia, se puoi, nella
lista, e cerchiamo di aprire un dibattito, come suol dirsi, su questo tema
assolutamente urgente. L'università si sta svendendo, anzi si è già
svenduta, con grande gaudio degli analfabeti e la benedizione dei promotori
della Riforma. Il problema è grave: credo che non faremo in tempo a fare
niente, ma almeno resterà il segno che, nella generale corsa alla cuccagna,
qualcuno almeno conservare il senso dello stato e delle cose. Ciao, Roberto
Fedi.
LILILILILILILILILILILILILILILILI
Caro Speciale:
Molto interessante il Suo "pezzo" sul reclutamento dei professori americani, e
senz'altro scrupolosa ed accurata la sua descrizione del processo attraverso
cui sono assunti. Vorrei però aggiungere due piccole precisazioni.
1) Non è assolutamente escluso che un'università assuma uno/a dei suoi/delle
sue, anche se, come giustamente dice Lei, gli studenti sono in genere
scoraggiati dal fare domanda nella propria università, quando un posto vi
esiste. Per un posto permanente (ossia "tenure-track"), però, lo si deve fare
attraverso lo stesso processo aperto in cui vengono considerate le domande di
tutti; altrimenti si corre il rischio di un'infrazione delle leggi federali
riguardanti l'"equal opportunity". È più pensabile si la persona ha avuto il
dottorato in un dipartimento (e cioè in un campo) diverso da quello in cui
viene assunta, il che diventa sempre più comune in questi giorni di
"interdisciplinarità".
2) Aggiungerei il Regno Unito all'elenco dei paesi europei in cui è possibile
per uno straniero inserirsi nel mondo accademico anche ad alto livello: come
dimostrano le carriere dei vari Meneghello, Dionisotti, Aquilecchia, Lepschy,
Pertile ecc., per non parlare della generazione anteriore (Momigliano, Sraffa,
Limentani) che vi andò in esilio durante l'epoca fascista.
Cordialmente Suo,
Steven Botterill
Associate Professor of Italian Literature
Graduate Adviser, Italian Studies and Romance Philology
Department of Italian Studies
6303 Dwinelle Hall #2620
University of California
Berkeley, CA 94720-2620
LILILILILILILILILILILILILILILILI
Caro Emilio,
grazie dell'ottimo sunto della situazione reclutamento negli USA. Vorrei fare una piccola precisazione sull'aspetto pubblicizzazione delle cattedre disponibili.Immagino che tu abbia additato l' MLA come esempio di quanto succede nelle lingue straniere e nell'inglese. La MLA Job Information List infatti contiene inserzioni pubblicitarie solo per queste discipline, mentre le altre si servono di pubblicazioni simili.
Non tutte le cattedre di inglese e FL vengono pero' annunciate sulla MLA Job List (disponibile anche online http://www.mla.org/main_jil.htm). Altre inserzioni si trovano sul Chronicle of Higher Education (http://chronicle.com/jobs/) e sulle pagine specializzate di giornali locali. Il New York Times per esempio pubblica gli annunci relativi all'Education -- dalle elementari all'universita' -- nella sezione domenicale "WEEK IN REVIEW", cioe' la piu' prestigiosa, nelle pagine immediatamente precedenti gli editoriali. Spesso le universita' che vogliono raggiungere il numero piu' vasto possibile di candidati collocano gli annunci su tutte e tre le pubblicazioni.
Oltre agli annunci per le cattedre non va dimenticato che anche le alte posizioni amministrative (Dean, Provost, Director, President etc.) vengono regolarmente annunciate sulle pubblicazioni di cui sopra. Mentre per le cattedre vale il principio per cui si cercano candidati al di fuori dell'isitutuzione, per le posizioni amministrative spesso esiste un candidato interno.
L'ultimo rilievo riguarda CHI sceglie il candidato, e cioe' il famoso SEARCH COMMITTEE la cui composizione e' generalmente rappresentativa degli interessi del dipartimento (per i professori) o dell'intera struttura dirigente dell'universita (per gli amministratori).
