Terze pagine: gennaio 1999 (b)

[9-2-1999]

SOMMARIO

_/_/_/ Paolo Conti: Neologsmi nella Treccani

_/_/_/ Enzo Siciliano: Silone e Moravia

_/_/_/ Isabella B. Fedrigotti: Antonia Pozzi

_/_/_/ Giovanni Raboni: Gadda e l'editoria

_/_/_/ Petrarca in crisi con Laura ogni quattro anni

_/_/_/ Cinzia Fiori: Sereni e Mondadori

_/_/_/ Marco Panara: Ecco il business dei parchi letterari

_/_/_/ p.s.: Un parco per D'Arrigo

_/_/_/ Enzo Siciliano: D'Annunzio

_/_/_/ Pier Vincenzo Mengaldo: Sull’opportunità di tradurre Leopardi

_/_/_/ Cesare Medail: Calvino il piu' studiato all'estero

_/_/_/ Giuliano Gramigna: In ricordo di Gaio Frattini

_/_/_/ Andrea Lawendel: Testi da bibliofili su Cd-Rom


©Corriere della Sera

Martedì, 26 Gennaio 1999

LINGUA In un nuovo vocabolario i neologismi inventati dai giovani, dai giornali, dalla tv e dai politici

«Picconate» anche sulla Treccani

La letteratura non è più la fonte principale dei neologismi, dei nuovi vocaboli che rendono una lingua un organismo vivo. A fornire materiali linguistici inediti, con buona pace di critici e scrittori, provvedono giornali, televisione, burocrazia, politica: insomma, la cultura diffusa, soprattutto quella giovanile. Parola del linguista Raffaele Simone, docente all’Università di Roma Tre nonché direttore de «Il conciso», il nuovo vocabolario Treccani monovolume destinato soprattutto agli studenti e presentato ieri: duemila pagine, 90.000 voci principali, 500.000 accezioni (fa parte del grande Vocabolario Treccani in cinque volumi più Cd e, almeno per adesso, non può essere venduto separatamente; il prezzo complessivo dell’opera è due milioni e 100 mila lire).

Simone lo ha definito un vocabolario «licenzioso»: «Non esiste nulla che non abbia diritto d’ingresso nel magazzino della lingua», a patto che la parola in questione assicuri «un minimo di stabilità diacronica», cioè che duri nel tempo. Queste qualità appartengono evidentemente a «cubista» («ragazza, o più raramente ragazzo, che balla su un cubo in una discoteca») o «gambista» («modella che presta la propria opera professionale per la ripresa di spot pubblicitari di calze, collant e simili»). Ormai consolidati sono «spinellare» («fumare uno spinello») o «gufare» («portare sfortuna»). Per non parlare di «squatter» («gruppi di giovani contestatori che si installano abusivamente in case sfitte a volte trasformandole in centri sociali»). Francesco Cossiga ha costretto la Treccani a «vocabolarizzare» «picconatore» («chi esercita una critica demolitrice») ed «esternazione» («dichiarazione polemica, specialmente di uomo politico, estemporanea e al di fuori dei temi di sua competenza, talvolta incongrua»). Solo un assaggio: «Per analizzare tutti i “cossighismi” ci vorrebbe una “finestra”», ha ironizzato Francesco Paolo Casavola, presidente dell’Enciclopedia che ha dato via libera alla «licenziosità» («La creatività dell’italiano è una ricchezza»). Ricchezza che spesso sgorga da altre lingue. Ecco perciò «hub» («aeroporto che, in un Paese, raccoglie la maggior parte di traffico») o «by-passare» («superare, aggirare») e «hacker», cioè il pirata informatico, così come «standing ovation», applauso prolungato di un pubblico in piedi. Ogni voce delicata è resa «politicamente corretta». Un paio di esempi. Sotto «negro» si avverte che il termine «è sentito oggi da molti come gravemente offensivo; è perciò sostituito spesso da “nero”». «Omosessuale», a scanso di equivoci e polemiche, è priva di sinonimi. In quanto al problema della femminilizzazione dei termini, si registra sia ministra che ministressa.

Il politichese invade molte pagine. Appaiono «buonista» e «ribaltone», «migliorista» e «fattore K». Molte novità riguardano la grafìa. I professori non potranno più ritenere errori nei temi «motoscuter, gippone, crafen, pupurrì». La Treccani segnala che si tratta di adattamenti o denominazioni comuni da «motorscooter, jeep, krapfen, pot-pourri». Identico diritto di cittadinanza linguistica hanno anche «giallorossi, biancazzurri, nerazzurri, rossoneri, rossoblù e golden gol». Brutture? Chissà. Tante di queste parole non piacciono nemmeno al professor Simone: «Abbiamo voluto dare senza moralismi, e spesso contro il nostro gusto, la fotografia di una lingua in movimento». Ci vuole un nuovo «know-how» sennò si finisce «knock out». Niente proteste. Sono parole italiane: pagina 818.

Paolo Conti

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©la Repubblica

26.1.99

Un romanzo per i revisionisti

di ENZO SICILIANO

SILONE delatore per conto del regime, Moravia fascista: nessuno si salva, né più si salverà in futuro. Il secolo tramonta, e ci si sta preoccupando che di una intera cultura non resti in piedi niente, che tutto sia travolto da un fango che tracima ovunque.

Non conta che Silone abbia scritto “Fontamara” o “Vino e pane” fra il ‘30 e il ‘37; o che Moravia abbia pubblicato “La mascherata” proprio in quel ‘41 quando mise su carta la “preghiera” a Mussolini mai spedita. Ci siamo dimenticati che “La mascherata” subì la censura di regime e fu sequestrato, proprio in quel ‘41. Ci siamo dimenticati che Moravia era nelle liste dell’Ovra e non come stipendiato. Proprio per la presenza del suo nome in quelle liste, l’8 settembre ‘43 si nascose a Fondi, in Ciociaria, dove ha vissuto come un cavernicolo, con Elsa Morante, fino all’ arrivo degli alleati.

Sta passando oggi l’idea che quel che un romanziere ha scritto non ha più alcuna importanza. Parlo della sua opera, del valore e del significato della sua opera. Ci si esercita in archivio, con pelosa, equivoca cura, per mettere a nudo un vendicativo moralismo. Rimane oscuro in nome di cosa questo bagno di fango venga compiuto.

Non credo che “Fontamara” e “Vino e pane” di Silone, dell’informatore di regime “Sivestri”, siano stati pubblicati all’epoca in Svizzera e non in Italia per una bizzarria snobistica. Quei libri hanno visto la luce in Italia soltanto dopo la guerra.

L’obiezione sul conto di Silone può essere quella che, essendo lui militante di un partito politico, fosse obbligato a una radicale coerenza. Non riesco a capire però cosa abbia guadagnato lo scrittore, il romanziere, che pure c’era in lui, dalla dittatura per conto della quale avrebbe lavorato. Se si denuncia una doppia verità, la prospettiva di valutazione non può essere che duplice.

Comunque, pare si voglia rovesciare il giudizio accreditato, su fatti e persone, come un guanto: il revisionismo è sempre impietoso. Ci si dimentica che la pietà può accomunare il vinto e il vincitore, che Achille e Priamo si sono abbracciati sotto una stessa tenda, l’ uno piangendo Patroclo, l’altro piangendo Ettore, i loro morti.

