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Archivio di Lettere Italiane: Introduzione | Indice 1-100 | Indice 101-200 | Indice 201-300 | Indice 301-380
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Terze pagine: gennaio 1999 (a)[9-2-1999]SOMMARIO _/_/_/ Alberto Arbasino: Questi anni frivoli così privi di talento _/_/_/ Giulio Ferroni: I talenti della normalità _/_/_/ c.m.: L'italiano del millennio _/_/_/ Paolo Mauri: Dionisotti _/_/_/ Cesare Segre: Ricordo di Bozzetti _/_/_/ Giorgio De Rienzo: Manzoni ignorato _/_/_/ Giulio Nascimbeni: Mari, giallo con licantropo in casa Leopardi _/_/_/ Cinzia Fiori: Luigi Malerba avanza una singolare ipotesi sulla morte di Morselli _/_/_/ Mario Andrea Rigoni: La Genealogia del Boccaccio _/_/_/ Dario Fertilio: Silone spia? _/_/_/ Paolo Mauri: Oggi Gadda non sarebbe pubblicato? LILILILILILILILILILILILILILILILI ©la Repubblica 3.1.99 Questi anni frivoli così privi di talento Le recenti discussioni letterarie, quelle spiattellate negli scorsi mesi, si sono rivelate notevolmente meschinelle A quanto pare, nei settori della narrativa e della saggistica prevale unesclusiva considerazione del proprio io di ALBERTO ARBASINO Quantunque di fine millennio, come tutto, le discussioni letterarie negli scorsi mesetti si sono rivelate notevolmente meschinelle. Infatti, nella settorialità sempre più limitata dove si restringono su se stessi gli addetti alla narrativa e/o alla saggistica - senza più molti nessi con le altre arti o col pensiero in genere - prevale una esclusiva considerazione del proprio io. Ma gli ii attuali, non per colpa loro bensì ovviamente dei tempi, sono sempre più piccoli, e privi di interesse. In quanto per lo più autoreferenziali, e irrilevanti. Basta qui infatti un paragone obiettivo e senza commenti fra le personalità e le opere della prima metà del Novecento e di questi ultimi decenni. Nel romanzo, nella poesia, nelle idee, nelle arti, nella musica, nel teatro, nel cinema, nella recitazione, nel canto, nella danza. Nel carisma che viene dalloriginalità e dalla portata dellinvenzione, e dalla produzione, e dal portamento. E naturalmente non solo nel nostro paese, ma in tutti gli altri paragonabili. Dunque, pazienza: ci sono state parecchie altre lunghe epoche di tipo basso e spoglio, senza nessun talento nei vari campi, anche in passato. Né si poteva dare le colpe alla televisione o ai media. Il profilo generale era down, e buonanotte. E andata così. * * * Comunque, adesso, niente come eravamo. Soprattutto, mai nostalgie, o elegie. Macché sentimentalismi da ex-bambini o ex-trucidi imbolsiti e canuti che si inteneriscono commemorando i bei tempi del vaffanculo e degli anni di piombo. Solo registrazioni fattuali - tipo Garzantina - di un vissuto che è andato così: con Gadda e Longhi e Palazzeschi e Praz e Brandi e Comisso e Gavazzeni e Delfini e Magnani e Zeri e Macchia e magari Contini e Cecchi a portata di mano. Per la serie frivoli & mondani: Dolce Vita con Fellini e Visconti e Antonioni e Flaiano e Pannunzio e De Feo e Chiaromonte e Vigolo e Lele dAmico e Gabriele Baldini e Franca Valeri e Bolognini e Ripellino e Hollywood sul Tevere non solo in Via Veneto ma al cinema e a teatro e ai concerti e a colazione e al mare. E riviste come Paragone, con Pasolini e Testori e Bassani e Calvino e Citati e Bertolucci e Garboli praticamente su ogni numero. O come Il Verri, con Sanguineti e Manganelli ed Eco e Giuliani e Guglielmi e Barilli ugualmente ogni mese. La cultura delle riviste: ogni mese, parecchia roba da leggere. E le realtà generazionali, ripetitive e storicizzate, ma innegabili. La solita solfa. Certamente. Sera dopo sera, le solite scelte fra Callas e Totò, Strehler e Osiris, Morelli-Stoppa o Chiari-Maresca o De Lullo-Valli o Dapporto-Masiero, i De Filippo o i Legnanesi, Adani o Pagnani o Magnani, Ferrati o Maltagliati, Merlini o Brignone, Karajan o Rascel, Rubinstein o Billi e Riva, la Gramatica o la Schwarzkopf o la Fonteyn, Ricci o Cervi o Del Monaco o Di Stefano o Tognazzi o Taranto o Benedetti Michelangeli... Siamo alle commemorazioni di fine secolo, baby. Anni di mondanità e frivolezza, paragonati allimportanza e alla profondità e allimpegno del pensiero e delle opere negli anni Settanta, Ottanta, Novanta?... Quisquilie e pinzillacchere, frequentare alla Tartaruga le mostre di Pascali e Schifano e Fioroni e Angeli e Ceroli e Festa e Mattiacci e Mauri e Tacchi, e alla Fenice le prime esecuzioni di Berio e Berberian e Bussotti e Boulez? discutendo con Moravia e Piovene e Guttuso e Ungaretti e Nono per lo più a tavola, invece di fare i metropolitani on the road sulle autostrade regionali intasate e nelle pizzerie provinciali imbranate dove si tira avanti con gli amoretti studenteschi e gli esercizi scolastici che hanno come referenti gli spot sui prodotti dei supermarket, come orizzonte ideale i contatti su Internet e le vallette tv, e come esperienza spirituale suprema gli album stagionali del rock o del rap?... * * * E magari si veniva biasimati per le troppe citazioni. Che riguardavano per lo più Schönberg e Stravinskij, T.S. Eliot ed Edmund Wilson, Carlo Dossi e Dosso Dossi, i formalisti russi e il Rosenkavalier. Ma allora come faranno - adesso - a tenersi al corrente con le centinaia di album piuttosto effimeri hip-hop in ogni stagione, addirittura meno durevoli delle formazioni di tante squadre di calcio? Roland Barthes e la compagnia DOriglia Palmi e Jasper Johns e il Trio Lescano eSostakovic parevano (o così ci sembrava) forse più duraturi dei tastieristi del big beat. * * * Ma allora perché gli esperti fingono di stupirsi o indignarsi, quando la Gente (parametro di riverite vendite e classifiche) sinceramente preferisce leggere cosa mangiano e pensano i calciatori e le vallette e i cantanti e le sarte stiliste, nei loro ambienti così mitici e leggendari per gli zombi, mentre i cloni pacificamente se ne fottono di ciò che narra o congegna o suppone o auspica il modesto letterato (smanioso o schivo) fra il suo tavolino e il suo cestino. Con tutte le sue smorfiosità e acidità scontate e prevedibili per qualche collega altrettanto négligeable. Ma senza aver mai prodotto testi sui quali issarsi per poter chiedere rispetto e riguardo, e dunque la facoltà di emanare giudizi non smandrappati o strumentali ma semplicemente attendibili... Ora nella routine dei tormentoni casarecci sui letterati presto bolliti o stracotti - cioè il lamento