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Terze pagine (17)[4-7-1998]SOMMARIO 1: Un francobollo per Leopardi 2: U. Eco dal chiostro invita a meditare 3: Tabucchi: Bettini e il libro 4: Fedigrotti: Spaziani e la vedova Goldoni 5: Falcetto: Silone 6: Villari: Melville e Leopardi 7: In arrivo computer palmari per la lettura di testi 8: Rigoni: Per Leopardi destra e sinistra si scambiano le parti 9: Pasti: Donna: la parola negata 10: Tutte retrocesse anche le scrittrici del Risorgimento 11: Di Stefano: Celati e Calvino: la rivista inesistente 12: Debenedetti: Bo: "La disperata fede in Dio che Leopardi non confesso' mai" LILILILILILILILILILILILILILILILILILILILI GIUGNO 27 Il Corriere della Sera (c) Un francobollo per Leopardi Le Poste commemorano il secondo centenario della nascita di Giacomo Leopardi. Dopodomani sara' emesso un francobollo da 800 lire. Da oggi a lunedi' 29, giorno di nascita del poeta, convegno a Recanati. _______________________________________ Il Corriere della Sera (c) FINE SECOLO Un discorso del semiologo all'Accademia europea di Yuste in Spagna ECO DAL CHIOSTRO INVITA A MEDITARE Cesare Medail, "Sulla soglia di un millennio che si dice destinato alla conquista del cosmo, credo che uno dei fini di questa Accademia sia quello di ricordare che nelle profondita' interiori c'e' uno spazio sconosciuto al quale dobbiamo dedicare molte esplorazioni", ha detto l'altro ieri Umberto Eco nel prendere possesso del proprio seggio all'Accademia Europea di Yuste, insieme allo scrittore portoghese Jose' Saramago, al drammaturgo inglese Peter Levin Shaffer, al tedesco Reinhard Selten, Nobel per l'Economia, e allo svizzero Heinrich Rohrer, Nobel per la Fisica. L'istituzione spagnola, fondata nel 1992 per dare risalto alla cultura europea, ha sede nell'antico monastero di Yuste (Caceres) dove Umberto Eco e' entrato subito in sintonia con l'atmosfera del chiostro, come riporta con grande risalto "El Pais". Cosi', nella sua prolusione, Eco non si e' fermato a considerazioni sullo spirito europeo, ma ha svolto una vera e propria riflessione sulla condizione dell'uomo moderno. Ricordando che l'imperatore Carlo V fu "capace di rinunciare al potere per rifugiarsi nel chiostro di Yuste e provare l'esperienza della meditazione solitaria", Eco ha indicato tale valore come alternativa a un mondo dominato dallo spettacolo e dalla distrazione. "Credo che nella pace di questo paesaggio - ha concluso Eco - dobbiamo richiamarci al Carlo V di quegli ultimi anni. Il nostro compito di intellettuali e' far si' che la riflessione diventi bene filosofico supremo". Chi ricorda "Il nome della rosa" sa che il monastero e' un simbolo caro allo scrittore-semiologo; ma mentre l'abbazia del romanzo e' un inferno che brucia tra intrighi e delitti da cui fuggire, il chiostro di Carlo V e' simbolo della via di fuga dall'inferno del potere verso le profondita' interiori. Dalle fiamme alle stelle. LILILILILILILILILILILILILILILILILILILILI GIUGNO 28 Il Corriere della Sera (c) APOLOGIE Una raccolta di racconti di Maurizio Bettini ripropone il valore intramontabile di uno strumento perfetto. Anche se qualcuno, in nome delle tecnologie, lo considera superato CARO LIBRO, senza te non sapremmo chi siamo "Ha ragione Eco: e' ancora la forma piu' maneggevole e piu' comoda per trasportare l'informazione" "Chiunque apre un testo deve sapere che alla fine restera' legato per sempre con cio' che ha letto" Tutta la nostra cultura e' nella parola scritta. Che resistera' a computer e Tv di ANTONIO TABUCCHI Due estati fa Valeria Numerico propose un gioco per "Sette" a Umberto Eco, Giuseppe Pontiggia, Gianni Riotta e il sottoscritto. Si trattava di redigere un racconto a piu' mani, sulla falsariga di quell'esercizio letterario collettivo che i surrealisti chiamarono "Cadavere Squisito", che consisteva nel comporre un testo letterario ignorando cio' che era stato scritto in precedenza dagli altri partecipanti al gioco. Il "Cadavere Squisito" (il nome del gioco deriva dai primi due versi di una poesia composta con questo metodo: "Il cadavere squisito / berra' il vino novello") liberava, secondo Breton e compagni, le forze piu' misteriose dell'uomo, scendendo fino negli abissi piu' reconditi dell'inconscio laddove abita, alla stregua di un pensiero primitivo, la creativita'. L'ordine scelto da "Sette" per la composizione del testo era rigorosamente alfabetico, percio' tocco' a Umberto Eco lanciare i dadi. Eco costrui' la prima puntata di un racconto, che venne intitolato La maledizione del Faraone, secondo le modalita' del romanzo giallo, con una storia che iniziava all'interno di una piramide egiziana, e che aveva come personaggi degli archeologi, un maggiore dei Servizi segreti egiziani, un giornalista, eccetera. Si cerca un misterioso faraone Thamus, di cui Platone parla nel Fedro, a cui Thot, il dio delle arti, presento' un giorno l'arte della scrittura. Ma Thamus la respinse, temendo che, imparando la scrittura, gli uomini non avrebbero piu' coltivato la memoria. A un certo punto, la scoperta di un cadavere impiccato migliaia di anni fa spalanca la narrazione su un mistero che spettava agli altri componenti del gioco di continuare. Naturalmente, rispetto ai surrealisti, noi avevamo il vantaggio di conoscere, anche se all'ultimo momento, quello che il collega aveva scritto in precedenza. Ma il fatto di ricevere il testo immediatamente prima di consegnare il nostro non consentiva la maturazione necessaria per un controllo sufficientemente super-egotico della nostra narrazione. Il racconto, su una delle piste insinuate da Eco, si sviluppo' massicciamente, spostandosi in capitali come Londra e Parigi, sul tema del conflitto Oralita'/Scrittura, con una strana setta di fanatici (una sorta di Spectre dei film di James Bond) che cercava di impadronirsi del Globo sottraendo agli uomini la scrittura e diventandone i padroni esclusivi. Naturalmente demmo al racconto un lieto fine, facendo vincere la Scrittura. Eppure, non so quanto consapevolmente, avevamo affrontato un problema che forse sotto sotto ci preoccupava: la scomparsa del libro. In maniera del tutto giocosa avevamo toccato un argomento che oggi puo' sembrare molto attuale ma che appartiene a una storia antica quanto il mondo: il dualismo (e il conflitto) Oralita'/Scrittura. Il mito appartiene all'Oralita'. La voce e' il fattore fondante della Creazione. In principio fu il Verbo. Dio non scrive ma parla. + la sua voce che incide sulla pietra le leggi che Mose' raccoglie. Cristo parla ma non ha biblioteca, e neanche Socrate o Milarepa o il Buddha. Essi predicano e le loro parole saranno raccolte dai discepoli. Platone, che predilige il mito, nelle Epistole e nel Fedro privilegia la voce, manifestando addirittura disprezzo per la scrittura. "Il discorso scritto ha sempre bisogno di suo padre (l'Oralita') perche' da solo non sa ne' aiutarsi ne' difendersi", dice Platone. Naturalmente si contraddice, altrimenti non avrebbe scritto il Simposio, raccogliendo la voce di Socrate, che invece non ha mai scritto . Oggi, se cerchiamo sul dizionario la parola "acusma", troveremo questa definizione: "Dal greco akusma, audizione: ronzii causati da disturbi dell'organo periferico dell'udito". Mentre la psichiatria, dal canto suo, studia le cosiddette "allucinazioni sonore" che manifestano certi pazienti. Ma per quanto riguarda la forza misteriosa attribuita alla Voce nel corso dei secoli, si pensi al mito di Orfeo, dove la voce (il suono o il canto) ha il potere di evocare i morti vincendo le forze infernali, o agli "Acusmati", come li definirono i Padri della Chiesa, e cioe' i santi che udivano le voci divine (santa Cecilia, che nel momento del martirio udi' dentro di se' le voci degli angeli, e' forse il caso piu' noto di "acusmatismo", ed e' stata eletta per questo patrona della musica). Il libro, si sente dire oggi, e' minacciato da mezzi (Internet, il Cd-rom e cosi' via) che potrebbero segnarne la scomparsa provocando la svolta verso una civilta' diversa. Recentemente lo stesso Umberto Eco e' intervenuto sull'argomento con una conferenza tenuta alla Scuola per librai "Umberto e Elisabetta Mauri" presso la Fondazione Cini di Venezia, che la rivista "Effe" di Feltrinelli ha pubblicato nel numero della primavera scorsa. "Sostengo da tempo che il libro appartiene a quella generazione di strumenti che, una volta inventati, non possono piu' essere migliorati. Appartengono a questi strumenti la forbice, il martello, il coltello, il cucchiaio e la bicicletta: nessuna barba di