Terze pagine (16)

[3-7-1998]

SOMMARIO

1: Malerba: Il Brancaleone

2: Vergani: "Signor prevosto, Manzoni ha l'amante"

3: Laurea a Roma a Dario Fo

4: Laurea a Dario Fo: si spacca la facolta'

5: Raboni: Caproni, la poesia come pensiero

6: Leopardi festeggiato con un nuovo museo

7: Raffaeli: La bottega di Roversi

8: Nota bio bliografica di Roversi

9: Teatro in piazza: Enzo re di Roversi

10: Calabrese: convegno di semiotica a Siena

11: Alvi: Onofri, il poeta che imito' Adamo

LILILILILILILILILILILILILILILILILILILILI

GIUGNO 20

la Repubblica (c)

Brancaleone

Storia di un asino furbo

Riscoperte / Quattro secoli dopo esce un testo che appartiene alla famiglia della antica novellistica italiana

di LUIGI MALERBA

Una sorpresa felice, uno scavo di archeologia letteraria che riscopre un tesoro rimasto occultato nelle biblioteche per quasi quattro secoli, nemmeno nominato nelle storie o enciclopedie letterarie (ho consultato perfino la Treccani e la settecentesca Storia del Tiraboschi), un testo degno di stare a fianco dei nostri migliori novellieri antichi e che ritrova la luce finalmente in una accuratissima edizione della Salerno Editrice di Roma. Titolo: Il Brancaleone, autore un Giovan Pietro Giussani nascosto sotto lo pseudonimo, o meglio il crittonimo di Latrobio che compare in testa alle edizioni secentesche, pubblicato ora a cura di Renzo Bragantini autore di una dottissima introduzione, quasi una indagine poliziesca alla ricerca dell'autore anagrafico. Non a caso ho parlato di indagine poliziesca perche' l'autore, che ha voluto nascondersi sotto il nome di Latrobio, altri non era che un eminente prelato (autore tra l'altro di una monumentale biografia di San Carlo Borromeo), il quale aveva le sue buone ragioni per nascondersi e dissociarsi dalle allegre sconcezze del Brancaleone. Un buon centinaio di pagine introduttive di Bragantini sulle quali svolazza lo spiritaccio filologico di Gianfranco Contini e che consiglio di leggere senz'altro, ma solo dopo aver letto il delizioso racconto del Latrobio e saltato a pie' pari il pedantissimo Proemio.Gia' il titolo del primo capitolo "Come la Sardegna produce asini bellissimi, astuti e forti", ci introduce nel modo piu' diretto nello spirito del testo. Il quale subito prende il volo sulla vicenda romanzesca di un asinello che sta per essere condotto al mercato e viene istruito dalla madre sui comportamenti da tenere con i padroni, sulle norme di prudenza che dovra' osservare (non fidarti mai dei pessimi cugini muli ma rispetta i nobili cavalli) e perfino sulle diete opportune per conservarsi in buona salute. Fino a quando il poverello, che non ne puo' piu', si lamenta: "Cara la mia madre, io vi ringrazio del buon animo che tenete verso di me, ma sappiate come io non possa star piu' attento, perche' il sonno mi vince; m' avete poi detto tante cose, che la meta' era troppo, e gia' mi sono scordato della maggior parte". Un asinello avventuroso, il Brancaleone, che non ascolta i consigli materni di prudenza e va piu' di una volta a ficcarsi nei guai. Se ne scampa ogni volta per un pelo, salvo a cadere, proprio alla fine, nella trappola micidiale che aveva teso al leone, che pure aveva mostrato spirito amico nei suoi confronti.L'andamento narrativo del Brancaleone e' ondivago e digressivo, un contenitore sorprendente di novelle, aneddoti, parabole e detti proverbiali che tengono accesa l'attenzione con continui scarti rispetto alla norma, peripezie e avventure, pause di moralita' e sconcerie allegrissime. Una prima digressione si ha quando il mercante affida l'asino a un ortolano che lo conduce nel podere del compratore e lo lascia a riposare dietro una siepe dove ha l'opportunita' di ascoltare i racconti bertoldeschi dei lavoranti e dello stesso ortolano nello stile della piu' svirgolata narrativa burlesca. Beffe scimunite come la torre che i paesani pretendono di far crescere piu' alta di quella del paese rivale concimandone e innaffiandone la base. O l'arrivo di quel perfido saltimbanco che inganna gli ingenui paesani mostrando alcune monete che in un vaso d'acqua appaiono piu' grandi del vero e li induce a gettare tutti i loro denari nei pozzi perche' crescano di volume, o convince altri contadini a seminare aghi perche' crescano e diventino grandi pali di ferro. Beffe e burle truffaldine, argomento di tanti rinomati novellieri italiani, qui trovano nuove esilaranti variazioni. La meccanica di questi racconti non e' soltanto funzionale alle storie e storiette incastonate nel percorso narrativo dell'asino protagonista, ma ne esaltano la franca vivacita' del linguaggio, l'essenzialita' e la precisione dei dialoghi anche quando affiora qua e la' qualche intento moralistico sulle disoneste scempiaggini dei politicanti. Non si dispiacera' per questo il lettore di oggi.Altra digressione, con qualche riferimento esopico che non guasta, trova il nostro asinello alle prese con ranocchi, porci muli caproni arieti mosche galline corvi leoni e una troppo astuta volpe che fa una brutta fine sotto gli zoccoli ferrati del nostro Brancaleone. Fino al congresso degli asini e l'ambasceria asinina presso il padre Giove che, con belle maniere, si beffa delle loro richieste.E infine un capitolo sul cattivo governo del re Leone, mal consigliato da un machiavellico volpone, anche questo destinato a finir male proprio per i suoi malvagi intrighi cortigiani. Qui la satira politica e' del tutto scoperta, e alla fine ci induce a leggere tutta questa straordinaria vicenda asinina come una sgomenta allegoria della stupidita' umana e del malgoverno. Del resto, quando gli umani fanno la loro comparsa nelle frequenti digressioni di storiette e aneddoti, non fanno certo bella figura nei confronti dei fratelli asini. Come sempre nell'area della antica novellistica italiana ogni frammento di tempo e' occupato ossessivamente da attivita' burlesche che spesso soddisfano non soltanto la fondamentale pulsione ludica, ma l'umano (e asinino) "horror vacui". Un malessere profondo traspare da queste svirgolatissime avventure e, sotto specie comica, ci ripropone la coscienza di un disordine umano e sociale che attraversa tutta la nostra Storia e in particolare il burrascoso Cinquecento.Non per nulla questa letteratura popolaresca che pare crescere sulle apparenze e sull'effimero, e' stata fonte inesauribile di ispirazione del grande teatro, da Shakespeare agli Elisabettiani, e si ripropone a ogni nuova lettura come la vena piu' generosa e geniale della nostra storia letteraria. Non e' qui il caso di ricercare gli ascendenti e i discendenti di queste novelle, ma bastera' ricordare, parenti in scempiaggini, il Bertoldo e i Detti memorabili di Nasreddin Hodya (e' uscita da qualche anno una bella edizione di Luni Editrice) o i folli della tradizione folclorica yddish, ripresa nei racconti di Isaac B. Singer, che hanno ancora oggi vasta circolazione popolare.Ripeto: che c'e' da stupire soltanto che un testo di tanta vigorosa allegria e inesauribile inventiva abbia trovato solo oggi un editore, ma e' facile prevedere che d'ora in avanti il misterioso Latrobio, alias Giovan Pietro Giussani, rientrera' con tutti gli onori, per merito di questo ripristinato Brancaleone, nella nobilissima famiglia della antica novellistica italiana.