sulla letteratura piccola - sarà magari doveroso qualche civile contributo degli addetti alle pentole? Ma oggi paiono fatti remoti come lImpero Romano, diceva Palazzeschi a proposito della sua gioventù futurista. E chi arriva anche saccente dopo tutti gli altri - con un corredo di frasi fatte e un imprinting di formule trovate - non sarà tenuto a conoscere i percorsi autentici delle vicende letterarie culinarie di ieri. Quando si stava ai fornelli artigianali (e non collegiali né commerciali) con amici e colleghi e colleghi molto amati e troppo presto ingiustamente scomparsi: Pasolini, Testori, Parise, Calvino, Volponi, Manganelli. E si friggevano o arrostivano con varie salse il dopoguerra, le ricostruzioni, gli aggiornamenti, il rifare i conti col fascio, il boom e il benessere, le automobili e le autostrade, i riassestamenti sociali, gli spostamenti geografici in luoghi intensi, le scoperte fisiologiche e psicologiche in aree inedite e in zone ignote. Lamore popolare, col corpo. Lelaborazione del passato italiano, con lo stile. E i vari aspetti della sprovincializzazione culturale: il realismo epico (fra Hemingway e Brecht); larte astratta, e anche espressionista astratta; le tecniche e pratiche del frammento (Adorno e Musil non già La ronda); la stilizzazione formalista e strutturalista; lespressività del plurilinguismo; la neoretorica dei generi letterari; lanalisi ravvicinata dei testi poetici; i tanti nuovi modi di... (rivedere lAntico, montare gli assemblaggi di citazioni, usare i mezzi del cinema e della musica moderna, far tragedia con gli strumenti della commedia, e con gli espedienti del varietà...). E lalba dellAlienazione. E le mosse dello Straniamento. E i dolori del giovane Progresso! * * * Erano questi i nostri paesaggi culturali italiani, non soltanto letterari. Le opere descrivevano o rispecchiavano soprattutto movimenti, situazioni, mentalità, ambienti, con aperture e squarci su panorami e prospettive, persone e trame offerte da realtà sociali e intellettuali e di costume non ancora da audience omogeneizzata o da bestseller industriale. Con suggerimenti buonissimi dei grandi chefs generosi e disponibili, or ora menzionati e ringraziati. E con una vita sessuale abbondantissima: non funestata né molestata da droghe, epidemie, crimini, regolamentazioni e osservanze politicamente e conformisticamente corrette. Naturalmente si tratta di epoche dove i livelli della qualità culturale media possono oggi apparire eccelsi, eccessivi. Ma costituivano la normalità quotidiana: basta un riscontro sui vecchi giornali più banali. Verissimo che al dove si va stasera?, prima della televisione, si potevano correntemente proporre: Lopera da tre soldi, Un tram chiamato Desiderio, La strada, Le voci di dentro, Rocco e i suoi fratelli, La morte di Danton, Lavventura, Il ferroviere, La grande guerra, Bada che ti mangio, La trilogia della villeggiatura, Damore si muore, LArialda, Il sesso debole, Attanasio cavallo vanesio, o Medea... Però anche la produzione letteraria stagionale - basta controllare le recensioni e i bilanci - era tutto sommato analoga, omologa. E queste sono considerazioni documentarie, come la fotografia e le statistiche circa i centri storici, le periferie, le ferrovie, le risposte agli esami. * * * Qualche vegliardo magari insinuava: Avete perso la Belle Époque, Croce e Marinetti e DAnnunzio e la Duse. Si rispondeva, frivoli e cortesi: Ci bastano Eliot e Stravinskij e Sklovskij e Forster di passaggio a Roma, pazienza, comunque si va a trovare Adorno e Auden, Céline e Cocteau. (E comunque, De Chirico sedeva ogni giorno al Caffè Greco, Ruggeri e Benassi recitavano ancora, e ogni tanto perfino Alda Borelli e Marta Abba, ai balli di Venezia arrivavano Grace Kelly e Liz Taylor, sullIsola Tiberina ecco Marlon Brando e Bob Rauschenberg). Ma non conta soltanto la statura diversa dei personaggi, e il notevole calo dimensionale da unepoca alla seguente. Quando i riconoscimenti e le valutazioni personali non vengono più determinati da certi caratteri individuali originali e non omologati, bensì - anche nella letteratura - da un riferimento costante alle bibite e scarpe più vendute, ai locali più frequentati, ai prodotti bestseller nei supermarket, alla pubblicità e comicità più popolare in tv. Infatti queste analisi rischiano di apparire ingenue se in assenza di interessi letterari per i testi a livello hamburger tentano almeno di capire o vedere le mutazioni antropologiche e di costume nella Penisola attraverso i contenuti e materiali che possono rivelare delle realtà (come ai tempi del neorealismo e del Mondo) agli addetti ai lavori che si chiamano così perché per loro la letteratura non è un piacere ma un lavoro noioso, e devono passare tutto il tempo fra casa e scuola senza vedere il mondo. Eppure poi autori così diversi come Ottieri e Manganelli e Malerba e Sanguineti e La Capria e Consolo e perfino un poeta mentale come Zanzotto finiscono per raccontare peripezie e metamorfosi più importanti e significative dei tropismi evenemenziali dei cloni e zombi appiattiti su sballo e sfiga e spot e strip e pulp e trash e flop. E bisognerà rammentare ancora che molta narratività in fuga dalla fiction più o meno convenzionale si è sempre riversata in varie avventure saggistiche e stilistiche su parecchi temi italiani e culturali variamente elaborati e impegnativi. E molto più interessanti, anche di per sé, degli intimismi su un ego insignificante, un self inerte. Evitando la romanzeria-bestseller e middlebrow e midcult quantitativamente e qualitativamente analoga alle hamburgerie che fanno più coperti e alle jeanserie per zombi e cloni che si griffano coi marchi della omogeneizzazione di massa. (Però nel mangiare e nellabbigliamento e nel calcio non si fa una classifica unica come coi libri: con le stelle e i cappelli e le forchette e le sfilate di moda e le serie A e B e C del campionato, lutenza è molto più selettiva e attenta. Non tollererebbe un solo calderone). * * * La buona letteratura, in ogni tempo, ha proceduto come Edipo ed Erode, non come Madre Teresa di Calcutta. E ogni generazione deve affermarsi da sé, con le proprie opere e i propri critici: perché sovente i vecchi non hanno un posto (di caposervizio, capogabinetto, titolare di rubrica, sacerdote del Bosco Sacro) che si possa occupare o portar via. Sono spesso carismi immateriali, prestigi imprendibili... E ogni tanto la casa si svuota. E