designer danese, per tanto che cerchi di migliorare la forma di un cucchiaio, riuscira' a farla diversa da com'era duemila anni fa. Quindi il libro e' ancora la forma piu' maneggevole, piu' comoda per trasportare l'informazione. Si puo' leggere a letto, si puo' leggere in bagno, anche in un bagno di schiuma". Umberto Eco ha sicuramente ragione, e come lui confessiamo di essere davvero ossessionati dalla fatidica domanda che ritorna insistentemente in ogni intervista e in ogni manifestazione culturale: "Che cosa ne pensa della morte del libro?". La nostra civilta' e' stata costruita dai libri. La nostra cultura, dall'uscita della Preistoria fino a oggi, e' dovuta alla scrittura, via via tavolette d'argilla, papiri, tavolette di cera, la carta, il libro. Ma in quest'epoca in cui si tratta il libro con sufficienza e presunzione, magnificando l'efficacia di mezzi di comunicazione piu' "moderni", e in cui le istituzioni culturali privilegiano lo strapotere della televisione (come se ne avesse bisogno) rispetto al libro, e' certamente benvenuto un libro che e' un omaggio, appunto, a "quell'antichissimo strumento che una volta inventato non puo' piu' essere migliorato". Il titolo di questo libro, dove una preposizione semplice stabilisce un complemento di compagnia (e direi di solidarieta', di complicita' e di affetto) suona quasi come un manifesto: Con i libri. E il suo autore e' Maurizio Bettini, che per mestiere si occupa di libri, in ispecie quelli della civilta' antica, poiche' e' docente di Letteratura latina presso l'Universita' di Siena. Pubblicato da Einaudi, il libro di Bettini, il cui titolo ci potrebbe far sospettare una natura saggistica (di Bettini si ricordano fra l'altro due eccellenti saggi pubblicati dallo stesso editore, Il ritratto dell'amante e I classici dell'indiscrezione), e' invece un libro di un narratore esordiente. Per la precisione un libro di racconti. E ogni racconto ha a che vedere con un altro libro, e' suscitato da un altro libro, proviene da un altro libro. + insomma il Libro che piu' o meno esplicitamente costituisce il Deus ex machina, il filo del destino o addirittura il protagonista dei racconti che formano il libro di Bettini. Ho l'impressione che il risvolto di copertina, con eccessiva disinvoltura, lo presenti con la connotazione di un postmoderno leggermente ammiccante. Consideriamola una lectio facilior, se l'autore ci consente il latinismo. Direi piuttosto che nella sua modernita' (anzi attualita') questo e' un libro assai antico. In esso vive il rispetto, l'ammirazione e la devozione che la cultura consapevole sempre riservo' ai libri. Il che non esclude naturalmente un aspetto ludico, che fa parte dell'arte del narrare, ne' le passioni che i libri possono scatenare. O le diverse maniere che gli uomini hanno usato con i libri. Ci sono passioni e sentimenti. C'e' l'indignazione, ma anche la sopportazione. La disciplina, ma anche una certa sregolatezza (si legga "senso di liberazione"). Epicureismo, stoicismo, osservazione della vita che passa, il senso del tempo, l'amore che mai conoscemmo, i sogni, i desideri, l'accettazione della propria infelicita', la volonta' di lottare contro di essa, le nostre contraddizioni: insomma la nostra maniera di essere uomini. E tutto questo viene dai libri. Perche' e' grazie a essi che noi ci riconosciamo oggi come in uno specchio, che ci decifriamo, che possiamo leggere a ritroso cio' che fummo e cio' che siamo diventati. Senza i libri noi saremmo ignare creature nude che vedono se stesse in una maniera del tutto immanente, e per le quali la vita sarebbe un'anagrafe priva di fisionomia fatta di pasti e di riposi. Il primo racconto, La scrittura di Aconzio, e' un apologo, che, quale fil rouge, lega tutti questi racconti e ne costituisce la sotterranea metafora. E cioe', che non si legge impunemente. Vi si narra di una leggenda dell'antica Grecia nella quale una ragazza di nome Cidippe va in pellegrinaggio a Delo e in un luogo sacro si vede rotolare fra i piedi una mela. Gliela tira l'astuto Aconzio, innamorato di lei, che sulla buccia del frutto ha inciso una frase. Cidippe, ignara, raccoglie la mela e legge ad alta voce: "Giuro per Artemide di non sposare altri se non Aconzio". Quando capisce il significato di cio' che sta leggendo e' gia' troppo tardi: ha gia' pronunciato il giuramento. "Chiunque si accinge a leggere un libro - dice Bettini - deve sapere che alla fine avra' contratto un legame indissolubile con cio' che ha letto, diventandone addirittura prigioniero. Purtroppo questo accade non solo con i grandi libri, ma perfino con i romanzi da supermercato, che catturano i lettori per la stessa assurda compulsione che ci costringe a leggere la frase incisa su una mela". Con questa premessa possiamo imbarcarci con Bettini e navigare con i suoi libri. Con un racconto come Amor di libri, per esempio, perche', dice Bettini, "i libri hanno il potere di sintonizzare, come la manopola della radio. Non credo che siano in grado di produrre direttamente l'amore, come pensano alcuni, ma hanno sicuramente il potere di intonarlo. Renderlo serio, idiota, allegro, rumoroso, e via di questo passo". Possono, naturalmente, renderlo anche tragico e maledetto per l'eternita', se "Galeotto fu il libro e chi lo scrisse". Nel racconto di Bettini c'e' un libro di sapore proustiano-sthendaliano-sveviano, con uno scambio di persone dove gli amanti mandano agli importanti appuntamenti della loro vita, invece di se stessi, personaggi di libri di questi autori. + un travestimento, un gioco, una semplice finzione o una finzione "vera" dalle imprevedibili conseguenze? "Il poeta e' un fingitore", recita una celebre poesia di Pessoa, "finge cosi' completamente / che arriva a fingere che e' dolore / il dolore che davvero sente". Gia' Puskin aveva scritto: "Ho pianto tante lacrime sulla finzione". E la finzione che diventa una malinconica (o tragica) realta', che a prima vista potrebbe sembrare di sapore letterario, appartiene invece all'antropologia o alla psicanalisi. Questo racconto mi ha ricordato, come modello, Vientos Alisios ("Alisei") di Cortazar, non so quanto presente nella memoria dell'Autore, ma che comunque e' un modello di tutto rispetto. Il garbo, l'intelligenza e la padronanza narrativa che reggono l'intero libro meriterebbero una menzione per ciascun racconto, cosa che e' meglio evitare per non tediare il lettore. Ma e' impossibile non menzionare almeno una magnifica soddisfazione che l'Autore si prende nei confronti di una figura un po' losca che forse piu' di Internet o del CD-rom ha (o ha avuto, si spera) l'intenzione, magari camuffata da scientismo, di assassinare il libro. + il racconto intitolato In corpore vili, che continua in qualche modo con Il gaucho di Albissola, scritto con la finezza di chi usa non il coltello, ma le sottili armi della retorica narrativa. Il coltello, anzi il bisturi dell'anatomo-patologo, lo usa semmai il protagonista sul quale la storia si impernia: una sorta di Jack lo Squartatore del testo letterario, una luttuosa figura, un sicario che si aggira con la sica sotto il mantello, atto ad aprire le viscere del cosiddetto "testo letterario", in un festino lugubre che assomiglia alle danze della morte medievali. Un assassino infiltratosi perfino tra gli innocenti, perche', come ci fa sapere l'Autore, "i suoi metodi sono ormai presenti anche nelle antologie delle scuole medie". E per quanto riguarda il resto? In una sublime poesia ("Tabaccheria") dove un poeta solitario e angosciato riflette sui versi che sta scrivendo e sull'insegna di una tabaccheria che vede dalla sua finestra, il qui gia' citato Pessoa, nelle vesti dell'eteronimo Alvaro de Campos, scrive: "Ma il padrone della Tabaccheria si e' fatto sulla porta e vi e' rimasto. / Lo guardo col disagio che da' la testa girata a meta' / e col disagio che da' l'animo quando ha per meta' intuito. / Lui morira' e io moriro'. / Lui lascera' l'insegna, io lascero' dei versi. / A un certo punto morira' anche l'insegna, e anche i versi. / Poi morira' la strada dove c'era l'insegna / e la lingua in cui furono scritti i versi. / Infine morira' il pianeta ruotante in cui tutto cio' avvenne. / In altri satelliti di altri sistemi qualcosa simile a gente / continuera' a fare cose come versi e a vivere sotto cose come insegne". Chissa' che nel millennio prossimo venturo, in un'altra ipotetica Commedia, qualcuno non possa scrivere: "Galeotto fu il Cd-rom e chi lo incise". Cambierebbe qualcosa? I racconti "Con i libri", di Maurizio Bettini, sono