Terze pagine (18): I magnifici dieci!

[9-8-1998]

I magnifici dieci del Novecento (con una appendice sul Settecento)

Questo gioco intellettual-vacanziero e’ apparso nel mese di luglio.

Se volete possiamo continuare su Lettere Italiane. (Ma l’estate sta finendo....)

Chi sono secondo voi le autrici e gli autori da salvare nel Novecento (e nel Trecento, nel Cinquecento, ecc.)?

Tutti gli articoli sono tratti dal Corriere della Sera (c)

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1) Corrado Stajano intervista Cesare Segre

2) Giovanni Raboni

3) Giuliano Gramigna

4) Emilio Tadini

5) Antonio Debenedetti

6) Alfonso Berardinelli

7) Raffaello La Capria

8) Giovanni Pacchiano

9) Giulio Ferroni

10) Gina Lagorio

11) Patrizia Valduga

12) Franco Cordelli

13) Cesare Segre

14) Sebastiano Vassalli: i magnifici dieci del Settecento

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Giovedi’ 2 luglio

MAESTRI

Festeggiati a Zurigo e a Pavia i settant'anni del grande filologo e critico. Che stila la sua classifica del Novecento italiano

Segre, ecco i miei magnifici dieci

Lo studioso, che si definisce restauratore di testi antichi, tra i contemporanei considera meritevoli di restare nelle antologie: Svevo, Saba, D'Annunzio, Pirandello, Montale, Gadda, Calvino, Fenoglio, Primo Levi, Zanzotto

Corrado Stajano

"Che cosa e' lieto di aver fatto nei suoi settant'anni, professor Segre?".

In occasione del suo compleanno l'Universita' di Zurigo gli ha dedicato una giornata di studi accademici, in autunno l'editore Ricciardi pubblichera' un libro in suo onore, che raccoglie studi e saggi da lui scritti su riviste nel corso dei decenni. Il titolo, Ecdotica e comparatistica romanze, non e' eccitante, ma i testi che segnano i momenti della sua attivita' di studioso sono importanti.

Professore di Filologia romanza all'Universita' di Pavia, tra i maggiori rappresentanti in Italia dello strutturalismo letterario, autore di libri molto studiati, I segni e la critica; Avviamento all'analisi del testo letterario; Notizie dalla crisi e anche Semiotica filologica che interpreta bene anche nel titolo la sua linea di studioso, Segre ha cercato di porre nella critica semiologica le domande e le esigenze che vengono soddisfatte con i metodi della filologia.

"Che cosa e' lieto di aver fatto, dunque, professor Segre?". Si e' divertito a fare molte cose e percio' non e' insoddisfatto. Pensa di aver compiuto studi non del tutto inutili. Alcune edizioni critiche, anzitutto: l'Orlando Furioso, la Chanson de Roland, il Bestiaire d'Amours, le Satire dell'Ariosto. "Il gusto di restaurare un testo e' esaltante, credo che si provi la stessa sensazione del restauratore che a poco a poco vede riapparire i colori originari di una pittura, guastati, ritoccati impropriamente. Un gusto quasi di creazione, pero' di creazione del lavoro fatto da grandi scrittori".

E' soddisfatto anche per avere teorizzato il lavoro filologico e per aver approfondito i limiti e le licenze che si offrono a chi cerchi di restaurare dei testi. Quel che l'ha preso di piu' e' pero' la teoria letteraria. "La critica e' un'operazione difficilissima perche' il testo e' sempre restio all'analisi e perche' esiste il rischio che il critico si faccia lui stesso creatore. Ho usato gli strumenti della stilistica, poi dello strutturalismo poi della semiotica cercando di mantenere un equilibrio nell'interpretazione. Bisogna sempre trovare il punto di incontro tra la volonta' dell'autore, del critico, del lettore".

Segre, nella sua storia di studioso ha tre stelle polari: suo zio Santorre Debenedetti, Benvenuto Terracini, Gianfranco Contini, un filologo erudito, un linguista, un filologo e critico di testi. "Come si definirebbe?". Segre pensa che fra i tre maestri esistano differenze. Debenedetti gli ha fornito tutti i possibili strumenti, Terracini gli ha trasmesso la mentalita' dialettica, Contini e' stato il modello della raffinatezza sia nell'interpretazione letteraria sia nella pubblicazione filologica. "Direi che l'influsso maggiore sia stato quello di Terracini. E' da lui, infatti, che ho ereditato le idee della sistematizzazione dottrinale e speculativa: mi pare certe volte di essere il continuatore delle sue idee linguistiche. Era il meno filologo dei tre, aveva radici idealistiche e una mentalita' fortemente strutturale per cui quando ho assimilato una parte dei metodi strutturalistici ho avuto l'impressione di seguitare anche in questo l'attivita' di Terracini che non si sarebbe mai definito strutturalista".

