Lettere Italiane: quattro articoli

[19-11-2000]

1. Eco: L'egemonia fantasma nella scuola

2. Erbani: Sinistra egemone?

3. Giovanardi: L'ultimo romanzo di Camilleri

4. Traina: Ricordando Bufalino


La Repubblica (16.11.2000)

L'EGEMONIA FANTASMA NELLA SCUOLA

di UMBERTO ECO

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ALL'INIZIO degli anni Settanta Marisa Bonazzi aveva organizzato a Reggio Emilia una mostra critica dedicata ai libri di testo in uso nelle elementari dell'epoca. La mostra esponeva, dovutamente ingrandite, le pagine dei libri, e poi li commentava. Nel 1972, per le edizioni Guaraldi, Marisa Bonazzi e io avevamo pubblicato un libro, intitolato I pàmpini bugiardi, in cui il commento ai testi incriminati era quasi del tutto ridotto a titoletti ironici, e a brevi introduzioni ai vari settori (i poveri, il lavoro, la patria, le razze, l'educazione civica, la storia, la scienza, il danaro eccetera). Il resto parlava da sé. Ne veniva fuori l'immagine di una editoria scolastica che non si limitava a ripetere i clichés dei libri di lettura e dei sussidiari fascisti, ma era ancora più indietro, legata a stereotipi arcaici, datati almeno quanto il Vittoriano e il dannunzianesimo degli stenterelli.

Cito solo due esempi, e le sottolineature sono mie. Uno era un ritratto di Nazario Sauro, in cui è evidente lo schema dei busti mussoliniani: «In un corpo robusto pieno di sangue vivido e pronto, in quella testa possente e grossa, in quegli occhi risolutissimi si è trasfuso un poco dello spirito immortale che aleggia sui campi, sui monti, sui mari d' Italia, e la fa bella e forte diversamente dalle altre patrie». Il secondo era un capitolo sul 2 giugno, dedicato a spiegare come la festa della Repubblica si risolvesse in una parata militare: «E' un fiume di ferro, di uniformi, di armi e soldati allineati in ordine perfetto... Passano i giganteschi carri armati, i mezzi cingolati per il trasporto delle truppe anche attraverso la nube di una esplosione atomica, i grandi cannoni, gli agili e scattanti reparti d'assalto...»

Evidentemente i testi che spiegavano a bambini innocenti che i nostri cingolati scorrazzano felici attraverso le liete nubi di un'esplosione atomica, erano dei testi mendaci. Quel nostro libretto ha avuto una certa fortuna e, per la sua piccola parte, insieme con altri interventi critici (citavo in prefazione un numero della rivista Rendiconti) ha contribuito a uno svecchiamento dei testi scolastici. Nessuna autorità è intervenuta, nessuna commissione di censura è stata costituita. Come avviene nelle cose della cultura, una libera critica ha stimolato ripensamenti e nuove iniziative.

Io credo che così si debba fare in un paese civile. Non intendo pronunciarmi sui libri che hanno scatenato la critica di Storace, anche perché non li conosco. Sono pronto ad ammettere che contengano passi contestabili, e in paese libero le opinioni contestabili, appunto, si contestano, ferma rimanendo la distinzione fondamentale tra contestazione e censura. Se c'è scandalo, scoppia da solo. Naturalmente chi critica deve avere l'autorità morale e culturale per rendere la sua critica efficace: ma sono decorazioni che si acquistano sul campo.