pubblicati da Einaudi, pagine 151, lire 22.000. _______________________________________ Il Corriere della Sera (c) Spaziani: la vedova Goldoni, eroina ignorata dalla storia Isabella Bossi Fedrigotti MARIA LUISA SPAZIANI La vedova Goldoni Editions Phi & Convivium Pagine 65 Partendo dal quasi nulla che si sa di lei, Maria Luisa Spaziani ha tracciato un lieve profilo della moglie di Carlo Goldoni, sotto forma di una breve pie'ce teatrale, di una conversazione, anzi, tra questa semisconosciuta dama, co'lta gia' anziana, impoverita, a pochi mesi dalla morte del maestro, e una sua vicina di casa, modella e prostituta. Per l'attenzione che ha sempre portato per le grandi e piccole donne misconosciute della storia e della letteratura, l'autrice ha voluto fare della "Vedova Goldoni" una eroina la cui statura cresce ben al di la' del poco che sappiamo di lei, grazie sopprattutto alle "Me'moires" del marito che qua e la' la tratteggiano come compagna buona, gentile, premurosa e pia. Siamo a Parigi, dove la coppia veneziana si e' trasferita da trent'anni, e la rivoluzione ha gia' fatto cadere sulla ghigliottina dodicimila teste. Nicoletta Goldoni ha dovuto, dopo la morte del marito, cambiare casa e vita, vendere arredi e gioielli, costretta com'e' a contare soltanto su una modesta pensione. In casa irrompe Cunegonda, sua vicina sguaiata e licenziosa che, con il pretesto di domandare un uovo, spiega alla pia vecchia quali delizie della carne si sia persa essendo appunto pia. La replica di Nicoletta, ingenua e insieme alta, trasforma la pie'ce da lieve scherzo in vero "conte philosophique", tanto da toccare il cuore della navigata Cunegonda, la quale, avendo intavolato una triviale chiacchiera sul sesso e i suoi piaceri, si sente rispondere dalla vecchia, povera e apparentemente insignificante donna con un discorso appassionato sulla vita, l'amore, la morte e, naturalmente, sul teatro e la sua misteriosa magia. In questo modo la "Vedova Goldoni", come suona il titolo della pie'ce che toglie a Nicoletta nome e cognome, nascondendola nell'ombra del marito, diventa simbolo di tutte le altre sue compagne che, nei secoli, sono rimaste invisibili, fantasmi dimenticati o ignorati: migliaia di innominate, senza volto, che la storia non potrebbe in nessun modo riuscire a riscattare. Ma la poesia si'. _______________________________________ la Repubblica (c) Una vita al bando Insieme allo scrittore polacco che ne fu amico e collaboratore ripercorriamo alcuni momenti dell'itinerario umano di questo contestatissimo testimone del suo tempo: "Prima la scelta comunista, poi l'uscita dal Pcd'I, l'idea di ribellione fu sempre forte in lui" PARLA GUSTAW HERLING di BRUNO FALCETTO Gustaw Herling, scrittore e saggista polacco, vive a Napoli dal 1955. Bruno Falcetto ha raccolto la sua testimonianza come introduzione all'edizione del primo volume (1927-1944) delle opere complete di Ignazio Silone che la collana dei Meridiani della Mondadori sta per mandare in libreria (pagg. LXIV + 1578, lire 85.000). Con lui ha ripercorso l'itinerario umano, intellettuale e artistico dello scrittore, di cui Herling e' stato amico e collaboratore. Ne anticipiamo alcuni brani. "Nei dodici anni di vita di Tempo presente mi sono recato a Roma quasi ogni mese, e ogni volta sono andato a trovare Silone. Era un uomo un po' burbero, taciturno. Il romanzo che meglio lo esprime e' Il segreto di Luca: era veramente un uomo che manteneva i segreti e non parlava troppo. Nonostante questo e' nata tra noi un'amicizia solida. Persino il suo amico Nicola Chiaromonte, condirettore di Tempo presente, si meravigliava che mi dicesse cosi' tante cose. Vorrei raccontarne alcune partendo da due citazioni.Inizierei con un articolo di Chiaromonte, dal titolo Silone il rustico, pubblicato sul Mondo di Pannunzio nel '52: "Se la formula 'realismo socialista' avesse un senso, Silone sarebbe il solo scrittore contemporaneo al quale essa potrebbe applicarsi senza artificio". Realista "per il suo attaccamento esclusivo alla comunita' dei cafoni", socialista per il suo bisogno e la sua speranza di giustizia sociale. Lo stesso Chiaromonte avverte pero' subito: "tutto questo e' un po' troppo semplice. Lascia da parte il fatto che il realismo di Silone e' radicalmente ironico e il suo socialismo e' fermamente religioso, se per religione s'intende la ricerca e l'amore di cio' che dura, oltre le parvenze e i mutamenti. Quindi, parlando propriamente, ne' di realismo ne' di socialismo si tratta, ma di verita' morale e di speranza". Poche parole per un giudizio straordinario. Non meno straordinaria la definizione di Silone come "prete contadino". Mi pare verissimo: parlava il linguaggio di un prete contadino che vive intimamente a contatto con i contadini, conosce il loro mondo, i loro pensieri, i loro dubbi.Per capire Silone bisogna partire anche da un passo di Uscita di sicurezza in cui descrive con acutezza sofferta il suo paese, l'Abruzzo: "La condizione dell'esistenza umana vi e' sempre stata particolarmente penosa; il dolore vi e' sempre stato considerato come la prima delle fatalita' naturali; e la Croce, in tal senso, accolta e onorata. Agli spiriti vivi le forme piu' accessibili di ribellione al destino sono sempre state, nella nostra terra, il francescanesimo e l'anarchia. Presso i piu' sofferenti, sotto la cenere dello scetticismo, non s'e' mai spenta l'antica speranza del Regno, l'antica attesa della carita' che sostituisca la legge". Sono parole bellissime. Silone viveva proprio con il senso di essere figlio di un paese descritto cosi'. E' l'esempio classico di un uomo che si e' ribellato. In vari modi: prima con la scelta comunista, poi con l'uscita dal Pcd'I, l'idea di ribellione e' sempre rimasta molto forte in lui.Ma veniamo ai suoi primi anni. Una volta mi ha detto di aver capito che il suo modo di narrare e di scrivere era dovuto in parte alla sua fanciullezza. Da ragazzo la madre lo portava con se' in una stanza dove c'erano donne che tessevano. Passava con loro giorni interi e ammirava il modo in cui facevano i tessuti, un filo stretto all'altro, densi e compatti. Non filavano in silenzio, raccontavano leggende, apologhi morali, storie della vita in Abruzzo. La prosa di Silone ha appunto le qualita' di un tessuto, e' estremamente sobria, concisa, animata dalla vena narrativa appresa da quelle donne. E' una prosa che mi e' sempre piaciuta e credo sia li' innanzi tutto il valore letterario della sua opera. Gli scrittori italiani non sanno scrivere cosi'".In queste ore di tessitura si crea in Silone una certa forma di memoria letteraria, alla quale poi attingera' nelle sue opere. In effetti il motivo del rapporto fra tessere e narrare torna nei suoi romanzi, dalla prefazione di Fontamara a un dialogo fra Pietro e Cristina quasi al termine di Vino e pane. "Certo, era veramente scrittore della comunita' dei cafoni abruzzesi, non se ne vergognava, anzi ne andava fiero. Quando era gia' comunista, e' giunto a chiedersi se la vita di Fontamara "fosse meno vera del Progresso Storico" (con le maiuscole, naturalmente, perche' molti marxisti non sanno farne a meno). Lasciava l'interrogativo aperto, ma e' chiaro che non pensava davvero potesse essere cosi'. Il vero metro di misura era per lui la vita dell'Abruzzo, dei cafoni, non i concetti astratti di progresso storico, di dialettica materialista. Percio' il suo soggiorno, chiamiamolo cosi', nel Partito comunista e' stato limitato e piuttosto scettico. Solo al principio pare che il suo comunismo avesse toni accesi, violenti; ma e' stato un periodo breve". (...)L'antipatia per il partito politico e' un elemento costante della riflessione di Silone, almeno dall'abbandono del Pcd'I in poi. Ma c'e' stato un periodo, che coincide grosso modo con gli anni della guerra e del primissimo dopoguerra, in cui sembra che abbia cercato di credere nella riformabilita' della struttura partito. Sull'Avvenire dei Lavoratori il tema ha un rilievo centrale: da un lato si identificano le caratteristiche del partito totalitario, dall'altro si ragiona su quelle di una possibile forma partito alternativa. In questa prospettiva e' decisivo il progetto di svincolare il programma dall'ideologia. Penso alle osservazioni sulla "polifonia spirituale" del Partito socialista svizzero. "E' vero, ma si e' presto ricreduto. La sua immagine di partito era praticamente inapplicabile: non si poteva fare un partito a misura di Silone. Va detto poi che, vivendo in Svizzera, ha fatto esperienza e ha subi'to il fascino dell'autogoverno. Per