Cordialmente,
Fabio Girelli-Carasi
LILILILILILILILILILILILILILILILI
Caro Emilio,
sono d'accordo su quanto affermi per il modello di reclutamento americano che garantisce una certa trasparenza e in particolare ricerca persone competenti per le funzioni che devono assolvere e con un dottorato come base di partenza. Inoltre, cosa importantissima il candidato, alla prima nomina, è scoraggiato dal presentari nella stessa università dove ha completato i suoi studi di terzo ciclo. In Italia mi domando a cosa sia servita questa riforma se doveva, completamente snaturata e violentata nei suoi contenuti iniziali, favorire il solito e vecchio sistema clienetelare. Il rimedio, per il funzionamento e il prestigio dell'università italiana, peggiore del male, è sotto gli occhi di tutti.
Personalmente, parlo per le "Humanities" la sola speranza che la cose cambino, in meglio, non puo' certo venire dal pensionamento degli attuali "dinosauri" che sono capaci di cooptazioni-clonazioni molto più riuscite di quelle letterarie e cinematografiche di Crichton e Spielberg, ma da un cambio radicale di mentalità e abitudini imposto dall'armonizzazione ad un criterio di Università europea.
1) Cio' dovrebbe avvenire attraverso una normativa di reclutamento comune a tutti gli stati membri, basata su liste nazionali integrate ad una internazionale unica e indipendente di idoneità per disciplina a cui dovrebbero attingere le università in ogni nazione dell'Unione, su un criterio di selezione all'americana.In epoca di koiné telematica questo sarebbe possibile per favorire la libera circolazione dei docenti europei, reclutati per competenza secondo un'armonizzazione continentale dei diplomi, come sta tentando di fare la Conferenza Europea dei Rettori. In caso di "levata di scudi"sindacale si potrebbe in ogni università riservare, come nelle squadre di calcio, una quota agli stranieri per ogni disciplina e se assenti passare anche in questo caso a quelli nazionali. Ovviamente questi docenti che aspirano ad insegnare e fare ricerca nelle università dell'Unione dovrebbero possedere, oltre alla lingua madre, una conoscenza certificata, secondo i parametri fissati da Bruxelles, di almeno una delle due ufficiali della Comunità (inglese e/o francese). In questo modo gli italianisti, i comparatisti, gli storici e i filosofi francesi, tedeschi, inglesi, olandesi ecc., volendo, possono venire in Italia e non soltanto come "visting professors" e gli italiani con pari requisiti, possono fare lo stesso se si crea un posto nella loro disciplina in una università comunitaria. Oggi molti docenti stranieri conseguono il dottorato nella nazione in cui finiscono con l'insegnare seguendo percorsi accademici che variano secondo le concezioni e gli uomori delle leggi locali in materia . Insomma se viaggiano e diventano europei gli studenti con i programmi Erasmus che viaggino e si europeizzino, per il ruolo strategico nella formazione che rivestono,anche i docenti.
2) Inoltre come vedo per i colleghi americani, dovrebbe essere richiesta e apprezzata, nella valutazione, anche una capacità organizzativa dei corsi attraverso il lancio di nuovi diplomi, sotto la spinta anche dall'ambiente produttivo in cui sorge una determinata università. Non solo docente -ricercatore, quindi, capace di lavorare in équipe un po' manager ma anche attento all'inserzione professionale e ai nuovi mestieri dei suoi studenti. Nella Silicon Valley reclutano filosofi del linguaggio per dare contenuti ai prodotti informatici e a Torino un laureato in lingue è più raro di un ingegniere, come indicano le fonti del progetto Almalaurea sull'occupazione per facoltà dei laureati italiani di questi ultimi due anni(www.almalaurea.cineca.it).
Concludendo rapidamente credo che alla fine sarà solo una sorta di darwinismo accademico "o cambi o sparisci", favorito dall'integrazione europea dei corsi di laurea, dei diplomi e la domanda dellindustria culturale a cui anche la scuola secondaria dovrà in qualche misura attenersi, a mutare i criteri di reclutamento. Lo so "I'm a dreamer" ma questo sistema dovrebbe ridurre i danni causati dalla riforma-deforme del fin troppo pacioso Berlinguer che in tutta questa storia si è comportato, a volere essere comprensivi nella valutazione globale del suo impegno riformatore, come un Calandrino che rima con.... Insomma, ecco il mio parere sulla discussione che hai lanciato. Buon anno a te, caro Emilio e a tutti i colleghi di "Lettere Italiane".