LILILILILILILILILILILILILILILILILILILILI

GIUGNO 23

Il Corriere della Sera (c)

RIVELAZIONI

Incontri d'amore e un figlio illegittimo. Dagli archivi di San Fedele a Milano un biglietto pone nuovi interrogativi sulla vita dello scrittore

"Signor prevosto, Manzoni ha l'amante"

Guido Vergani,

Pio, cattolicissimo, poeta degli "Inni Sacri", de "La Pentecoste", saggista de "La morale cattolica", Alessandro Manzoni rischia di dare scandalo a 125 anni dalla morte. Una lettera anonima ritrovata, giorni fa, nell'archivio di San Fedele, la sua parrocchia milanese, la chiesa delle sue devozioni, fra le pratiche del secondo matrimonio con Teresa Borri vedova Stampa, lo denigra ma circostanziando il nome, la professione, il quartiere d'abitazione di una sua supposta amante e mettendo nero su bianco il "si dice" su una sua altrettanto supposta paternita'.

Il 13 dicembre 1836, una ventina di giorni prima che Manzoni salisse per la seconda volta all'altare, un misterioso L.G. scrive al "preposto di S.Fedele G. Ratti": "Non posso sotacere nell'imminenza delle nozze di A. Manzoni con donna T. Borri come egli abia mantenuto negli anni passati incontri amorosi nella casa di Margarita Reschigni, ricamatrice in S. Lorenzo et si dice essere suo filiolo quel Enrico Barbieri nato l'inizio 1836. La conservi".

La "denuncia", un tirare il sasso e nascondere la mano, stava nel fondo "recapiti dei matrimoni", in un angolo dell'archivio anagrafe di San Fedele che non era mai stato esaminato e ordinato. A scoprirla, a disseppellirla sono stati Giuseppe Moreno Vazzoler, esperto di archivistica e paleografia spesso per la Curia milanese, e Alessandro Porri, un medico dentista appassionato di storia ambrosiana che coltiva come presidente del Centro culturale "Le Colonne".

La "stoccata" anonima era conservata fra i documenti del matrimonio Manzoni-Borri insieme alla dispensa del vescovo che, per accelerare le nozze, esonerava i due dalla seconda e dalla terza pubblicazione nelle rispettive parrocchie come, allora, era obbligo. L'insieme di queste carte e' inedito. Le vestali manzoniane sono state informate del loro ritrovamento ma, solo attraverso questa nostra anticipazione, prenderanno conoscenza di quel vigliacchissimo "non posso sotacere", di quello scritto che insinua una paternita' non riconosciuta.

Le lettere anonime dovrebbero essere stracciate con rabbioso sdegno. Questo vorrebbe la moralita' civica. Solo i questurini, a volte, le tengono in considerazione. Solo i magistrati possono, prendendole con le pinze, farne oggetto di indagini. Solo la gelosia ne viene alimentata e ossessionata. Allora perche' Giulio Ratti, parroco di San Fedele, ritenne di dovere conservare, come consigliava il "corvo", quel pettegolezzo da portineria fra le carte ufficiali del matrimonio? Il fatto, a cui forse i "vivisezionatori" della vita, delle pagine, dell'epistolario di Don Lisander sapranno dare una spiegazione, e' ancora piu' strano e singolare se si ricorda che Ratti non era soltanto il parroco di Manzoni, ma l'amico per il quale, il 27 aprile del 1832, scrisse "Strofe per una prima Comunione".

Gli studiosi hanno materia per scavare. Il "pugnalatore" fa riferimento a "anni passati". Enrichetta Blondel, la prima moglie, era morta il giorno di Natale del 1833. In due anni di vedovanza, Manzoni, che notoriamente non aveva occhi solo per il crocefisso e che, secondo Costanza Arconati, si risposo' non per amore ma perche' "non seppe fare senza di una compagna", potrebbe essersi concesso qualche divagazione. Lo fece con la ricamatrice Margherita Reschigni che Vazzoler ha scoperto abitava proprio alle Colonne di San Lorenzo, in via Vetraschi scomparsa nelle demolizioni di risanamento di piazza Vetra, ed era sposata con Giovan Battista Barbieri? E lo fece con tale foga da rimanerne padre, come "spiffera" L.G.? Forse, il mistero non trovera' soluzione e la pugnalata alle spalle non andra' a segno retrospettivamente come, seppure non sdegnosamente "cestinata", non ando' a segno nel lontano 1836.