"Qual e' lo stato degli studi filologici in Italia e in Europa?". Sostiene Segre che in Italia e' molto buono, in Europa assai di meno. "La filologia romanza si e' frammentata in filologia spagnola, in filologia francese. Ha perso la capacita' di dare il panorama globale delle lingue romanze del Medioevo. Molti specialisti d'Oltralpe fanno il loro lavoro bene o meno bene, ma non hanno piu' la prospettiva unitaria mantenuta dagli italiani".

Segre adolescente soffri' del fascismo e della persecuzione ebraica. Una ferita mai rimarginata. "Che impressione le fa vedere messo in discussione persino lo sterminio degli ebrei?". Segre risponde con amarezza: "Il mondo di oggi tende a cancellare la memoria. Tenta di cancellare le sofferenze e anche la loro cornice, i motivi, la natura. Non solo si nega che ci siano state queste sofferenze, si nega la sofferenza".

"Come spiega l'ossessiva moda revisionista?". Segre ritiene che con questo atteggiamento si cerchi di inventare una vittoria a posteriori. Sul comunismo, per esempio, che e' caduto senza colpo ferire. "Un revisionismo di questo genere mi sembra un modo per diventare tutti quanti vincitori".

"La caduta dei muri non avrebbe dovuto e potuto portare a un momento di ricomposizione?". Segre pensa che la divisione tra guelfi e ghibellini, tra bianchi e neri deve essere proprio nel cuore degli uomini: "C'e' bisogno del nemico. Fin quando erano vivi certi ideali, lo scontro era ideologico. Adesso, nella caduta generale di razionalita', nel regno novecentesco degli slogan e del marketing, s'inventa la rissa fine a se stessa".

"A proposito del Novecento, quali sono, in questo secolo che sta per finire, i suoi poeti e i suoi scrittori?". Segre ridacchia ironico. "I secoli che hanno espresso maggiori valori, qui in Italia, sono il Trecento e il Cinquecento che nessuno o quasi studia. Per il Novecento ho il mio canone che non comunico mai per evitare le polemiche. Mi pare che i nostri autori meritevoli di restare siano Svevo, Saba, D'Annunzio, Pirandello, Montale, Gadda, Calvino, Fenoglio, Primo Levi, Zanzotto".

"Ma professore, che avarizia! I suoi dieci salvati sono nati tutti nell'Ottocento o sono morti, escluso Zanzotto". Segre ammicca sornione. Cita Contini: "Per moltissimo tempo seguito' ad ignorare Zanzotto. Io glielo rimproveravo perche' considero Zanzotto un grande poeta. Poi finalmente si converti', ne scrisse. Diceva: "Il maggior poeta italiano del Novecento e' Montale. Zanzotto e' il maggior poeta italiano nato nel Novecento"".

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Sabato, 4 Luglio 1998

MAESTRI A proposito dei magnifici dieci scelti da Cesare Segre a rappresentare la letteratura italiana del Novecento

E ALLORA IO TOLGO MONTALE E AGGIUNGO VOLPONI

Giovanni Raboni

Dieci nomi sono terribilmente pochi per un secolo cosi' vicino e cosi' complicato. Ovunque si posi lo sguardo, compaiono facce di maestri: quelli da cui abbiamo imparato, o creduto di imparare, quando sembrava che la letteratura e il presente fossero piu' importanti della vita e del sempre. Non resta, per fare spazio, che ricorrere a qualche trucco, per esempio spostando nell'800 chi, come D'Annunzio, piu' che stare nel nostro secolo lo preannuncia, lo prefigura, lo ostacola; e poi se non c'e' Pascoli, che pur essendo nato otto anni prima e' ancora piu' moderno e piu' grande, e' giusto che non ci sia neanche lui... Ma con questo ho guadagnato, rispetto alla decina di Segre, un solo posto: perche' le considerazioni che possono valere per D'Annunzio non valgono certo per i suoi coetanei Svevo e Pirandello; la cronologia non e' tutto. E allora, coraggio: Svevo, Pirandello, Tozzi; per quanto riguarda la prosa i primi tre nomi da fare, secondo me, sono questi. E poiche' ho deciso (bisogna pur darsi delle regole) di dividere la decina esattamente in due cinquine, una per la prosa e una per la poesia, completo la prima con un nome ovvio, Carlo Emilio Gadda, e con quello che considero il maggiore, per la genialita' di scrittura e forza testimoniale, del secondo '900: Paolo Volponi.

E adesso, brevissimamente, la poesia. Montale non si puo' togliere? Certo che non si puo' togliere: siamo tutti suoi allievi, suoi figli, suoi nipoti; e io lo tolgo lo stesso. E dico che i poeti italiani di questo secolo sui quali con piu' serena e convinta fiducia scommetto per il futuro sono (in ordine di nascita) Umberto Saba, Clemente Rebora, Delio Tessa, Giuseppe Ungaretti e Mario Luzi; avendo intanto, si capisce, almeno altrettanti nomi altrettanto profondamente scolpiti nella mente e nel cuore.

