Il reclutamento dei professori

[17-12-2000]

Cari colleghi e care colleghe,

si è ultimamente parlato tanto delle procedure di reclutamento del corpo insegnante nelle università italiane. Aveva lanciato l'allarme il Prof. Ceserani in un articolo pubblicato su il manifesto e rilancia la problematica il Prof. Gibellini sulle pagine dell'Avvenire. Mando di nuovo l'articolo di Ceserani insieme a quello di Gibellini e un articolo della serissima NZZ (in tedesco) dove si mette pesantemente alla berlina la cosiddetta riforma e tutta la struttura di assunzione dei nuovi professori.

Pur non facendo più parte dell'accademia americana, ma avendo diretta esperienza del sistema statunitense, vorrei precisare alcuni punti per chiarire le differenze tra i due sistemi ed eliminare pregiudizi ed errori di valutazione. Parlo in generale delle università più prestigiose (le eccezioni sono possibili, ma rare) ed in particolare del campo delle humanities.

1. La carriera accademica incomincia nel momento in cui si acquisisce il Ph.D (il dottorato). Questo titolo di studio è oramai prerequisito essenziale. Meglio avere un dottorato da una università prestigiosa, ma ciò non è una valenza fondamentale.

2. In autunno viene pubblicata una lista di posti disponibili nelle varie università. Questa lista viene gestita e pubblicizzata dalla MLA (Modern Languages Association), un'associazione indipendente da qualsiasi università e da qualsiasi istituto governativo.

3. In base alla descrizione del posto (cerchiamo un medievalista, cerchiamo un modernista, ecc.) il candidato/a presenta la propria domanda (accompagnata da lettere di raccomandazione) all'università. Punto importantissimo: il candidato/a non fa mai domanda (e viene scoraggiato/a) nella propria università (se mai fosse disponibile un posto) e l'università non si sognerebbe mai di assumere un proprio studente (che però potrà tornare a carriera avanzata: da professore ad esempio). Il candidato/a normalmente fa domanda a decine di università.

4. L'università compila una lista di papabili (tra dieci e venti nomi) da intervistare al meeting annuale della MLA (che si svolge sempre dopo Natale, ogni anno in una città diversa). Da questo elenco, dopo l'intervista, vengono scelti tre candidati/e da invitare al campus per una conferenza e vari incontri con gli altri professori, gli studenti e l'amministrazione.

5. La facoltà decide il candidato/a da assumere in base a diversi criteri di qualità scientifica del lavoro svolto e in base anche alla "omogeneità" della personalità e del curriculum dello stesso/a alla struttura del dipartimento.

6. Lo stesso processo si svolge al momento dell'assunzione di un professore: spesso a questo livello però vengono invitati al campus direttamente degli studiosi/e già conosciuti/e nel campo specifico.

Per concludere: questo meccanismo (che ho riassunto nelle sue parti essenziali) permette una grande mobilità, libertà e trasparenza, tre elementi assenti, mi pare di capire, dal sistema italiano. È praticamente impossibile per un giovane studioso esterno al nepotismo accademico italiano svolgere una carriera all'università. Ma questa situazione non sembra essere esclusivamente italiana, ma europea. Solo in Svizzera, per quanto ne sappia, è possibile per uno straniero inserirsi, anche a livelli alti, nel mondo accademico. È da dire anche che ultimamente negli Stati Uniti si registra una certa chiusura, dovuta comunque all'alto numero di dottorati.