Gius Gargiulo
Département d'Italien
U.F.R. de Langues
Chargé de mission Vice-Présidence Insertion Professionnelle
Université de Paris X-Nanterre (France)
LILILILILILILILILILILILILILILILI
Mi inserisco nel cruciale dibattito sulla (decaduta e decadente) Università
italiana e sui perversi meccanismi di reclutamento dei docenti, che ha già
visto gli autorevoli e complessivamente condivisibili interventi di Emilio
Speciale, Remo Ceserani, Pietro Gibellini e Franz Haas, con alcune
considerazioni che riprendono quelle, non meno fulminanti, di Raffaele
Simone, specialmente di un suo vecchio (vecchio?...) articolo del '92.
Nel n. XLI, 340, 1992 della rivista "Il Mulino" appare infatti
particolarmente da leggere la parte intitolata L'Università irresponsabile:
specialmente gustoso, nella sua tragica ed insieme comica verità, il
contributo di Raffaele Simone, Allegro ma non troppo. Come si fa un
professore, che finisce col configurare la disastrata università italiana
come un esemplare specimen dello sfascio in cui giace la cultura nel nostro
sciagurato Paese, gestita com'è dalla manus tentacolare di politici
ignoranti e corrotti o di professori a volte tanto potenti quanto
analfabeti. Tutte da condividere, nella loro peraltro palese evidenza, le
affermazioni contenute nel 'pezzo', che pertanto riportiamo in maniera
estesa: «Per cominciare: come si diventa professori universitari? Come a
tutte le corporazioni, anche a questa si accede superando una soglia che è
attentamente guardata da rappresentanti della corporazione stessa. Oggi
questa soglia è particolarmente difficile a superarsi - o almeno così
sembra; ma c'è stata un'epoca in cui era praticamente incustodita e chiunque
poteva passarci. [...] Da circa trenta atenei negli anni Sessanta, si passò
rapidamente a una cinquantina. La ragione principale furono le pressioni
clientelari e politiche: ogni università corrispondeva all'incirca a un
potentato locale. La creazione di impianti nuovi rese necessari nuovi
professori. [...] si risolse il problema nominando un esercito di
"incaricati". Non è eccessivo dire che quella fu davvero l'epoca della "mani
sull'università". Per avere un incarico non ci voleva che qualche amico in
facoltà. [...] Entrò anche, nelle facoltà umanistiche, una notevole folla di
giornalisti, che vennero presentati come storici, critici letterari e
simili. Chi si lasciò sfuggire quella strordinaria epoca di follie si morde
le mani ancora oggi. Quella siagurata leva di ammissioni ebbe due effetti:
a) ingorgò gli effettivi dell'università italiana, chiudendo il reclutamento
ai giovani per almeno quindici anni e determinando l'attuale stato di
senescenza del personale accademico e b) ammise nel professorato [...]
imponenti masse di incapaci o (per dirla più sbrigativamente) di
indiscutibili, cristallini, irrimediabili imbecilli, che hanno avvilito se
non distrutto il livello qualitativo dell'università. Siccome quella
generazione non è ancora estinta, questi due effetti gravano come macigni
sul presente e sul prossimo futuro dell'università italiana. [...] In questo
modo, praticamente tutto il personale che negli anni settanta era stato
reclutato con procedure sommarie (per non dire peggio) si trovò "in ruolo",
ad affollare glii organici dell'università, dove ancora soggiorna
inamovibile e indisturbato. [...] Il Consiglio universitario nazionale (Cun)
ha diviso le etichette delle disipline insegnate nelle unversità italiane in
raggruppamenti basati su (vere o supposte) affinità tra un'intestazione e l'
altra. Sull'affinità tra le scienze e la loro classificazione gli
epistemologi discutono da almeno un secolo e mezzo; il Cun ha risolto
rapidamente il problema, dichiarando alcune affinità plausibili, insieme ad
altre che fanno da tempo ridere gli specialisti. [...] Questo metodo non
assicura quindi che i competenti siano giudicati dai competenti [...], ma al
contrario che l'incompetenza dei giudici sia spesso adoperata come mezzo per
promuovere candidati impreparati. [...] L'autonomia universitaria, negata
negli aspetti positivi, si afferma in quelli clientelari. [...]