lui come per Solgenitsin, che ha condiviso un'esperienza analoga, seppure di breve periodo, la Svizzera ha avuto il valore di un modello. Lasciamo perdere le cose poco belle che poi si sono sapute degli svizzeri e delle loro banche, la gente li' si sente piu' responsabile, maggiormente in grado di influenzare la vita collettiva, mentre nel partito descritto da Michels la partecipazione e' sempre piu' fittizia: si acclama non si discute. Tornando alla storia del Silone comunista, colpisce la rapidita' della sua carriera. In breve si trova ad assumere incarichi di rilievo, nel marzo del 1927 viene cooptato nel comitato centrale, lavora a stretto contatto con Togliatti e piu' volte si reca a Mosca con incarichi politici"."Sono visite che gli hanno lasciato un'impronta indelebile. Era allarmato dalla mancanza di liberta', dal clima di paura, dal governo di pochi che tengono in mano il destino di milioni d'individui, ma soprattutto era allarmato dalla disinvoltura con la quale si dicevano le bugie. In proposito raccontava diversi aneddoti illuminanti. Per esempio, di quando Alexandra Kollontaj gli disse scherzando che se avesse sentito di un suo arresto per il furto delle posate d'argento del Cremlino, sarebbe stata la prova sicura di una divergenza di opinioni con Lenin. Un episodio molto divertente e molto sovietico. Poi c'era, naturalmente, il famoso incidente nel corso della riunione dell'esecutivo allargato dell'Internazionale nel maggio 1927, quando sia lui sia Togliatti si opposero a condannare un documento di Trockij sull'atteggiamento sovietico verso la Cina senza averlo letto. Stalin, in apparenza, decide di ritirarlo; ma di ritorno a Berlino Silone legge sul giornale che la condanna e' stata approvata all'unanimita'. O ancora la storia del rappresentante del Partito comunista inglese che disse ai compagni sovietici di non poter comportarsi come gli suggerivano perche' sarebbe stata "una bugia": la frase fu accolta da una "risata clamorosa", e subito si diffuse a Mosca, fra l'ilarita' e la curiosita' generale, la notizia incredibile del comunista che non voleva mentire. E' attraverso fatti come questi che Silone matura la decisione di abbandonare il partito. Togliatti, che lo stimava molto, si reco' in Svizzera per dissuaderlo. Discussero a lungo e a un certo punto, a notte fonda, Silone disse a Togliatti: "Non ti rendi conto che un giorno si apriranno gli archivi sovietici e ne usciranno tutte le porcherie che stanno accadendo, di cui anche noi saremo corresponsabili?". E Togliatti replico': "Se e' questo a preoccuparti, ti posso tranquillizzare: nessuna decisione importante in Unione Sovietica viene messa per iscritto". (...)".L'uscita dal Pcd'I e' stata tutt'altro che indolore, e' discesa da un travaglio interiore lungo e sofferto."E' stata una tragedia. Non apparteneva alla categoria di quegli ex comunisti, alla Koestler, che usciti dal partito abbracciano subito posizioni antitetiche. E' rimasto fedele alla sua vocazione socialista, sempre. Mi ricordo un episodio, divertente e personale. Mi era stato chiesto di convincere Silone a ricevere Adam Vazyk, un noto poeta polacco che era stato comunista, un feroce comunista, e aveva lasciato il partito nel 1955. Silone accetta. Quando torno a trovarlo, mi accorgo subito che qualcosa non va: non ha voglia di parlare, ma poi racconta. E' indignato: per tutta la cena Vazyk non aveva fatto che ripetere la formuletta: "quando ero comunista, cioe' malato di mente". Mi dice: "Per me e' offensivo. Sono stato comunista, non me ne vergogno, e ne scrivo". Era un prete contadino, come dice Chiaromonte, e la rottura col Pcd'I, l'espulsione, e' stato l'atto che ne ha fatto un prete spretato, un dramma profondo. E' stato un ex comunista che ha sempre trattato seriamente la propria appartenenza al partito. Basta vedere le pagine di Uscita di sicurezza".(...) Le opere saggistiche di Silone - La scuola dei dittatori, Uscita di sicurezza, e in certo modo anche L'avventura di un povero cristiano - testimoniano di un uso molto libero dei generi: uniscono di volta in volta al contenuto riflessivo una struttura dialogica, o autobiografica, o teatrale."Come lui stesso ha dichiarato piu' volte, Silone era uno scrittore non di professione, uno scrittore che - anche per questo, proprio per questo - si sentiva molto libero di scegliere i modi di espressione. E' ancora una volta ottima la definizione di Chiaromonte. Era un prete contadino, ma molto intelligente, molto colto, che teneva bellissime omelie, perche' i suoi libri sono in certa misura questo. L'avventura di un povero cristiano, il suo capolavoro, voglio ripeterlo, riassume tutto cio' che era, tutto quel che voleva dire, in una sorta di grande omelia."Ho provato a chiedermi come reagirebbe Silone di fronte al mondo di oggi. Sarebbe contento o scontento questo "povero cristiano" e "povero socialista" di quel che succede? Credo sarebbe contento che la Chiesa con il pontificato di Giovanni Paolo II si sia mossa molto nella direzione che lui sperava. C'e' la riabilitazione di Galileo, di Giordano Bruno, si condanna l'Inquisizione, si chiede perdono per la notte di san Bartolomeo. Sono fatti che farebbero enorme piacere a Silone, la Chiesa e' sulla strada che lui sognava. Mentre come "povero socialista" sarebbe piuttosto seccato, soprattutto di fronte al processo (che irrita profondamente anche me) che chiamerei della completa scomparsa dei comunisti, tutti diventati di colpo socialdemocratici o postcomunisti. Non si trovano piu' comunisti e quasi quasi sembra di cattivo gusto, quando si parla con un ex comunista, porgli domande sul suo passato politico. Un fenomeno di amnesia che si incontra anche nei paesi dell'Est. Per Silone una rimozione di questo tipo sarebbe inaccettabile. Per lui, come abbiamo visto, il passato era importante, lo si puo' rifiutare ma non senza prima avervi fatto i conti, averlo rimeditato. Non bastano formule del tipo "ero comunista, cioe' malato di mente", bisogna fare un serio esame di coscienza: ognuno ha la responsabilita' del proprio passato. Una delle ragioni per cui l'opera di Silone e' destinata a rimanere sta nel fatto che e' profondamente onesta in un mondo che tende a essere disonesto."Vorrei ricordare un episodio divertente di gestione disinvolta della memoria. Nel 1955, quando e' stato diffuso il cosiddetto rapporto segreto di Kruscev, a Roma tutti i giornalisti volevano conoscere l'opinione dei comunisti italiani. Era necessaria dunque una conferenza stampa, della quale venne incaricato l'uomo piu' adatto per queste mansioni, Giancarlo Pajetta. I giornalisti ponevano domande imbarazzanti, il clima andava facendosi difficile e allora Pajetta a un tratto ha detto: "Ma cosa volete da noi? Dopotutto il nostro compagno Silone ha denunciato queste cose da molto tempo". Silone era tornato, almeno per una volta, "compagno"".Posso restare al gioco di chiedersi cosa avrebbe pensato Silone oggi? Un'altra grande questione lo ha preoccupato sin dagli anni Quaranta, il "nichilismo di massa"..."Sarebbe molto preoccupato, perche' il fenomeno di chi non crede piu' a niente e' in crescita, come se fosse figlio della societa' del benessere. Nei paesi dell'Est dove e' crollato il comunismo, per esempio, e' largamente diffuso un atteggiamento pessimista, la convinzione che dopo quel che e' successo non vale piu' la pena di occuparsi di nient'altro che del proprio benessere individuale. Viviamo alla fine di un secolo tremendo, il secolo delle ideologie e dei regimi fascisti, nazisti, comunisti. Un secolo che ha visto milioni di morti. L'uomo medio tende a pensare che conti solo godersi la vita, badare alla propria famiglia, del resto non vuole sapere piu' nulla. Il crollo delle dottrine ha lasciato un vuoto desolante". BRUNO FALCETTO _______________________________________ la Repubblica (c) E Melville incontro' Leopardi Il poeta di Recanati, di cui domani ricorre il bicentenario della nascita, e' uno dei protagonisti di un poema dello scrittore americano apparso nel 1876 L'AUTORE DEI "CANTI" NEGLI USA di LUCIO VILLARI Giacomo Leopardi e Herman Melville, due pianeti, due orbite poetiche e letterarie senza possibilita' di incrociarsi. Eppure, l'incontro e' avvenuto nel cielo degli Stati Uniti e Leopardi e' addirittura uno dei sofferenti protagonisti di un problematico poema dello scrittore americano apparso nel 1876.Leopardi - di cui domani ricorre il bicentenario della nascita - e il suo pensiero sono raffigurati nel personaggio di Celio e l'opera di Melville e' intitolata