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Lunedi', 6 Luglio 1998

I MAGNIFICI DIECI

Non bocciate Caproni e Palazzeschi

Giuliano Gramigna

Torna periodicamente il "tormento" critico o paracritico delle scelte letterarie ultimative, con le varianti ludiche della torre o dell'isola. Piu' seriamente, Cesare Segre si e' indotto a elencare, in una intervista al "Corriere", i dieci autori piu' significativi del Novecento italiano. Elenco sostanzialmente incontestabile. Pero' nella graticola di elenchi del genere operano non solo il giudizio rigoroso ma il gusto e l'affettivita' - per fortuna (e non e' detto che i migliori siano anche i piu' amati). Di rincalzo a Segre, e' venuto Giovanni Raboni, modificando la carta degli eletti e operando, per esempio, un'amputazione (per me) irricevibile: quella di Montale, cassato dalla decina. Ma una lista dei "maggiori" o "padri" o meglio compagni del Nostro Novecento puo' fare a meno di Montale? Di fronte a pronunce cosi' autorevoli, anche se rischiose, conviene soprattutto resistere alla tentazione del "pensare diverso" o "pensare contro", a ogni costo. Per mio conto riscrivo, mescolando le due liste, quattro inamovibili: Svevo, Pirandello, Montale, Gadda. Ma subito infilo Giorgio Caproni, la cui intensita' etico-linguistica si fa sempre piu' lampante. E poi il grande ironista Palazzeschi, senza il quale mancherebbe al Novecento una faccetta essenziale. Ancora Rebora (Clemente), Bilenchi (non dimenticabile), Fenoglio, Zanzotto, il piu' vicino sotto ogni aspetto. (Il manipolo dei dieci e' presto concluso. Ci si accorge allora quanto sia crudele, forse insopportabile, l'obbligo del numero chiuso. Per esempio: restera' fuori uno scrittore come Primo Levi? Non e' possibile).

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Martedi', 7 Luglio 1998

I MAGNIFICI DIECI

E io ci metto Gramsci e Arbasino

Emilio Tadini

Ha ragione Raboni. Dieci nomi di classici italiani del '900 sono "terribilmente pochi". Ma questo, naturalmente, e' solo una specie di gioco, che ognuno gioca anche secondo una disposizione d'animo legata a certe circostanze. D'Annunzio io lo lascio. Bastano certe pagine delle "Laudi". E poi e' uno dei pochissimi italiani che entri davvero, attivamente, nell'ordine dei rapporti e degli scambi della letteratura europea d'inizio secolo. Pirandello e Svevo, naturalmente. Poi aggiungerei Savinio, con il suo humour imprevedibile, con la sua immaginazione aerea e concretissima al tempo stesso. Gadda, non si discute neanche. "La cognizione del dolore" e' uno dei grandi libri del secolo. A questo punto, aggiungerei Gramsci. Se non sono un classico le "Lettere dal carcere"! Di Delio Tessa, poi, sono un lettore appassionato da sempre. Grandissimo. Come Montale - soprattutto l'ultimo -, per quella scabra, estrema possibilita' di poesia che resiste a tutto, che osa alzarsi di fronte al Niente. Per finire, Pasolini - con quello splendido, "scandaloso" incontro tra privato e pubblico che sono "Le ceneri di Gramsci" - e Arbasino, per la sua capacita' di reggersi tra disincanto e incanto. Naturalmente mi vergogno per i nomi che ho lasciato fuori. Ungaretti e Saba, certo, e Volponi, Levi, Calvino, Zanzotto - e tanti altri... Comunque, sono nomi che sono stati fatti. Ed e' anche un modo per superare - barando, d'accordo - quel numero dieci tanto arbitrario quanto imbarazzante.

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Giovedi', 9 Luglio 1998

I MAGNIFICI DIECI

Serra, Penna e Soldati nell'Empireo

Antonio Debenedetti

Non ho letto, fin qui, i nomi di Serra e di Borgese, di Soffici e di Cecchi, di Bontempelli e di Landolfi, di Cardarelli, della Morante e di Malaparte... Farsi domande, stupirsi sarebbe inutile visto che dieci nomi per tutto un secolo sono quasi un gioco d'azzardo e i giochi d'azzardo premiano o castigano senza spiegazioni.

All'elenco di nomi che proponeva Segre mi sarebbe piaciuto percio' aggiungerne altri senza procedere a eliminazioni. Ma questo non e' consentito percio', a rischio di rinunce tutt'altro che facili, faccio posto fra i narratori a Moravia e Soldati: un autore, quest'ultimo, forse amato ma non certo capito quanto si dovrebbe. Fra i poeti, non so fare a meno di Sandro Penna.