Accanto alle leggi scritte, ce ne sono altre non scritte, il cui valore non
è inferiore a quello delle prime. [...] La prima e la più importante è la
legge dell'affiliazione primordiale: se vuoi entrare nell'università, devi
essere "figlio di" qualche universitario. L'università non accetta persone
che non siano geneticamente riconducibili a qualcuno dei suoi membri. [...]
gli "orfani " accademici (quelli a cui il padre sia morto fisicamente, o che
siano stati allontanati da lui) rappresentano uno dei casi di maggiore
infelicità, perché nessuno si occuperà mai di loro. Per essere affiliato
bisogna rispettare una delle seguenti condizioni: essere intellettualmente
brillanti o comportamentalmente devoti. Queste qualità, in linea di
principio, si escludono: uno studioso brillante tende facilmente a staccarsi
dall'indirizzo del padre, anche se non sempre un distacco intellettuale
prefigura la rottura del rapporto di famiglia. Più serio è il caso della
crisi di devozione, che costituisce la premessa sicura di un allontanamento
del colpevole. Si creano così i "cani sciolti", un soggetto accademico poco
descritto ma di grande importanza virtuale. Il "cane sciolto", cioè l'
accademico (di qualunque livello) che non faccia più (o non abbia fatto mai)
parte di nessuna famiglia, è per lo più un ex-devoto; ma può essere anche
(caso, però, più raro) una personalità intellettualmente indipendente. [...]
Il peso della legge dell'affiliazione primordiale rende il professorato
completamente chiuso agli scambi con l'esterno, ereditario, endogamico e
nativista. Non è facile, come conseguenza, decidere di darsi all'attività
universitaria dopo aver fatto altri mestieri, arrivare all'università da
outsider, o entrarvi da stranieri. [...] In base alla legge della tenacia
premiante, poi, il figlio è destinato immancabilmente ad avanzare nella
carriera. Ciò è reso possibile dal fatto che, secondo la legge scritta, una
volta entrati all'università, esserne cacciati è impossibile. Per questo, la
vera iniziazione è costituita dalla conquista del primo posto, di qualunque
livello esso sia. Dopo quel passo, il progresso è sicuro, anche se non ne
sono sicuri i ritmi: basta essere tenaci, non mollare, non allontanarsi mai.
[...]
Esiste anche un motto di tradizione orale secondo il quale non è difficile
portare in cattedra una persona intelligente: segno di vero potere è
portarci una persona sciocca (questa dottrina ha un eroe eponimo, che però
ometto di citare qui). Per questo non è raro il caso che, via via che le
famiglie accademiche si propagano, la qualità intellettuale degli affiliati
scenda. [...] La legge dello scambio di doni accademici stabilisce che si
aiuti non solamente il proprio figlio ma anche il figlio di qualche altro
com-padre che possa ricambiare il favore. Questa situazione viene gestita in
termini di debito e credito [...]. Le leggi che ho detto operano non solo
nella creazione di "posti" [...], ma anche sul versante propriamente
intellettuale: è molto difficile, ad esempio, che il lavoro scientifico di
un appartenente alla famiglia X venga pubblicamente criticato dall'
appartenente alla famiglia avversa Y. [...] All'inverso, una recensione
positiva viene contraccambiata con un'altra necessariamente positiva. Ciò
rende prudente, falsa e in fondo irrilevante una parte notevole delle
recensioni e degli abstracts pubblicati sulle riviste scientifiche italiane,
che del resto sono guardate con notevole sospetto dal mondo universitario
internazionale. [...]
Il carattere endogamico dell'università italiana non garantisce affatto
accesso ai più bravi, e del resto la bravura intellettuale non è il valore
più pregiato presso la corporazione. [...] Mi limiterò ad accennare, appena
sibillinamente, che il sistema dei concorsi italiani è fatto in modo da non
favorire affatto l'ammissione dei capaci inibendo quella degli incapaci, e
insieme da permettere le più incredibili illegalità procedurali. + facile
obiettare che molti dei meccanismi descritti in questo paragrafo sono tipici
in generale dei sistemi di potere, e specificamente di quelli basati sul
potere "coperto", non accessibile allo sguardo né sottoponibile a critica -
in altri termini, di sistemi di tipo "mafioso"; e che non si vede perché l'
università non debba essere un terreno gestito in termini di potere. Quest'
osservazione è giusta, ma dimentica che l'università dovrebbe avere come suo
primo obiettivo la formazione e la selezione delle vocazioni scientifiche e
intellettuali. Come si capisce da quello che ho detto finora, questa non è
da diversi decenni la preoccupazione principale dell'università, il cui
metodo di reclutamento del personale è sempre più somigliante a quello
proprio del mondo politico. [...] Come effetto di tutto ciò, la "qualità"
internazionale della laurea italiana è scadente e sostanzialmente priva di
valore di scambio sul mercato del lavoro. [...] I guasti che questo sistema
produce nelal preparazione degli studenti sono resi evidenti da una varietà
di eventi esterni all'università: ad esempio, il fatto che le aziende
ri-educhino i laureati che hanno assunto, o lo scarso prestigio
internazionale dei titoli di studio universitari italiani. [...] Intanto, le
discipline "umanistiche" sono in genere meno soggette a valutazioni e
confronti internazionali, più provinciali e chiuse. Per conseguenza, il
nativismo e il familismo tipici di tutta l'organizzazione accademica
italiana hanno modo di imporsi qui nelle loro forme più drastiche, e ciò ha
effetto anche sulla qualità della ricerca. [...]