Clarel: A Poem and Pilgrimage in the Holy Land. Il meglio di se' Melville l'aveva dato molti anni prima, ma questo poco noto poema si ricongiunge a un romanzo satirico pubblicato da Melville nel 1849 (Mardi, e un viaggio laggiu'); un viaggio avventuroso nei mari del Sud, un'occasione per smitizzare e irridere l'economia del capitalismo trionfante e per denunciare l'ipocrisia e l'insipienza della religione cristiana.Nel 1849 Leopardi non era ancora approdato negli Stati Uniti, ma molte pagine di Mardi contengono riflessioni e premonizioni che trafiggono il secolo "superbo e sciocco" evocato e irriso nella Palinodia e nella Ginestra. E appena tre anni dopo, nel 1852, appare il primo saggio critico americano, dal titolo Leopardi.La scoperta del nostro poeta (il suo nome e alcuni scritti e poesie erano gia' conosciuti in Inghilterra, Francia e Spagna) in quel continente culturale cosi' poco europeo e' dovuta a un critico e poeta bostoniano Henry T. Tuckerman che era stato in Italia, quando Leopardi era ancora vivo, nel 1833-34.Il saggio su Leopardi fu pubblicato su una rivista, dedicata soprattutto al pubblico femminile, che aveva a quel tempo circa 150 mila abbonati. In quelle pagine e' il Leopardi delle Opere Morali piu' che il poeta ad affascinare Tuckerman ed anche a turbarlo.Lo scetticismo, la razionalita' amara, sono questi, secondo Tuckerman, i segni piu' evidenti dell'"erculea opera di ricerca e di analisi critica" del poeta di Recanati. E Tuckerman cerca anche di spiegare alle sue lettrici il contrasto di fondo tra la "superiore intelligenza" di Leopardi e il mondo che lo circondava. Fu pero' il primo traduttore di Dante in America, Thomas W. Parsons ad avventurarsi nella poesia leopardiana traducendo nel 1858 Bruto Minore.La scelta aveva un senso. Secondo uno studioso italiano, Giuseppe Lombardo, che nel 1987 ha condotto una breve ricerca sulla fortuna di Leopardi in America, Parsons vedeva nel messaggio del Bruto leopardiano "un'appassionata difesa del libero pensiero, dell'animo nobile di fronte ai rischi della soggezione a forze estranee alla sfera razionale dell'uomo". Insomma, fin dal primo contatto dei critici americani con l'opera di Leopardi, era esaltata la visione materialistica, il disincanto appassionato di una poesia lucida, sentimentale e fortemente sorvegliata. Un primo gruppo di Canti sara' tradotto nel 1866 e infine Henry W. Longfellow, con la traduzione di altre poesie leopardiane, tra cui A Silvia, fara' conoscere, tra il 1871 e il 1887 il nostro poeta al pubblico colto degli Stati Uniti.Tra queste date si colloca il poema di Melville. Anche qui sono state le assonanze ideologiche con il pensiero filosofico di Leopardi a suggerire allo scrittore americano di servirsi della storia di quell'anima per farne un simbolo della sofferenza, della solitudine, della ribellione alle convenzioni religiose. In Mardi Melville era stato esplicito: i poeti sono "i veri storici", il loro sguardo dilatato e fantastico permette di raggiungere la realta' e di criticarne le forme e i contenuti piu' diversi: dall'economia, come abbiamo visto, alla vita sociale, alla religione. Che poi nell'America degli ultimi decenni dell'Ottocento scrittori e poeti cominciassero a percepire i limiti di una trasformazione veloce e tecnologica dei ritmi naturali della vita sociale; che alcuni di loro vedessero nella rivoluzione industriale la fine di un rapporto equilibrato con la natura e l'inizio di una "american way" travolgente e insostenibile, questo non poteva che facilitare il loro incontro con Leopardi, con una poesia che era pur sempre una "voce della Natura".Era questo, tutto sommato, lo stato d'animo anti-borghese che, in quegli stessi anni, serpeggiava nel decadentismo, europeo. Anti- borghese e anti-americano anche il decadentismo per quel che di volgare e invadente la ricca America stava rappresentando agli occhi degli europei piu' esclusivi e gelosi di se'. Lo scriveva senza mezzi termini Huysmans in a' rebours: "... era la grande galera dell'America trasportata nel nostro continente, era infine l'immensa, la profonda, l'incommensurabile cafoneria dei finanzieri e dei nuovi ricchi... che eiaculava, ventre a terra, oscene cantiche davanti all'empio tabernacolo delle banche". e' il 1884. Tre anni dopo, nel 1887, appare contemporaneamente negli Stati Uniti e in Inghilterra la prima traduzione completa dei Canti. Da quel momento la poesia leopardiana conquistera' non pochi raffinati poeti e studiosi degli Stati Uniti; un mondo che Leopardi non ebbe il tempo di conoscere. Scomparve mentre il suo contemporaneo, Tocqueville, cominciava a scoprirne spazi, idee, nuove speranze e future incertezze. LILILILILILILILILILILILILILILILILILILILI GIUGNO 29 Il Corriere della Sera (c) Svolte / In arrivo computer palmari per la lettura di testi L'elettrolibro da sfogliare Andrea Lawendel, Forse non prenderanno mai il posto dei libri veri, rimpiazzando con la loro digitale efficienza il sottile piacere tattile del foglio. Ma certo, anche se un po' in sordina, il 1998 potrebbe essere l'anno dell'electronic book. Ben tre piccole societa' americane produttrici di "elettrodomestici" elettronici stanno per uscire con soluzioni tra loro molto simili, mirate al pubblico dei patiti della lettura. Dalla Silicon Valley, SoftBook Press e NuvoMedia progettano, rispettivamente, il SoftBook e il RocketBook, due computer palmari grandi all'incirca come un libro tascabile e muniti di un ampio schermo a cristalli liquidi ad alta risoluzione. Su questa carta artificiale vengono visualizzate, come su un libro, pagine ad alto contenuto testuale. L'impressione e' quella di sfogliare un volume cartaceo, anche perche' i due dispositivi sono fortemente orientati alla consultazione e all'annotazione dei testi. Uno degli aspetti piu' innovativi, infatti, e' la possibilita' di interagire con questi contenuti immettendo, con l'aiuto di uno stilo che scorre sul visore pressosensibile, sottolineature, note a margine e perfino collegamenti verso altre pagine. Altra caratteristica di questi computer librari: i contenuti non risiedono permanentemente in memoria, ma possono essere scaricati via Internet. SoftBook utilizza per questo il suo modem incorporato, da collegare direttamente alla presa telefonica. Il lettore seleziona il comando per la consultazione della libreria virtuale gestita da SoftBook Press, e il libro elettronico stabilisce la connessione ed espone la mercanzia dei suoi cyberscaffali. RocketBook funziona piu' o meno nello stesso modo, ma, non essendo fornito di modem, deve dialogare con un personal computer da tavolo attraverso un apposito connettore. In entrambi i casi, i titoli vengono scelti e prelevati direttamente da Internet. Lo stesso approccio caratterizza anche il lettore portatile della Everybook. La differenza sostanziale e' che Everybook si apre proprio come un libro grazie a una cerniera centrale. Anche il visore, duplice, rende possibile la lettura di due pagine affiancate. Come le soluzioni SoftBook Press e NuvoMedia, Everybook promette di mettere a disposizione i testi attraverso Internet. Secondo i rispettivi inventori, la nuova generazione di libri elettronici offre un numero di vantaggi consistenti, che lascerebbero sperare in un buon futuro per questi prodotti. A parte la leggibilita' degli schermi e la buona qualita' dell'impaginato, un sistema come RocketBook pesa meno di un chilo, e' molto maneggevole e intuitivo e potrebbe superare la cosiddetta prova-letto: diversamente da un notebook, l'elettrolibro puo' essere consultato anche prima di addormentarsi. Restano pero' alcune perplessita'. Un libro convenzionale e' certamente piu' comodo e malgrado tutto comporta meno rischi di falsificazione e copiatura non autorizzata. Che cosa succedera' quando romanzi, classici e testi di saggistica potranno essere scambiati e duplicati a piacere? Non e' un caso se i tre pionieri di questo nascente mercato (NuvoMedia e SoftBook Press scommettono sul lancio autunnale dei loro elettrolibri) hanno gia' fatto sapere di aver predisposto accurati sistemi di protezione anticopia basati sull'uso di cifrature e parole d'ordine. In ogni caso, e' difficile aspettarsi per questo nuovo filone di elettrodomestici informatici una diffusione cosi' capillare. Un lettore dovrebbe costare circa 500 dollari (circa 900.000 lire) e i problemi di copyright potrebbero consigliare una iniziale destinazione verso una fascia di lettori molto professionali, interessati per esempio alla manualistica. C'e' pero' chi