Non dico nulla che non sia stato già detto se ricordo che un testo scolastico, per difettoso che sia, interagisce con l'autorità dell'insegnante, e con notizie che i ragazzi ricevono (specialmente oggi) da tanti altri canali. Al liceo si aveva come testo di filosofia il serio ma illeggibile Lamanna, di ispirazione idealistica. Il mio professore di filosofia era cattolico (e fu un grande maestro, che ci spiegava persino chi fosse Freud, invitandoci a leggere, per capirlo, l'Anima che guarisce di Stefan Zweig). Non amava il Lamanna, e ci dava la sua versione della storia della filosofia. Anche se poi ho fatto il filosofo di professione, molte cose filosofiche che so sono ancora quelle che ci ha insegnato lui. A questo professore ho chiesto un giorno quale buona rivista culturale avrei potuto leggere, oltre alla Fiera letteraria (che tra l'altro era allora in mani cattoliche, ma parlava di tutto). Mi ha consigliato un'altra seria rivista cattolica, Humanitas. E questo mi riconduce al problema dell'egemonia culturale della sinistra.

Oggi un ragazzo che, come per lo più avviene, sa poco dell'Italia che lo ha preceduto, a leggere i giornali e ad ascoltare i discorsi politici (se lo fa) si convince che dal 1946 a Tangentopoli l'Italia è stata governata dalle sinistre, le quali, avendo le leve del comando, hanno instaurato una loro egemonia culturale, i cui effetti nefasti si avvertono ancora ora. Debbo rivelare a quei giovani che per quel periodo il nostro paese è stato governato dalla Democrazia Cristiana, che controllava saldamente il ministero della Pubblica Istruzione, che esistevano fiorenti case editrici cattoliche (come la Morcelliana, SEI, Studium, l'Ave, e persino una casa editrice della Democrazia Cristiana, Cinque Lune), che la Rizzoli era allora d'ispirazione conservatrice, che non erano di sinistra Mondadori, Bompiani, Garzanti e via dicendo, che l'editoria scolastica di Le Monnier, Principato, Vallardi non era governata da membri del partito comunista, che non erano marxisti i grandi settimanali come La domenica del corriere, Epoca, Oggi, Tempo, non lo erano certamente i grandi quotidiani salvo l'Unità (comperata solo da chi votava Pci) e che, gratta gratta (non considerando le edizioni del Partito Comunista, come l'Universale del Canguro, che circolavano solo alle feste dell'Unità), l'unica casa di sinistra era l'Einaudi, la quale nel quarantotto ha pubblicato il primo libro sul materialismo dialettico sovietico, ma scritto da un gesuita. Feltrinelli viene dopo, e si afferma pubblicando Il Gattopardo e il Dottor Zivago, alla faccia dell'egemonia marxista.

Quella che oggi viene sbrigativamente chiamata cultura di sinistra era in verità cultura laica, liberale, azionista, persino crociana. L'università era governata da due grandi gruppi che si spartivano i concorsi, i cattolici e i laici, e tra i laici ci stavano tutti, anche i pochi studiosi marxisti di allora. Come si è stabilita un'egemonia della cultura laica, perché gradatamente egemonia c'è stata? Perché la Democrazia Cristiana al potere non l'ha contrastata e non è riuscita a opporre il fascino di Diego Fabbri a quello di Bertolt Brecht?

Non basta affermare, come qualcuno ha fatto in questi giorni, che il partito di governo ha esercitato un'ampia e serena tolleranza. E' vero in parte, ma negli anni Cinquanta ricordo che alla Rai lavorava gente a cui si rifiutava il contratto definitivo con la spiegazione esplicita che erano comunisti, e si potrebbero riaprire le cronache dell'epoca per ritrovare polemiche, manifestazioni d'intolleranza, chiusure oggi inaccettabili. Però sarebbe lecito dire che il partito di potere ha preso una decisione: lasciate a noi il controllo dell'economia, degli enti pubblici, del sottogoverno, e noi non ficcheremo il naso più di tanto nell'attività culturale.