Cosa voleva l’atroce bonomia all’ olio di ricino del fascismo, se non ridurti schiavo della tua debolezza, confessarla e disprezzarti per quella coatta confessione? I fascisti “purgavano” gli antifascisti, e li colpevolizzavano, li ridicolizzavanno sugli effetti che la purga produceva. Questo era il regime: e non va dimenticato.

Ha scritto bene Alfonso Berardinelli: “A un militante politico si richiede una certa coerenza fra convinzioni e azioni. Ma un architetto, uno scienziato, uno scrittore, un medico che non sono in carcere o in esilio e vivono in un regime autoritario devono pur cercare di viverci”.

I revisionisti di oggi dovrebbero spendere la loro occhiuta voluttà di ricercatori per raccontarci come architetti, scienziati, scrittori e medici, sotto quella dittatura, furono costretti a pagare pedaggio per vivere: a progettare case e città, a proseguire nella ricerca, a scrivere romanzi, a curare i malati.

Ai romanzi di Silone fu negata la circolazione in Italia. In italiano lo stampò anche Jonathan Cape negli anni Trenta, ma a Londra. Quei due romanzi erano accusati di propaganda sovversiva. Costituiscono una ricchezza ineliminabile della narrativa italiana del 900, per quel che narrano e per la lingua in cui lo narrano.

A Moravia la stampa fascista non negò una sola volta la metodica accusa di disfattismo, fino al sequestro della “Mascherata”. La sua letteratura metteva sotto accusa quella borghesia che era la spina dorsale della dittatura, e la cui continuità, una continuità antropologica, è dura a morire. Su questo Moravia non ha mostrato mai la benché minima debolezza, con un accanimento stilistico e intellettuale, nel corso degli anni, che ha finito con l’alienargli il consenso di molti uomini di lettere.

È bello contrastare il potere, ma non è mai facile, persino in regime di libertà.

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©Corriere della Sera

Martedì, 26 Gennaio 1999

Una nuova edizione di «Parole» in cui la poetessa, suicida a ventisei anni nel 1938, narrò in versi un amore osteggiato dai genitori

Antonia Pozzi, una vita soltanto sognata

Timida, schiva, malata di solitudine

Fu forse preda innocente di una paranoica censura paterna su affetti e opere

Aveva una faccia rassicurante, Antonia Pozzi, dai lineamenti forti, eleganti, anche se non belli, con tratti franchi, decisi, come quelli che, più tardi, hanno le zie, certe energiche zie nubili capaci di far filare schiere di nipoti come fossero soldatini. Solo che Antonia Pozzi, poetessa milanese nata nel ‘12, non arrivò a diventare zia e rassicurante non lo fu per nessuno, tantomeno per se stessa. Timida, schiva, ammalata di solitudine, si uccise a ventisei anni, il 2 dicembre del 1938, e la trovarono, moribonda e semiassiderata, accanto alla sua bicicletta, poco lontano dall’Abbazia di Chiaravalle. Ci era andata all’uscita dalla scuola dove insegnava, aveva ingoiato dei barbiturici e si era sdraiata nell’erba.

Innumerevoli altre volte, nella sua amatissima villeggiatura di Pasturo, in alta Valsassina, quello stesso gesto di sdraiarsi nei prati, immersa nella natura, le aveva dato consolazione. Quell’ultimo giorno aveva sentito, sì, il bisogno di starsene all’aperto, invece che nella sua casa o nel suo letto, ma è probabile che della consolazione ebbe bisogno per morire, definitivamente. Aveva infatti già tentato di andarsene, senza riuscirci, ma non si sa se sul serio o soltanto per prova.

La nuova edizione di Parole, il diario poetico di Antonia Pozzi, riveduta e completata da ventotto composizioni che erano rimaste finora inedite, è uscita da Garzanti quasi in coincidenza con il sessantesimo anniversario di quel 2 dicembre. Passano in queste sue pagine uomini, donne e bambini, vivi e morti, alberi e fiori, case e giardini, strade di città e sentieri di bosco, ricordi, dolori, felicità e sogni: l’universo di una ragazza, dieci anni della sua vita - tra i 17 e i 26 - scivolati dentro a una moltitudine di versi che Montale amò in modo speciale. Quelli che più commuovono sono il piccolo corpus intitolato «La vita sognata», undici poesie scritte tutte nel ‘33, data della svolta, della grande rinuncia, anzi. In quell’anno Antonia e Antonio Maria Cervi, suo professore di latino e greco al liceo Manzoni, nonché da tre anni, almeno, suo innamorato, decisero di lasciarsi, fiaccati, probabilmente, dalla lunga guerra che i genitori di lei, il padre soprattutto, avevano combattuto contro quell’amore così dispari, non solo per età, ma anche per estrazione sociale e, naturalmente, per censo.

Apparteneva, la famiglia di Antonia, all’alta società milanese, alla cosiddetta Milano-bene, ma bene davvero, niente a che fare con quella che oggi si definisce così: il padre avvocato famoso, colto e rigido, fiero della figlia poetessa, la madre contessa, probabilmente assai distante, impegnata nella vita mondana. In una famiglia così, discendente da Tommaso Grossi, si studiava, si leggeva, si andava a messa, alla Scala, in vacanza nella villa di Pasturo e in qualche viaggio all’estero. E il matrimonio con un semplice insegnante di scuola non veniva nemmeno preso in considerazione.

Già nel ‘32, quando Antonia aveva 20 anni, l’avvocato aveva imposto ai due innamorati di non frequentarsi più, ma loro avevano resistito mesi ancora, prima di darsi per vinti. Fu l’inizio della fine? Può essere. Almeno lo potrebbe fare supporre lo strazio di quei versi - della «Vita sognata» - nei quali Antonia augura ad Antonio Maria di trovare una nuova fidanzata («...Oh, possa tu incontrare la donna che ti ridia la creatura che abbiamo sognata e che è morta...») dalla quale avere il figlio così spesso immaginato con le solite frasi («...Voglio che il bambino abbia gli occhi come i tuoi...»).

Perduto Antonio Maria, di grandi amori per la giovane poetessa non ce ne furono più. Ci fu la passione, non davvero ricambiata, per il compagno d’università Remo Cantoni, come lei allievo del filosofo Antonio Banfi, e ci fu l’amicizia, stretta, accompagnata da un intenso scambio di lettere, con Vittorio Sereni. Per altro non ci fu più tempo.

Con rigidezza simile a quella esercitata su di lei viva, il padre controllò, dopo la morte, la sua opera. Corresse e aggiustò secondo il suo gusto, cancellò e riscrisse quello che probabilmente riteneva eccessivo, non in linea con il modello di figlia esemplare e ideale che aveva sognato. Soprattutto eliminò quasi dappertutto la dedica «per A.M.C.» che contrassegnava molte poesie. L’antico testo è però stato, forse dappertutto, ripristinato.

Quasi tutti coloro che conoscevano Antonia Pozzi sono ormai morti. Quasi nessuno più che se la ricordi in carne e ossa, ragazza con la faccia da zia, malinconica e solitaria. Resta la sua compagna di scuola e d’università Lucia Bozzi, oggi suora di clausura, cui la giovane poetessa aveva dedicato e affidato molti pezzetti di carta coperti di versi. E resta - come racconta Patrizia Finucci Gallo che l’ha incontrata di recente - un’amica d’infanzia di Pasturo, Alessandra Castelletti, che ricorda i loro giochi e i giri in bicicletta. Suo cognato fu autista della famiglia Pozzi e, quando tornava su al paese, diceva sempre che Antonia era strana, che era molto triste.