"Dalla pugnalata non sprizzera' neppure retrospettivamente il sangue dello scandalo", dice Giancarlo Vigorelli, presidente del Centro Studi Manzoniani. "Almeno io la penso cosi'. Ben vengano tutte le notizie che "normalizzano" Manzoni dopo le false beatificazioni che lo hanno trasformato in un santino. Inquieto e disperato, lui faticava tanto per vivere come gli altri, come tutti gli uomini. Io non mi scandalizzo. Anzi. Se il documento racconta la verita' e non e' solo una calunniosa maldicenza, i fatti risalirebbero agli anni della vedovanza di Manzoni, dopo la morte di Enrichetta, "unicamente amata". + quasi ovvio che si sia preso qualche consolazione. La pista c'e'. Bisognera' batterla a fondo, verificarla. + una scoperta di non poco conto. Certo e' sorprendente che il prevosto Ratti, amico di Manzoni, non abbia distrutto la lettera. Ma e' una scortesia positiva per gli studiosi. I documenti e' sempre meglio salvarli, anche se anonimi".

_______________________________________

Il Corriere della Sera (c)

Roma laurea Dario Fo

Ma i docenti sono divisi

Una laurea ad honorem per Dario Fo: lo ha deciso a maggioranza la facolta' di Lettere della Sapienza di Roma, dopo un dibattito punteggiato da interventi polemici. Alla fine il si' e' arrivato con 116 voti favorevoli, 19 contrari e 22 astenuti. I proponenti erano i membri del Dipartimento di italianistica e spettacolo della facolta', contestati da una minoranza di oppositori. Questi ultimi hanno lamentato, alla luce delle disposizioni di legge, la "non esistenza di una giustificazione scientifica e culturale". Nella votazione, avvenuta per appello nominale, a favore si sono schierati tra gli altri Tullio De Mauro, Giulio Ferroni, Ferruccio Marotti e Walter Pedulla'. Fra i contrari Piero Corradini, il latinista Michele Coccia, gli orientalisti Gherardo e Raniero Gnoli.

L'insolita spaccatura del mondo accademico e le polemiche che hanno accompagnato il voto non sono destinate, comunque, ad acquietarsi tanto presto. Lo scrittore di destra Armando Plebe ha denunciato pubblicamente sul Tempo quella che chiama "laurea dello scandalo", arrivando a paragonare il riconoscimento a Fo a quello famoso del cavallo di Caligola. Su tutta la vicenda grava poi un dubbio: il commediografo accettera' il nuovo riconoscimento accademico, che dovra' essergli conferito con tanto di toga e diploma in latino? E soprattutto, in caso affermativo, si asterra' da provocazioni polemiche? L'interrogativo se lo pongono, con una certa preoccupazione, i latinisti della "Sapienza" incaricati di stendere il solenne diploma nella lingua di Cicerone, con le debite citazioni del "Mistero buffo" e del "Diavolo con le zinne".

_______________________________________

la Repubblica (c)

Laurea a Dario Fo

Si spacca la facolta'

Polemiche e dissensi per la scelta della "Sapienza"

Roma

Dario Fo, il Nobel giullare, ha diviso il consiglio della facolta' di Lettere dell'universita' "La Sapienza" che ha deciso ieri di conferirgli la laurea honoris causa in lettere tra battibecchi e polemiche. Non ci sono stati solo professori "pro" e "contro" ma anche quanti "pilatescamente" si sono astenuti. "Quisquilie e pinzillacchere", prova a scherzare a fine seduta qualcuno mimando Toto' e provocatoriamente rilanciando: "Magari potessimo proporre una laurea ad honorem per Toto'!". Su quell'"offesa" all'accademia, si e' acceso il dibattito della Sapienza, rinfocolato gia' qualche giorno fa, dal filosofo Armando Plebe.E ieri tra i 157 presenti nel consiglio della facolta' romana la spaccatura e' stata netta: da un lato il fronte del dipartimento di Italianistica diretto da Amedeo Quondam, l'intervento di Walter Pedulla', la proposta esposta da Ferruccio Marotti, e dall'altra parte i no del latinista Michele Coccia, esponente della consulta di An, dell'orientalista Piero Corradini ma anche le astensioni di 22 docenti tra cui lo storico Guido Pescosolido. E l'anglista Pietro Boitani, anch'esso astenuto, precisa che avrebbe votato si' "ma solo prima del Nobel". In numeri: 116 si', 19 no e appunto i 22 astenuti. Ma oltre all'insolita prassi di conferire una laurea honoris causa facendo la conta per evitare di incorrere nell'annullamento della proposta, poiche' occorre la maggioranza dei due terzi secondo il regolamento, e' stato chiesto l'appello nominale. Quindi, ieri a verbale chi c'e' e chi non c'e'. Assente Alberto Asor Rosa, e pure Amedeo Quondam fuori perche' chiamato a un concorso; si' del linguista Tullio De Mauro come dello storico Francesco Pitocco... "Francamente, tutti i pareri sono legittimi ma questa mi pare una procedura del tutto atipica e direi, singolare", commenta a sera Quondam. Che segnala come la proposta-Fo sia antecedente alla scelta di Stoccolma. Un'effervescenza di botta e risposta, ieri. Coccia, ponendo l'accento sul risvolto politico: "Avrei potuto essere favorevole a Fo, ricordando che in gioventu' ha preso parte alla repubblica sociale...". E lui, Dario Fo? Qualche giorno fa, interpellato sulla tempesta romana, simile in formato mignon a quella che soffio' all'indomani dell' assegnazione del Nobel, ironizzava. "Non vorei intristire questi Soloni. Vorra' dire che se devo proprio prendere la laurea verro' a prenderla di nascosto".G. C.

LILILILILILILILILILILILILILILILILILILILI

GIUGNO 24

Il Corriere della Sera (c)

ELZEVIRO Nei Meridiani l'opera completa

Caproni, la poesia

come pensiero

di GIOVANNI RABONI,

Prosegue a ritmo serrato la canonizzazione - verrebbe quasi voglia di chiamarla, dal nome della collana mondadoriana che da qualche anno se n'e' fatta sede e strumento, la meridianizzazione - dei maggiori poeti italiani del secondo '900. Dopo le Poesie di Sereni e le Opere di Bertolucci, uscite rispettivamente nel '95 e nel '97, e in attesa dei volumi dedicati a Mario Luzi, Andrea Zanzotto e Giovanni Giudici, annunciati a non lunga scadenza, ecco l'Opera in versi di Giorgio Caproni, attentissimamente curata da Luca Zuliani con la collaborazione di Adele Dei, che si e' occupata della cronologia e della bibliografia e con la supervisione di Pier Vincenzo Mengaldo, al quale si deve l'importante saggio introduttivo.