Mi sarebbe piaciuto seguire il suggerimento di Giovanni Raboni, che raccomandava di far spazio a cinque poeti e cinque narratori. Dopo aver provato e riprovato, trasformando il gioco d'azzardo in gioco di pazienza, mi sono tuttavia arreso.

Ed ecco il mio elenco, fatto di sei narratori e quattro poeti: D'Annunzio, Svevo, Pirandello, Gadda, Moravia, Soldati e fra i poeti Saba, Montale, Ungaretti e Penna. Lo so, ho trascurato Pasolini ma la sua esclusione e' stata solo in virtu' d'un calcolo matematico per far posto a Penna senza eliminare Saba (Ungaretti e Montale mi paiono intoccabili). D'altronde Pasolini rimarra' nel Novecento anzitutto come critico letterario.

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Venerdi', 10 Luglio 1998

I MAGNIFICI DIECI I migliori autori del secolo. D'Annunzio? Va studiato come un arredatore

SVEVO AL PRIMO POSTO, SEGUITO DA ELSA MORANTE

Alfonso Berardinelli

Questo gioco sui dieci scrittori piu' amati o irrinunciabili del secolo, iniziato la settimana scorsa con l'intervista a Cesare Segre sul Corriere, e' in realta' serissimo. Come spesso succede con i giochi. E' qui che si stabiliscono affinita' e distanze decisive. Quando recentemente, a cena, parlando con Cesare Cases, ho appreso che lui preferiva Il piacere di Gabriele D'Annunzio a La coscienza di Zeno di Italo Svevo, ho capito che le basi della nostra reciproca incomprensione erano solidissime e che quindi non c'era speranza. D'Annunzio non riesco neppure a capire come si possa leggere. Mentre Svevo per me e' il primo scrittore del Novecento, il piu' grande narratore e comunque colui che piu' di ogni altro fa capire la situazione della letteratura contemporanea. D'Annunzio puo' essere studiato come un arredatore, uno stilista. E' materia per i sociologi.

Subito dopo Svevo, fra i narratori, metto Elsa Morante. Chi altro ha inventato personaggi cosi'? E poi ci fa vedere la fine del romanzo classico da un punto di vista inedito: non per deperimento e impotenza, ma nella piena luce ipnotica di un tramonto. Fra i poeti scelgo quelli che si possono davvero "leggere": per me sono Gozzano, Saba, Montale, Penna. Di Montale e Saba apprezzo molto le prose. Vieterei per decreto, comunque, di scrivere altre tesi di laurea, analisi testuali o monografie critiche su Montale. Purtroppo Montale da un certo punto in poi ha attirato soprattutto i conformisti. Come Calvino: che non e' affatto il maggiore scrittore del secondo Novecento e che comunque va letto accanto ai suoi coetanei Pasolini e Volponi, piu' imperfetti ma piu' ricchi di lui.

Percio' ho ancora quattro autori da scegliere: direi Gadda e Tomasi di Lampedusa, opposti, ma entrambi ossessionati dal tragicomico della storia italiana. Infine due grandi saggisti, anche questi fra loro incompatibili, ma che fanno respirare in profondita' e larghezza: Giacomo Debenedetti e Mario Praz. Siamo a dieci. Ho dimenticato Gobetti, Gramsci, Michelstaedter.

E per questo andro' all'inferno...

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Sabato, 11 Luglio 1998

I MAGNIFICI DIECI

Tra i miei top, Parise e Moravia

Raffaele La Capria

Questo gioco dei dieci autori e' un gioco autobiografico, naturalmente. E l'autobiografia tien conto del tempo in cui si legge, dell'ambiente culturale in cui ci si e' formati, del momento storico e di tante altre cose che accompagnano chi legge, e sono dietro e davanti a lui. Il Novecento, come del resto tutta la nostra tradizione, non e' un cielo di stelle fisse, ma e' sempre mobile e, a seconda del momento, in quel cielo ognuno sceglie la propria costellazione di scrittori, cioe' stabilisce tra l'uno e l'altro relazioni che sono per lui significative. Premesso che la parola "costellazione" in questa accezione l'ho presa in prestito dal critico Silvio Perrella, io nella mia costellazione, oggi, vedo Svevo e il primo Moravia, Giacomo Debenedetti e Longhi, Comisso e Saba, la Morante e Gadda, Montale e infine Parise che, con mio stupore, nessuno ha nominato; il Parise insuperato dei "Sillabari", ma anche quello del "Padrone". Lascio da parte Calvino perche' tanto e' fin troppo gettonato, e Savinio, con rammarico. Aggiungo un'ultima considerazione: la letteratura non e' fatta solo dai capolavori, ma e' un organismo dove i minori formano il tessuto connettivo, e non sono meno significativi dei maggiori, anzi a volte li preannunciano o li aiutano a nascere. Diceva Flaiano che la sua grande ambizione era quella di essere considerato un "minore interessante". E’ un'ambizione che condivido.