chi prova a occuparla forse non capisce che linteresse si è spostato altrove... * * * Ora parecchi giovani scrittori e critici guardano indietro agli anni Settanta e Ottanta con giusta commiserazione non disgiunta da ribrezzo. Chi erano infatti i personaggi rappresentativi ed emblematici nellItalia di quegli anni?... Rampanti, emergenti, politici da tangenti, portaborse, ideologi e terroristi di uno squallore scoraggiante... Proviamo a immaginare un romanzo evidenziatore a base di tali figurette e figuracce: imbarazzante solo a pensarci. E con tuttaltre figure? Senza impegno dissacrante impietoso e scomodo, senza tensione, né temperie, né denuncia, né magma, forse funziona solo qualche singolare eccentrico in preda a miti manie marginali e fissazioni insolite, inclassificabili ma alla portata di ogni studente nelle università di massa? Frotte di stralunati e sfigati, allora. E ricercatrici brutte che fanno ricerche noiose su gente triste? E nei poveri anni Novanta? Quando gli ex-trasgressivi ex- aggressivi riscoprono lintimismo piccolo-borghese da tinello e villetta con la nonna e i piccini, e gli ex-ragazzi fanno i paparini, e gli ex-giovani danno lezioncine di moralismo dabbene... Mentre i neo-trasgressivi politicamente corretti non sanno come combinare i due ingredienti più sfruttati dalla speculazione commerciale: il sadomaso del serial killer tutto-splatter, e la pietas per la povera piccola ebrea vittima. E sbudellare la mamma, e tagliare il cadavere del babbo con la sega elettrica; ma nel top del trip tutto sangue e droga e merda e vomito rap, però, attenzione a non lasciarsi sfuggire fra tutti i porco e sporco allitaliana e i dannato o fottuto da telefilm americano parole come nano o negro o spazzino o postino o facchino o infermiere perché sennò la maestra bacchetta come quando si diceva piedi e pancia invece di estremità e ventre... E ricordate, bambini: dio, soprattutto nelle bestemmie, va sempre minuscolo, mentre per Allah è indispensabile la maiuscola. (E se per un nuovo trend lanciato dalla televisione al posto del vecchio cazzo! in bocca ai vecchi genitori i bambini alla moda incominciassero tutti a strillare pene!, anche nella letteratura minore?). _/_/_/_/_/ ©Corriere della Sera Martedì, 5 Gennaio 1999 A proposito delle tesi di Franco Cordelli sulla produzione di romanzi modesti nel 1998 BIAMONTI E MORESCO, I TALENTI DELLA NORMALITA Non so se, come sostiene Franco Cordelli («Corriere della Sera» del 3 gennaio), i bilanci sulla letteratura dellultimo anno permettano di constatare che siamo ormai in un «Paese normale», e per questo poco propizio ai grandi exploit narrativi: ma credo che tra le pieghe di questa «normalità» possano comunque nascondersi molte eccezioni che non sempre è facile vedere, e che non necessariamente coincidono con quelle individuate da Cordelli. Se è vero che da noi sono mancati dei romanzi-romanzi, non dimenticherei comunque un romanzo-non romanzo di grande intensità e di forte concentrazione linguistica come «Lo spasimo di Palermo» di Vincenzo Consolo (Mondadori), né il singolare e pletorico «Gli esordi» di Antonio Moresco (Feltrinelli), che si pone, pur nei suoi limiti, come una «scommessa» per una letteratura che sia davvero essenziale, in cui tutto si metta in gioco, né la prosa scavata, dolorosamente sospesa e assoluta, di Francesco Biamonti («Le parole la notte»), né i racconti così «fuori tempo» e così amari nella loro concentrazione di Antonio Debenedetti («Amarsi male»). Ma, seguendo il filo dei diversi «generi» su cui Cordelli traccia un rapido bilancio, credo che sul terreno della saggistica non andrebbe trascurato, tra gli italiani, il Maurizio Bettini di «Nascere» (Einaudi), e tra gli stranieri, il grande libro di René Girard su Shakespeare (Adelphi); e, per la narrativa straniera (dato che non si parla di edizioni originali, su cui so ben poco, ma di traduzioni italiane uscite nellanno), perché non ricordare, premio Nobel a parte, il Saramago di «Tutti i nomi» (Einaudi), il grande Javier Marías di «Domani nella battaglia pensa a me» (Einaudi), il lacerante libro postumo di Yaakov Shabtai, «In fine» (Feltrinelli)? Ma a proposito di postumi, è davvero sorprendente che tra i libri del «glorioso» anno 1963, opposto da Cordelli alla mediocrità del presente, egli non abbia ricordato quello che, insieme alla «Cognizione del dolore» (dello stesso anno), è uno dei capolavori del Novecento, e cioè «Una questione privata» di Beppe Fenoglio (di cui del resto Cordelli è grande ammiratore): uscito appunto nellaprile del 1963, poco più di due mesi dalla morte dellautore, ma nascosto in fondo a un volume intitolato «Un giorno di fuoco» e contenente nella prima parte vari racconti, aperti da quello del titolo. Insomma, anche nel 63 poteva accadere che un capolavoro restasse quasi celato, tra le pieghe della anormale normalità di allora. Giulio Ferroni _/_/_/_/_/ ©Corriere della Sera Giovedì, 7 Gennaio 1999 Scrivi il nome I risultati rispecchiano lansia di cambiamento La scadenza del Secondo Millennio è una pura convenzione matematica: dopo il brindisi e i botti, il tempo scorrerà come prima. Quel «due», però, che sostituirà l«uno» nei calendari non è irrilevante a livello dinconscio personale e collettivo, perché fa sentire che qualcosa si è concluso e qualcosa sta iniziando: una sorta di «anno nuovo, vita nuova» moltiplicato per mille. E come le riviste dedicano la copertina alluomo o allevento dellanno, abbiamo voluto moltiplicare per mille i tradizionali consuntivi di San Silvestro, domandando a cento personalità chi è luomo italiano del millennio. Naturalmente il risultato non ha alcun rilievo statistico perché non è frutto di una campionatura: le scelte, però, e le stesse motivazioni dei grandi elettori sono indicative, non tanto per la graduatoria in se stessa, quanto perché rispecchiano il modo di sentire dei nostri tempi. Il fatto che il primo sia Dante (22 voti) rivela che lAlighieri risponde a due aspirazioni: laver «creato» la nostra lingua riflette il nostro bisogno di identità, mentre lavere espresso valori accolti in tutto il mondo risponde allaspirazione di universalità, confermata anche dal secondo posto di Leonardo (19 voti), incarnazione della totalità del sapere e delle arti. La presenza, alle loro spalle, di Galileo (11), San Francesco (6), Marconi (6) e Colombo (5) esprime laspirazione al cambiamento presente in questi anni. Ciascuno a suo modo