Ma, soprattutto, resta Maria Corti che, dagli incontri all’università, ne conserva una memoria molto forte: «Il suo spirito faceva pensare a quelle piante di montagna che possono espandersi solo ai margini dei crepacci, sull’orlo degli abissi. Era un’ipersensibile, dalla dolce angoscia creativa, ma insieme una donna dal carattere forte e con una bella intelligenza filosofica; fu forse preda innocente di una paranoica censura paterna su vita e poesie. Senza dubbio fu in crisi con il chiuso ambiente religioso familiare. La terra lombarda amatissima, la natura di piante e fiumi la consolava certo più dei suoi simili».

Il libro: «Parole» di Antonia Pozzi, Garzanti editore, pagine 424, lire 42.000

Isabella B. Fedrigotti

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Giovedì, 28 Gennaio 1999

Su «liberal» Elena De Angeli sostiene che oggi un autore di genio non sarebbe riconosciuto. Il rimedio è pensare meno ai bilanci

Ma per trovare un nuovo Gadda occorre l’editoria pubblica

Fra le tante cose interessanti e purtroppo vere che si possono leggere sull’ultimo numero di «liberal» a proposito dell’industria libraria e dei suoi drammatici problemi, rischia come al solito di fare colpo proprio la meno vera, ossia la battuta di Elena De Angeli, lettrice e consulente «storica» di scrittori come Volponi e la Morante, secondo la quale «se oggi, in Italia, capitasse sul mercato un autore come Carlo Emilio Gadda, non troverebbe un editore disposto a pubblicarlo».

Francamente, non riesco a immaginare un editor tanto sprovveduto da non fiutare nel dattiloscritto del «Pasticciaccio» o della «Cognizione del Dolore», se non i capolavori che sono, per lo meno dei «casi» da sbattere in terza pagina; e penso anche che il pericolo che si corre sia piuttosto quello di scambiare per Gadda chiunque scriva o tenti di scrivere in un italiano un po’ anomalo... Insomma, non hanno torto Severino Cesari e Paolo Repetti, direttori per Einaudi di quella collana «Stile libero» che la De Angeli accusa di promuovere e manipolare il trash giovanilistico, quando obbiettano che non è colpa loro se «non ci sono più i narratori di una volta».

Ma il punto, a mio avviso, non è questo, bensì la sempre più evidente inadeguatezza dell’editoria a far fronte nello stesso tempo alle proprie esigenze di bilancio e ai propri «auspicabili» compiti culturali. Perché fino a una trentina d’anni fa l’equilibrio tra le due cose era, diciamo così, non del tutto impossibile, mentre oggi appare invece assolutamente chimerico? Le cause sono molte, ma credo che una si imponga sulle altre e in qualche modo le riassuma: il passaggio dell’editoria da una dimensione poco più che artigianale a una decisamente industriale. La conseguente «razionalizzazione» del mercato ha portato la formazione di grandi gruppi i quali non possono ragionare, pena il disastro economico, che in termini di fatturato e di marketing, cioè anteponendo la quantità alla qualità; e non può certo sorprendere che in una prospettiva del genere i dirigenti-scrittori (i Pavese, i Sereni, i Vittorini, i Calvino d’un tempo) siano stati sostituiti da dirigenti-manager per i quali i libri sono una merce come qualsiasi altra.

Rimedi? Non credo che ce ne siano. A meno che non si cominci a pensare, in «scandalosa» controtendenza rispetto al privatismo dilagante, a un’editoria pubblica da affiancare a quella privata così come cinquant’anni fa si è pensato, per fortuna, a un teatro pubblico da affiancare a quello privato. Non penso, si badi, a una semplice politica di sgravi fiscali, crediti agevolati eccetera, ma proprio alla creazione di enti appositi, senza fini di lucro, gestiti con criteri di assoluta trasparenza e aperti anche, si capisce, alla contribuzione economica dei privati (come già sono, per esempio, gli enti lirici). Difficile? Pericoloso? Ambiguamente statalistico? Può darsi; ma credo che non ci siano altre strade percorribili se si vuole evitare che la riduzione del libro a puro oggetto di mercato produca conseguenze ancora più estreme.

Giovanni Raboni

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Giovedì, 28 Gennaio 1999

Petrarca in crisi con Laura ogni quattro anni

Ogni quattro anni la relazione amorosa tra Francesco Petrarca e la bella Laura entrava in crisi, provocando, di conseguenza, profondi contraccolpi negativi sulla produzione letteraria del grande poeta toscano. Il turbolento rapporto tra Petrarca e madonna Laura - la misteriosa signora di cui il poeta si invaghì a prima vista dopo averla incontrata, il 6 aprile 1327, nella cattedrale di Avignone - è rivelato da un modello matematico applicato al «Canzoniere» dal professor Sergio Rinaldi, docente di teoria dei sistemi al Politecnico di Milano. I risultati della curiosa indagine sono riportati sull’ultimo numero di «Le scienze», edizione italiana dell’«American Scientific». Dopo il picco della prima emozione, l’amore di Petrarca tende a un ciclo regolare di circa quattro anni, caratterizzato da un massimo e da un minimo.

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Giovedì, 28 Gennaio 1999

Un saggio ricostruisce i vent’anni trascorsi dal poeta nel grande gruppo come direttore letterario. E infine il fallimento del suo tentativo di sfuggire alla logica del mercato

SERENI La battaglia perduta in casa Mondadori

Manager come secondo lavoro, rimase estraneo all’ottimismo industriale. Il rapporto si incrinò quando vinse la linea della caccia al bestseller

«Poeta e di poeti funzionario, / prima componi quei tuoi versi esatti / poi componi i tuoi colleghi nel sudario / dei tuoi contratti». Con un fulminante epigramma Franco Fortini mette a nudo la contraddizione fra creatività e impegno nell’industria culturale che, mai conciliata, accompagnerà Vittorio Sereni per tutta la vita: poeta fra i più grandi del secolo e, per quasi vent’anni, dal 1958 al 1976, direttore letterario alla Mondadori. L’attività nella produzione in lui non si nutre di alcun mito o ideologia. Anzi, è proprio l’estraneità all’ottimismo industriale che, per esempio, caratterizza la figura di Vittorini, lontana da incertezze autocritiche, a dare di Sereni nello svolgimento del «secondo mestiere» un’immagine meno netta. Forse per questo soltanto ora, a più di quindici anni dalla morte, esce un saggio sulla sua attività editoriale. Lo firma Gian Carlo Ferretti, mandando alle stampe una vicenda ricostruita principalmente sulle carte inedite di Sereni e dell’Archivio della Fondazione Mondadori. Il titolo, neanche a dirlo, è Poeta e di poeti funzionario.

E proprio dalla ferma volontà di non trasferire il poeta nel funzionario, dalla convinzione di poter «fare bene l’una e l’altra cosa parallelamente» si potrebbe iniziare a narrare la storia di un uomo che, intellettuale tradizionale nel dopoguerra, va sempre più avvicinandosi all’impegno produttivo: dal ruolo di «Minosse» che intercede per i suoi sodali nell’editoria, grazie all’amicizia con Alberto Mondadori, passando per l’attività dirigenziale nella rivista della Pirelli, fino all’assunzione in Mondadori nel 1958. Sereni è consapevole di come il suo lavoro intellettuale sia sottoposto ai limiti di una struttura che ha obiettivi commerciali, ma nel novembre 1958, quando sulla rivista della Pirelli pubblica «I creatori condizionati», è ancora ottimista sulle possibilità dell’azione individuale: «Se un fascino ha questo lavoro esso consiste nell’operare con spirito libero da schemi in un settore che per sua natura è caratterizzato da schemi».