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Domenica, 12 Luglio 1998

I MAGNIFICI DIECI

Solmi e Pavese grandi dimenticati

Giovanni Pacchiano

Conta, nella scelta dei dieci scrittori irrinunciabili del Novecento, cio' che George Steiner definisce il "canone": l'elaborazione profondamente personale, amorosa, legata alla propria storia privata, che induce ad alcune preferenze. Conta, parimenti - sempre con Steiner -, l'"elenco dei testi fondamentali", che riflette scelte socio-culturali collaudate. Nell'illusione che sia possibile un'onesta congruenza fra il meglio identificato dal mondo e il nostro canone intimo. Questo a premessa della mia lista. Che, per quanto riguarda i poeti, due ne deriva dal consenso stabile: Saba e Montale (tutto Montale, anche l'ultimo). Mentre aggiungo un magnifico dimenticato come Sergio Solmi: del quale inviterei a leggere anche le prose di "Meditazioni sullo Scorpione". E, infine, Delio Tessa un dialettale alla pari con i piu' grandi lirici in lingua; e Vittorio Sereni.

Quanto ai prosatori - in senso ampio - in accordo col consenso stabile, Svevo. Con maggiore empatia, Gadda. Palazzeschi: per intuirne la portata, basti leggere due testi: la novella "Vita" e la poesia "Pizzicheria". Pavese, altro grande, se non dimenticato, sottovalutato. Ultimo, non per importanza, Gianfranco Contini: oggi, il corpus dei suoi scritti critici appare come la "Divina Commedia" del nostro Novecento. Ho gia' perso, invece, da un pezzo per strada D'Annunzio e il senso di vuoto della sua poesia; Pirandello e la sua mancanza di leggerezza.

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Martedi', 14 Luglio 1998

I MAGNIFICI DIECI Continua il "gioco" per scegliere i migliori autori del Novecento. Con qualche sorpresa

MA ACCANTO A POETI E NARRATORI IO METTO CROCE E GRAMSCI

Giulio Ferroni

Capita spesso che nei giochi si mettano in campo strategie anche subdole, piccoli sotterfugi con cui ci si fa spazio e ci si sottrae a rinunce pericolose: nel giochino degli autori del Novecento cerchero' di cavarmela con alcuni sotterfugi, come quello di escludere a priori Pascoli e D'Annunzio, rinviandoli all'Ottocento, e tutti gli autori viventi, verso alcuni dei quali avrei pure qualche propensione. Partendo da questi limiti, indichero' i miei dieci autori, dimenticando o fingendo di dimenticare le scelte degli altri (proprio per evitare decisioni troppo polemiche, fatte per contrasto). Mi accorgo pero' subito che i primi dieci nomi che mi vengono in mente mi costringono a lasciarne indietro troppi altri: per cui prego di essere autorizzato a farne almeno altri dieci, tutti degni, degnissimi di essere "salvati" e condotti sulla famosa isola. Per amor di simmetria distribuisco i primi dieci, "classici" che piu' classici non si puo', in tre gruppi, con quattro narratori, quattro poeti, due saggisti: nel primo gruppo Pirandello (senza trascurarne il teatro), Svevo, Gadda, Elsa Morante; nel secondo gruppo Gozzano, Saba, Montale, Caproni; nel terzo Croce e Gramsci (e dovrei spiegare quanto la loro scrittura "intellettuale" addensi in se' i maggiori e piu' contraddittori punti di forza del secolo, anche per chi non si sente affatto "crociogramsciano"). Se mi sara' concesso di portare con me anche quegli altri dieci, la cui serie non intendo in nessuno modo come una serie B, potro' enumerarli a coppie (e penso che in questo accoppiamento ci sia pure una certa logica): e cioe' Michelstaedter e Tozzi, Ungaretti e Re'bora (poeta grandissimo e troppo poco letto), Fenoglio e Brancati, Calvino e Pasolini, Volponi e Anna Maria Ortese; ma, ahime', c'e' anche un'altra coppia (Savinio e Landolfi) che mi costringerebbe ad arrivare a 12 (cioe' alla fine 22), e ci sono tanti altri nomi che ingiustamente ho trascurato e che vorrei proprio porre in lista. Ma in questo gioco ho barato un po' troppo: non credo che mi siano concessi ulteriori sotterfugi per allungare il catalogo.