Ma anche questo spiega poco. Perché, visto che la scuola non l'imponeva e anzi l'ignorava, un giovane doveva andare a leggere Gramsci piuttosto che Maritain? O almeno, perché i giovani cattolici dell'epoca leggevano Maritain, ma anche Gramsci e Gobetti? Perché quando la rivista dei giovani democristiani di fronda, Terza generazione, ha tentato la saldatura GramsciGioberti, la proposta non ha avuto successo e il povero Gioberti è rimasto negli scaffali delle biblioteche (e dire che sciocco non era)? Perché i giovani cattolici di allora, cresciuti sul personalismo di Mounier e sugli scritti di Chenu o Congar, leggevano affascinati anche Il Mondo di Pannunzio?

E' che lo spirito soffia dove vuole. La filosofia cattolica degli anni Cinquanta e Sessanta si divideva, tranne pochissime eccezioni come gli esistenzialisti cristiani, tra neotomisti e spiritualisti di origine gentiliana, e di lì non si muoveva, mentre la filosofia laica metteva in circolazione non tanto Marx (come se tutti all'epoca si buttassero sui Grundrisse, andiamo!), ma il neopositivismo logico, l'esistenzialismo, Heidegger, Sartre o Jaspers, la fenomenologia, Wittgenstein, Dewey, e questi testi li leggevano anche i cattolici. So di fare delle generalizzazioni molto rozze perché, chi fossero molti campioni del pensiero laico, l'ho appreso da maestri cattolici come Pareyson e Guzzo, e non solo da Abbagnano (che era laico, ma certamente non marxista, e neppure di sinistra), e testi fondamentali del pensiero laico sono stati pubblicati anche in collane dirette da studiosi di ispirazione cattolica (si pensi alle edizioni Armando). Ma voglio dire che questa cultura laica (che si espandeva ormai anche in opposizione all'idealismo crociano, e dunque non si trattava di una lotta tra marxisti, molti dei quali ancora crocianissimi, e cristiani) ha certamente stabilito una egemonia e ha sedotto insegnanti e studenti. E quando egemonie del genere si stabiliscono, non si distruggono a suon di decreti. Questo almeno la Democrazia Cristiana lo aveva capito. Al massimo può essere accusata di scarsa fiducia nella circolazione delle idee, di avere pensato che contava di più controllare il Telegiornale che non le rivistine d'avanguardia. Così, dopo più di venticinque anni di egemonia politica, si è ritrovata tra le mani la generazione del Sessantotto – ma non era colpa sua, accadeva in tutto il mondo. Caso mai, ha adottato una tecnica della pazienza: lascia fare, calma e gesso, nel giro di due decenni la metà di loro finirà o a Comunione e Liberazione o da Berlusconi. E così è stato. Si potrà dire che la cultura di sinistra è diventata egemonica grazie a una politica di martellanti ricatti ideologici (se non la pensi come noi sei un sorpassato, che vergogna occuparsi d'arte senza pensare al rapporto tra base economica e sovrastruttura!). E' vero. Il Partito Comunista, a differenza della Democrazia cristiana, ha investito moltissimo nella battaglia culturale. Però quando si leggeva Rinascita o Il Contemporaneo, con le loro diatribe sul realismo socialista, e le loro condanne persino del Metello di Pratolini e di Senso di Visconti, se ne rimaneva certo appassionati ma nessuno, tranne i comunisti iscritti, e forse neppure loro, prendeva sul serio quei diktat =8B e tutte le persone colte ritenevano che Zdanov fosse una testa di legno. Oltre tutto, se la mia ricostruzione è giusta, la famosa egemonia delle sinistre si è lentamente