Le mansioni di Sereni in Mondadori sono amplissime: si occupa di quasi tutta la produzione editoriale. Segue i testi dall’ideazione alla libreria, indica le ristampe, analizza il mercato, riorganizza il lavoro interno, si occupa dei premi, svolge il lavoro diplomatico per i Nobel di Quasimodo e Montale. Predilige il dialogo alle riunioni, scrupoloso, preciso, «quasi asburgico riguardo alle forme burocratiche» accoglie gli autori, le loro lamentele, non lesina suggerimenti. Un lavoro a tutto campo: dalle bizze contrattuali di Giovanni Arpino, al travagliato iter che porterà alla pubblicazione di Horcynus Orca di Stefano d’Arrigo. Nelle proposte editoriali è concreto e lungimirante, acquisisce Macchia e così fuga i dubbi dei vertici sul Goethe di Citati: «Non si tratta tanto di discutere sul problema specifico di questo libro, quanto di puntare globalmente su questo autore [...]. Esiste una quotazione, seppure non scritta, di Citati che lo fa considerare una personalità in pieno sviluppo da cui ci si può aspettare parecchio lavoro».

Al suo arrivo in Mondadori, la Medusa degli italiani incapace far fronte alla concorrenza dei Gettoni Einaudi, agonizza. Chiuderà nel ‘61. Nel frattempo, in pieno boom del romanzo italiano, Sereni partecipa alla novità degli Oscar (1965). Con Alberto Mondadori sceglie i primi cento titoli, inventando un criterio che in Mondadori verrà seguito a lungo: alternare autori noti e meno noti presentati ripetutamente per renderli familiari al lettore, il classico lanciato come novità e la promozione a classici dei contemporanei. Di questa esperienza farà tesoro nel ‘69 quando fonderà i Meridiani.

Intanto, con Niccolò Gallo raccoglie i frutti dell’impegno nel riordino dei Narratori italiani, collana che, pur andando meglio della Medusa, si stava avviando a diventare una collezione di vecchie glorie. Fra i nuovi acquisti, oltre ad Arpino: Soldati, Palazzeschi, Pratolini, Bernari, Buzzati. Lontano da scelte di tendenza, scettico verso autori e testi troppo audaci o rumorosi, Sereni apporta un rinnovamento in fondo funzionale alla strategia di Arnoldo. Così, come al poeta che non vuol confondersi con il funzionario, ben si adatta l’autoritarismo di Arnoldo, che non gli chiede, né gli consente un pieno coinvolgimento personale e intellettuale. L’immedesimazione con l’editore non fa per Sereni, il suo modello è antitetico a quello di Calvino, Debenedetti, Pavese, Vittorini. Persino quando i condizionamenti ambientali in Mondadori s’avviano a diventare insopportabili per il direttore letterario, la voce del giovane intellettuale di formazione banfiana che nel 1938 a Corrente si dichiarava insofferente alle commistioni intenzionali fra poesia e politica, torna a farsi sentire. Coerente con il suo riferirsi all’esperienza concreta, con il suo anti ideologismo, con la sua intolleranza per i disegni utopici e programmatici, nel 1967 rifiuta l’offerta di Alberto che gli chiede di passare al Saggiatore. Per altri sarebbe stata un’uscita onorevole. Lui rimane a veder fallire, non senza opporsi, le collane sperimentali che aveva avviato per rispondere all’aggressività delle case editrici concorrenti. Il Tornasole (‘62-’68) parte bene. Progettato per accogliere generi diversi, inizia pubblicando Le sere in Valdossola di Fortini, le prose di Gatto, le poesie di Pagliarani, il Diario Minimo di Eco. Sereni sembra spingersi oltre la sua proverbiale misura: «D’accordo. Eco sta diventando di moda non solo a Milano. Moda funesta, forse, ma è un autobus da non perdere, oggi, anche se “minimo”». Poi, nonostante alcune scoperte, come Canali, Chiara e Consolo, la scarsa spregiudicatezza di Sereni, il suo attenersi ai valori della letteratura e, soprattutto, il mancato sostegno della Mondadori sanciscono la lenta fine della collana. Già nel 1963 il direttore letterario si trova a scrivere: «Il Tornasole è quasi irreperibile nelle librerie grosse e piccole [...]. Prima di convincere i librai bisogna convincere noi stessi». Molte saranno le lettere di questo tenore, insieme a quelle dove ricorda che di rado gli autori nascono bestselleristi. Un’esperienza che si ripeterà con la Nuova collezione di letteratura (‘66-’68): Mondadori ne decreta la morte fin dalla culla.

I margini di autonomia di Sereni sono maggiori nell’ambito della poesia. Pur con i limiti del numero di autori pubblicati e dei «santoni» imposti, la sua direzione riuscirà ad andare oltre gli stessi propositi mondadoriani di rinnovamento dello Specchio. Sereni procede a qualche «epurazione», apre in misura rilevante agli stranieri: Alberti, Celan, Pound, Kavafis, Hikmet, Seferis, Ponge, EvtuÃsenko, Hughes e Plath, per fare qualche nome. Fra gli italiani valorizza: Cattafi, Risi, Orelli, Giudici, Cesarano, Raboni, Majorino, Bandini, a loro si aggiungono gli esordienti Cucchi e Menicanti, oltre agli amici Solmi, Fortini, Bigongiari, Leonetti, Erba, Noventa, Betocchi e Zanzotto. Sono gli anni del trionfo della Neoavanguardia, chiarificatrice della posizione sereniana in materia è la nota del 1972 che accompagna una nuova pubblicazione di Majorino: «Siamo già alla maniera dello sperimentalismo, cioè a una cifra stabilizzata. Accoglierlo significa identificare in lui il limite oltre il quale lo Specchio dichiaratamente non sa osare [...]. Non accoglierlo significa regredire verso il certo, lo stabilito, il pacifico e assiedersi su esso».

Fuori dal recinto della poesia le difficoltà di Sereni dal ‘69 al ‘75 non fanno che accrescersi. La Sis, ormai collana unica di narrativa, partita nel ‘68 con SolÃzenicyn, Mailer sul Vietnam e lo scomodo I giorni del dissenso di Cesarano, si attesta sulla temuta «via di mezzo». Nonostante i successi di Chiara, Sgorlon e della Ginzburg, tutte le trattative intraprese da Sereni per acquisire nuovi autori falliscono. Nessuno vuole andare in Mondadori. È la fine di un’egemonia. La casa si orienta verso una politica all’americana, punta sul titolo singolo nella speranza del bestseller. A scapito della qualità. Le critiche di Sereni divengono più frequenti, si fanno nette, le sue accuse puntuali e motivate. Difende fino all’ultimo limite ragionevole un’editoria in grado di svolgere una politica d’autore e di formare il pubblico. Anche se in dissenso, non declina dal suo ruolo. Fino al 1976 continuerà a varcare il portone della Mondadori con «Un loden forse grigioferro e un po’ / Curvo sotto la pioggia e un passo / di calmo impegno...» (Giovanni Giudici).