L'occasione e' la migliore possibile per verificare l'immagine della poesia di Caproni quale si e' venuta formando in un lungo arco di tempo (quasi 60 anni) attraverso un'evoluzione non priva - cosi', almeno, e' potuto sembrare via via - di inattese e persino brusche radicalizzazioni. In molti siamo stati sorpresi oltre che rapiti, alla fine degli anni '50, dalla stupenda pienezza vocale e sentimentale del Seme del piangere, e abbiamo poi visto nella dura concisione e nell'ironia nichilista del Muro della terra, uscito a meta' degli anni '70, una novita' addirittura sconvolgente.

Ora, rifacendo d'un unico fiato l'intero percorso, le svolte appaiono di gran lunga meno improvvise e, stando alle due raccolte appena ricordate, salta per esempio all'occhio quanto della prima sia gia' presente, non solo nel Passaggio d'Enea, ma addirittura nella quasi remota Cronistoria ('43), e come l'amara paradossalita' che caratterizza la seconda lampeggi in piu' d'un testo del Congedo del viaggiatore cerimonioso, un libro di 10 anni prima che era stato recepito, a suo tempo, come un bellissimo prolungamento del Seme.

Ma piu' ancora di questa trama di anticipazioni, e dunque di riprese, cio' che una rilettura complessiva e filata mette limpidamente e, almeno per me, abbastanza inaspettatamente in luce e' la struttura originariamente binaria dell'ispirazione stilistica di Caproni, il suo articolarsi fin dall'inizio su un modo di durezza e uno di fluidita', su una tonalita' "maggiore" e una "minore" (in senso, sia ben chiaro, strettamente musicale) cui corrispondono in genere, rispettivamente, i contenuti piu' aspri e risentiti, sino all'estremo dell'invettiva, e quelli piu' intimamente malinconici, nostalgici, dolenti, con un punto evidente di massima intensita' e di massimo irraggiamento nell'invenzione della figura della madre-fidanzata nei totalmente indimenticabili Versi livornesi.

Altrettanto peculiare anche se, a prima vista, un po' piu' complesso e' il sistema delle relative opzioni metriche. Al registro "minore" fa riscontro in misura quasi esclusiva (e, anche qui, praticamente dall'inizio) il tipo della canzonetta, riferibile nella tradizione ai grandi modelli di Chiabrera e di Metastasio (ma non mancano suggestive riprese '900esche, per esempio nel primo Betocchi) e costruito su versi medio-brevi svarianti dal settenario al novenario - ma sempre tenuti, se cosi' si puo' dire, "a piombo" dal settenario - con effetti di prodigiosa liquidita' e leggerezza; mentre il registro "maggiore" - cui appartengono via via singoli testi o intere sezioni o addirittura intere raccolte come Gli anni tedeschi, la parte centrale di Stanze della funicolare e poi Il franco cacciatore e Il conte di Kevenh¸ller, per finire con le impressionanti macerie o reliquie di Res amissa - produce o suscita nel tempo soluzioni diverse e apparentemente disparate, dal sonetto di endecasillabi compatto fino all'asfissia e irto di accenti ferocemente univoci a una sorta di inno violentemente laicizzato e drammaticamente, anzi ossessivamente fratturato e al reimpiego del verso medio-breve della canzonetta, ma dentro misure strofiche brevi o brevissime e in funzione strettamente epigrammatico-aforistica.

Mi sia consentita, per concludere, una personale considerazione di merito che e' in parte una ritrattazione. Anche a me, a suo tempo, era parso di vedere nell'ultimo Caproni, quello del sarcasmo metafisico o, come e' stato detto, dell'ontologia negativa, il Caproni piu' originale e piu' alto. Ora, rileggendo, la mia ammirazione e' invece tornata a riversarsi (e vedo con piacere che Mengaldo e' della medesima idea) soprattutto sul Caproni di mezzo, quello che dal Passaggio d'Enea si protende e definitivamente si adempie nel Seme del piangere.

Dopo c'e', si capisce, molta maestria, ma anche parecchia ripetitivita' e qualcosa come un eccesso di consapevolezza, in particolare di compiacenza nei confronti degli esegeti in ascolto o in agguato; la filosofia ha sempre piu' bisogno della poesia ed e' difficile, per un vecchio poeta, sottrarsi all'ebbrezza di vedersi accreditare anche come maestro di pensiero. Senonche' il vero pensiero della poesia continua ad essere altrove: nel sentimento, nella musica.

_______________________________________

Il Corriere della Sera (c)

Leopardi festeggiato

con un nuovo museo

Si inaugura venerdi', in occasione dei festeggiamenti per il bicentenario leopardiano, il nuovo museo civico di Recanati a villa Colloredo Mels completamente restaurata. Al piano terreno c'e' la sezione dedicata al Novecento. Al primo piano si articolano le sezioni di archeologia, quella rinascimentale con opere del Lotto, un'altra dedicata al Sei e Settecento.

_______________________________________

il manifesto (c)

La bottega di Roversi

L'ambiguo miracolo del poeta che scioglie l'indifferenza

MASSIMO RAFFAELI - BOLOGNA

Via de' poeti, a pochi metri dalle due Torri, e' una breve laterale di via Castiglione, nel cuore del centro storico: sembra che li'si trovasse la piu' antica mescita di vino della citta' e che la frequentassero, ricevendo i bicchieri da una grata, Dante e Cavalcanti di passaggio a Bologna. Una strada predestinata se ancora oggi vi gestisce la libreria Antiquaria "Palmaverde", uno dei maggiori poeti italiani del dopoguerra, Roberto Roversi.