instaurata proprio nel periodo storico, dall'Ungheria alla Cecoslovacchia, in cui lo stalinismo, il realismo socialista, il Diamat (acronimo russo di materialismo dialettico) andavano in crisi, anche nella coscienza dei militanti socialcomunisti. E quindi non si trattava di egemonia marxista, o non soltanto, ma in gran parte di egemonia di un pensiero critico.E per quale complotto chi è stato influenzato da questo pensiero critico (laico o cattolico che fosse) si è inserito a poco a poco nelle case editrici, alla Rai di stato, nei giornali? Basta a giustificare questa egemonia la politica del consociativismo, con cui la Democrazia Cristiana ha cercato, e con successo, di compromettere l'opposizione con responsabilità di sottogoverno? O l'opportunismo di alcuni intellettuali che si sono buttati a sinistra quando pareva che nel sottogoverno consociativo si creassero occasioni favorevoli, così come ora si buttano a destra per le stesse ragioni? Non credo. E' che nella seconda metà del secolo quella cultura critica è stata più sensibile allo spirito del tempo e ha giocato alcune carte vincenti e ha costituito (dal basso e non dal vertice, e per movimento spontaneo, non per alleanze tra partiti che andavano dai comunisti ai repubblicani, dai liberali ai socialisti e ai cattolici progressisti) dei quadri preparati.Capisco che Storace sia irritato da autori di libri di storia che non la pensano come lui. Mi chiedo solo perché non ritenga di avere in mano strumenti di controllo culturale (e quadri autorevoli) che gli permettano di stabilire l'egemonia del «suo» pensiero. E dire che ormai, se non ve ne siete ancora accorti, l'egemonia culturale sta dalla sua parte. I classici della destra godono del sostegno delle pagine culturali, la storia contemporanea viene rivista a ogni passo, a guardare i cataloghi delle case editrici si vedono per ogni dove non dico i massimi autori del pensiero conservatore, ma persino caterve di libri ispirati a quell'occultismo reazionario a cui i padri spirituali di Storace si sono ispirati. Se l'egemonia culturale si valutasse a peso, avrei l'impressione che la cultura dominante sia oggi mistica, tradizionalista, neospiritualista, New Age, revisionista. Mi pare che la televisione di stato dedichi molto più spazio al Papa che a Giordano Bruno, a Fatima che a Marzabotto, a Padre Pio che a Rosa Luxemburg. Nei mass media circolano ormai più templari che partigiani.Come accade che, con case editrici, quotidiani, pagine culturali, settimanali di destra, Storace si trovi ancora tra i piedi tanti nemici? Possibile che, liquidata dalla storia l'ortodossia marxista, gli ultimi marxisti si siano arroccati nelle scuole medie? Li ha assunti tutti Berlinguer, nei mesi in cui ha avuto tra le mani quella pubblica istruzione che è stata saldamente tenuta dai democristiani per cinquant'anni?Perché Berlusconi (che ha fatto sue le preoccupazioni di Storace), col potere mediatico che ha, soggiace al fascino dell'egemonia della sinistra e pubblica ogni anno, in pregiate edizioni a suo nome, il Manifesto del Partito Comunista e testi proto-comunisti come la Città del Sole di Campanella e La nuova Altantide di Bacone? Per fare bella figura nei confronti di una cultura laica che, nonostante tutto, stima? Perché non pubblica i suoi «pàmpini bugiardi»? Li leggeremmo tutti, cercando di trarne stimoli critici. Perché è attraverso i libri che si stabilisce una egemonia culturale .