Il libro: «Poeta e di poeti funzionario» di Gian Carlo Ferretti, editore il Saggiatore e Fondazione Mondadori, pagine 208, lire 29.000

CINZIA FIORI

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©la Repubblica

29.1.99

Ecco il business dei parchi letterari

Da Ustica a Procida sulle orme dei grandi autori

In gara 237 progetti: caccia al tesoro per la Morante, planetario per Giordano Bruno

di MARCO PANARA

ROMA - Sant’Alfonso De Liguori non ce l’ha fatta. Ha scritto ‘Tu scendi dalle stelle’ e ha fondato l’ ordine dei Redentoristi, ma il bando dice che il parco letterario deve essere legato a opere che descrivono il territorio, e le opere di Sant’Alfonso invece parlano di Dio. Don Michele Meccariello, economo della Diocesi di Cerreto Sannita, Telese e Sant’Agata dei Goti, aveva fatto un progetto da 880 milioni, grafici a colori, analisi di mercato, proiezioni: un gioiellino. Parco letterario non sarà, ma siccome don Michele ha avuto un’ idea imprenditoriale qualcosa ne uscirà lo stesso. L’idea è di fare a Sant’Agata dei Goti un borsino del turismo religioso per il Sud. Non ce n’è, e tra Padre Pio, Sant’Alfonso, il calabrese San Bruno e tanti altri santi e santuari fede e business sono destinati, se appena ci si mette un po’ d’organizzazione, a un matrimonio di sicuro successo.

Questa dei parchi letterari è una di quelle idee che nascono dal nulla e rischiano di diventare qualcosa. Ce n’è qualcuno tra Piemonte e Toscana ma questa volta, con un pugno di miliardi della Ue e la pazza voglia di darsi da fare esplosa nel sud d’Italia, il moltiplicatore è partito. Il progetto è stato gestito dalla Imprenditoria Giovanile insieme alla Fondazione Ippolito Nievo, che ha inventato il concetto di ‘parco letterario’, la sorpresa è che di progetti ne sono arrivati 237. Chi un letterato non l’aveva se l’è inventato, Ustica per esempio, con geniale intraprendenza voleva un parco letterario dedicato a Gramsci, che a Ustica ha passato un mese...

La molla sono i soldi, pochi, poche centinaia di milioni per progetto, ma soprattutto il fatto che non ci si tiene più. Ormai in ogni comune c’è un assessore che è architetto o professore o quel che sia con una capacità di sognare e una voglia di fare e l’ idea che non solo si può tentare ma si può anche riuscire. A Morra De Sanctis per esempio per costruire un progetto presentabile sul ‘Viaggio Elettorale’ di Francesco De Sanctis hanno coinvolto un dirigente dell’Ibm che era tornato al paese a fare due settimane di vacanza: ce l’ hanno fatta, anzi il progetto è risultato settimo della graduatoria, e l’idea divertente è di rifarlo in diligenza, quel viaggio elettorale, lungo le polverose campagne dell’Alta Irpinia.

Ci si sono messi comuni e diocesi, le associazioni più varie, qualche fondazione, la Cna di Napoli, università, comunità montane, province, il Wwf e chissà più chi altri. Autori dimenticassimi, carneadi improbabili sono stati improvvisamente riscoperti e orgogliosamente proposti. Basilio, Carrieri, Comi, Pignato, Dolci: quanti lettori avranno mai avuto?

Ma quel che conta, perché la cultura va bene ma poi qualcuno a visitarli questi parchi ci deve andare, sono le idee. Per Douglas Norman la Fondazione 99 ha recuperato un itinerario da Crotone al Pollino, ma da fare in trekking, e come ciliegina la creazione del marchio ‘Old Calabria’ (dal libro di Norman) per marmellate, sottolii e formaggi regionali. S’è classificato primo. Per Francesco Jovine e il suo ‘Viaggio nel Molise’ la Provincia di Campobasso ha proposto un treno, arredato in stile opportuno e adattato per l’occasione. Per Tomasi di Lampedusa e il ‘Gattopardo’ a piedi e in macchina va bene, ma per chi vuole tra Palma di Montechiaro, Santa Margherita Belice e Palermo c’è anche un lunghissimo itinerario a cavallo. Per Stefano D’Arrigo e ‘Horcynus Orca’ ci saranno le barche a vela (ma soprattutto osservatorii subacquei con telecamere per riprendere i relitti tra Scilla e Cariddi). Con i mezzi di trasporto finiamo qui, ma con le idee no. Per la protofemminista Isabella Morra, Valsinni, un paese in provincia di Matera, propone cene con menù quattrocenteschi nel castello dove fu rinchiusa e uccisa l’infelice poetessa Isabella, mentre a Nola Giordano Bruno sarà glorificato con un bel planetario, che in tutto il Sud non ce n’è neanche uno, in Barbagia Grazia Deledda con un parco fluviale lungo il Cedrino, e a Procida, ‘L’isola di Arturo’, Elsa Morante con una caccia al tesoro.

Hanno superato il primo esame in 17, per i quali si passerà ora allo sviluppo in dettaglio dei progetti e, se le valenze economiche saranno confermate, al finanziamento.

Gli altri però non sono tutti da buttare, un gruppo vale e sarà finanziato quando (e se) arriveranno i nuovi fondi, un altro gruppo di progetti può essere migliorato lavorandoci sopra. Prepariamoci al diluvio: letterari, musicali, storici, dai parchi saremo sommersi.

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©la Repubblica

29.1.99

Un itinerario sul mare dello Stretto

Il progetto legato a “Horcinus Orca”

REGGIO CALABRIA (p.s.) - Tutto sullo Stretto dove il mare è mare, come scriveva Stefano D’Arrigo nel suo poderoso romanzo, si sviluppa il parco letteraio “Horcinus Orca”, voluto da Tonino Perna, reggino, docente di Economia all’Università di Messina.

Soddisfatto, professor Perna, per il giudizio espresso sul progetto?

“Ci sono stati problemi, in verità. Qualcuno diceva che Stefano D’Arrigo non era poi tanto conosciuto. E’ andata bene...”.

Cos’ha convinto della bontà del parco?

“Beh, intanto il romanzo, zeppo di elementi scientifici e letterari. Ci ha permesso di disegnare un itinerario affascinante, un viaggio nel mito, nella natura e nelle scienza. Si passa dalle immagini della biologia marina nello Stretto (non dimentichiamo che, unico caso al mondo, qui spiaggiano pesci abissali), a percorsi tematici che spaziano dalla fisica alla etnografia”.

Come potrà essere fruito dai visitatori questo parco?

“Abbiamo studiato un itinerario di tre giorni. S’inizierà dalla Torre inglese di Punta Faro dove ogni stanza documenterà in diretta la vita nello Stretto, si andrà in mare coi pescatori di pescespada, con barche a vela tipo antiche feluche si approderà a Scilla, quindi ci si sposterà a Bagnara, dove vigeva il matriarcato, per concludere a Palmi al Museo etnografico”.

Quante persone saranno impiegate?

“Sono previsti centoventi addetti. Ma potrebbero diventare di più. Ci sono impegnate cooperative ma hanno aderito anche singoli pescatori”.