Mi piacerebbe che si discutesse di questa problematica su Lettere Italiane.
Cordialmente
Emilio Speciale

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Cari amici e colleghi,
vi mando in attachment il testo di un articolo sul sistema dei concorsi
universitari che ho scritto per il "Manifesto". Un po' perché è uscito
mentre tutti erano in vacanza, un po' perché temo che nessuno abbia più
voglia di combattere contro la legislazione attuale, nonostante che tutti
siano convinti che non aiuti per nulla la crescita di qualità della nostra
istituzione, temo che non ci sarà nessuna vera reazione e nessuna vera
volontà di unire le forze e proporre un sistema alternativo.
Un caro saluto
da Remo Ceserani

"il manifesto" del 01 Agosto 2000
La lotteria degli aspiranti
Il reclutamento e la carriera dei docenti resta uno degli elementi di più vistosa contraddizione all'interno del tormentato riordino legislativo dell'università italiana
REMO CESERANI

Qualche tempo fa ho scritto una serie di articoli sui progetti di riforma dell'università italiana (il manifesto, 5-6-7 gennaio 2000), parlando delle concezioni contraddittorie che li ispirano, in particolare del potente modello che sembra prevalere, di origine americana, riassumibile nella formula "l'università deve essere strutturata e governata come un'azienda", e la conseguente messa in crisi della tradizionale concezione dell'università humboldtiana, come luogo di formazione ampia e approfondita delle classi dirigenti delle nazioni moderne, prima ancora che come strumento di formazione professionale.
Nel frattempo, pur continuando a scontrarsi le diverse concezioni e la conseguente confusione di intenti e filosofie dei vari organismi preposti all'attuazione della riforma (il ministero, le commissioni ad hoc, il consiglio nazionale universitario, il coordinamento dei rettori e dei presidi, le facoltà, il consiglio degli studenti, il parlamento, i movimenti politici, gli organi professionali, la società civile), la legislazione ha fatto qualche passo avanti e alcuni decreti, in particolare quelli sulle classi di laurea dei primi tre anni, sull'autonomia degli atenei, sul sistema dei crediti, stanno agli ultimi stadi dell'approvazione parlamentare e sono pronti per entrare in vigore.
Uno degli elementi di più vistosa contraddizione, in questa tormentata e complessa attività legislativa, mi pare che riguardi il reclutamento e la carriera dei docenti. Qualunque sia il modello di università che intendiamo costruire, sia essa l'università-azienda o l'università che introduce al mondo dei saperi (magari tenendo conto dei grandi cambiamenti avvenuti nella gerarchia stessa dei saperi), mi pare chiaro che sia interesse dell'istituzione avvalersi di un personale di alta qualità, protagonista della vita intellettuale, motivato alla ricerca, capace di spendersi nell'attività didattica. E invece è successo che, essendo il vecchio sistema dei concorsi naufragato in seguito alle riforme degli anni Sessanta, alle frequenti promozioni ope legis (del tutto ingiustificabili in un mondo come quello universitario), all'ingorgo provocato dalla crescita tumultuosa del sistema, si è cercato di correre ai ripari ponendosi come obbiettivo immediato quello di allineare il nostro sistema a quello dei paesi più avanzati, garantendo lo svolgimento regolare e decentrando i concorsi, introducendo un po' di competizione fra le università, responsabilizzando le commissioni. Il ministro Berlinguer aveva, con l'aiuto di alcuni esperti e di persone illuminate, preparato un progetto di concorsi in cui convivevano due momenti: uno centralizzato di composizione di liste di idonei, uno locale di scelta da parte di una commissione responsabilizzata del candidato più adatto per quell'ateneo, capace di aumentarne la produttività e l'immagine nel mondo.