pensa che dispositivi come questi potrebbero essere veicoli ideali per la consultazione di edizioni antiche e testi esauriti in libreria. E proprio nel campo del "ri-uso" letterario alcuni grossi nomi dell'informatica hanno gia' suggerito interessanti soluzioni cartacee basate sull'impiego di grosse stampanti decentrate, in grado di sfornare in pochi minuti di lavoro copie di volumi rilegati. Xerox ha gia' sperimentato questi sistemi e proprio in queste settimane una tecnologia analoga viene da Ibm. I padrini degli elettrolibri rispondono con accordi stipulati con editori come Simon & Schuster, Random House, HarperCollins, o con la catena Barnes & Noble. _______________________________________ Il Corriere della Sera (c) CRITICA Recanati oggi celebra il bicentenario della nascita. Le interpretazioni di "Liberazione" e del "Secolo d'Italia" Per Leopardi destra e sinistra si scambiano le parti Mario Andrea Rigoni, Oggi ricorre il bicentenario della nascita di Giacomo Leopardi. Per le celebrazioni ufficiali nell'aula magna del palazzo comunale di Recanati questo pomeriggio il senatore Carlo Bo terra' l'orazione ufficiale e ricevera' il "Premio Giacomo Leopardi: una vita per la poesia e la cultura". Resta un fatto abbastanza curioso, anche se non si puo' dire sorprendente, che le attuali celebrazioni del bicentenario della nascita di Leopardi riflettano, al loro livello, quella universale omologazione delle idee e del linguaggio che caratterizza fenomeni intellettuali e sociali piu' generali e complessi, diciamo pure la civilta' attuale nel suo insieme. Nel Secolo d'Italia, quotidiano tradizionale della destra, Antonella Ambrosioni, per trattare dei molteplici aspetti dell'attualita' di Leopardi, mostra di prediligere in maniera pressoche' esclusiva i modelli esegetici e critici offerti dalla sinistra, dato che cita i nomi di Walter Binni e Sebastiano Timpanaro, ai quali bisogna aggiungere quello di Antonio Gramsci, non nominato dall'autrice ma pur sempre evocato (forse inconsapevolmente?) attraverso la formula del "pessimismo della ragione" e dell'"ottimismo della volonta'". Inversamente e reciprocamente, in Liberazione, giornale comunista, Francesco Muzzioli non teme di sottolineare l'opposizione di Leopardi ai miti progressisti del suo e del nostro tempo, ricordando una canzone, quella Ad Angelo Mai, nella quale sono denunciati proprio la societa' egualitaria, il livellamento della cultura, l'universale assimiliazione: "Ecco tutto e' simi'le" (v.99); "Or di riposo / Paghi viviamo, e scorti / Da mediocrita': sceso e' il sapiente / E salita e' la turba a un sol confine, / Che il mondo agguaglia" (vv.171-175). Certo, l'interpretazione progressista di Leopardi, imposta da un saggio di Cesare Luporini nel 1947 e diffusa in grandissima parte dalla critica italiana per un quarantennio, oggi non puo' piu' avere corso. + stato Luporini stesso, in un'intervista, riconoscendo che l'essenza del pensiero leopardiano non consisteva nel progressismo politico, ma nel nichilismo - egli diceva per la precisione in un "nichilismo attivo", formula nella quale l'aggettivo tempera malamente l'ammissione implicita nel sostantivo. Essendo stato forse l'avversario piu' deciso e piu' esplicito delle tesi di Luporini fin dalla meta' degli anni Settanta, debbo dire che ho tratto soddisfazione non solo dalla sua ritrattazione, ma anche, successivamente, da una sorta d'insperata complicita' della sorte. Nel 1993 e' stata infatti ritrovata a Parigi una lettera sconosciuta di Leopardi a Charlotte Bonaparte, una nipote dell'imperatore. In questa lettera inviata da Firenze alla principessa, che si trovava allora a Londra, in data 17 maggio 1833, Leopardi scrive: "Quant a moi, Vous savez que l'e'tat "progressif" de la societe' ne me regarde pas du tout" ("Quanto a me, Lei sa che la condizione progressiva della societa' non mi riguarda affatto", n.d.r.). Non che occorresse questa ennesima prova dell'insostenibilita' della tesi di Luporini; ma certo il ritrovamento della lettera - completamente autografa, compresa la busta che la conteneva - e' parso, come e' stato detto, "quasi un beffardo intervento postumo dell'autore sulla questione". A questo punto, che uno studioso come Enrico Ghidetti, sempre in Liberazione di ieri, per screditare le interpretazioni nichiliste di Leopardi, le consideri revisionistiche, agitando per di piu' gli spettri dell'irrazionalismo e dello spiritualismo, non e' semplicemente pretestuoso; non ha alcun senso, a meno che non si ammetta, come io credo si debba, che nella collosa babele attuale c'e' posto persino per le nostalgie ideologiche. _______________________________________ la Repubblica (c) DONNA LA PAROLA NEGATA Un'indagine su Caterina da Siena Gaspara Stampa e Sibilla Aleramo Alle radici di uno scandalo letterario che lega le tre figure di DANIELA PASTI Il lavoro che le donne hanno fatto in questi anni sulla scrittura delle donne ha dei tratti in comune con quello degli archeologi. Come loro hanno proceduto sulla base di tracce piu' o meno evidenti, di documenti d'archivio, per ridare voce e corpo a una popolazione cancellata. Ora sappiamo che il silenzio delle donne e' di fatto il silenzio della storia sulle donne. La storia della letteratura non fa eccezione, anche se potrebbe sembrare il contrario. Non sono pochissime infatti le scrittrici che vi sono entrate: ma la considerazione che le ha circondate e' cambiata nel tempo finche', fra la fine dell'ottocento e l'inizio di questo secolo esse scompaiono quasi totalmente dai testi critici. La cancellazione della scrittura delle donne e' un delitto che ha un movente e dei colpevoli: Marina Zancan, docente di letteratura moderna e contemporanea all'Universita' di Roma, affronta l'uno e gli altri in un denso saggio pubblicato da Einaudi e intitolato Il doppio itinerario della scrittura."Studio le opere scritte da donne perche' amo svelare i sogni a cui hanno dato forma, e scoprire le esperienze di cui essi si sostanziano": la premessa dell'autrice e' seducente. Per svolgerla Marina Zancan punta la sua lente critica su tre donne in particolare. Sono Caterina da Siena, Gaspara Stampa, Sibilla Aleramo. Che cosa accomuna una santa, una cortigiana, una donna borghese? Il vero legame che le unisce e' quello che con bella definizione e' stato chiamato il "sogno d'amore".In psicanalisi il sogno d'amore e' la risposta allo strappo doloroso dal grembo materno avvenuto con la nascita, la nostalgia della perfetta felicita' pre-natale, quando si era uno essendo in due, e la ricerca, per tutta la vita, di una ricomposizione armoniosa con l'altro. "Le donne di tutti i tempi hanno scritto d'amore" dice Marina Zancan "ma non in modo astratto o rispondente a modelli convenzionali: dando espressione a questo sentimento hanno anche raccontato di se', hanno raffigurato percorsi di coscienza e di vita."Nelle letterate c'e' un rapporto fortissimo con la scrittura", continua l'autrice, "il fatto e' che la pagina e' il luogo dove possono esprimere la loro soggettivita': un buon esempio di quello che dico e' Dalla parte di lei di Alba De Cespedes, che fin dal titolo denuncia l'intenzione di raccontare gli avvenimenti dal punto di vista della donna".Ma e' proprio questa soggettivita' che disturba e viene vista come dissonante rispetto ai codici letterari. Caterina, Gaspara e Sibilla esemplificano bene questo percorso delle donne verso la scrittura. L'imperiosa Caterina, in bilico fra santita' e eresia, quasi non osando infrangere il divieto che la Chiesa ha messo alla scrittura delle donne spirituali preferisce dettare le sue numerose lettere ai contemporanei; Gaspara Stampa nella liberale Venezia verra' pubblicata solo dopo la fine della sua scandalosa vita; Sibilla Aleramo trova con fatica un editore e pubblica Una donna affrontando uno scandalo enorme.Nell'escursus storico di Marina Zancan la donna che scrive e' in perenne contrasto con i modelli che le si vogliono imporre. Modelli letterari (dal petrarchismo al neorealismo) e modelli di vita che l'editoria diffonde anche a costo di veri e propri falsi. Alla fine dell'Ottocento le Rime di Gaspara Stampa vengono ripubblicate accostandole a quelle di Vittoria Colonna e di Veronica Gambaro, a formare una triade di donne "onestamente colte, dedite alla poesia per il delicato gusto dell'armonia e della grazia onde si privilegia la donna". Poco importa che Gaspara Stampa, donna sola e colta, fosse stata gia' nel Seicento descritta in modo assai piu' appropriato: "Costei... s'applico' in un istesso