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©la Repubblica

30.1.99

D’ANNUNZIO

Il Piacere ritrovato

Note sparse, progetti, abbozzi di testi teatrali: continua l’esplorazione spesso assai proficua nella ricca officina dello scrittore

di ENZO SICILIANO

Il piacere è un romanzo nato nella moda e per la moda. Il Marchese di Caulonia, Lila Bisquit, Miching Mallecho, Vere de Vere, il Duca Minimo avevano dettato le loro cronache mondane: il poeta massimo, obliterando ogni pseudonimo, se le riciclò con sottile perfidia, nei confronti degli stessi lettori appassionati, in quel romanzo che avrebbe dovuto soltanto cristallizzare effimeri stili di vita e d’arte prendendo a magnifico scenario la Roma dell’ alta borghesia e dell’aristocrazia.

Ma Il piacere può essere incapsulato nei formulari di mode defunte? Con animo distante e sereno, oggi possiamo dire che, se per un caso maligno quel libro fosse mancato al catalogo della narrativa italiana, ci sarebbe un gran vuoto nel nostro animo che guarda al passato, e che a quel passato chiede notizie e anche verità.

D’Annunzio aveva ventiquattro anni quando lo scrisse: che fosse un giovane che voleva tutto dalla vita, inutile dirlo; che fosse un poeta il cui spirito era in modo irresistibile attratto dal dispendio di sé e da paradossali desideri, fra i quali una divorante necessità di successo, è anche inutile ripeterlo. Ma nella sua giovinezza di scrittore c’era un trasudante bisogno di realtà espressiva per cui quell’idea, d’ una letteratura tutta compromessa nel caduco delle mode, in seduttivo rapporto con la massa dei lettori, - quell’idea viveva in lui a condizione che poesia o romanzo fossero risultato di una fatica strenua, attentissima all’ io che le fa nascere e che, pertanto, vive nel mondo, del mondo si nutre, per conoscersi, comprendersi.

Lo scrittoio di D’Annunzio era gravato di dizionari (per base il Tommaseo-Bellini), di prontuari, di vademecum - e di quante frasi fatte, ma tornite con gusto ricercato, può essere satura la sua pagina, satura di un gergo che fu tutto suo, anche se nutrì una stupida scuola gremita di stupidi. Se egli poteva scrivere d’una donna che era “agile come un vimine”, e le parole hanno lo stridore fastidioso del solecismo, cosa diventa quella medesima formula, appena l’estro le travolga, dico nell’”Ippocampo” dell’ Alcyone: “Vimine svelto, agile Musa...”. A quel punto, vademecum mondani, dizionari, o i manualetti che Hoepli forniva puntualmente agli apprendisti in scrittura, giornalisti o no (fino a un prezioso Rimario italiano), D’ Annunzio li stracciava, pure avendoli già consumati a furia di polpastrelli.

D’altra parte, era convinto che l’affettazione, la “mignardise” dello stile fossero un solvente al successo: perciò, altroché se ne abusò. Fino a discuterne tranquillamente con il traduttore francese; o, su un versante tutto diverso, fino a progettare la messa in vendita, presso un antiquario di via Del Babuino, d’ una tiratura limitata di incisioni (gliele avrebbe fornite il fedelissimo Sartorio) a firma “Andrea Sperelli” - “l’acquaforte dello Zodiaco” in onore della immaginaria, perversa e bellissima Elena Muti -, trascinando in una vita ipotetica il proprio personaggio, che le cronache volevano fosse niente altro che il suo alter ego. Ma Sperelli fu veramente il suo alter ego?

La cura infaticabile, quasi una splendida mania, di Annamaria Andreoli ha portato alla luce incunaboli del primo D’ Annunzio, note sparse, progetti, schemi, datati fra il 1888 e il 1892, del Piacere, del Trionfo della morte, accanto a due scene d’un dramma in prosa mai terminato, il primo che il poeta de La figlia di Jorio abbia scritto, ambientato “a Roma, nell’epoca presente” (La nemica, Mondadori, pagg. 250, lire 36 mila).

I materiali sono di grande interesse. Quelle scene di teatro fanno rammaricare per la loro incompiutezza: una prosa viva, il dialogo d’apertura fra un esteta e il suo strozzino dicono di una realtà scottante che il testo avrebbe elaborato. Così gli appunti per l’Invincibile (poi Trionfo della morte), quanto felicemente scarnificano la rotta della sensibilità in una donna travolta dal sesso: ed è la vera Barbara Leoni, non un’ Elena Muti o un’Ippolita Sanzio frutto di fantasia; dico la veraBarbara che Gabriele studia come un oggetto ferino, un animale, sulla spiaggia di Francavilla, non tralasciando di dirsi che scrivere, raccontare sia “non lavorare mai di maniera”, ma “approfondire, trovare, ricordarsi dell’impressione reale, fuggire l’indeterminato”.

Torno però al Piacere, e all’ “artista” Sperelli. Di lui D’Annunzio ci dà qui indizi su cui riflettere. “Il suo spirito era essenzialmente formale... Nel tumulto delle inclinazioni contraddittorie egli non distingueva più né la voce del dovere né la volontà suprema... In lui l’azione separata di tutte le sfere interiori diveniva un giuoco distruttivo”. Sapevamo che Sperelli rappresenta la resa della volontà agli istinti, l’abdicazione dell’io al “piacere” fisico e intellettuale. “Egli non si attaccava che a ciò che non poteva ottenere... Egli non aveva ritegno a rovinare la forza morale negli altri... Egli era chimerico...”. Ma lo scrittore, nel disegnare l’identikit del suo protagonista, va più in là.

Annamaria Andreoli documenta molto bene come questo disegno d’una disfatta della volontà abbia radice nella lettura attentissima del ginevrino Amiel e del suo Journal. D’Annunzio se lo traduce per comodo: quel romanticismo raccolto sul punto di liquidarsi dentro la nebbia d’una coscienza ferita lo affascina, lo soggioga. Ma Amiel è anche colui che ha scritto la parola “refoulment” con l’anticipo di una trentina d’anni su Freud, intendendo repressione degli affetti, costrizione del desiderio dentro la morsa di comportamenti obbligati.

Amiel aveva la certezza che la coscienza umana fosse fornita di cantina, ma una cantina impenetrabile. Ed ecco D’Annunzio appropriarsi di questa certezza, con uno stile nominale, allineativo, per conto del suo protagonista: “Il centro della sua conscienza era inconsciente, come il nucleo del sole è oscuro... I fenomeni psichici che si producono su un substrato profondo, nascosto, che è nell’organismo... Variazioni e trasformazioni della personalità legata allo stato degli organi genitali... Ritornava nella conscienza indebolito come un ricordo d’infanzia che la ripetizione non ha ravvivato... Stati di conscienza perdere a poco a poco il loro carattere personale, objettivarsi, e divenire estranei per l’individuo... In quella regione oscura ove correnti innumerevoli circolano senza posa, senza che noi ne abbiamo conscienza...”.

Siamo alle soglie di quel che Freud doveva indagare. L’alter ego dannunziano Andrea Sperelli vede soggiacere il proprio volere alle “estraneità” delle nevrosi: le distonie della “conscienza” lo mordono ai genitali. Insomma il D’Annunzio che progetta quel romanzo di mode e alla moda è poi curvo, attentissimo, sul tema che travaglierà la letteratura nuova del secolo, al pari del coetaneo Italo Svevo (di due anni più vecchio di lui).