Al pianoterra di un antico palazzo con cortile interno, la libreria e' il perimetro chiuso e paradossalmente il panottico di uno degli autori piu' invisibili e nello stesso tempo piu' aperti ai flussi della comunicazione esterna, piu' intrigati e coinvolti dalla funzione pedagogica e persino maieutica della poesia. Il rigore di Roberto Roversi, la sua stessa fisionomia di giacobino severo, non sono altro che la facies della sua leggendaria disponibilita'. Cosi' lo descrisse l'amico Pier Paolo Pasolini in un epigramma: "(...) come un monaco di clausura/ diventato pazzo, che cerca una clausura/ nella clausura/ per rifare di nuovo il cammino gia' fatto,/ senza notizie biografiche/ cicala nel sole della tomba,/ a trasformare livore in malinconia(...)".

In libreria sono nate le sue riviste Officina, e Rendiconti, qui ha scritto e ciclostilato in proprio Le descrizioni in atto (simbolo di tutta una generazione) e qui hanno inviato testi o sono capitati di persona centinaia di giovani scrittori, militanti, semplici compagni di via cui Roversi (con la passione e la parola essenziale che gli e' propria) non ha mai lesinato un riferimento, un confronto, un aiuto fattivo.

Anche in occasione della messa in scena della sua opera in versi Enzo Re (Tempo viene chi sale e chi discende) ha accettato di rispondere ad alcune domande sui temi che da sempre lo toccano.

Perche', dopo tanti anni dalla sua stesura, una rappresentazione dell'"Enzo Re"?

Arnaldo Picchi ha fatto quasi una edizione critica di quest'opera in versi, a conclusione di due o tre corsi universitari, qui al Dams, e ha preso a cuore il progetto di rappresentarla in piazza Santo Stefano con il coinvolgimento diretto dei suoi studenti,che vi si sono dedicati con molto fervore. E' uno spettacolo curato con grande attenzione e presenta una tecnologia raffinatissima: per esempio la citta' di Vittoria, costruita da Federico II di fronte a Parma, e fu effettivamente bruciata,quando brucia qui nello spettacolo tutte le chiese del centro di Bologna sembrano prendere fuoco, con un grande effetto scenografico. Si', tengo molto a questo spettacolo, di cuore...

Lo spettacolo e' fatto da giovani e si rivolge ai giovani: la sua stessa libreria e' sempre stata una bottega di apprendistato poetico: e' ancora cosi'?

La mia e' una piccola bottega, si', molti vengono, molti ne incontro, molti mandano testi. C'e' pero' un dato caratterizzante rispetto al passato: mentre prima potevo dare un riscontro attento leggendo, partecipando, adesso, per la quantita' di scritture che e' diventata un maremoto, il mio riscontro e' piu' limitato. Avendo sempre sostenuto che tutti hanno il diritto di scrivere e di comunicare non vorrei apparire uno che promette molto e mantiene poco. Ma c'e' un dato di fatto: non posso leggere tutti e corrispondere con tutti. Peraltro la nostra distribuzione della cultura, alla base, e' ancora cosi' desueta, ottocentesca, vile, indifferente, insomma vecchia come il cucco, che questa turbinosa quantita' di scrittura non riesce a trovare collocazione. E' come una grande massa di uccelli che non trovi neppure un ramo su cui posarsi. E' un peccato perche' potrebbero esserci uccelli d'oro che non vengono riconosciuti, mentre avrebbero comunque il diritto di posarsi su un ramo, e magari pigolare. C'e' una indifferenza strutturale in quanto la poesia viene ancora considerata un antico beneficio riservato a pochi, dunque quelli che infastidiscono i "grandi" sono come topetti da scalciare via con una mossa del piede.

Ma qual e' il luogo della poesia, oggi, dentro la comunicazione globale?

Sono i canali affidati alle nuove tecnologie ma che hanno ancora bisogno di una nuova codificazione. Non vorrei dare definizioni precipitose, dico solo che bisognerebbe aspettare che questo grande movimento non si acquieti ma trovi linee minime e piu' sicure. Per quanto riguarda la comunicazione tradizionale, quella a stampa, le alternative sono assai poche: o le collane istituzionali dei grandi editori (tre o quattro) oppure, come nei tempi antichi, la buona poesia continua a stamparsi a spese degli autori. Ma, una volta pubblicato, questo materiale reso tangibile si inserisce in una piazza troppo zeppa dove ci si contrasta l'uno con l'altro e spesse volte e' difficile arrivare alla persona giusta, alla lettura giusta. Io stesso ricevo in media tra plaquettes e dattiloscritti fra i venti e trenta plichi al giorno, si immagini quelli in maggiore evidenza e responsabilita'. Quando con Pasolini, Leonetti, Luciano Serra pubblicammo i nostri libretti, durante la guerra, per esempio Pasolini mando' il suo a Gianfranco Contini: Contini quel giorno avra' ricevuto quel libretto e un altro al massimo, quindi ebbe tutto il tempo di leggere e l'attenzione del leggere; oggi un Pasolini sconosciuto che mandasse a Contini il suo libretto avrebbe possibilita' infinitamente minori di essere letto. Insomma bisogna prendere atto che anche pubblicare in proprio si scontra oggi con la problematicita' della distribuzione, dove le difficolta' sono centuplicate. Nessuna struttura e' in grado di garantire attenzione, ne' la scuola ne' le amministrazioni in genere: i giovani sono come parpaglioni costretti a battere contro i muri, e spesso cadono a terra esausti, sfiniti, delusi.

Quando si ripete, piu' o meno fondatamente, che sono piu' quelli che scrivono di quelli che leggono, lei cosa risponde?

Che e' vero. E lo penso senza fastidio, e' un dato di fatto, nessuno legge la poesia contemporanea, i giovani che scrivono non si leggono fra di loro perche' non glielo hanno insegnato, anzi gli hanno insegnato che debbono detestarsi, ne' dall'esempio dei maggiori (che si odiano e non fanno che litigare) hanno da prendere granche'. Per quel poco che mi pertiene, cerco di suggerire "leggetevi gli uni con gli altri", non per compiacersi e applaudirsi vicendevolmente, ma perche' leggendo ci si puo' anche riempire di contrasto e di fastidio e anche questo, nella sostanza, e' un atto di poesia, sana rabbia dell'intelletto e dei sentimenti. Che puo' essere vitale, nella consonanza o meno.