Questo fatto è uno dei tanti che rendono globalmente insignificante la
ricerca universitaria italiana. Nel nostro sistema è difficile che, contando
le scuole scientifiche di reputazione internazionale, si arrivi oltre le
dita di due mani: i grandi "maestri" mancano [...]. Siccome però il Paese
non è del tutto privo di ingegni di ricercatori veri, non deve sorprendere
se questi preferiscono allignare all'estero piuttosto che in patria. [...]
Come ho accennato all'inizio, il quadro che questo articolo traccia è quello
di una disfatta, anzitutto morale, poi di efficienza delle prestazioni e dei
servizi, infine di qualità della ricerca.»
Nessun'altra conclusione avrebbe potuto essere più definitiva, nella sua
agghiacciante, vergognosa realtà.
Un luminoso 2001 a tutti i colleghi ed amici della Lista da
Roberto Pasanisi
LILILILILILILILILILILILILILILILI
(Articolo inviato dall'autore)
Manifesto- Pagine cultura
30 Dicembre 2000
di Remo Ceserani
Qualche mese fa (il 1° agosto) ho scritto per questo giornale un articolo sul sistema di reclutamento dei professori universitari introdotto in Italia, ormai sono due anni, da una legge pasticciata e incredibile, votata dal parlamento durante un governo di centro sinistra e subita passivamente da un ministro riformatore come Berlinguer, che aveva per mesi proposto e sostenuto, confortato dal parere di molti esperti, un sistema completamente diverso, molto più giusto, molto più adatto a formare, per la nostra Università, un corpo docente competente, adatto alle esigenze nuove, aperto ai giovani e ai migliori.
Non sto qui a ripetere quali sono stati, in due anni, i risultati disastrosi del nuovo sistema: basta visitare i siti delle università italiane, che riportano scrupolosamente i verbali delle commissioni di tutti i concorsi organizzati localmente, per rendersi conto di quali siano stati i criteri che hanno presieduto allespletamento di quasi tutti (direi tutti) i concorsi: linteresse dei singoli candidati locali e delle corporazioni disciplinari, una vasta e sistematica rete di accordi fra i commissari che hanno ridotto ridicolmente il numero degli aspiranti ai singoli concorsi anche per posti prestigiosi e ambitissimi (di norma tre candidati per tre posti, uno riservato al vincitore, laltro ai cosiddetti idonei, per i quali era già pronto un posto nella loro università), una prevedibilità assoluta dei risultati di ogni concorso una volta pubblicata la commissione, ecc. ecc.
Quando ho scritto quellarticolo, in piena estate, non mi aspettavo di suscitare grandi consensi e nemmeno una vera reazione. Distratti dalle vacanze, implicati tutti (compreso ovviamente anche il sottoscritto) o come commissari o come candidati in qualche prossimo concorso, gran parte dei professori italiani hanno scelto o il silenzio o linvio di un messaggio di silenziosa solidarietà e di rassegnato pessimismo: hai assolutamente ragione, è una vicenda scandalosa, bisognerebbe fare qualcosa, cosa si può fare?. Qualcuno, come Pietro Gibellini, ha scritto un articolo di appoggio e consenso sullAvvenire del 24 novembre. Qualcun altro, come Nicola Merola ha proposto da Arcavacata di raccogliere firme sotto un manifesto assai efficace di protesta, ma ne ha raccolte, purtroppo, assai poche. Qualcun altro ancora, come il coordinatore di uninteressante lista di discussione elettronica Emilio Speciale, che dopo anni di insegnamento in America si trova ora a insegnare in Svizzera, ha provato ad aprire una discussione pubblica, rivolgendosi a tutti gli interessati, senza con ciò riuscire a smuovere il generale torpore e le colpevoli rimozioni.