ha rappresentato una rottura col passato: Galileo ha aperto nuove rotte alla conoscenza, Marconi ha cambiato le relazioni umane scoprendo un nuovo modo di comunicare, Colombo ha rivoluzionato il nostro rapporto col pianeta, mentre San Francesco ha cambiato il modo dintendere il messaggio di Cristo nel Medio Evo. Anche dalle figure poco votate, però, possono venire spunti di riflessione: per esempio, il fatto che due filosofi (Severino e Bobbio) abbiano scelto un poeta (Leopardi), sia pure dal grande spessore filosofico, rivela come lItalia sia stata assente nella storia del pensiero di questi mille anni. Il fatto, poi, che non siano stati votati uomini di Stato o politici, salvo Cavour (2) e Federico II (1), rivela come il genio italico si rispecchi più nella creatività che nella vita pubblica (solo un voto per Machiavelli, maestro dei príncipi). Quasi assenti le donne: la più citata (2) non ha nome, ma è unicona universale e fascinosa, la Gioconda. In compenso, due grandi elettori si sono ricordati di un artista della passione amorosa, Casanova. (c. m.) _/_/_/_/_/ ©la Repubblica 8.1.99 Ricordi della Scuola Italiana di PAOLO MAURI Non ci si pente mai di intraprendere un viaggio nel passato in compagnia di Carlo Dionisotti. La prepotente erudizione si stempera in una sorta di piano colloquio con il lettore e spesso il saggio ha la misura e larchitettura della conferenza o della lezione, poiché Dionisotti fu fortemente professore e fortemente credette alla civiltà implicita nella trasmissione del sapere e nellindagine spassionata dei mondi di ieri. Non è per caso che il volume postumo con cui ci saluta e si raccomanda alla memoria di tutti noi si intitoli Ricordi della scuola italiana. E un volume di oltre seicento pagine pubblicato dalle edizioni di Storia e Letteratura (lire 130.000) per il quale Dionisotti, scomparso nel febbraio 98, fece in tempo a preparare anche una breve introduzione: un volume che attraverso una serie di ritratti e commemorazioni indaga soprattutto l attività degli organizzatori del sapere nel campo della storiografia letteraria e culturale, che è poi quello più congeniale alle ricerche di Dionisotti. Far storia letteraria sembra a prima vista pacifico, ma la disciplina è invece abbastanza recente e conserva una sua fragilità di fondo, tantè che varia moltissimo con il variare dellapproccio. Non per nulla Dionisotti apre il libro con un capitolo dedicato a Francesco Saverio Quadrio: un gesuita, nemmeno troppo in armonia con lordine cui apparteneva, che per gran parte della vita compilò quella che oggi un editore definirebbe commercialmente una grande opera, se non altro per la mole. Ha un titolo sbruffone di sapore seicentesco che mi è sempre piaciuto moltissimo, Storia e ragione di ogni poesia e cominciò ad uscire nel 1739 per giungere alla fine a quattromila pagine articolate in sette tomi. Oggi lopera è illeggibile, ma, argomenta Dionisotti, non inconsultabile. La differenza sta nel fatto che se gran parte del materiale accumulato è fatalmente scaduto quanto alle ragioni critiche che lo animavano, non così è per lerudizione e linformazione. Al Quadrio premeva sostenere la poesia italiana in un momento di forte decadenza rispetto allo splendore dei secoli precedenti, tentando anche un confronto con quella francese e inglese, che però conosceva in modo indiretto al punto da diventare involontariamente spassoso quando parla di Shakespeare. Da bravo erudito e critico militante, comunque, si spingeva fino alla rischiosa contemporaneità, facendo spazio persino a libri non ancora usciti. Sul finire del secolo un altro grande erudito, Girolamo Tiraboschi, avrebbe costruito la sua celebre storia che è in realtà una storia di erudizione letteraria e culturale, attenta persino alle istituzioni, come le accademie, le università o simili. Oggi lo specialismo che assedia e con qualche disguido di fondo ogni settore del sapere rende remotissime queste cattedrali antiche erette da una sola persona, eppure esse conservano un fascino innegabile e non solo per gli studiosi che ancora se ne giovano. Tiraboschi, che ebbe una certa fortuna editoriale, si incontra ancora abbastanza facilmente sul mercato antiquario, mentre lo stesso non si può dire del più remoto e obsoleto Quadrio. Pazienti schedature, lunghe esplorazioni dei testi e dei contesti storici, vaglio attento e paziente dei documenti persino minimi, ma indispensabili ad accertare la verità storica... Dionisotti sera ritrovato in gioventù a compilare gli indici del già allora venerando (e oggi ultracentenario e fatalmente un poimbalsamato) Giornale storico della letteratura italiana. La lezione dei fatti che veniva dalla scuola storica e dai maestri che tennero cattedra a Torino tra un secolo e laltro, da Renier a Graf e poi a Neri, diventa in qualche modo lo specchio in cui lo studioso si riflette. E così la pratica degli studi, il fare, il percorso dello studioso è anche un modo per confrontarsi, per prendere le misure al proprio lavoro. Un lavoro non di trincea, ma neppure così idilliaco come dallesterno si potrebbe supporre: luniversità è spesso un campo minato, per opposizione di scuole, ma anche per inevitabili conflitti umani, odi, dissapori e via seguitando che per li rami i maestri comunicano agli allievi. Su questaspetto la discrezione di Dionisotti è massima, ma non assoluta e qualcosa trapela lo stesso. Non è infine certamente un caso che un pizzico di autobiografico compiacimento vi sia nel tessere biografie che in qualche modo rimandano alla sua: dico di esuli in Inghilterra, come lottocentesco Antonio Panizzi, che poi fondò la British Library, o di Arnaldo Momigliano, costretto ad espatriare cento anni dopo, per le leggi razziali. Anche Dionisotti, come si sa, si trovò ad insegnare per lunghi anni a Londra, di fatto dimenticato dalluniversità italiana. La lezione dei fatti è sempre provvida di sorprese. Come dire che i conti con il passato sono sempre aperti: chi avrebbe mai sospettato che non ci fosse unedizione completa delle opere del Boccaccio? Eppure Vittore Branca ce lo ha confermato in questi giorni, annunciando appunto lavvenuta pubblicazione da Mondadori dellultimo volume di unimpresa cominciata molti anni fa. La filologia non ha fretta, commenterebbe Dionisotti e il caso Boccaccio non è certo unico. Daltra parte una grande impresa come quella avviata mezzo secolo fa dalla Ricciardi, che intendeva fornire Storia