Con il conforto di questi documenti vale la pena rileggere Il piacere: e a questa stessa parola si potrà dare il senso di una lama abbrunata che taglia in pezzi l’ essere dell’individuo. Il tema della separatezza dell’io da se stesso, di una scissione insanabile tra persona e il proprio fondo oscuro, l’osservarsi rovinare mentre il freno della ragione non agisce, lo impastano. Appunto, come scrive D’Annunzio sul conto del suo protagonista: “Egli era camaleontico, mutabile, fluido, virtuale, e quindi latente anche nelle sue manifestazioni, assente anche nella sua rappresentazione. Ma egli aveva percezione e conscienza di questa metamorfosi costante”.

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©il manifesto

31 Gennaio 1999 Ê

OLTRE LEOPARDI

La discussione sull’opportunità di tradurre i classici affondata in un pantano di polemiche

PIER VINCENZO MENGALDO

Sul Corriere del 22.12.98 ho aperto criticamente la discussione, in generale e in particolare, sull’idea di traduzione integrale in prosa moderna dei nostri classici, applicata da Marco Santagata alle Canzoni del 1824 di Leopardi. Mi illudevo che la discussione continuasse, con civiltà e conscia dell’importanza della cosa, specie per la scuola. E così per un po’ è stato, grazie soprattutto a un articolo di Lorenzo Renzi, intelligente e civilissimo, sullo stesso Corriere di due giorni dopo, favorevole alle posizioni di Santagata e dunque contrario alle mie. Ma ora mi pare che la polemica si sia incarognita, e io vengo a trovarmi in compagnie che non gradisco, L’Osservatore Romano prima, e ora Branca e Ossola.

Il Sole 24 Ore di domenica 24.1 dedica un paginone intero alla questione, con vari interventi. Lascio stare quello di Lepschy, che discute teoricamente di parafrasi e traduzione e non tocca Santagata e Leopardi. Lascio stare anche quello di Galimberti, che si oppone alle soluzioni di Santagata con sobria civiltà, da gentiluomo. La Bettarini gioca con l’ironia, ma non sembra conoscere molto di più del mio intervento, sbagliando proprio quando fa più dello spirito (non è vero che l’editore non abbia spiegato in nota la parola tartaro, che non è quello dei denti, ecc.).

E veniamo al clou, Branca e Ossola che agiscono in coppia, come il gatto e la volpe. Ed essendo persone prive di spirito, non possono polemizzare, ma solo insultare. Ossola, secondo le sue abitudini, avvolge la mancanza di argomentazioni o semplicemente osservazioni nella cortina fumogena di rimandi che non c’entrano, Ortega y Gasset, Gadda e via roteando. Ma frattanto usa Ortega in modo da accusare indirettamente Santagata di “grossolanità”: ma chi dà del grossolano a uno senza argomenti dimostra solo la propria grossolanità. Tralasciando altro, resto poi pensoso di fronte al fatto che Ossola non parla mai di Canzoni ma, udite, di Canti: distrazione o disinformazione?

Quanto a Branca, che passa per filologo, aggredisce violentemente il suo avversario (“squallida prosa”, “inesatta traduzione”) ma, come il suo scudiero, senza prove. L’operazione di Santagata è spiritosamente paragonata a quella di chi volesse ridipingere Giotto e Piero per l’inclita guarnigione. Ma che significa? Un restauro? Una copia? Dov’è l’equivalenza? Il peggio di tutto si ha però quando Branca insinua (“si dice”) che in tutto ciò, vale a dire anche in futuri classici “tradotti”, Santagata goda di autorevoli e sostanziosi appoggi politici. Certo, lui (Branca) se ne intende. E lasciando da parte l’etica, neppure questo sembra un buon comportamento da filolologo, che non può né deve testificare coi “si dice”.

Nessuno che sia dell’ambiente può sottrarsi all’impressione che l’attacco del duo Branca-Ossola, totalmente non argomentato, nasca da odî e concorrenze privati, cioè accademici. Ma non voglio io usare i “si dice”. Voglio solo mettere su carta la mia amarezza. Speravo di ritornare sul problema a discussione (civile) avanzata, per approfondire e anche per correggere le mie opinioni. Mi trovo invece a denunciare una pessima operazione giornalistico-accademica, e a dover traversare un pantano, sia pure con le piante asciutte.

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domenica , 31 gennaio 1999

CLASSIFICHE Gli scrittori italiani contemporanei più studiati all’estero

LO STRANIERO HA SCELTO CALVINO

Cesare Medail,

Mentre nel mondo riviste e centri culturali si affannano a stilare graduatorie letterarie di fine secolo (e d’incerto significato perché non riflettono valori assoluti ma i gusti correnti degli anni ‘90), ecco una classifica che ha il merito se non altro di essere “oggettiva”. Non si basa, infatti, su preferenze, ma sul numero di studi dedicati agli scrittori italiani del secondo dopoguerra da parte di 40 centri universitari di italianistica sparsi nel mondo. La ricerca, patrocinata dall’Unesco e pubblicata in Italia dall’editore Salerno, è stata elaborata sulla base delle pubblicazioni accademiche uscite nel ‘95 dal professor Enrico Malato, direttore della “Bibliografia generale della lingua e della letteratura italiana”. La classifica è guidata ex aequo da Pier Paolo Pasolini e Italo Calvino con 100 studi: seguono Eugenio Montale con 86, Carlo Emilio Gadda (65), Umberto Eco (59), Mario Luzi (52), Antonio Tabucchi (41), Alberto Moravia (47), Cesare Pavese (32), Franco Fortini e Dino Buzzati (28). A parte la posizione di Eco, primo tra i viventi, per il quale sarebbe da verificare se gli studi riguardano solo i suoi tre romanzi o la vasta opera di saggistica, il risultato è abbastanza scontato: sarebbe forse più interessante frugare nelle posizioni di coda per scovare nomi meno canonici che rivelino una maggior fantasia tra i professori di italianistica. Comunque, anche se Pasolini, Calvino, Montale o Gadda, tanto per citare i primi quattro, sono fuori discussione, non è detto che le scelte universitarie determinino una scala inconfutabile di valori: sono i lettori, infatti, e non l’accademia il referente della letteratura. Ciò che può dire la classifica è che il linguaggio di questi autori è capace di superare i patri confini anche se i dialetti geniali di Gadda o la lingua borgatara di Pasolini non sono proprio esperanto; il che non è poco in tempi di globalizzazione e di crisi delle identità.

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©Corriere della Sera

Lunedì, 1 Febbraio 1999

È morto ieri a Terni, a 78 anni, il poeta con il gusto della battuta fulminante. Prese di mira il potere politico e i salotti degli intellettuali

Gaio Fratini, la satira in versi contro ipocriti e conformisti

Il mio primo incontro con Gaio Fratini, poeta nato a Città della Pieve nel 1921 e morto ieri a Terni, o per meglio dire il mio primo incontro con i testi di Fratini avvenne, come co-selezionato, sulle pagine di una antologia, a suo tempo abbastanza nota, Quarta generazione, anno 1954. Quei versi testimoniavano una gentile, ma sorvegliata, inclinazione lirica: «Voi non parlatemi, amici, dei vostri / dolci mattini d’estate; altra luce / credetti lungo i viali, altro cammino / pietra su pietra a una dischiusa porta. / “Abita qui la mia ragazza, questa / è la sua porta”. Avrei fatto di corsa / (altra luce credetti) le sue scale». Come si può vedere anche da questo minimo reperto, una commozione amoroso-fantastica si congiunge tuttavia a un qualche gusto realistico.