Un correttivo particolarmente importante, destinato a rompere le fedeltà di scuola e le chiusure locali, prevedeva che chiunque vincesse un posto dovesse andare per un periodo di tempo a insegnare in una università diversa e lontana dalla sua, arricchendo al tempo stesso le proprio esperienze e quelle dell'università ospitante. Credo sia stato un errore quello del ministro Berlinguer di accettare che il suo progetto venisse radicalmente travisato dalle lobbies corporative degli aspiranti professori e dalle commissioni parlamentari. L'arte del compromesso ha dato ancora una volta pessima prova. Incerti fra il mantenere il vecchio sistema centralizzato (grandi concorsi nazionali con commissioni uniche e strapotenti, che designavano in certi casi decine di vincitori) e il nuovo sistema decentrato (una commissione per ogni concorso in ogni ateneo, che tenesse conto delle necessità di quell'ateneo e puntasse alle scelte di qualità se non voleva dequalificarne il funzionamento e l'immagine - con in più i correttivi di una previa abilitazione nazionale e dell'imposizione di un servizio fuori sede contro le possibili storture degli interessi locali, personali e di scuola) si è scelta la via del concorso-compromesso-mostro, in parte nazionale in parte locale e della terna di vincitori (che nel 2001 si ridurrà a una coppia): uno (di solito il candidato locale, voluto dalla facoltà e protetto dal membro interno della commissione, nominato di ufficio e non eletto come sono invece gli altri quattro) e due considerati "idonei" che entro due anni dovrebbero essere chiamati da altri atenei.
I risultati, come può constatare chiunque abbia la pazienza di visitare in rete i siti delle università italiana e leggere i verbali delle tornate di concorsi finora effettuate, sono stati pessimi. Concorsi di professore ordinario e associato in sedi prestigiose e in discipline importanti, con centinaia di cultori nel paese e quindi con le condizioni per una bella competizione, per le quali le domande presentate, nella stragrande maggioranza dei casi, si contano al massimo sulle dita di due mani e che, all'atto dell'insediamento della commissione si riducono, in seguito a una serie di rinunce strategiche, a un numero molto vicino a quello dei tre vincitori. Che questo sistema sia in grado di innalzare il prestigio e migliorare la qualità del personale universitario italiano e soprattutto di immettere giovani forze, portatrici di nuove visioni della ricerca, nuove aperture nel sistema dei saperi e nuove energie didattiche mi pare nettamente escluso. La produttività dei nuovi concorsi è stata altissima: dopo anni di blocco delle assunzioni e delle carriere universitarie ci sono stati d'improvviso molti concorsi e mi si dice che attualmente ci siano in Italia più di 3.000 idonei, tra fascia dei professori ordinari e fascia degli associati, in attesa di chiamata. La qualità, tuttavia, e la funzionalità del prodotto è stata molto bassa. Pochissime le nuove leve. In grandissima parte si è avuto una serie di "scorrimenti" di carriera dalla fascia dei ricercatori a quella degli associati, da questa a quella degli ordinari.
Le logiche che stanno dietro a meccanismi così clamorosamente inefficienti sono di due tipo e dipendono le prime dall'assetto amministrativo degli atenei in seguito alla cosiddetta "autonomia", le altre dai comportamenti compromissori, furbeschi o semplicemente (nella grande maggioranza dei casi) rassegnati dei professori italiani come categoria e come ceto.Le prime logiche derivano direttamente dalle questioni che riguardano il "budget" che ogni ateneo, nei suoi organi accademici (senato) e amministrativi (consiglio di amministrazione), deve governare. La scarsa disponibilità di fondi spinge le università a non rischiare grossi investimenti in nuovo personale e a impegnare risorse finanziarie solo per aggiustamenti di stipendio di chi è già in carico nel bilancio: un nuovo professore di prima fascia costa circa 150 milioni l'anno, un nuovo ricercatore circa 80, un avanzamento di carriera da professore associato a professore ordinario circa 10 milioni; è evidente che è più facile accontentare chi è già sui libri paga dell'ateneo piuttosto che chiamare forze nuove, attirare giovani brillanti da altri atenei, indire concorsi per gente di spicco, anche se questa risultasse fresca di ricerca e capace di portare nuove esperienze avendo magari studiato e insegnato all'estero o in centri importanti e prestigiosi.Le logiche che governano i comportamenti dei candidati e dei commissari ai concorsi sono di altro tipo. Di