e Testi della nostra letteratura si può dire compiuta solo in parte, seppure tutt altro che piccola. Inaugurò con unantologia di scritti crociani curati da Croce stesso ed era diretta (particolare curioso che Dionisotti non manca di rilevare) da un banchiere umanista come Raffaele Mattioli, da un critico militante come Pietro Pancrazi e da uno storico della lingua italiana come Alfredo Schiaffini: in pratica, cioè, nessun cattedratico italianista di mestiere era stato cooptato nella direzione e progettazione di unopera che voleva rispondere ai tempi torbidi e incerti con unofferta letteraria monumentale. Era il 1951. Limpresa doveva alternare volumi di storia a volumi di testi, ma lunico volume di storia fu, di fatto, il celeberrimo Trecento di Natalino Sapegno, mentre i tomi dedicati ai testi e spesso splendidamente curati, questi sì, da grandi italianisti, furono moltissimi. In realtà la concorrenza storiografica, almeno a partire dagli anni Sessanta, fu notevolissima: tralasciando le storie destinate alle scuole, furono molte e di diverso calibro le grandi opere ovviamente collettive, dalla Garzanti alla Laterza, dalla Einaudi alla Utet e alla Salerno che si va completando in questi mesi. E certo qualcosa vorrà pur dire questo affollarsi di consuntivi e tentativi di rileggere e ricostruire il nostro passato. Comunque sia, a volerle leggere comparativamente le storie segnalano se non altro, avverte Dionisotti, i mutamenti del gusto per cui spesso autori ancora presenti in una non passano lesame della successiva, come nel caso dellarcade piemontese Iacopo Durandi che segnalato ancora nella Vallardi non esiste più per la Garzanti. Ma fare storia culturale significa anche recuperare ciò che a noi posteri pare definitivamente morto. Discorrendo di Antonio Panizzi, Dionisotti cita un poema di Pietro Giannone, L Esule, che nessuno oggi può più leggere se non per disciplina storica, aggiungendo, però, che quello fu il poema in cui gli esuli della generazione di Panizzi volentieri si riconobbero, poco meno che nella poesia del Berchet. La durata di unopera letteraria è dunque assai variabile e i contemporanei quasi mai vanno daccordo con i posteri. Si pensi ai Sepolcri di Foscolo che per tutto lOttocento furono accompagnati dai versi del Pindemonte e del Torti, poi dimenticatissimi. Il rischio del sapiente - e Dionisotti lo sa benissimo - è lerudizione che in se stessa si consuma. Il profilo di Augusto Campana che fu appunto un erudito leggendario ma che tradusse in pochi lavori quella sua erudizione è un profilo venato di impazienza. La lezione dei fatti implica comunque che si scenda al concreto e con circospezione, poiché in letteratura i fatti sono spesso fragili. Guai a tentare famigerate imprese come la citatissima ricerca intorno alle fonti dellOrlando del grande filologo Pio Rajna... Ancora una volta, con Dionisotti, si è tentati di riandare agli albori della filologia italiana di questo secolo e daltra parte i Ricordi della scuola italiana è volume che copre un ampio raggio novecentesco, antichi a parte e con linevitabile selezione operata dalloccasione e dallesperienza personale. Per dire che il Piemonte è molto più presente come luogo di cultura per ovvia affinità elettiva, fino al ricordo personalissimo di Lalla Romano compagna di Università o di Cesare Pavese e dei suoi taccuini ricomparsi qualche anno fa con qualche clamore. Sarebbe sbagliato dire che questi Ricordi coprano realmente tutta o quasi tutta la scuola italiana, ma certo ne offrono un saggio cospicuo, mettendo insieme un Pantheon, a voler tagliar corto, imparagonabile con quello dellUniversità attuale. Il viaggio nel passato, in compagnia dei Calcaterra (allievo di Graf a Torino e poi maestro di Pasolini a Bologna), dei Croce (un Croce incontrato nelle biblioteche torinesi), dei Sapegno, dei Santorre Debenedetti, dei Banfi e dei Cantimori, tanto per fare qualche nome, è anche un suggerimento per ripensare gli ultimi decenni del secolo, il nostro presente e i fatti che tuttavia ha prodotto e va producendo. Rispetto ai grandi e ormai classici saggi di Dionisotti questa silloge appare fatalmente complementare, ma niente affatto marginale. Ironico (la mia defunta competenza di studioso) lautore è sempre attento alla lezione di civiltà che si può trarre dalle umane lettere, ma si lusinga dessere scienziato e anche se ammette che i suoi scritti risentono qua e là dei crucci provocati dagli eventi aggiunge: ma credo e spero che nellinsieme facciano prova di una scrupolosa ricerca della verità e probabilità storica, quale che sia, non della promozione di qualunque parte. Non c è nulla, mi pare, da aggiungere. _/_/_/_/_/ ©Corriere della Sera Martedì, 12 Gennaio 1999 MAESTRI Professore di filologia, recuperò codici e testi dimenticati del Quattrocento e Cinquecento Morto Bozzetti, esploratore della poesia italiana Il nome di Cesare Bozzetti non è mai giunto al grosso pubblico. Eppure il docente di Filologia italiana di Pavia, morto ieri nelle prime ore del mattino, è uno di quei pochissimi maestri che, mantenendosi con cura nella penombra, lasciano un ricordo tanto più fondo quanto meno ripartito. Cesare Bozzetti, nato a Cremona nel 1925, aveva svolto tutta la sua carriera, da assistente a professore aggregato a ordinario, nellAteneo ticinese, dovera stato allievo di Luigi Fassò e Lanfranco Caretti. Sera occupato di autori di varia epoca: Dante e Foscolo, Manzoni e Nievo; aveva pubblicato le rime di Galeazzo di Tarsia e una antologia di testi teatrali del secondo Ottocento. Contributi di rara acribia, di alta intelligenza, di gusto raffinato. Spicca tra tutti il lavoro sul canzoniere dellAriosto, che con una ventina di pagine rivoluziona le «idées renues» sulla tradizione delle rime del grande ferrarese e offre la soluzione ai problemi editoriali di unopera che lAriosto portò a tappe molto distanziate verso un completamento che non raggiunse mai. Ma il meglio di Bozzetti sta nelle ombrose intercapedini tra unopera e laltra. Nato ottocentista, si concentrò progressivamente sulla poesia italiana del Quattro e Cinquecento, studiando a fondo, e nei rapporti reciproci, una massa di codici che nessuno aveva mai esplorato sistematicamente. Mise sulla traccia dei problemi via via individuati i migliori allievi, costituendo una ideale équipe che ha poi analizzato autori e testi incomprensibilmente trascurati, individuato modi e forme di unattività poetica