La Repubblica (17.11.2000)

«Sinistra egemone? No, è solo prestigio»

Dopo Eco, i pareri di Segre, Romano e Sylos Labini

di FRANCESCO ERBANI

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ROMA - «Egemonia? Io preferisco parlare di prestigio, rende molto di più l'idea di ciò che è accaduto negli ultimi cinquant'anni in Italia sotto il profilo culturale». Cesare Segre è un filologo con tanti anni di ricerca all'attivo. L'articolo di Umberto Eco pubblicato ieri su Repubblica (intitolato «L'egemonia fantasma nella scuola»), lo sottoscriverebbe per intero. Il semiologo piemontese sosteneva che nelle vicende culturali di un paese civile un'idea prende il posto di un'altra in virtù di una propria forza, senza bisogno di invocare interventi esterni, men che meno se provenienti da un'autorità politica. E' attraverso i libri e solo attraverso i libri che si istituisce un'egemonia culturale, concludeva il suo articolo Eco.

Segre suggerisce dunque la parola prestigio. «Dal punto di vista della quantità, la sinistra non ha avuto nella cultura italiana quel peso che tanti le attribuiscono.

Basti considerare le scuole o le università. E ancora minore è stata la consistenza della sinistra marxista. Il prestigio è un'altra cosa: non si impone coartando la volontà delle persone. Alle leggi del mercato io non credo tanto, ma se c'è un settore nel quale valgono quello è la cultura. Il prestigio delle idee di sinistra in molti ambiti del sapere è stato indubbio dal dopoguerra ad oggi: erano moltissimi gli insegnanti di ogni credo politico che al liceo adottavano il manuale di letteratura italiana scritto da Natalino Sapegno, illustre esponente dell'intellighenzia comunista. Erano costretti? E da chi?».

Protagonista della presunta egemonia culturale della sinistra è lo storico Ruggiero Romano, che per alcuni decenni ha lavorato con l'Einaudi (insieme a Corrado Vivanti ha diretto la Storia d'Italia), considerata la punta acuminata della prepotenza marxista in Italia. «Ho proposto tanti libri durante le riunioni che periodicamente si tenevano in casa editrice. Alcuni sono stati accolti. Altri no. Ma non mi sono mai avvalso di nessuna legge», esordisce lo studioso, che da anni vive a Parigi. «Come avrei potuto convincere uno come Franco Venturi della bontà di un testo se non affidandomi esclusivamente alle qualità di quel testo? E poi cosa impediva a un editore di destra di allestire un catalogo che avesse pari importanza di quello dell'Einaudi? Prenda il caso di Edilio Rusconi, che non faceva solo l'editore, ma anche il produttore cinematografico. Chi lo costringeva a commissionare la regia dei suoi film a persone come Luchino Visconti? Se avesse avuto per le mani un bravo regista di destra l'avrebbe per caso scartato? Il fatto è che Visconti era bravo e faceva bei film che la gente andava a vedere. Silvio Berlusconi è proprietario della Mondadori: perché non svuota i suoi magazzini di tutti gli orribili libri di sinistra riempiendoli di titoli politicamente più consoni? Non lo fa perché quei libri non venderebbero, nonostante i sondaggi che sventola gli indichino che più della metà degli italiani sta dalla sua parte».

Segre è un filologo, Romano uno storico. Abbiamo chiesto anche a un economista di misurare il peso della cultura di sinistra nella propria disciplina. Secondo Paolo Sylos Labini non è vero che la sinistra abbia fatto prevalere le sue idee. «I manuali che si adottavano all'università nel dopoguerra e negli anni successivi erano quelli che ci trascinavamo dal fascismo. Venivano eliminate le parti che più inneggiavano al sistema corporativo. Ma nella sostanza erano gli stessi. Poi le cose sono cambiate. Nessuno però può accusare il manuale di Augusto Graziani di essere fazioso: è semplicemente un buon manuale».


La Repubblica (15.11.2000)

Bravo Camilleri

ma la sicilia non è questa

L'ultimo romanzo, originale nell'impianto, rischia però di indulgere alla

caricatura

Stefano Giovanardi ------------------------------------------------------------------------

Come già con La concessione del telefono, così anche con questa nuova prova (La scomparsa di Patò, Mondadori, pagg. 255, lire 26.000) Andrea Camilleri pare voler drasticamente modificare la formaromanzo, eliminando la voce narrante e affidando sia lo sviluppo dell'intreccio che la costruzione dei personaggi a una serie di documenti posti uno dopo l'altro in ordine cronologico senza alcun «collante» specificamente narrativo. Questa volta, anzi, lo scrupolo della finzione arriva a far sembrare il libro una raccolta di anastatiche, che riproducono i documenti così come sono (o meglio, sarebbero stati): ritagli di giornale, dattiloscritti di vario tipo, scritte murali, manoscritti... Il tutto incorniciato da una citazione da Sciascia in apertura e da una nota dello stesso Camilleri in chiusura. Il rinvio a Sciascia (da A ciascuno il suo) non è affatto esornativo; in esso, al contrario, è contenuto in nuce l'intero libro, visto che vi si accenna alla scomparsa di Antonio Patò, avvenuta durante una sacra rappresentazione della passione di Cristo. Camilleri sposta Patò nella solita Vigàta e lo fa direttore della filiale locale della Banca di Trinacria, per farlo subito sparire, il Venerdì santo del 1890, proprio come racconta Sciascia.