norma succede che la persona che intravede la possibilità di usufruire di una quota di budget presso la sua università, sufficiente a indire un concorso, mette in moto, o fa mettere in moto, il meccanismo (spesso in prima persona, creando il modello poco decoroso del candidato che si costruisce la sua commissione). La proposta viene portata in consiglio di facoltà, qui viene stilato un "profilo" della persona ideale di cui la facoltà ha bisogno per le sue esigenze scientifiche e didattiche (a chi possa assomigliare tale profilo potete immaginarlo). Viene nominato, su proposta del consiglio di facoltà, un "membro interno" della commissione, con il compito di adoperarsi perché il futuro vincitore corrisponda appunto al profilo stilato dalla facoltà. A questo punto viene, due volte all'anno, in luglio e in febbraio, una tornata elettorale, nel corso della quale tutti i professori italiani che insegnano la disciplina oggetto del concorso sono chiamati a eleggere, per via elettronica, altri quattro commissari. Sarà stata cura del candidato locale e dei suoi protettori preparare bene questa elezione. Disponendo ogni commissione, almeno fino al 2001, di altri due posti da assegnare a "idonei" cioè a vincitori di concorso che potranno entro tre anni essere chiamati da altre facoltà, sarà cura di chi organizza il concorso procurarsi almeno altri due alleati-commissari, disposti a far vincere il candidato per cui è stato indetto il concorso in cambio della promessa di nominare come "idonei" i loro rispettivi candidati. Gli altri due commissari saranno da cercare o fra delle comparse anonime e innocue o fra persone disposte a prendere impegni di scambio per il futuro. Va aggiunto che i commissari impegnati a ottenere l'idoneità per i loro candidati devono essersi a loro volta previamente assicurati che presso la loro università ci sia la disponibilità poi a impegnare una quota di budget per chiamare l'idoneo e che anche in questo caso è molto più facile ottenere il finanziamento necessario per uno scorrimento di carriera del personale già inquadrato che ottenere una quota piena di budget per chiamare una persona giovane o comunque che provenga dall'esterno.
C'è da meravigliarsi se, con un meccanismo di questo genere, siano così scarsi i candidati per ogni concorso e che comunque, una volta nota la commissione uscita dalle elezioni (e nota più o meno a tutti la probabile composizione della terna dei vincitori) tutti gli altri si ritirino? Le aziende su cui dovrebbe modellarsi l'università-azienda non si comportano così e anzi hanno dei meccanismi di reclutamento del personale rigorosissimi e "scientifici"? E cosa possiamo farci? Forse non c'è da meravigliarsi troppo neppure del fatto che la classe accademica italiana, sempre pronta a protestare, difendere le proprie nobili tradizioni, discutere all'infinito sull'inevitabilità della cooptazione nei sistemi di arruolamento del personale universitario, in molti casi abituata a comportarsi in modo totalmente diverso quando viene chiamata a fare da giudice e a dare un parere sulla scelta di un candidato per una cattedra all'estero, di fronte a un meccanismo perverso come quello inventato dai nostri legislatori si sia presto rassegnata e semmai impegnata a utilizzarlo a proprio vantaggio, per rafforzare la propria scuola, mettere finalmente in moto alcune carriere che erano bloccate da anni, gettando soltanto qualche lacrima sull'amaro destino dei giovani nella società contemporanea, che vede investimenti sempre più ristretti nella ricerca.
Che fare? chiaro che la protesta individuale non serve e neppure il nobile rifiuto a far parte del meccanismo. Ci vorrebbe un ravvedimento del legislatore (poco probabile, vista la quantità di professori universitari in parlamento, a cominciare dal ministro, lui stesso di recente coinvolto in prima persona in un concorso), uno scatto di orgoglio della categoria (ancor meno probabile), un movimento di opinione più ampio, forte della consapevolezza che dalla qualità dei docenti dipende in gran parte la riforma dell'insegnamento superiore in Italia, il suo collegamento con l'Europa, la sua fondamentale partecipazione alla modernizzazione del paese.