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Giovedi', 16 Luglio 1998

I MAGNIFICI DIECI Tra i migliori autori del secolo sono piu' numerosi i poeti dei narratori

VIETATO IGNORARE LA MORANTE, FENOGLIO E SBARBARO

Gina Lagorio

Ciascuno ha il suo pantheon, la sua cappella privata dove officiare ai propri penati, ma levare incensi alle scoperte dell'Io e del Super Io resta il rito supremo. La consolazione, come si diceva un tempo, del male di vivere, delle intermittenze del cuore, dei fiori del male e delle magnifiche sorti. A me, negli elenchi salvagloria, seccava soprattutto l'assenza della Morante, qualcuno ci ha pensato e qualcun altro ha ratificato. Che i poeti da non dimenticare siano piu' numerosi dei narratori mi pare pacifico, e accanto a Saba, Rebora, Ungaretti, Montale e Caproni, vorrei far posto a Sbarbaro, un minore che minore non e', se la sua voce continua a essere ascoltata, intatta in freschezza di lingua e d'anima. Tra i cultori della prosa, d'accordo con il rispetto per Svevo, con il grazie dovuto a Gadda e l'omaggio a Pirandello - tra i nostri il solo davvero ad aver varcato i confini se nei vocabolari e' entrato il lemma "pirandelliano" -, poi ci metto Fenoglio e scegliere ancora e' arduo: Soldati certo, e se non ci fosse che mi canta in cuore Primo Levi, sarei tentata di dire Giorgio Bassani, e non solo per schermare l'orrore del suo finire. Perche' l'artista gentiluomo che e' Mario Monicelli non ci regala una nuova puntata di "parenti serpenti" dedicata ai cari eredi degli scrittori? Mancano altri, mi rendo conto. E mi spiace il silenzio ottuso di oggi per Vasco Pratolini, per Anna Banti, e c'e' Giacomo Debenedetti, c'e' Giuseppe Tomasi di Lampedusa che aveva un cugino molto speciale, Lucio Piccolo... Ma gia', i numeri sono crudeli.

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Venerdi', 17 Luglio 1998

I magnifici dieci

Cominciamo da Pascoli e D'Annunzio

Patrizia Valduga

A parer mio, dieci sono troppi: di grandi non ne nascono che tre o quattro per secolo. In quello scorso, tanto per fare un esempio, troviamo Porta, Manzoni, Belli e Prati. (Si', proprio Giovanni Prati, per ignoranza o pregiudizio sconosciuto ai piu', di cui vogliamo citare almeno un verso: "Dormir, come che sia, piace a chi dorme"). Attorno a loro? Davanti? In mezzo? Solo letterati, grandi anche, importanti e pieni di idee, ma solo letterati.

In questo secolo, molto piu' della "creativita'" di massa che della comunicazione di massa, nemmeno ai prosatori e' concesso essere mediocri e anche per loro, come per i poeti, ci vogliono "un cuore eroico ed una mente eroica" per essere grandi, per cambiare, se non il mondo, qualcosa negli uomini e nel mondo.

Tira aria di grandezza in Rebora e in Tessa, in Volponi e in Testori. Attorno a loro? Davanti? In mezzo? Ancora letterati, e autori anche importanti per la storia delle forme, o del pensiero, geniali innovatori o eccelsi tradizionalisti, ma troppo furbi, o ingenerosi, o troppo ingenui, o anemici, e molti epigoni pletorici, e molti partigiani del loro Io, super-Io, infra-Io, e replicanti e lazzaroni e un'intera accademia di ignoranze a supporto della perpetua mostra-mercato della letteratura, piena di pretendenze in corsa, di ambizioni in furia, di arroganze in contegno e di pataccate in tripudio.

Tira aria di grandezza in quei due soli che all'alba del secolo fino a questo intristito tramonto continuano a mandare la loro luce vivificante: Pascoli e D'Annunzio. Amiamoli o detestiamoli, ma diffidiamo di chi non ne riconosce la grandezza: e' un truffatore.

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Sabato, 18 Luglio 1998

I MAGNIFICI DIECI Molti autori sono sopravvalutati. E mancano tanti contemporanei

E SE RICOMINCIASSIMO DAI NATI NEGLI ANNI '30?

Franco Cordelli

Idieci maggiori del Novecento. Non credo che la risposta a una simile domanda, come dice La Capria, sia inevitabilmente autobiografica. Suppongo che sarebbe opportuno valutare in base a un compromesso tra il proprio gusto e il giudizio altrui, storico (ogni storia e' scritta da una e'lite e anche la letteratura eccellente prima o poi viene "restituita" a quella o altra e'lite). Preferisco comunque osservare che per la maggioranza delle risposte il nostro e' un secolo monco: risulta privo di un quarto o, addirittura, di un terzo. In nessun elenco compaiono scrittori nati dopo il 1930 e che abbiano cominciato a pubblicare dopo il 1960. L'ultima generazione di grandi e' sempre quella degli anni Venti. » la spina dorsale del secolo. Ma, credo, non lo chiude. Dura la vita, durissima per i nati nel decennio successivo e, per quel che mi propongo, difficile valutare i nati dopo il 1950. Costoro, quasi tutti, hanno cominciato a pubblicare nei tardi anni Ottanta e nei Novanta e, come si e' visto, i piu' considerano novecentesco D'Annunzio, la cui storia comincia nel 1879 ("Primo vere"). E insomma: per me Primo Levi e Parise sono sovravvalutati; se si considera l'insieme, l'opera, i coetanei Rea, Del Buono, Ottieri, Meneghello sono superiori; non parliamo di Bontempelli, Tozzi, Savinio, Landolfi, Flaiano, D'Arrigo tra i raramente o mai citati. Ma terrei grosso modo i nomi fatti dagli altri. Lascerei pero' vuote due caselle e farei qualche proposta. Dieci per due "grandi" a venire: perche' no? Tra i poeti: Amelia Rosselli (1930), Raboni (1932), Zeichen (1938), Bellezza (1944), Conte (1945). Tra i prosatori: Celati (1937), Vassalli (1941), Orengo (1944), Montefoschi (1946). Per l'ultimo posto indecisione suprema: non so su chi scommettere, se su Del Giudice (1949) o su me stesso, che sono nato nel 1943.