in buona parte dimenticata. Perché Bozzetti è stato soprattutto maestro. Con i giovani non aveva soltanto gli scambi didee pubblici, durante lezioni e seminari, ma una frequentazione senza orari, che metteva in essere un vero, piccolo cenacolo. Dedizione ascetica al lavoro, solitudine sostanziale, rifiuto di ogni divagazione. Sul fondo, sintuiva un giudizio sconsolato sulla vita e lamarezza dei ricordi. Partigiano durante loccupazione tedesca, Bozzetti aveva avuto esperienze drammatiche di cui preferiva tacere, fedele al suo stile scabro anche se umanamente disponibile. Chi è stato, già da giovane, tanto vicino alla morte, fatica a nascondere le ferite. La filologia era per Bozzetti lappello a una realtà diversa da quella, inquinata, in cui siamo immersi. Cesare Segre _/_/_/_/_/ ©Corriere della Sera Venerdì, 15 Gennaio 1999 FINE MILLENNIO Gli italiani ignorano lautore dei «Promessi sposi», già martirizzato dalla critica NON SPARATE SUL MANZONI, NE HA PASSATE FIN TROPPE Nessuno dei cento grandi elettori che hanno scelto litaliano più significativo del Millennio nellinchiesta pubblicata dal «Corriere» il 7 gennaio, ha votato Manzoni. Quali le ragioni di questo silenzio? Forse la scuola che rende obbligatoria la lettura dei Promessi sposi. Molto di più il personaggio ambiguo di Lucia: il nodo più complicato da sciogliere nel romanzo. Anthony Burgess lo lesse durante la seconda guerra mondiale. Ricorda che, alla mensa dei sottoufficiali, un sergente Bert si lamentava: «Quanto ci mettono questi due rompiballe a sposarsi e andare a letto». Di Lucia Burgess scrisse che è imbalsamata «nella bandiera del martirio cristiano». Poi infierì: «Lucia è una visione mafiosa della femminilità». Molti scrittori si sono accaniti contro questa «bella baggiana» che tronca sul nascere qualsiasi desiderio. Il gioco fu inaugurato da Guido da Verona settanta anni fa con una parodia-pochade, riproposta ora dalleditore La Vita Felice. Qui Lucia è una «civetta» che confida nel «ben di Dio che aveva nel farsetto». Si butta nelle braccia di fra Cristoforo e per pudore, di fronte allInnominato, si copre il viso con lorlo della gonna, per mostrare due «cosce rotonde e alabastrine». Poi finisce per diventare la favorita in una casa dappuntamenti di donna Prassede, dove riceve disinvolta, uno dopo laltro, don Rodrigo e Renzo. Guido da Verona, con la sua parodia, aprì la strada ad altre letture più raffinate, ma ugualmente insolenti nei confronti di Lucia: ora «insipida contadinotta dabbene» per Anna Banti, ora «leziosa e cocciuta» per Moravia, ora dotata di un «infallibile spray di noia», per Arbasino. Rimane però un dubbio. Da dove nasce la «lieta furia» di Renzo? Come mai questo contadino che cammina, cammina per tutto il romanzo, nel finale appare tanto pacificato e tronfio nel suo appagamento? Nessuno scandalo comunque. Manzoni voleva avere solo 25 lettori: sono sicuro che altri 24 voti alla fine affiancheranno il mio. Giorgio De Rienzo _/_/_/_/_/ ©Corriere della Sera Lunedì, 18 Gennaio 1999 Mari, giallo con licantropo in casa Leopardi MICHELE MARI Io venìa pien dangoscia... Marsilio editore pagine 121, lire 10.000 Uscito nel 90, torna in edizione tascabile il romanzo di Michele Mari che prende il titolo dal terzo verso della poesia «Alla luna» di Leopardi: «Io venìa pien dangoscia a rimirarti». Va subito detto, per i nuovi lettori, che Leopardi stesso è il protagonista del libro attraverso un diario che si suppone scritto (ma è frutto dellimmaginazione di Mari) dal fratello del poeta, Carlo, tra il 9 febbraio e il 9 maggio 1813, quando Giacomo aveva 14 anni e Carlo 3. Fin dai nomi Mari opera il sabotaggio delle consuetudini, scegliendo per la narrazione il secondo nome dei personaggi, Carlo è Orazio e Giacomo è chiamato Tardegardo. Se latto recanatese di nascita e battesimo parla di Iacobus Taldegardus, Mari aggiunge una variante sostituendo la «l» con una «r», Tardegardo, perché questo è il lontano ricordo scolastico di quando, al liceo, sentì per la prima volta la sequenza dei nomi imposti al figlio del conte Monaldo e della contessa Adelaide. Che cosa spinge Orazio/Carlo a tenere questo diario e a spiare il fratello chiuso in biblioteca per il suo studiare «matto e disperatissimo»? Tardegardo/Giacomo sta consultando libri insoliti di astronomia, fisica, anatomia, zoologia, magia, e stende abbozzi di poesia in cui si parla di «Saluto alla Luna. Notte serena. Silenzio universale». Non solo: Tardegardo è cambiato, meno portato alla confidenza, sempre più desideroso disolarsi sul colle che gli è caro, incurante della Signora madre che lo considera un «saccentuzzo imbrattacarte». Non commetterò lerrore di rivelare levolversi e la conclusione di questo libro che fu definito «un giallo horror in casa Leopardi». Basterà accennare al ruolo dominante che vi ha la licantropia. Merita invece un cenno la straordinaria capacità mimetica di Mari che si è calato in questo racconto di «cose tremende e insieme maliose» mostrando una totale assuefazione al lessico dellepoca leopardiana, agli arcaismi, alle locuzioni che si è soliti considerare antiquariato letterario. Leffetto è sorprendente: non solo si accetta quel lessico, ma si finisce mentalmente con limitarlo se, direbbe Mari, «imitazione puossi nomar» questo piacere. Giulio Nascimbeni _/_/_/_/_/ ©Corriere della Sera Giovedì, 21 Gennaio 1999 Sulla rivista «Autografo» Luigi Malerba avanza una singolare ipotesi sulla morte dello scrittore LULTIMA SU MORSELLI: «SUICIDA PER COLPA DELLE FAINE» Lelaborazione di un lutto comporta diversi passaggi, compresa la ricerca dei motivi che lo hanno provocato. Tanto più se il lutto nasce da un suicidio, come quello di Guido Morselli; ed è accompagnato da un senso di colpa, come quello dei diversi editori che rifiutarono ogni suo scritto finché rimase in vita. Da morto, è risaputo, Morselli, pubblicato da Adelphi, diventò una scoperta per la critica e un autore di successo. Da allora la sua vita è stata più volte analizzata, sè parlato dellisolamento scelto a Gavirate, della sua ipersensibilità, nei romanzi si sono trovate le tracce di una lenta maturazione del disperato gesto, fra gli inediti sono spuntate molte annotazioni sul suicidio. Sè anche saputo che da tempo, prima della fatale notte del 31 luglio 1973, lo scrittore custodiva nel cassetto la Browning con cui si sparò e la coperta con cui si avvolse la testa. Tutto insomma fa pensare a una scelta