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da “Avvenire” 24 nov. 2000


POLEMICHE Il reclutamento dei docenti nelle nostre università e il modello americano

Scuola, meglio «yankee»?


di Pietro Gibellini


Forse la rassegnazione di fronte alla sorte della scuola italiana, ha fatto passare quasi inosservato un recente articolo di Remo Ceserani, docente di letterature comparate da sempre attento al rapporto fra ricerca e didattica, pubblicato sul Manifesto, in cui egli contesta la nuova formula dei concorsi a cattedra, che a suo parere rischia di pregiudicare seriamente la qualità dell'insegnamento universitario. A conclusioni analoghe era arrivato, alcuni mesi fa, Nicola Merola, professore di letteratura italiana contemporanea, in una lettera aperta al ministro, sottoscritta da molti colleghi ma rimasta semi-clandestina. Con la ripresa dell'attività accademica, quache docente ha riattivato il dibattito sui quotidiani, la raccolta di firme ha ripreso impulso, ma intanto i concorsi procedono, confermando le tristi previsioni di Ceserani.
In quell'articolo, Ceserani afferma che la politica governativa italiana si ispira al modello americano, secondo il quale l'università deve essere strutturata e governata «come un'azienda», diversamente da quella europea di matrice humboldtiana che si proponeva di «formare» l'uomo e il cittadino, oltre che di attrezzarlo per una professione. «Aziendale» o «formativa», gli atenei dovrebbero avere, secondo Ceserani, «personale di alta qualità, protagonista della vita intellettuale, motivato alla ricerca, capace di spendersi nell'attività didattica». Come non convenire con lui? L'assunzione, cioè il «reclutamento», nella terminologia ministeriale, e la carriera dei docenti diventano così un punto chiave. Il vecchio sistema dei concorsi centralizzati su base nazionale, nei quali un'unica commissione doveva attribuire i posti disponibili a un uguale numero di vincitori, è naufragato, dopo il boom delle iscrizioni universitarie, per le «frequenti promozioni ope legis, del tutto ingiustificabili in un mondo come quello universitario» e - aggiungiamo noi - per il degrado deontologico nella condotta dei commissari.
Il ministro Berlinguer, per bloccare le manovre localistiche e riattivare il tradizionale prezioso scambio di docenti e di esperienze fra gli atenei, aveva previsto che il vincitore del concorso potesse vincere posti banditi da altre sedi, come accade spesso all'estero. Le «lobbies corporative degli aspiranti professori e dalle commissioni parlamentari» fecero cancellare quella norma, e il ministero ha finito per operare un infelice «compromesso-mostro» fra il vecchio sistema centralizzato (commissione nazionale che decretava tutti i vincitori, talora in numero considerevole) e il nuovo sistema decentrato (una commissione in ogni ateneo in cui è bandito il posto, con commissari locali e nazionali). Il nuovo concorso, ribattezzato «valutazione comparativa» secondo il malvezzo parolaio dei riformatori in servizio permanente, si svolge nel modo seguente: la commissione, formata da un professore dell'università in cui è disponibile la cattedra, affiancato da quattro colleghi esterni, designati per elezione nazionale, attraverso l'esame dei titoli scientifici, individua fra i concorrenti una terna di vincitori.
Tra questi c'è immancabilmente il candidato locale, quello per cui la facoltà ha bandito il posto; i due restanti entro un biennio potranno essere chiamati da altri atenei. Cioè dai loro, visto che all'università, per le ragioni che vedremo, costa meno richiamare un proprio docente che un esterno.