Del fatto dà notizia un rapporto del Delegato di P.S. Ernesto Bellavia al Questore di Montelusa da cui dipende, in cui si dà conto della denuncia di scomparsa sporta dalla moglie del Patò all'indomani della rappresentazione. E di qui parte un meccanismo investigativo tanto confuso quanto complesso, che vede protagonisti il suddetto Delegato e il maresciallo dei Reali Carabinieri Paolo Giummàro, dapprima acerrimi nemici, poi amici sviscerati, almeno da quando cominciano a dover fare fronte comune contro le rispettive alte gerarchie. E già, perché Antonio Patò è nipote di un potente Sottosegretario al Ministero degli Interni, il quale, preoccupato per la sorte del parente non meno che per la possibilità di svelamento di certi loschi traffici bancari, interferisce pesantemente nelle indagini con la sua incredibile ed esilarante prosa «culta»: «Petente a lei vengo, ... perché voglia accivire a molcere l'ansia di un vegliardo, qual io sono, per l'improvvisa e improvvida sparizione del dilettissimo mio, infra tutti il più adeso, nepote Antonio Patò...». I due investigatori locali, mettendo pazientemente insieme pezzi assai disparati, riusciranno infine a pervenire a una soluzione a prova di bomba; ma la ragion di Stato li costringerà, per salvare il posto di lavoro e magari anche la pelle, a costruire una falsa versione che farà tutti contenti.

Che dire? La maestria costruttiva di Camilleri e la sua capacità di inventare a getto continuo situazioni divertenti e inattese sono ormai ben note, così come ben nota è la sua «umiltà» da buon artigiano, qui riconfermata dal suo porsi come semplice continuatore e «chiosatore» di un minimo episodio riferito da Sciascia. E sarebbe davvero ingiusto chiedergli di più. Il fatto è, però, che i suoi romanzi vanno infine tutti a parare sul nodo dei rapporti fra potere istituzionale e malavita in Sicilia, inserendolo in una sorta di specificità antropologica dell'isola che lo motiva e insieme lo evidenzia: un vero campo minato per un narratore, il quale deve sapere che ogni sua parola, ogni suo ammiccamento, ogni suo scherzo possono agevolmente trasformarsi in interpretazione storica e in giudizio politico. Camilleri fa di tutto per scongiurare tale eventualità. Ma è proprio sicuro di riuscirci? In un mondo di «macchiette», narrato con una lingua che è a sua volta una «macchietta», il lettore non finirà con lo smarrirsi? La macchietta vive in funzione dell'originale «serio» di cui fa la parodia. Ma se tale originale non si incontra mai, nemmeno di sfuggita, non si rischierà di dar corpo e sostanza reale alla macchietta, e quindi di buttare tutto in barzelletta, inclusi i morti ammazzati, le vessazioni, le corruttele generalizzate?

Se Camilleri fosse davvero un nuovo Brancati, potremmo stare tranquilli. Ma ho l'impressione che gli manchi, per esserlo, la sofferenza (e l'insofferenza) di cui trasuda la facciata ironica di un Don Giovanni in Sicilia o di un Bell'Antonio. Meglio Montalbano, allora, al quale il «genere» offre una potente difesa naturale e che perciò ben sopporta la confusione tra serio e faceto. Qui, invece, che Antonio Patò venga preso sul serio costituisce un rischio: un rischio che non vorremmo la letteratura dovesse correre.