Questa curiosita' stenta a farsi strada: mi succede a volte che, sul bancone della mia libreria, mi portino plaquettes da distribuire gratuitamente, magari otto o dieci, e in qualche caso e' richiesto un piccolo contributo, che so, di mille lire: ecco, alcuni vengono, guardano, prendono le plaquettes, si zavorrano di quelle che non costano nulla, ma quando arrivano a quel che costa cinquecento o mille lire la lasciano li' e passano via. Succede a giovani e anche a individui non piu' tanto giovani: non ne do' alcun giudizio moralistico pero' questa e' la frana cui siamo davanti, una normale indifferenza e', aggiungo, una volgarita' eccezionale.

Ancora una volta succede cosi' perche' la poesia viene considerata una operazione riservata ai pochi, come se fossimo ancora in Grecia al tempo di Pericle, dove tutti sono "grandissimi" poeti, quelli che emergono dalle acque, in un frastornamento generale in cui non si riesce piu' a gestire nulla, senza che si possa ordinare o riordinare un rapporto corretto nei riguardi della poesia, che in se' non e' destinata a produrre capolavori ma semmai a produrre una comunicazione scritta.

Si dice che anche i giovani che scrivono siano estranei alla partecipazione politica...

In genere rimangono all'interno di se stessi, introiettati, dentro alle proprie emozioni e ai propri sentimenti, si potrebbe anche dire, in un certo senso, dentro a una poesia tradizionale. Lo suggerisce anche la situazione esterna che tende a cancellare il famigerato vecchio "impegno" che poi non era altro che lo sguardo aperto sulla realta'. Ma non e' che i giovani sono distaccati dalla politica, lo sono dalla politica tradizionale,legata ad un politicismo trasandato: piuttosto stanno in attesa di una nuova politica, di una nuova realta' che li renda partecipi e non piu' li respinga. Dov'e' oggi chi possa proporgli un atteggiamento esemplare, non nel senso delle cose esibite ma delle cose fatte? Hanno il loro mito, l'antico e straordinario Che, che pero' e' li' come un Cristo crocifisso della politica, senza piu' discepoli. I nuovi maestri saranno forse quelli che si confronteranno immediatamente col futuro, perche' io credo che non siamo nel 2.000 ma siamo gia' nel 3.000, gia' dentro, e da tempo, a una terza guerra mondiale senza che ce ne accorgiamo, visto che gestiamo tutto lo stravolgimento attuale, questa sorta di terrificante e innovativa glaciazione, con strumenti invecchiati.

Siamo nevrotizzati da tutto, smaniamo, pero' per dei dettagli, mentre le nuove tecnologie ci travolgono e ci mortificano: esse avanzano piu' rapidamente del nostro allungare la mano. Siamo in una situazione di estrema ambiguita' e debolezza. Come reagire e starci dentro senza esserne terrorizzati? Acquisendo la consapevolezza un po' chiara che siamo molto "avanti" e anzi gia'abitiamo l'infinito, e che la nostra storia non e' solo fatta dal Petrarca e dal Leopardi, in definitiva.

Intorno al '68 mi capitava gia' di scrivere, in continuazione, con una specie di nevrosi, che bisognava stare attenti, molto attenti, ai nostri modi e metodi, alla nostra conflittualita'ottocentesca, da Comune di Parigi, quando invece gia' avevamo di fronte assolute novita' linguistiche e comunicative, gestite dall'alto, che alcuni appunto pretendevamo di dominare con le pistole. Lo scontro non e' sulla piazza ma nei linguaggi e nei luoghi della comunicazione: chi non intenda essere istituzionalizzato, inglobato dal sistema, non ha alternative.

Il vecchio sacrosanto ciclostile, che tengo con me come il monumento di Garibaldi, e' li' a testimoniare un'epoca tramontatama che ha garantito per un momento la possibilita' o l'illusione di poter comunicare "contro": anche perche' c'erano cellule politiche dislocate in tutto il paese, tu facevi in due ore mille manifestini e il giorno dopo te ne ritrovavi trenta a Palermo, venti a Milano, c'era una distribuzione vitale, militante, come un reticolo di vene in un corpo. Dunque oggi bisogna riorganizzare tutto, dentro a un sistema tutto nuovo, senza lasciarsi raffreddare o rassegnare.

Ma nella poesia che legge cos'e' che le manca?

Niente. Ogni manoscritto e' sempre un'avventura, ti puo' morsicare una vespa, puoi vedere il luccichio del sole fra le foglie distese. Ho sempre avuto rispetto per cio' che leggo, e rispettare un testo non vuol dire rispettare una pagina ma il complesso delle pagine, dal principio alla fine. L'esperienza mi ha insegnato che andando avanti con scrupolo ci si puo' imbattere in cose straordinarie, anche fosse solo un verso in cinquanta pagine, comunque qualcosa che giustifica il resto in maniera sorprendente. Cos'altro sarebbe, se no, la comunicazione poetica se non questa specie di ambiguo miracolo?

_______________________________________

il manifesto (c)

BIOBIBLIOGRAFIA

L'ITALIA SOTTO UNA PALMAVERDE

Roberto Roversi e' nato nel 1923 a Bologna dove si e' laureato in filosofia. Dopo la guerra e la lotta partigiana ha avviato la Libreria Antiquaria "Palmaverde" che gestisce tuttora con sua moglie Elena. Con Francesco Leonetti e Pasolini ha fondato la rivista "Officina" (1955-59) e poi da solo "Rendiconti" (1961) oggi edita dalla Pendragon. Ha scritto romanzi ("Caccia all'uomo", Mondadori, '59; "Registrazione di eventi", Rizzoli'64); "I diecimila cavalli", Editori Riuniti, '76) opere teatrali ("Unterdenlinden", Rizzoli, '65; "La macchina da guerra piu' formidabile", Cut, '71) e numerosi testi di canzoni, fra gli altri per Lucio Dalla e gli Stadio. La sua produzione poetica comprende: "Poesie" (Landi, '42), "Poesie per l'amatore di stampe" (Sciascia, '54); "Dopo Campoformio" (Feltrinelli, '62); "Le descrizioni in atto" (ciclostilate in proprio, 1970) e un grande poema, parzialmente edito ma non ancora concluso, dal titolo "L'Italia sepolta sotto la neve".