Aggiungiamo: le commissioni sono spesso «blindate», cioè elette attraverso campagne elettorali orchestrate dagli stessi candidati e dai centri di potere accademico organizzati. Infatti, mentre un tempo, in un'elezione unica e una tantum, tutti potevano bene o male incidere col loro voto, ora lo stato elettorale permanente e le alchimie distributive dei voti e delle candidature presuppongono un'organizzazione degna della segreteria di un partito, da cui restano tagliati fuori i docenti più preoccupati della serietà degli studi che dei maneggi. Dall'alleanza fra miope localismo e colonialismo dei grandi atenei, escono così commissioni su misura, che alimentano la sgradevole sensazione che gli esiti siano predeterminati.
Il risultato è quello constatato da Ceserani:«Concorsi di professore ordinario e associato in sedi prestigiose e in discipline importanti, con centinaia di cultori nel paese e quindi con le condizioni per una bella competizione, per le quali le domande presentate, nella stragrande maggioranza dei casi, si contano al massimo sulle dita di due mani e che, all'atto dell'insediamento della commissione si riducono, in seguito a una serie di rinunce strategiche, a un numero molto vicino a quello dei tre vincitori». Dopo anni in cui i concorsi sono stati banditi col contagocce, c'è stata una vera e propria inondazione: fra associati e ordinari, sono stati sfornati in pochi mesi circa 3.000 idonei. Questo ha migliorato la «produttività» didattico-scientifica degli atenei? Per le ragioni che abbiamo detto, la risposta è no. C'è stato solo uno scorrimento di carriera, dal momento che non ha vinto alcuno studioso che già non fosse nei ruoli universitari: i ricercatori sono diventati associati e gli associati ordinari, continuando a insegnare nel posto in cui erano, con una semplice elevazione di grado: todos caballeros, dunque, per un corpo docente immutato, anzi invecchiato e ingessato.
Da questo punto di vista, l'autonomia finanziaria dei singoli atenei, positiva per certi aspetti, incide negativamente: un ricercatore costa, tra stipendio e oneri, circa 80 milioni l'anno, un associato 120, un ordinario 150. Ciò significa che, con la cifra necessaria per chiamare un nuovo docente, l'università può accontentare più dipendenti regalando loro un avanzamento di carriera, in una logica che rammenta più la nomenklatura sovietica che l'aziendalismo yankee.
Personalmente, ho molte riserve sull'assunzione passiva del modello americano. Sono anche convinto che, nel campo umanistico, gli studenti italiani abbiano una formazione decisamente più ricca di quella di molti loro coetanei stranieri, come si può constatare attraverso il confronto fra i programmi di scambio «Erasmus» o «Socrates». Ma giusto o sbagliato che sia, il modello aziendalistico delle università estere che comporta una selezione rigorosa dei docenti basata sul prestigio e sulla laboriosità, è contraddetto, oggi ancor più di ieri, dal nostro sistema di concorsi. In effetti, il silenzio attuale dei docenti di grado inferiore, che in passato avanzavano con frequenza ed energia proteste e rivendicazioni, autorizza il sospetto che la nuova forma di reclutamento sia un surrogato dell'ope legis o dei «concorsi riservati» escogitati dalla pubblica amministrazione per promuovere chi è già assunto.
Un ravvedimento del legislatore appare improbabile, ma uno scatto d'orgoglio dei docenti che credono ancora nella serietà e nel rigore è davvero impossibile? E non vi sarà qualche politico che, viste le conseguenze negative, blocchi questo rovinoso sistema e cominci a studiare valide alternative? Errare humanum, sed perseverare…