Ma ecco ora uscire, sullautorevolissimo quotidiano svizzero Neue Zürcher Zeitung (2 dicembre), un articolo di Franz Haas, che denuncia con efficace sarcasmo gli aspetti più deleteri del sistema concorsuale inaugurato in Italia. Il suo giudizio è tagliente e severissimo. Nessun giornale italiano, forse per la diffusa ignoranza del tedesco, o più probabilmente per connivenza con il nostro sistema accademico e di governo, ha ripreso larticolo, nemmeno per difendere lonore nazionale così ferocemente offeso.
Larticolo di Haas andrebbe tradotto integralmente. Devo, purtroppo, riportarne solo alcuni passi.
Negli ultimi dodici mesi sono state create nelle Università italiane e nelle diverse discipline più cattedre che nei dodici anni precedenti. Sembra la realizzazione di uno spot pubblicitario dellimprenditore Berlusconi, il quale quando entrò per la prima volta in politica promise di compiere il miracolo della creazione di un milione di posti di lavoro. E però questo dubbio miracolo non ha niente a che fare con il breve periodo di governo del magnate delle televisioni. Esso appartiene allattività riformatrice di tre governi di centro-sinistra (Prodi, DAlema, Amato), che sulla carta hanno concesso maggiore autonomia ai singoli atenei, nella pratica hanno prodotto un commercio incontrollato di posti. Le vittime maggiori saranno linsegnamento e le generazioni del futuro, poiché la pacchia non può durare a lungo e per almeno ventanni non ci saranno più posti [
].
È sempre stato difficile spiegare a un collega straniero come si diventa professore universitario in Italia. Ora è diventato ancor più difficile, ancor più incredibile. Finora cerano a intervalli da cinque a otto anni dei bandi di concorso amministrati dal centro, uguali per tutte le discipline. Questi giganteschi concorsi funzio-na-vano sulla base di una combinazione di fattori: la burocrazia, molti bizantinismi, un po di competenza e un po di fortuna [
]
Con la recente riforma i tempi dei concorsi limitati nel numero sono ormai finiti. Certo la competenza non sarà anche in futuro un ostacolo, ma lunica cosa che conta veramente sono le relazioni. Da qualcosa più di un anno i primi posti sono stati assegnati sulla base della nuova legge. Ora si può trarre un primo, devastante bilancio e si può affermare che i buoni propositi del legislatore non sono stati realizzati, battuti dalle cattive abitudini del nepotismo. Il nuovo modello funziona in questo modo: luniversità XY ha un giovane speranzoso assistente di Storia della lingua ungherese e quindi bandisce un concorso per la disciplina corrispondente, nomina il capo della commissione, il quale a sua volta sceglie gli altri membri della stessa, attraverso una rete complicata di amicizie e ricatti. Da una prova così decisamente farsesca non sortisce solo un vincitore, che bene o male deriva la sua forza dallessere di casa. Anche altri due candidati vengono nominati idonei, i quali in seguito verranno chiamati da unaltra (la loro) università. La pratica ha dimostrato che questa proce-dura funziona in modo così scorrevole, che tutti gli idonei hanno ricevuto a loro volta in breve tempo i loro posti, poiché anchessi già avevano un piede nella porta, come assistenti o incaricati di insegnamento. [
]
Il posto in un solo colpo si è triplicato. Ancora un paio di colpi come questo e la Storia della lingua ungherese è ampiamente provvista di personale per altri trentanni.
Non cè nessuno fra i partecipanti che non si lamenti di questo disastro, e tuttavia la legge è la legge, e tutti si devono adattare.
Già posso prevedere come verranno prese e interpretate le parole durissime, e purtroppo nella sostanza vere, del giornalista svizzero. Molto silenzio, qualche correzione di alcune imprecisioni nel descrivere il nostro indescrivibile sistema, laccusa di conservatorismo, una generale scrollata di spalle. Nessuno sembra disposto a riconoscere che, nello spirito stesso della riforma dellUniversità, quale si va configurando nei tanti suoi aspetti, andrebbe coraggiosamente ripensato il sistema di reclutamento dei professori.
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