tempo agli amori et alla poesia, poiche', datasi a conversare liberamente con gli uomini dotti, indusse tanto scandalo di se', che se la molta virtu' sua e la onorevolezza della poesia in particolare non avesse ricoperti e quasi cancellati i mancamenti suoi, sarebbe da stimarsi degna di biasimo". Sono quelli gli anni della costruzione dello Stato Unitario e l'uomo che disegna il profilo letterario della nazione e' De Sanctis. "Nella Storia della letteratura italiana, scritta tra il 1870 e il 1871" dice Marina Zancan "lo spazio dedicato alle donne e' limitato a pochi nomi. In un testo destinato a trasmettere alle giovani generazioni la profondita' storica dell'identita' nazionale attraverso la storia della letteratura, l'assenza della soggettivita' femminile conferma, sul piano ideologico, la separazione fra la sfera pubblica e quella privata, e avalla un canone della letteratura italiana che si fonda sulla tradizione di un pensiero tutto maschile". Mentre le donne entrano in massa nel mondo del lavoro e sono impiegate, maestre, operaie, la letteratura continua ad imporre il modello ottocentesco della Lucia manzoniana cui anche Benedetto Croce aderisce fino al punto di tacciare Ada Negri di impudicizia. Il giudizio di don Benedetto sulle donne che sarebbero incapaci di raggiungere la compiutezza della forma letteraria perche' restano troppo aderenti alla vita continua ancora oggi a far sentire il suo peso. "In fondo scrittrici come Natalia Ginzburg o Gianna Manzini non hanno ancora trovato una adeguata sistemazione critica" afferma Zancan. Non per questo le donne impudiche hanno smesso di scrivere: il tempo forse dara' loro ragione. Dopo la lunga eclissi, dice Marina, ora sono numerosi i suoi colleghi universitari che frugano gli archivi del femminismo alla disperata caccia di una "riscoperta" fruttuosa. _______________________________________ la Repubblica (c) Tutte retrocesse anche le scrittrici del Risorgimento Parla Francesca Sanvitale: "Cosi' si spiega il silenzio" Il silenzio della memoria non ha colpito solo le donne che inseguono sulla pagina il "sogno d'amore". Esiste, nella letteratura del Risorgimento, un buco nero che ha inghiottito un bel po' di nomi e un bel po' di pagine. Eppure c'erano anche loro: Giustina Renier, Eleonora De Fonseca Pimentel, Diodata Saluzzo, Giuseppina Guacci Nobile, Enrichetta Caracciolo, Cristina di Belgioioso, Luigia Codemo, Caterina Percoto. Il sentimento patriottico fluiva anche dalle loro penne, volevano un'Italia unita e libera dallo straniero, ma non solo: nate per lo piu' ricche e da nobili famiglie denunciavano le condizioni disumane della vita contadina, lo sfruttamento delle donne, l'ingiustizia sociale. Intellettuali che si schierarono di slancio dalla parte del Risorgimento con i loro scritti, ma anche, in alcuni casi, con le loro vite avventurose.Ma "espunte con il nuovo secolo e, dopo Croce, retrocesse al buio dell'inesistenza. Non c'e' storia della letteratura, non ci sono studi che mettano la produzione femminile in relazione ai processi generali. Di molte abbiamo biografie o saggi critici, quasi sempre per mano di altre donne, ma nulla che inserisca le loro presenze nel contesto letterario, sociale, politico": la denuncia e' di Francesca Sanvitale che alle scrittrici dell'Ottocento ha dedicato un bel saggio introduttivo alla voluminosa antologia, da lei stessa curata e pubblicata dal Poligrafico dello Stato. Spiega Sanvitale: "Queste scrittrici accettano in pieno il Risorgimento nella sua linea piu' moderata, che e' poi la linea dell'Italia post-unitaria. Forse anche per non rimanere troppo isolate in quanto donne, laiche e repubblicane. Essere monarchiche significava essere comunque inserite in un ordine. Quello che pero' e' evidente in questi scritti e' che le autrici non si lasciano imbrigliare da pastoie ideologiche, quasi tutte partono da un bisogno di testimonianza, dal racconto della realta' con i suoi orrori, dai quali non puo' che derivare la speranza in un cambiamento. La Percoto, che era anche cattolica, nel raccontare la poverta' del suo Friuli da' un quadro della realta' contadina cosi' terribile che neanche Verga arrivera' a tali estremi."Come spiega il silenzio che le ha cancellate nel nostro secolo? "Forse una risposta ce la da' Carlo Cattaneo nel suo penoso saggio sul romanzo delle donne contemporanee in Italia, nel quale cita autrici di una mediocrita' sconcertante, ma con il fine dichiarato di additare "ai giovani italiani nelle opere letterarie delle nostre autrici contemporanee una scuola di virtu', di gentilezza, di amore". Cattaneo aggiunge anche: "Rispettiamo il romanzo storico, lo accettiamo con plauso, specialmente quando lo scrive D'Azeglio, Grossi e Guerrazzi, ma ci e' del tutto indifferente che le nostre letterate se ne occupino". Cattaneo pone i limiti entro i quali e' accettabile che le donne scrivano, la cultura cattolico-fascista del nostro secolo accentua ancora queste chiusure".D. P. LILILILILILILILILILILILILILILILILILILILI GIUGNO 30 Il Corriere della Sera (c) PROGETTI Escono le lettere inedite e i programmi per un periodico letterario ideato con Gianni Celati. E naufragato, nel '72, prima di nascere CALVINO La rivista inesistente Pubblicare un elogio dei fotoromanzi? "Sono solo paradossi snob da evitare" "Aspiro a qualcosa di diverso da un foglio fatto per quattro gatti" "Ali' Baba'": cronistoria di un fallimento figlio del '68 di PAOLO DI STEFANO Chi l'avrebbe mai detto? Chi l'avrebbe mai detto che Italo Calvino, dopo la bruciante esperienza del "Menabo'" con Vittorini, avesse avuto voglia di ricominciare da zero, rilanciando un articolato progetto per una nuova rivista? A riferirci tutti i particolari di un lungo travaglio finito in nulla e' ora un'altra rivista, "Riga", con un numero monografico, il 14, dedicato appunto ad "Ali' Baba'", con lettere inedite e bei saggi. Ma andiamo con calma. Intanto, tutto nasce a Urbino nell'estate del '68, quando Calvino incontra Gianni Celati, allora giovane scrittore e studioso, che da li' a qualche anno avrebbe pubblicato alcuni tra i migliori romanzi prodotti dalla sua generazione: Comiche (1971) e Le avventure di Guizzardi. E' lo stesso Celati a ricordare quell'incontro: "Per tre giorni abbiamo parlato quasi ininterrottamente e lui era ancora eccitato da quello che aveva visto durante le giornate di maggio a Parigi. Ne parlava con straordinario entusiasmo; diceva che era andato in giro per le strade con un senso di liberazione [...]; e mi raccontava che [...] adesso si sentiva di "voltare pagina"". Il desiderio calviniano di "voltare pagina" si materializza in una proposta: creare una nuova rivista. Il suo "alter ego" pubblico non deve essersi esaurito del tutto con le esperienze degli anni precedenti braccio a braccio con l'amico Elio, dai "Gettoni" al "Menabo'". E ora si ritrova di fronte la persona adatta a raccogliere le sue sollecitazioni. Al gruppo, oltre a Celati, si aggiungono il francesista Guido Neri, mirabile traduttore e consulente einaudiano; e lo storico Carlo Ginzburg che gia' ha pubblicato il suo primo libro, i Benandanti. Come spiegano bene Mario Barenghi e Marco Belpoliti nei due saggi introduttivi di "Riga", le ragioni del fallimento sono molteplici: e vanno in gran parte ricercate nelle diverse prospettive culturali dei due principali fautori dell'impresa. I quali, dopo essersi avvicinati, si accorgono di avere gusti e intenti radicalmente opposti, nonostante la reciproca stima. Certo e', comunque, che dall'epistolario pubblicato su "Riga" emerge un'immagine di Calvino molto diversa rispetto a quella vulgata. A cominciare dalla distanza, o presunta tale, rispetto all'attualita' storica. Insomma, detto in soldoni, Calvino non considera per nulla chiusa la sua partita "politica". Anzi, sono proprio gli avvenimenti del '68 a ridargli nuovo slancio in direzione dell'attualita' e, se vogliamo, dell'impegno. Il progetto di "Ali' Baba'" rappresenta una fase intermedia tra il "vittorinismo" da una parte e dall'altra l'ammissione all'Oulipo parigino di Queneau (1972) e in seguito la collaborazione al "Corriere della Sera" (1974-79) e alla "Repubblica" (1979-85). Ma torniamo agli incontri con Celati e alle ragioni del dissenso. Nell'autunno '68, a Bologna, la discussione decisiva: la rivista si dovrebbe fare con il comune proposito di chiedere alla letteratura "qualcosa di piu'". Alla fine di dicembre, Calvino propone ai suoi piu' giovani collaboratori di dedicare il primo numero alla lettura: "Mi pare che l'argomento non potrebbe essere piu' mordente nella problematica attuale e serva molto bene a definire la nostra posizione (...)". Nel gennaio seguente, il progetto viene illustrato per esteso in un primo "protocollo" redatto da Celati. Calvino risponde a Celati, il 16 gennaio, per puntualizzare. Quanto alla questione letteratura-politica: "molte formulazioni sono troppo generiche per un tema sul quale avremo tutti i fucili puntati [...]