Del resto, un tratto che presto si delineò per i lettori di Gaio Fratini fu l’inclinazione a mischiare tono elegiaco e nettezza mordente: si pensi al volume scheiwilleriano Il re di Sardegna, che teneva dietro alle Vecchie rime, addirittura del 1941, a I poeti muoiono, premiato da Quasimodo (1952). Il re di Sardegna è del ‘61, e Fratini vi adibiva, felicemente, anche materiali derivati dalla cronaca.

Così il passaggio alla poesia satirica, al gusto di inchiodare vizi, difetti, situazioni abnormi, apparirà in certo modo naturale, preparato; c’entra, evidentemente, anche la sua collaborazione con Il Caffè, la rivista di Giambattista Vicari, che faceva della caricatura, a volte efferata ma sempre intelligente e culta, il suo punto d’onore.

Compare il Fratini epigrammista: con La signora Freud (Rizzoli, 1964) e con La luna in Parlamento (titolo rivelatore). Già polemico con l’ermetismo, basti sfogliare i numeri della sua rivista La strada, Fratini spostava il tiro su personaggi ed eventi della vita politica. Le frecce non risparmiano la grande famiglia democristiana: «Sia legato alla ruota il divorzista, / preghi, e non resti senza cera e olio / l’arcadica bugia del monopolio». «I preti del Dissenso / occhieggeranno alle fontane / come fantesche divertite...»: che diventa una sorta di nitida e spiritosa vignetta.

Fratini non risparmia le sue vittime, ma nella sua epigrammatica il fiele cede a un sorriso, la violenza polemica al divertimento «formale»; ma sotto sotto, per chi sa leggere, si avverte il debito veleno: «Se non si fosse a un ulivo impiccato, / cattolici, che gran uomo di Stato / Giuda sarebbe un giorno diventato».

E sui firmatari di documenti e proclami: «Chi lo firma non legge / chi legge non lo firma / chi s’affranca dal gregge / quel manifesto infirma». Sottoscriveremmo, oggi, a tutta la sua satira? Forse no: ma continuiamo a essere attratti, divertiti dal gioco verbale, dalla destrezza degli snodi metrici, dai toni del poeta Fratini, che ci offrono senza dubbio un «piacere supplementare» accanto a quello eventuale della polemica.

Fratini bazzicò direttamente l’estabilishment poetico, e in genere culturale, italiano, nelle sue figure di spicco: Delfini, Flaiano, Quasimodo, Brancati, Pavese, Pasolini; e anche, contemporaneamente, l’ambiente giornalistico (teneva una rubrica bisettimanale sulla Voce Repubblicana). Suo maestro, a Perugia, era stata una figura carismatica, Aldo Capitini.

In conclusione: Gaio Fratini è stato scrittore non destinato alle grandi tirature, agli entusiasmi degli editori, alle trombe della fama massmediale; ma ci rimane come un esempio di rettitudine mentale, che non volle mai debordare dalle proprie qualità. Anche per questo, è giusto rendergli omaggio.

Giuliano Gramigna

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©Corriere della Sera

Lunedì, 1 Febbraio 1999

Scommesse / Testi da bibliofili su Cd Rom

Libri antichi per lettori del futuro

La tecnologia di Octavo permette di «sfogliare» al computer le fragili (e preziose) pagine di volumi di Galileo, Newton o Palladio

Il raccoglitore dei Cd Rom della Octavo fa bella mostra di sé sul banco informazioni di Stacey’s, quattro piani di libri e riviste nella centrale Mission Street di San Francisco. Titoli e copertine stridono un po’ vicino agli scaffali colmi di bestseller e di testi universitari acquistati dagli studenti di medicina, informatica ed economia di Stanford e Berkeley. Del resto, che cosa ci fanno - per giunta su disco laser - una edizione del «De Humani Corporis Fabrica» di Andreas Vesalius pubblicata a Basilea nel 1543, accanto al manuale di anatomia consigliato a chi frequenta il primo semestre ‘99? O il trattato di ottica di Isaac Newton, nella prima edizione uscita a Londra nel 1704, a pochi passi dai trattati di fisica delle fibre ottiche destinati agli ingegneri della Silicon Valley?

È il paradosso di questo editore digitale che da circa un anno, dalla sua tipografia elettronica di Palo Alto, a una quarantina di chilometri da Stacey’s, coniuga tecnologie di assoluta avanguardia con una sconfinata passione per il libro antico. Un connubio tra passato e futuribile che i direttori delle nostre Biblioteche nazionali guarderebbero con un misto di invidia e ammirazione. I modernissimi libri antichi della Octavo - compreso ovviamente il Manuale Tipografico di Giambattista Bodoni (Parma 1818) - non si devono sfogliare sul leggio ma sullo schermo di un computer multimediale, Windows o Macintosh che sia. Il monitor si apre sulle fragili pagine di volumi che solo i più fortunati studiosi e collezionisti hanno avuto la possibilità di toccare con mano. E l’interfaccia non è solo grafica: un breve movimento col mouse e gli antichi caratteri si trasformano in una finestra di testo leggibile e manipolabile come in un programma di videoscrittura.

La storia di Octavo e il personaggio che l’ha voluta, John Warnock, fondatore e Ceo della softwarehouse Adobe (vedi box), dimostrano che umanesimo e arte hanno tutto da guadagnare da un buon rapporto con il computer. Ma i prestigiosi titoli su Cd Rom, venduti anche via Internet attraverso Amazon e altri siti Web, per ora non attirano eserciti di acquirenti. E allora quali sono gli obiettivi? «Siamo preoccupati all’idea che informazioni così importanti vadano perdute - spiega Warnock, grande collezionista di libri rari -. Cerchiamo di catturare e preservare l’essenza, la qualità delle opere che digitalizziamo». Negli Stati Uniti Octavo ha stipulato diversi accordi con le principali biblioteche. Presto sarà ripubblicato il celebre Atlante («Sive Cosmographicae Meditationes») di Gerardus Mercator, nella copia del 1595 conservata presso la Libreria del Congresso di Washington.

Oltre a essere molto pratici dal punto di vista della fruizione, i Cd Octavo possono essere diffusi in migliaia di copie e costano dalle 40 alle 80 mila lire. Un eccezionale strumento di conservazione e divulgazione di un patrimonio culturale che oggi come oggi è difficile da raggiungere e spesso versa in condizioni precarie. «Penso anche all’enorme tradizione libraria italiana», precisa Warnock, felice proprietario di diverse prime edizioni galileiane (Octavo avrà in catalogo la Meccanica, il Sidereus Nuncius e il Dialogo).

I volumi prestati da biblioteche e privati vengono fotografati ad altissima risoluzione. Ogni singola pagina occuperebbe da sola un terzo del Cd, ma tutto viene compresso con il software Adobe su postazioni Apple G3 e salvato nel formato Acrobat, lo stesso che permette di pubblicare su Internet qualsiasi documento nel suo aspetto originale. Il laboratorio di Octavo propone i suoi servizi ad accademie e istituzioni anche a scopo puramente conservativo, ma nel frattempo il listino commerciale si arricchisce di nuove uscite. Assieme a Mercator, per esempio, sono attesi i «Quattro Libri dell’Architettura» di Palladio (Venezia, 1570).

IN RETE

www.octavo.com

Andrea Lawendel