Il Manifesto

16 Novembre 2000

Bufalino, squarci di vissuti e di incompiuti

Un ricordo dello scrittore siciliano e dei suoi romanzi dagli incipit indimenticabili Festeggiamo con una rilettura di Gesualdo Bufalino gli ottant'anni che avrebbe compiuto oggi, e i vent'anni dall'esordio tardivo che lo impose all'attenzione della critica con «Diceria dell'untore». Una occasione per ripercorrere la biografia letteraria di uno tra i nostri scrittori contemporanei più onestamente segnati da una passione narrativa e non solo

GIUSEPPE TRAINA

« Non odio nessuno, ma odierei volentieri chiunque si rifiutasse di dubitare». Gesualdo Bufalino era così come ce lo consegna questo aforisma: un uomo particolarmente mite, ma anche tenacemente attaccato a poche certezze tradotte in saldi principi. E dedito a un'inesausta ricerca di verità: sulla vita, sulla morte, su Dio, sul Nulla. Al di là del clamore suscitato dal «caso» letterario (la curiosità «mondana» appuntata sull'esordio tardivo dell'oscuro e schivo professore in pensione), quello che probabilmente in lui spiazzava era la capacità, straordinaria per un uomo della sua generazione, di sporgersi con ineffabile grazia e inesausta sete di conoscenza su tutti gli aspetti della vita e della cultura contemporanea, senza restare mai invischiato nelle maglie dell'ultima moda e senza mai dismettere l'abito salutare dello scetticismo. Bufalino ha così attraversato il postmoderno senza cedere - come altri scrittori italiani - alla tentazione di farne un'effimera bandiera, ma spremendone i succhi migliori, per esempio la disincantata e vagamente melanconica consapevolezza della propria e altrui condizione d'epigoni. Né poteva essere altrimenti per un uomo che, pur appartenendo per legge anagrafica alla generazione di Sciascia, Bassani, Primo Levi, Calvino, s'era però costruito una storia di scrittore lungo gli anni Ottanta e Novanta, quando alcuni fra i letterati suoi coetanei stavano morendo e lui invece si ritrovava ad esordire coi ventenni e i trentenni. Dai quali comunque lo distingueva qualcosa di sostanziale, di cui egli era sicuramente consapevole. Questi più giovani scrittori, infatti, appartengono a una generazione che ha valicato la «linea d'ombra» al riparo dai traumi della seconda guerra mondiale, della guerra civile, della ricostruzione, ed è cresciuta sotto l'ombrello protettivo del boom economico. Il che potrebbe spiegare perché la parte migliore dei giovani scrittori, anche quando si misura con le ferite più ulcerate del presente, preferisce farlo attraverso una serie di filtri raramente di matrice letteraria piuttosto che attraverso quello strenuo scavo esistenziale mediato dai libri e che ha condotto i grandi autori del nostro Novecento a un impavido «dialogo» con l'Altro - la morte, Dio, i mostri della coscienza individuale e collettiva - e che in Italia ha prodotto testi memorabili come Gli indifferenti, Il deserto dei Tartari, Tempo di uccidere, Se questo è un uomo, Paolo il caldo, L'isola di Arturo, Il Gattopardo, Il cavaliere e la morte. O Diceria dell'untore. Appassionato e competente di cinema, teatro, musica, arti figurative, Bufalino è stato uno degli ultimi letterati autentici della nostra letteratura: un letterato che scriveva dopo aver letto veramente «tutti i libri», dopo aver attinto a mille fonti di saggezza. I suoi libri nascevano dopo lunga riflessione, dopo avere scritto, cancellato, riscritto e mille volte corretto, nella solitudine di uno studio gremito di libri, lungo l'arco di una giornata di paese scandita da regolari abitudini e civili conversazioni.