meditata a lungo. Ma è sulle cause scatenanti che ora ci si arrovella. Nellultimo numero di «Autografo», la rivista diretta da Maria Corti, Luigi Malerba scrive un capitolo dove, dopo aver ricordato i travagli esistenziali di Morselli, sposata lidea di una sua vocazione a diventare autore postumo e assolto da ogni responsabilità morale Antonio Banfi, avanza lipotesi, suffragata dalle parole di un amico e dalla sua esperienza di vita in campagna, che a far traboccare un vaso già gonfio dangoscia sia stata la molesta presenza sul tetto della casa di Gavirate di ghiri e faine: «Basta una faina a destabilizzare il tetto di una casa e, di conseguenza la psiche del proprietario, che ogni mattina si trova qualche tegola capovolta» e deve, spiega Malerba, «chiamare un muratore». Che Morselli si sentisse perseguitato dai «dannosissimi mammiferi» lo conferma indirettamente, nel capitolo precedente quello di Malerba, Valentina Fortichiari, biografa e curatrice delle opere di Morselli. Lo scrittore giunse nel 1968 a scrivere al massimo etologo mondiale, Konrad Lorenz, «per chiedergli un rimedio contro i ghiri». Ma, appunto, era il 1968. E anche ammesso che quel fastidio avesse perseguitato lo scrittore per anni, riesce diffice pensare che lossessione perdurasse anche nella casa di Varese, dove si trasferì allinizio del 73, per sfuggire, scrive Fortichiari, ai «motocrossisti che si divertivano a importunarlo, girando intorno alla casa». Qualche mese dopo Morselli si sparò e forse non sapremo mai quale fu la causa scatenante, a meno di non ricorrere al paranormale, e darsi appuntamento per chiederlo al suo fantasma che, narrano le cronache varesine, è apparso questanno a due obiettori di coscienza proprio la notte del 31 luglio in casa Morselli. Cinzia Fiori _/_/_/_/_/ ©Corriere della Sera Venerdì, 22 Gennaio 1999 E un bel giorno Boccaccio si convertì Non si può immaginare distanza maggiore di quella che separa il mondo tutto realistico del «Decamerone» dallinvestigazione puramente mitologica e simbolica alla quale il grande narratore si vota con le «Genealogie deorum gentilium». La spiegazione profonda risiede, come spesso avviene, in una «conversione», rappresentata nel caso di Boccaccio dalla conoscenza del Petrarca, che egli incontrò personalmente due volte (1350 e 1351): ne derivò un mutamento che implicava una scelta classicistica e umanistica tanto nei contenuti quanto nella lingua. Uno dei risultati più sorprendenti di tale «conversione» è appunto, dopo altre opere in latino, la compilazione dei 15 libri delle «Genealogie», oggi per la prima volta tradotte integralmente, commentate con la precisa identificazione delle fonti e fornite di tre utilissimi indici (personaggi, luoghi e autori) per merito della lunga e competente dedizione di Vittorio Zaccaria. Lopera, insieme col trattato geografico «De montibus» (curato da Manlio Pastore Stocchi), completa ledizione integrale degli scritti di Boccaccio diretta da Branca e, nel contempo, rappresenta lultimo titolo della gloriosa e scomparsa collana dei Classici Mondadori: ha dunque il sapore di un prezioso frutto postumo. Le «Genealogie» sono note quasi soltanto per i due libri conclusivi, in cui Boccaccio difende la dignità della poesia, non inferiore a quella della filosofia, nellambito di una concezione teologica e cristiana della letteratura. Ma più notevole ancora è il contributo che esse hanno dato alla sopravvivenza degli dèi pagani, evocandone oltre 700 figure: a questo folto repertorio, costruito per lo più di prima mano, hanno attinto molte raccolte mitografiche posteriori. Ma le «Genealogie» superano anche lambito degli interessi umanistici, proponendo non di rado unesegesi metafisico-simbolica che, già presente nel Medio Evo europeo, ricomparirà nel Rinascimento esoterico dei Ficino, dei Pico e dei Bruno. GIOVANNI BOCCACCIO,Genealogie deorum gentilium - De montibus,Editore Mondadori, Pagine 2149, lire 360.000 Mario Andrea Rigoni _/_/_/_/_/ ©Corriere della Sera Lunedì, 25 Gennaio 1999 La rivista «Nuova storia contemporanea» mette a punto le prove sulle delazioni dello scrittore. Che dallinterno del Pci mandava rapporti al regime SILONE La spia che venne da Fontamara Sarà un giorno amaro, per gli estimatori di Silone, domani 26 gennaio: perché lultimo numero della rivista Nuova storia contemporanea porterà loro la prova di ciò che temevano. Sì, lautore di «Fontamara» e «Lavventura di un povero cristiano», luomo che seppe dire di no a Togliatti e agli orrori del comunismo stalinista internazionale, era un informatore della polizia fascista. Ciò che tempo fa lo storico Dario Biocca aveva anticipato sulla stessa rivista, dopo un paziente lavoro darchivio, si è rivelato approssimato per difetto: un altro ricercatore, Mauro Canali, già autore di un libro sul delitto Matteotti, affonda ancor di più il bisturi nel «caso Silone», e porta le precedenti supposizioni alla più cruda delle conclusioni. Silone, per gran parte della vita, informò il confidente Guido Bellone (e per tramite suo la polizia politica del regime) su uomini, piani e circostanze da lui direttamente osservate come dirigente del movimento comunista internazionale. E non lo fece, come si era creduto fino ad oggi, per proteggere il fratello Romolo, caduto nellaprile del 1928 nelle mani dei fascisti. La sua decisione fu di molto precedente, come informano nuovi documenti: la sofferenza per lamara sorte di Romolo fu uno dei motivi, se mai, che lo convinsero a troncare lattività di informatore. Ce nè abbastanza per riaprire ancora una volta il dossier infinito su Silone, benché molti capitoli restino oscuri. Ma comunque si giudichino le conclusioni cui giunge Mauro Canali, è giusto prendere atto della sua provocazione: laccusa ai «siloniani ortodossi» di chiudere gli occhi di fronte ai nuovi elementi di prova, alle verità scomode, e di non applicare il metodo revisionista proprio a una personalità che fece dellanticonformismo una ragion dessere politica e letteraria. Per prima cosa, nel suo articolo su Nuova storia contemporanea, Canali difende lautenticità dei documenti già scoperti a carico di Silone. Non possono essere falsi, argomenta, perché non è credibile lintenzione del regime di screditare qualcuno soltanto «a futura memoria». Tanto valeva, obietta, costruire un falso per demolire lo stesso Togliatti. Inoltre, esiste un nuovo elemento sicuro su cui basarsi: la trascrizione dattiloscritta da