Pietro Gibellini

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Goldesel und Lehrstühle

Die umstrittene Hochschulreform in Italien

In den letzten zwölf Monaten wurden an Italiens Universitäten in manchen Fachgebieten mehr neue Lehrstühle geschaffen als in den zwölf Jahren davor. Das scheint wie ein wahr gewordener Werbespot des Unternehmers Silvio Berlusconi, der bei seinem ersten Anlauf in die Politik die reinsten Wunder versprochen hatte, eine Million neue Arbeitsplätze etwa. Doch hat dieses dubiose Mirakel nichts mit der kurzlebigen Regierung des TV-Magnaten zu tun. Es ist ein Teilaspekt des Reformwerks von drei Mitte-Links-Regierungen (Prodi, D'Alema, Amato), das den einzelnen Hochschulen zwar auf dem Papier mehr Autonomie gewährt, in der Praxis aber einen ungehemmten Postenschacher auslöst. Den Schaden haben die Lehre und die Generation der Zukunft, denn lange wird der Goldesel nicht durchhalten, und dann wird es zwanzig Jahre lang kaum neue Stellen geben.

Die Hochschulreform ist das Aschenbrödel unter den Revolutionen im Bildungswesen. Sie ist kein Thema für die Massen, wie etwa in diesen Wochen die Änderungen im italienischen Schulsystem, dessen Zyklen ab 2001 grob umgekrempelt werden: sieben Jahre Grundschule, zwei Jahre Mittelstufe, drei Jahre Oberstufe. Gegen diese fragwürdige Massnahme der Regierung macht sich nun Berlusconis Opposition stark, die verspricht, im Fall eines Wahlsieges alles rückgängig zu machen. An den Universitäten hingegen ist kein so grosser Stimmenfang zu machen, deshalb hat dort eine missratene Reform keine mächtigen Gegner. Die Rekrutierung von Universitätsdozenten ist kein Thema für Talkshows, sie ist ausserdem nur der erste, fast unsichtbare Teil der Neuerungen.

In Italien sind nämlich die Hochschulen ab sofort nicht nur Bildungsanstalten, sondern auch «Unternehmen», jedes für sich und alle gegen alle. Besonders sichtbar ist das vor Semesterbeginn, wenn der unternehmerische Geist Werbung betreibt: ganzseitige Inserate in Tageszeitungen, Werbespots im Fernsehen, im Supermarkt zwischen der Reklame für Babywindeln und Berieselungsmusik. Um einander die Studenten abspenstig zu machen, führen die geschäftigen Universitäten auch neue Studienrichtungen ein, je nach lokalem Gutdünken und Findigkeit. «Autonomia locale» ist die neue Zauberformel gegen den Schwund der Studentenzahlen. Im Schatten dieser Autonomie blüht oft ein bizarrer Lokalstolz, durch den auch der Lehrkörper anschwillt, zum Hohn aller Ökonomie.

Schneller Lorbeer

Ein attraktives Häppchen im Angebot mancher Universitäten ist schon in diesem Jahr das Kurzstudium, die sogenannte «laurea breve», die per Gesetz früher oder später alle anbieten müssen, als Alternative zur zeitaufwendigen Spezialisierung. Die ganze italienische Flexibilität liegt in diesem «früher oder später». Niemand weiss noch recht, wie die Studienpläne für diesen «schnellen Lorbeer» aussehen, aber in den Werbekampagnen hat er schon seinen fixen Platz. Gewiss ist nur, dass der neue Studiengang drei Jahre dauern wird, dass er ohne Examensarbeit abschliesst, dass er trotzdem den Doktortitel einbringt - und dass halb Europa darüber lachen wird. Die bisherige, einheitliche «laurea» unter dem Motto «tutti dottori» war schon ein viel belächelter Studienabschluss. Mit der Reform kommt nun die endgültige Inflation über dieses Stück Papier, und das hat auch einen Vorteil: Jeder weiss um seinen reellen Wert - den eines nicht ausgefüllten Totoscheins.

Der schöne Schein eines Hochschuldiploms ist allerdings keine exklusive italienische Sache, es gibt ihn überall auf der Welt. Und fast überall werden Studiengänge von verschiedener Länge angeboten. Dieser Teil der Reform war also dringend nötig. Die Konfusion um die Strukturierung der beiden Abschnitte (drei Jahre Grundstudium und zwei Jahre Spezialisierung) wird noch eine gute Weile andauern, ebenso die Werbeschlachten um die Gunst der Studienanfänger, bis Vernunft und Geldmangel diesen Unfug einstellen. Dadurch entstehen keine irreparablen Schäden. Ganz anders sieht es aber beim unbekannteren Teil der Reform aus, dem lokal autonomen Überladen der Lehrstühle, das der nachkommenden Generation jeglichen Zugang verwehrt - und das internationale Ansehen Italiens weit unter die akademische Schamgrenze drückt.