_______________________________________

il manifesto (c)

TEATRO IN PIAZZA

TORNA ENZO RE, IL CAVALIERE DIMENTICATO

- G. MAN. - BOLOGNA

La piazza e' bellissima. Una delle piu' belle piazze d'Italia. Dietro la sagoma delle impalcature metalliche che reggono una provvisoria scenografia appare la sfilata irregolare dei palazzi quattrocenteschi, di lato la facciata medioevale che apre l'ingresso alle sette chiese. E' la Bologna piu' antica, questa di piazza Santo Stefano. Severa, poco appariscente, ancora non sporcata dalle insegne pubblicitarie. "Case case case mura mura mura torri torri torri" dice l'arcivescovo della citta', il primo a uscire dalla folla dei personaggi di Enzo re.

Doveva essere la centrale piazza Maggiore il palcoscenico di Enzo re. La' dove, d'angolo a un'altra piazza, sorge il palazzo che ancora porta il nome italianizzato del giovane Heinz, il figlio naturale dell'imperatore Federico, catturato alla battaglia di Fossalta e rinchiuso qui per piu' di vent'anni, fino alla morte.

Un giovane re biondo e gentile, poeta e cavaliere, vuole la leggenda. Ma proprio la leggenda dice quanto il personaggio sia costitutivo della memoria storica della citta', quanto abbia contribuito a saldare la sua identita' comunale, a partire dalla meta' del Duecento, il secolo che ne aveva fatto una delle prime citta' d'Europa.

Non alla leggenda ma alle antiche cronache del tempo si era rifatto Roberto Roversi quando aveva cominciato a scrivere questo suo testo per una rappresentazione in piazza, or e' quasi un quarto di secolo. E il tempo passato prima che la rappresentazione si sia fatta davvero rivela ben piu' che la semplice difficolta' di comunicare la sua poesia civile. Certo Enzo re e' uno di quei testi che facilmente passano per irrapresentabili. Fluviale. Privo di un centro. Gonfio di personaggi e di storie che si intrecciano. E Roberto Roversi passa poi per uno di quegli intellettuali scontrosi e fuori dalle famiglie che la citta' e' ben contenta di lasciar da parte. Insomma il progetto originario fu accantonato senza tante spiegazioni, secondo quella consuetudine di arroganza che da queste parti e' sovente la regola, pero' rivestita di rituali democratici.

Il testo fu pubblicato in rivista e un po' dimenticato (e' stato ripubblicato, di recente, in edizione critica dai Quaderni del Battello Ebbro).

Oggi ritorna, Enzo re, complice Bologna 2000, cioe' il ruolo di capitale europea della cultura per quell'anno, e per impulso dell'universita'. A dar voci e corpi ai tanti personaggi sono infatti una sessantina di allievi del Dams che per piu' di un anno hanno lavorato alla messinscena sotto la guida di Arnaldo Picchi. E questa inusuale massa di interpreti spinge lo spettacolo verso una dimensione corale, sottolineata dall'uso eclettico delle musiche di accompagnamento, con una piccola orchestra posta da un lato dell'architettonica scenografia. E c'e' forse anche una suggestione operistica nei costumi vagamente ottocenteschi del gruppo che avanza all'inizio fra quei ponteggi tubolari che disegnano una serie di ambienti sommariamente arredati.

Peccato non aver avuto piu' fiducia nella capacita' di questi ragazzi di reggere da soli la prova, giacche' la presenza di un cast parallelo di "attori professionisti" muta inevitabilmente il senso e la lettura del lavoro. Se infatti Paolo Bonacelli impone il suo inconfondibile segno vocale - seduto a un leggio nei panni di un corpulento fra' Salimbene de Adam, cronista della vicenda -, la presenza di Ugo Pagliai nel ruolo dell'imperatore Federico e l'apparizione fantasmatica di Lucilla Morlacchi nel finale riconsegnano la rappresentazione a un destino di teatro borghese che a Bologna e' di casa, ma per il quale certo non era nata.

Anche perche', se c'era bisogno di una "guest star", Enzo re l'ha trovata in Lucio Dalla gia' complice in passato di Roberto Roversi in memoriali prove discografiche. Il cantante ha messo in musica le sei canzoni inserite nel testo e le canta qui, seduto a un tavolo in mezzo agli attori, alternandosi con Riccardo Majorana. Vanno ascoltate piu' volte, come le parole di Roberto Roversi che e' bello seguire con il libro in mano.

Queste canzoni sono da oggi una parte del testo, da conservare anche in future rappresentazioni. Perche' una proposta ci sentiamo di fare. La rappresentazione di Enzo re potrebbe diventare un appuntamento fisso dell'estate bolognese, ogni anno affidata a una mano diversa, come avviene con Jederman a Salisburgo. Se solo Bologna avesse voglia di essere un po' come Salisburgo.