parte della polizia di una lettera già attribuita a Silone, e datata 13 aprile 1930. Non ci sono dubbi che lagente informatore «Silvestri» e Ignazio Silone fossero la stessa persona. E il tormentato rapporto con il fratello Romolo? Assurdo pensare che Silone abbia ceduto al regime fascista soltanto per salvarlo: perché altrimenti - si osserva - come spiegare il fatto che la fine della sua attività di confidente preceda di due anni la morte in carcere di Romolo? Silone avrebbe infranto il patto con la polizia fascista proprio quando esso diventava, a causa dellaggravamento della sua salute, sempre più necessario. Qual è allora la verità? Molti riferimenti di Silone fanno pensare che il «lungo periodo di rapporti leali» con la polizia fascista, come lui stesso lo definì, sia durato una decina danni, dal 1919 al 29. Cera di mezzo anche la polizia segreta fascista, lOvra? Il ricercatore non ha trovato prove, ma sembra considerare naturale che certe rivelazioni di Silone, di particolare rilievo politico, siano state passate alla famigerata organizzazione. Alcune coincidenze effettivamente colpiscono: come il contenuto di una risoluzione presa dai comunisti europei nel 1929, che annunciava una mobilitazione in molte città, e che venne utilizzata dalle autorità italiane; ancora più importante la relazione inviata ai confidenti del regime su un documento moscovita che caldeggiava la necessità di ricostituire un nucleo comunista in Italia, dove i militanti erano stati decimati dagli arresti. Silone quella volta non era andato a Mosca e aveva rifiutato di sottomettersi alle direttive di Stalin: tutto ciò gli sarebbe costato in seguito lespulsione dal partito. Ma allora è possibile che la sua battaglia antistalinista si sia intrecciata, in quei mesi convulsi e angosciosi, con lopera di informatore del regime fascista? Se i dubbi storici sembrano cadere di fronte ai documenti elencati da Mauro Canali, resta una perplessità di fondo sulle motivazioni di Silone: perché avrebbe dovuto cadere dalla padella nella brace, ovvero combattere un totalitarismo per diventare complice di un altro? Lo storico azzarda unipotesi inquietante: che cioè tutto ciò faccia parte della famosa «doppiezza» in cui i comunisti di quegli anni venivano allevati, una doppiezza da funamboli nel caso di Silone, e spinta al limite estremo. Proprio questo stato di sdoppiamento psichico e morale avrebbe prosciugato le sue forze e minato i suoi nervi, al punto di costringerlo al ricovero in clinica. Non si trattava soltanto di disturbi polmonari come si era sempre sostenuto, avverte Canali con il supporto di nuovi documenti, ma forse della sua crescente difficoltà a venire a patti con se stesso. Bisogna davvero accettare lidea che dietro ai clamorosi arresti di dirigenti comunisti avvenuti in Italia fra il 1927 e il 28 si nascondesse la mano dellinformatore Silone? Possibile che quei dettagliati rapporti inviati a Roma su tanti compagni di lotta (su uno di essi, il russo Georgevich, esiste un documento che toglie ogni dubbio) lo tormentasse al punto da togliergli sonno e salute? E che dire di quella profonda crisi esistenziale, di quello «sbandamento e assenza di valori» testimonianta da una lettera allamica Gabriella Seidenfeld, che avrebbe favorito la sua decisione di collaborare con il regime fascista già intorno al 1920? Secondo Canali, tutto ciò si spiega con la scuola della delazione e del tradimento, tipica di quegli anni. Rimane però, nella vicenda, un aspetto oscuro: il vero movente. Può darsi che Ignazio Silone abbia agito con doppiezza, può darsi che si sia costruito da sé la sua prigione intellettuale e politica: è certo però che il suo spessore letterario non ne fu intaccato. Manca ancora una spiegazione sicura di come agì e perché, forse perché le ricerche non hanno potuto ancora estendersi a tutti gli archivi, e per limpossibilità di penetrare nella mente e nei turbamenti del giovane Silone. Resta il fatto che nessuna rivelazione avrà il potere di scalfire il valore della scelta finale: il rifiuto della menzogna, la fuga dal compromesso attraverso una speciale «uscita di sicurezza». Che, è lecito presumere, non fu solo fuga dal comunismo, bensì dalla dittatura in quanto tale, nelle sue dimensioni uguali e contrarie, la rossa e la nera. DARIO FERTILIO _/_/_/_/_/ ©la Repubblica 25.1.99 Il paradosso degli editori Una consulente di libri si lamenta: oggi Gadda non sarebbe pubblicato di PAOLO MAURI Sullultimo numero del settimale Liberal intervengono in molti intorno alle lamentele di una lettrice professionale, consulente di grandi editori di cultura, che lamenta lo scadimento delleditoria stessa, timorosa ormai di ogni testo difficile e così poco attenta alla qualità che un Gadda, a suo dire, verrebbe oggi difficilmente pubblicato. La lamentela, naturalmente, ha un suo fondamento: leditore bada al mercato e diamo per detto tutto. Poi però ha un punto debole: quanti casi clamorosi di inediti snobbati dalleditoria e poi divenuti grandi scrittori abbiamo avuto negli ultimi cinquantanni? A tutti viene in mente Morselli, ma si fatica a trovare un secondo esempio. Il paradosso delleditore, sia esso artigiano o industriale, è un altro: si trova per le mani un prodotto che non è migliorabile grazie ad interventi tecnologici: un prodotto che continua a veder crescere il suo passato ma che ha sorti incerte per quel che riguarda il futuro. Se abbiamo avuto un Gadda non è affatto detto che ne avremo un altro. A questo punto possiamo anche dire che la letteratura centra fino ad un certo punto con l editoria. Per secoli e secoli la letteratura non ha avuto editori nel senso moderno del termine e non è detto che li avrà in eterno. Con Internet, per esempio, finisce lera dellinedito. Tutti potranno mettere in rete le loro creature letterarie, anche se ciò non vorrà affatto dire trovare lettori, successo, stima dei critici eccetera. Daltra parte non vive forse la poesia ai margini estremi delleditoria? Eppure sono spesso i poeti che poi parlano ai posteri, per insignificanti che siano state le loro tirature e il loro ruolo mercantile. La narrativa di livello, del resto, è spesso anchessa marginale dal punto di vista del mercato. Insomma gli editori hanno una loro formidabile importanza e una loro relativa necessità. Ma la letteratura non è prodotta dagli editori e nemmeno dagli editor. E qui sta il punto.
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