Es war immer schon schwierig, einem ausländischen Kollegen zu erklären, wie man in Italien Universitätsprofessor wird. Nun ist es noch schwieriger, noch unglaublicher geworden. Bisher gab es alle fünf bis acht Jahre eine zentral gesteuerte Stellenausschreibung, für alle Disziplinen gleichzeitig. Diese gigantischen «concorsi» funktionierten auf der Basis von Bürokratie, viel Byzantinismus, ein wenig Fachkompetenz und Glück: Man reichte alle Publikationen ein und hoffte, zum «Vorsingen» bei der Kommission zugelassen zu werden für eine extemporierte Vorlesung. Die Kommission war nur zum Teil durch Mogelei entstanden, das Thema der Vorlesung wurde gelost. Im Fall von Germanisten beispielsweise konnte es von Grimmelshausen bis Grass reichen, 24 Stunden später war darüber ein einstündiger Vortrag zu halten, in freier Rede, etwa über «Die Figur des Künstlers in den Werken von Frank Wedekind». Die zu vergebenden Stellen waren nicht restlos auf die Pfründen der Kommissionsmitglieder aufgeteilt, ein schmaler Rand blieb immer, den zu erobern, war vor allem eine Frage der guten Nerven und der Schauspielkunst. Das sind immerhin Kriterien.

Verheerende Bilanz

Mit der jüngsten Reform sind diese Zeiten des beschränkten Wettbewerbs vorbei. Kompetenz ist zwar auch in Zukunft kein Hindernis, was aber allein zählt, sind die Verbindungen. Vor etwas mehr als einem Jahr wurden die ersten Stellen nach dem neuen Gesetz vergeben. Nun kann eine erste, verheerende Bilanz gezogen, kann festgestellt werden, dass die guten Absichten der Legislatur nichts ausrichten gegen die schlechte Gewohnheit der Vetternwirtschaft. Das neue Modell funktioniert so: Die Universität XY hat einen jungen hoffnungsvollen Assistenten für «Geschichte der ungarischen Sprache», deshalb schreibt sie die Stelle für einen entsprechenden Lehrstuhl aus, bestimmt den Chef der Prüfungskommission, der seinerseits die restlichen Kommissionsmitglieder bestellt, durch ein kompliziertes Netz aus Freundschaften und Erpressungen. Aus der Farce einer solchen Prüfung geht aber nicht nur ein Sieger hervor, der sowieso durch die Hausmacht von vornherein feststeht. Es werden auch zwei weitere Kandidaten als «tauglich» erklärt, die daraufhin von einer anderen (ihrer) Universität berufen werden können. Die Praxis hat gezeigt, dass dieses Verfahren wie geschmiert läuft, dass auch alle «Tauglichen» in kürzester Zeit ihren Posten bekommen, weil sie schon irgendwo ihren Fuss in der Tür haben, als Assistenten oder Lehrbeauftragte. Oft sind sie gar keine Esel. Die Stelle hat sich mit einem Schlag verdreifacht. Noch ein paar solcher Streiche, dann ist die «Geschichte der ungarischen Sprache» für die nächsten dreissig Jahre mit Personal versorgt.

Es gibt wohl kaum einen Beteiligten, der dieses Desaster nicht beklagt, doch Gesetz ist Gesetz, und alle machen mit. Der Dekan einer Turiner Fakultät hat vorgeschlagen, wenigstens die Kommissionsmitglieder aus dem landesweiten Lehrkörper auszulosen, um die lokale Klüngelei zu verhindern, weil doch in Italien «der Zufall immer noch die beste Garantie für Unparteilichkeit ist». Und Curzio Maltese, einer der scharfsinnigsten Kommentatoren des Landes, erinnert sich an ein Titelblatt des «New Yorker», dessen Zeichner vor ein paar Jahren das italienische Universitätssystem so versinnbildlichte: Ein Mann mit langem weissem Bart liest konsterniert eine Liste von Namen - Erster A. Borgia, Zweiter C. Borgia, Dritter G. Borgia, Vierter V. Borgia, Fünfter L. da Vinci -, ein anderer tröstet ihn: «Nehmen Sie es nicht so schwer, Herr Leonardo, nächstes Mal werden Sie es schaffen.» Damals schien es beinahe unmöglich, dieses System noch zu verschlechtern. Ein Stab von Ministerialbeamten hat es dann doch geschafft, mit den besten Absichten und einigen genialen Lücken im Gesetz.

Franz Haas


Neue Zürcher Zeitung, Ressort fe, 2. Dezember 2000, Nr.282, Seite 65
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