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Domenica, 19 Luglio 1998

PROMOSSI E BOCCIATI Quali sono gli autori del secolo da salvare? Ecco una risposta provvisoria dopo l'intervento di dodici critici che hanno partecipato alla nostra discussione

I magnifici dieci del NOVECENTO

A Svevo e Gadda i consensi maggiori. E' Calvino il grande escluso

di CESARE SEGRE

Chi proponeva i dieci, o i cento libri da salvare, o elenchi del genere, di solito provocava un vespaio. Questa volta, i miei dieci autori italiani del Novecento hanno prodotto tranquilli dissensi o consensi, il cui esito e' sintetizzato nel fototesto qui accanto. Evidentemente il dibattito sul concetto di "canone" ha chiarito le idee. In senso proprio, come e' noto, il canone e' l'elenco delle scritture ritenute sacre in una data religione: per esempio i Vangeli apocrifi, pur diffusi nel Medioevo, non sono stati accolti nel canone e non fanno autorita', a differenza dei quattro dichiarati canonici. Applicando il concetto alla letteratura, si puo' dire che il canone e' l'assieme degli autori che, in un dato momento, sono considerati fondamentali, e non rinunciabili per una persona colta. In questo modo si taglia fuori per forza il connettivo di scrittori considerevoli ma non assunti al canone: saranno gli storici a ricostituire il disegno d'assieme e i valori relativi.

Chi ha una certa eta' ha gia' avuto occasione di verificare i mutamenti del canone: per esempio la triade dei nostri poeti piu' considerati all'inizio del secolo ha perduto a un certo punto Carducci, poi anche D'Annunzio, recuperato e rivalutato negli ultimi tempi. Il canone inteso in questo senso e' oggettivo: contiene gli autori la cui presenza nelle antologie e' imprescindibile, o i cui libri vengono consigliati agli studenti; magari imposti, come nel caso della Commedia o dei Promessi sposi.

Ma oltre al canone con valore consuntivo, ci sono anche i canoni preventivi. Qualunque amatore della letteratura puo' fare la lista dei libri che ritiene destinati, se non all'eternita', a una lunga fortuna. In questo caso, e particolarmente se chi parla e' un critico, i gusti personali, e persino gli umori, hanno un certo peso.

Mi e' difficile predire un duraturo successo a un autore o a un libro che detesto. Cio' non toglie interesse a questi preventivi: se fatti da persona autorevole, possono anche indicare una linea critica in grado d'influenzare il pubblico, e percio' la conformazione dei canoni a venire.

La "pagella" qui accanto cerca di sintetizzare le preferenze espresse dagli intervenuti alla discussione; con qualche difficolta', perche' alcuni hanno superato il limite dei dieci nomi, o hanno proposto alternative senza scegliere, o hanno persino azzardato doppie deche. E' uno di quei casi in cui la matematica e' un'opinione. Cerco di commentare oggettivamente la pagella, senza sviluppare la discussione. Diro' solo che, della mia deca, cinque autori risultano approvati a larga maggioranza (Italo Svevo, Carlo Emilio Gadda, Eugenio Montale, Umberto Saba, Luigi Pirandello) e due hanno consistenti suffragi (Gabriele D'Annunzio e Beppe Fenoglio). Resto invece con pochi alleati per Primo Levi, Andrea Zanzotto e Italo Calvino.

Per Levi diro' solo che l'eccelso moralista e' stato riconosciuto da non molto come grande scrittore. Forse pesa su di lui l'esclusione, difesa anche da Croce, della componente morale dal giudizio critico. Io penso appunto che ci sia bisogno di un recupero della moralita' ovunque, e anche nella critica: la voce di Primo Levi e' la piu' alta della nostra letteratura novecentesca. Che non ci sia pieno consenso su Zanzotto si capisce: e' l'unico vivente da me citato, la battaglia e' in corso. Noto solo che dei poeti che potrebbero offrire un'alternativa, Ungaretti e' in evidente discesa: trent'anni fa si discuteva della sua eventuale superiorita' rispetto a Montale. E' invece in crescita Giorgio Caproni, e lo merita. Delio Tessa sta benissimo, a rappresentanza dei poeti in dialetto: forse piu' incisivo del pur superiore Vigilio Giotti. Interessante poi il silenzio sul Premio Nobel Quasimodo. La repulsa verso Calvino e' il risultato piu' clamoroso della pagella. Invece di commentarla, diro', a consolazione mia e dei pochi sostenitori, che ha motivazioni parzialmente simili a quella di cui soffre il grandissimo Ariosto.