LILILILILILILILILILILILILILILILILILILILI

GIUGNO 25

Il Corriere della Sera (c)

DIVISIONI Da ieri a Siena un congresso internazionale con 250 studiosi di una disciplina ormai spaccata in due filoni: "cognitivo" e "testuale"

NELLA SEMIOTICA VINCE IL BIPOLARISMO. MA UMBERTO ECO E' IL "GRANDE CENTRO"

Omar Calabrese,

Si e' aperto ieri a Siena, nei locali dell'antico ospedale di Santa Maria della Scala, il quinto congresso dell'Associazione internazionale di semiotica visiva. Il meeting raccoglie ben 250 studiosi di semiotica applicata all'immagine provenienti da tutto il mondo e durera' fino a domenica 28. Sono numerose anche le "guest star": ieri ha parlato Paolo Fabbri sul tema dell'intensita' nell'enunciazione per immagini, poi tocchera' al russo Boris A. Uspenskij, allo svizzero Jacques Geninasca, ai francesi Jacques Fontanille e Jean Marie Floch, alla canadese Fernande de Saint-Martin, al franco-siriano Manar Hammad, alla brasiliana Ana Claudia Oliveira, mentre si terminera' in gloria con Umberto Eco sabato. La riunione senese ha un tema: "Semiotica visiva e sensibilita'". In parole povere, cio' significa che ci si chiede come la significazione si rapporti alla sensorialita' umana. Una volta, infatti, linguisti e semiologi risolvevano la questione separando l'aspetto fisico e materiale (il significante) dall'aspetto concettuale del segno (il significato). Quasi a dire che gli apparati sensoriali ricevono delle sensazioni strutturate che sono poi portatrici di senso, come se quest'ultimo fosse soltanto il loro livello cognitivo. Ma le cose non sembrano piu' cosi' semplici. La sensorialita' puo' determinare il contenuto, dando luogo a interpretazioni anche non cognitive, come l'esperienza estetica e quella emotiva. Ecco perche' si parla di "sensibilita'", perche' questa parola contiene sia il riferimento ai sensi che quello ai sentimenti. Si tratta di una delle "rivoluzioni" della semiotica negli ultimi dieci anni. Infatti, mentre proseguiva la tradizione filosofica che considerava questa disciplina come una teoria della conoscenza, si e' avuto il risveglio di un'altra semiotica, di origine linguistica, che resta ancorata ai messaggi e ai testi. Si puo' anzi ormai parlare di due semiotiche, una cognitiva e una testuale. Che il risveglio di quest'ultima sia in corso, del resto, lo si vede da molti sintomi. Oltre all'associazione dei semiotici visivi, negli ultimi anni ne e' sorta un'altra, quella dei semiologi dello spazio. E sembra che nel prossimo autunno anche in Italia avremo una societa' italiana di semiotica testuale. La separazione e' dunque in atto. Da una parte staranno i semiotici che si considerano filosofi del linguaggio, e che dialogano con gli psicologi cognitivi e con i cultori dell'intelligenza artificiale. Dall'altra si collocheranno i semiotici che lavorano sui testi - stanchi ormai di essere definiti degli "applicativi" - e che cercheranno di interagire coi letterati, i musicisti, gli storici dell'arte, i linguisti, gli antropologi. Nel mezzo, amato e benvoluto da entrambe le parti, sta ancora Umberto Eco, che considera la disciplina ancora unica, e spiega le differenze con la metafora dell'ovvia specializzazione all'interno di un grande dipartimento che chiamiamo semiotica. Sara' interessante sentirlo sabato: le domande difficili, con tutta evidenza, non mancheranno.

LILILILILILILILILILILILILILILILILILILILI

GIUGNO 26

la Repubblica (c)

Onofri, il poeta che imito' Adamo

di GEMINELLO ALVI

Arturo Onofri, Per vivere, soltanto, marcos y marcos, Milano, 1985. Antologia minuscola e pero' aggraziata e devota delle poesie scritte da chi nacque in una Roma ancora deliziosa il 15 settembre del 1885, da Vincenzo e dalla polacca Beatrice Shereider. Un'infanzia lunga e incantata; il quieto impiego alla Croce Rossa; Villa Borghese e i turbamenti d'un giovane d'inizio secolo: una foto lo ritrae in paglietta, elegante e dubitoso. Amante di molte e pero' solitario, facile ai rossori e alle estasi e alle furie, gia' aveva quel dono di uno scrivere ammirato dalle parole e geniale. Prima della guerra scrisse per passione letteraria, con Baldini, Vigolo e Cardarelli e poi con la Voce. Mai una volta gregario. In un saggio su Pascoli anticipo' il meglio che poi la critica d'un secolo ne avrebbe scritto. E anche scrisse un bel saggio sul Tristano: entusiasta abbraccio' l'idea che l'amore sia colorato esperimento musicale. Divenne poi un appassionato sperimentatore dell'ascesi, e delle cosmogonie di Rudolf Steiner. E la sua vita divenne ancora piu' schiva. Si confino' in un esistere quasi monacale, come fosse diventato un altro. Mori' misticamente il giorno di Natale del '28, l'anno in cui presso Ribet a Torino era uscito Vincere il drago. Di lui scrissero subito i migliori: Bontempelli, Papini, Comisso, De Pisis, Flora, Solmi, Cecchi. Alcuni perplessi, per come la svolta ascetica ne aveva rovinato la poesia; altri ammirati; non pochi riconoscendo in lui un bell'esito inevitabile, come Campana. Nel decennio tra meta' anni Settanta e meta' anni Ottanta vi fu gran rinascita d'interesse per lui con ristampe e studi accurati. Ma alla fine riprevalse l'immeritata trascuratezza, come inutilmente lamentava nella prefazione all'antologia del 1985 Roberto Mussapi. La brevissima raccolta aveva comunque il pregio di mostrare l'evolvere di Onofri dalla prosa solare alla strana gioia cosmica degli anni Venti. In Nuovo rinascimento come arte dello io, Onofri nel 1925, definiva artista colui a cui riusciva d'animare il proprio pensiero, e tradurlo in versi non perche' il lettore li goda, ma in modo che si dia a lui pure la possibilita' di rianimarli.Era insomma per una poesia ne' didascalica, neppure religiosa. Con impeto tentava di ridare in parole quanto il suo pensiero viveva nei mondi meno densi, che gli rinascevano davanti. Vedeva quello, che altri non vedono, seppure intelligenti, e lo scriveva in sue sonorita' inattese, con un potere d'immagine infantile, primigenio. E talora, percio', gli accadde di vedere la vita e il mondo, e il gran tutto, come dovette forse vederli Adamo. Ma per un secolo iperdarwinista era troppo presuntuoso. Eppure Onofri fu il gran contemplatore d'un prato magico, che "sogna l'ultime farfalle", mentre "Umida luce ombreggia di viola / la terra in dormiveglia, che si ruga / gia' del risveglio che nell'aria vola".