. Sembra che stai criticando l'idea di rivoluzione. Forse sara' il caso di ridiscutere un po' questa parte [...]". E sui rapporti tra cultura italiana e culture straniere: "Questo e' il solo punto che scarterei decisamente. Non solo perche' mal formulato [...] ma perche' mal pensato. Cos'e' questa contrapposizione tra cultura italiana e "estero", oggi che ognuno studia quel che gli pare, appartiene alla cultura che sceglie ecc.?". Il fatto e' che Calvino e Celati si trovano d'accordo su molti autori di riferimento: da Northrop Frye (la cui Anatomia della critica era appena uscita da Einaudi), a Michail Bachtin critico di Dostoevskij, allo stesso Le'vi-Strauss analista delle societa' primitive. Per non parlare di Saussurre e dello strutturalismo. Si trovano d'accordo anche sul "desiderio di restituire alla letteratura un ruolo importante, in un'epoca in cui la polemica politica e ideologica sembrava soverchiare o svuotare di senso il ruolo sociale dell'immaginazione letteraria". E ancora sull'esigenza di "rifondare la letteratura puntando sulla sua capacita' di confrontarsi con tutto cio' che esula dalla letteratura stessa" (Barenghi). Ma gia' si delineano alcune divergenze. Nel '70 Calvino redige un secondo "protocollo" che ha gia' l'aspetto di un menabo'. Viene meno l'idea primitiva del titolo: "Apocripha". Si fa avanti un'altra ipotesi, piu' verosimile, "Ali' Baba'", il cui "gusto orientaleggiante e fantastico", come osserva Barenghi, "all'autore delle Citta' invisibili (nonche' di altre "turcherie", come Marco Polo o Zaide) non poteva dispiacere". Terza e ultima proposta, del febbraio '72: "Insiemi mobili". Stroncata da Calvino senza mezzi termini in una lettera a Celati del 12 marzo: "mi pare orribile". Considerando anche gli accidenti dovuti alle situazioni biografiche dei principali collaboratori (Calvino a Parigi, Neri a Roma, Ginzburg a Bologna, Celati tra gli Stati Uniti, la Francia, l'Inghilterra e l'Italia), il progetto non poteva avere buon fine. Le lettere dell'ottobre-novembre 1970 rivelano pero' le vere questioni di fondo. E non basta il ricorso a Oreste Del Buono per mettere a frutto nel migliore dei modi il desiderio comune di dare spazio all'illustrazione un po' sul modello della "pubblicazione-spettacolo" avanzato da "Linus". Il 2 novembre 1970, Calvino esprimera' le sue perplessita' su alcuni punti esposti da Celati. 1) Pubblicare un elogio del fotoromanzo a cura di Le Cle'zio? "Sono contro - scrive Calvino -. Io sono per i comics, sono per i feuilletons (per quelli buoni) ma per le stesse ragioni sono contro i fotoromanzi che sono delle vaccate immonde, statici, tecnicamente tutto il contrario di quel che intendo per romanzesco. Se l'elogio del fotoromanzo e' un paradosso si tratta di quel genere di paradossi snob e stronzi nel quale non dobbiamo mai cadere...". 2) Ospitare fatti di cronaca? Solo se di attualita', risponde Calvino. Quelli vecchi non hanno nulla di accattivante. 3) Ospitare barzellette? Risposta: "rifuggo all'idea della barzelletta presentata come tanti bei gioiellini di cui rivendicare i valori misconosciuti". 4) Proverbi? "Come per le barzellette, non amo i proverbi (ancor meno)". Segue una serie di lettere di Celati. Ma Calvino e' sempre piu' laconico. Solo nel marzo del '72 ritornera' sull'argomento: ma la rivista, per lui, cosi' come era stata pensata in origine, non e' piu' "necessaria". E in una intervista di quello stesso anno, dichiarera' a Camon a proposito del progetto elaborato con Celati: "si finisce sempre per tendere a una rivista di studi, di teorica [...]. Si finirebbe sempre per fare una cosa che la leggono quattro gatti, meglio fare libri, allora. Io pero' sogno anche una rivista tutta diversa, diversa come pubblico innanzitutto: una rivista di romanzi a puntate come quelle che facevano Dickens, Balzac". Insomma Calvino era gia' proeittato verso progetti piu' vicini al lettore e verso nuove strategie per un rapporto piu' diretto con il pubblico. Gia' si intravedevano all'orizzonte le sue notti d'inverno. ä * Riga: il numero 14 della rivista, interamente dedicato ad "Ali' Baba'", a cura di Mario Barenghi e Marco Belpoliti, e' in libreria in questi giorni (Editore Marcos y Marcos, pagine 321, lire 26.000). _______________________________________ Il Corriere della Sera (c) CELEBRAZIONI Ieri a Recanati nel bicentenario della nascita la prolusione del grande critico cattolico Bo: "La disperata fede in Dio che Leopardi non confesso' mai" Antonio Debenedetti, DAL NOSTRO INVIATO RECANATI La citta' in abito da festa ha commemorato con orgoglio e pudore il bicentenario della nascita del poeta dell'"Infinito". Fra le cerimonie previste, la piu' importante e' stata quella delle 17.30 nell'Aula magna del Palazzo comunale, quasi all'ombra di quella Torre del Borgo evocata nelle "Rimembranze". A tutt'oggi, ha affermato Carlo Bo incaricato della relazione ufficiale, "la critica non ha saputo cogliere in modo giusto l'eredita' leopardiana. Studiosi troppo attratti dal "divertissement" non hanno compreso che Leopardi aveva saputo fondere poesia e filosofia, la ricerca di Dio e la realta'". Piu' avanti, poi, il grande critico cattolico ha precisato: "Invece di esercitare la nostra acribia sui suoi testi e sui documenti di archivio, ci dovrebbe bastare la purezza cristallina della poesia leopardiana, il suo denudamento e la sua disperata e mai detta fede in Dio". Cento anni orsono fu Giosue' Carducci, nella stessa aula comunale, a celebrare Leopardi, auspicando che l'anniversario del poeta non si trasformasse in una vuota occasione retorica. Raccogliendo quel lontano invito, Bo ha tenuto un discorso forte, appassionato, senza concessioni alle frasi di circostanza. "A differenza dell'ammirato Pascal, Leopardi cercava un Dio piu' ignoto e esigente. Non credendo piu' nel soccorso della ragione e nell'apporto della scienza, e' passato a una riduzione radicale delle attese, delle aspirazioni e delle ricchezze interiori dell'uomo e si e' deciso a vivere da solo "in un perenne ragionar sepolto" sulla nostra miseria e sulla nostra ingannevole e fallace natura" non ha mancato di sottolineare Bo, a cui e' stato consegnato il premio Leopardi, giunto cosi' alla seconda edizione (vincitore della prima, Mario Luzi). Nella motivazione si sottolinea come Bo abbia insegnato "ai giovani del Novecento le vie di un dialogo culturale europeo aperto alla lettura di ogni voce poetica del mondo". La bella ma caldissima giornata di Recanati, alla quale ha voluto essere presente il vicepresidente del Consiglio Walter Veltroni (che ha parlato con molta partecipazione delle sue letture leopardiane), e' iniziata ufficialmente a Palazzo Leopardi dove e' stata inaugurata la mostra "Giacomo, viaggio nella memoria". Si tratta di una raccolta di documenti cartacei, di oggetti e di libri di viaggi (c'e' anche un Gulliver letto dal poeta) intesa a evidenziare la teoria leopardiana della memoria. Piu' tardi autorita' e studiosi hanno raggiunto un'aula a poca distanza dal convento di Santo Stefano dove verra' ospitata la "Biblioteca del Centro mondiale della poesia e della cultura". Obiettivo della neonata istituzione, che per ora conta poche centinaia di volumi (fra cui alcune preziose edizioni antiquarie di Omero, Saffo, Anacreonte, Orazio), quello di mettere insieme una vasta raccolta di testi poetici antichi e moderni nelle piu' diverse lingue europee e non. Il presidente della giunta nazionale leopardiana, Franco Foschi, attorno a cui ruotano le varie iniziative del bicentenario, si affretta a informare che la giornata odierna e' stata solo una tappa delle celebrazioni. A settembre Recanati ospitera' infatti un grande convegno sullo "Zibaldone", cui hanno gia' assicurato la loro partecipazione un centinaio di studiosi. Poi, in dicembre, nuovo grande appuntamento a Parigi. La Sorbona accogliera' un congresso aperto a poeti, scrittori, filosofi e storici della letteratura di tutto il mondo. Si confronteranno, nel corso di tre giornate che si annunciano memorabili, sul pensiero e gli studi leopardiani.
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