Tra i narratori alternativi a Calvino mi pare che Paolo Volponi, che sta comunque su un livello secondo me inferiore, meriti piu' attenzione della Morante.

Perche', intervistato da Corrado Stajano, avevo indicato proprio dieci scrittori? Ci sara' forse il decalogo nel sottofondo. Io pero' penso che questo secolo non sia stato, per la nostra letteratura, tra i piu' gloriosi. Tenuto conto della comparazione con poeti e scrittori stranieri, nonche' del valore intrinseco, penso proprio che dei nostri, con la globalizzazione ormai in corso, ne possa sopravvivere circa una decina, magari un po' di piu' o di meno. E' un problema cui accenna la Valduga, che, ancora piu' severa di me, salva due soli poeti.

Quanto ai piu' giovani, si possono consolare pensando che saranno magari i migliori del secolo che sta per cominciare.

Devo poi spiegare perche' dal canone avevo escluso i filosofi e i critici, nonostante che molti competano benissimo con i narratori, come gia' diceva Contini. E' che nel loro caso l'adesione formale non puo' prescindere da un giudizio di merito. Per esempio io metterei decisamente nell'elenco Croce, anche se mi sento molto piu' attratto da Gramsci. E un critico puo' essere apprezzato a prescindere dalla sua pratica, appunto, di critico? Del resto, a uscire dalla letteratura, i nomi che si offrono sono tanti, da Brandi a Ripellino, da Marchesi a Luigi Einaudi. Ma, dato che la letteratura gode di spazi sempre piu' ristretti, lasciamo agli scrittori qualche respiro!

* Il dibattito e' cominciato con l'intervista di Corrado Stajano a Cesare Segre uscita sul "Corriere della Sera" del 3 luglio scorso: Segre ha dettato il suo elenco dei "magnifici dieci" scrittori del Novecento. Undici sono stati gli interventi successivi: Giovanni Raboni il 4, Giuliano Gramigna il 6, Emilio Tadini il 7, Antonio Debenedetti il 9, Alfonso Berardinelli il 10, Raffaele La Capria l'11, Giovanni Pacchiano il 12, Giulio Ferroni il 14, Gina Lagorio il 16, Patrizia Valduga il 17, Franco Cordelli il 18.

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Mercoledi', 29 Luglio 1998

Ecco i "top ten"

del Settecento

Sebastiano Vassalli

Molti autorevoli collaboratori di questo giornale, nelle scorse settimane, si sono chiesti chi siano i dieci maggiori autori della letteratura italiana del Novecento; e i risultati delle loro meditazioni sono stati riassunti e commentati in un articolo di Cesare Segre, a cui non so e non posso aggiungere nulla. Mi sono provato, invece e per mio diletto, a immaginare come duecento anni fa, nel 1798, una giuria di critici riuniti in un salotto milanese o romano (i giornali non si occupavano ancora di queste faccende) avrebbe scelto i "magnifici dieci" del Settecento. Nessuno, allora, avrebbe votato Casanova, come nessuno, oggi, ha votato Licio Gelli; e sarebbero certamente state scartate anche le candidature di Carlo Goldoni (troppo compromesso con la Commedia dell'Arte, troppo dialettale e teatrante, come Dario Fo) e di Vittorio Alfieri (per le ragioni anagrafiche illustrate da Franco Cordelli nel suo articolo del 18 luglio. Il tapino, infatti, era nato nel 1749: una matricola!). Un'eventuale promozione di Parini sarebbe stata una mezza stravaganza, come lo e' nel Novecento quella di Rebora. Ed ecco i top ten del Diciottesimo secolo. Il piu' votato tra i poeti (l'equivalente di Montale) e' Metastasio; tra i prosatori, si affermano con grande autorevolezza i fratelli Gozzi, Gasparo e Carlo. L'unica donna presente nella lista (al posto della Morante) e' la grande Morelli Fernandes, incoronata poetessa in Campidoglio nel 1776. Gli altri sei "magnifici" sono un prosatore, il Baretti, e gli immortali poeti Crudeli, Frugoni, Rolli e Savioli. Ultimo in ordine di tempo entra lo Zappi, che alcuni tra i giurati considerano un poeta del Seicento; ma la sua influenza sul nuovo secolo e' cosi' forte, che non puo' in alcun modo essere negata o attenuata.