Chi volesse misurarne la grandezza letteraria non ha che l'imbarazzo della scelta: può rileggere i memorabili attacchi dei suoi romanzi, sin da quel primo, indimenticabile «O quando tutte le notti - per pigrizia, per avarizia - ritornavo a sognare lo stesso sogno...» che inaugura la luttuosa sinfonia di Diceria dell'untore; o i versi ben torniti, come quel sontuoso sonetto giocato su due rime sole che apre Calende greche; o i racconti dell'Uomo invaso, arabeschi popolati da personaggi delle più diverse tradizioni letterarie o dai loro creatori, testi brevi ma densi di attualissimi e brucianti dilemmi morali che Bufalino seppe rivestire di una lussuosa patina ottocentesca. O può concedersi la lettura rilassata ma vigile di quel magico romanzo pluriprospettico ed esilarante che è Argo il cieco, non il suo testo più grande (che rimane Diceria dell'untore) ma certo quello dove si dispiegano tutti gli aspetti del suo variegato mondo intellettuale. E dovrebbe evitare di trascurare Calende greche, la sua pseudo-autobiografia che è invece biografia di tanti, di tutti gli uomini forse, una volta che si siano ricondotte a nuda essenzialità (nascita, crescita, dolore, amore, vecchiaia, morte) le diverse apparenze che mascherano la vita di ognuno. Può aprire un libro a caso e godere della musica o della profondità di frasi come «Avevo perso la giovinezza come si perde un treno, e m'era restata nella mente, al suo posto, una crepa profonda e nera, che inutilmente bendavo di frasche e mascheravo di fiori. Sapevo che stava sempre lì, cicatrice d'inaccaduto, squarcio di non vissuto, che mi sentivo bruciare ogni sera sopra la guancia più d'uno sfregio di Zorro» (Argo il cieco). Può riflettere sulla sua figura retorica preferita, l'ossimoro, dato che la retorica è anche forma e sostanza del pensiero. Può valutare la grande libertà intellettuale che Bufalino si concedeva, vagabondando fra i generi letterari cosiddetti «minori»: l'aforisma, l'elzeviro, la traduzione. Ma, limitandosi a compiere queste operazioni, si rischierebbe di dimenticare le sue esperienze di raffinato antologista (quel bellissimo Dizionario dei personaggi di romanzo); l'acume divertito di quelle che chiamava «perizie di parte», gli scritti brevi per cartelle d'incisioni o mostre d'arte; le sublimi «sicilianerie» raccolte in La luce e il lutto; la letterata corrispondenza con Angelo Romanò raccolta nel Carteggio di gioventù. E soprattutto la grande disponibilità a mischiare le carte, a confondere i «generi», in linea anche in questo con il suo grande amico e scopritore Leonardo Sciascia, della cui opera fu, seppure per brevi saggi, un interprete fra i più penetranti.

Bufalino - ossimorico come sempre - a proposito del futuro della letteratura scrisse che «forse è veramente cominciato il tracollo dell'umanesimo che amammo, forse si tratta solo d'una pausa prima d'un nuovo imprevedibile balzo. Nessuno può escludere che in questo stesso momento, in un asilo infantile di non so dove, un nuovo Dante, un nuovo Shakespeare stia con piccole dita incerte scarabocchiando su un foglio bianco le prime sillabe di un nuovo, inaudito alfabeto...» (Essere o riessere). Memori di queste sue parole, resisteremo dunque alla tentazione di dichiarare irrimediabilmente perduta la figura del letterato che - scrive Nunzio Zago - ha continuato a «coltivare una fiducia che già fu degli antichi Greci, ovvero che l'arte e la bellezza siano utili, servano alla buona vita». Potremo forse capire meglio quella splendida immagine che, unendo pudico understatement e onesta consapevolezza del proprio ruolo, Gesualdo Bufalino ripeteva in vari modi, e alla fine consegnò alle pagine aforistiche di Bluff di parole: «Simile a un colombo viaggiatore, il poeta porta sotto l'ala un messaggio che ignora».