Terze pagine (15)

[2-7-1998]

SOMMARIO

1: Cordelli: C. Bene e Leopardi

2: Fedigrotti: Vivian Lamarque, diario di un anno in forma di poesia

3: Collura: Quasimodo, il sognatore sommerso

4: Mariotti: biblioteche e internet

5: Appuntamenti leopardiani

6: Tabucchi su Leopardi

7: Ferroni su Leopardi

8: Colombo: Il destino del multimediale

9: Ferroni: Nuovi studi sul Quattrocento

10: Gramigna: Casanova

11: E' morto il filologo Alberto Chiari

LILILILILILILILILILILILILILILILILILILILI

GIUGNO 10

Il Corriere della Sera (c)

TEATRO L'attore-regista rilegge, a modo suo, i Canti del poeta di Recanati

Bene tra Leopardi e Pinocchio

Nell'"Infinito" quasi una memoria della Fata Turchina

Franco Cordelli

VOCE DEI CANTI ,di Carmelo Bene, Al pianoforte Sonia Bergamasco,Roma, Teatro Olimpico

Se lo si prende come ente posto a rappresentare la sfericita' e dunque l'immutabilita' dell'essere, Carmelo Bene resta il testimonial migliore della specie umana da un dio destinata a riprodursi sulla scena. Qualunque tavola sotto i piedi, qualunque luce in viso, e qualunque testo abbia in mente o davanti agli occhi, Carmelo Bene e' la', a suo modo perfetto, sia pure di quella inconsulta perfezione propria di un birillo da bowling: la ormai leggendaria camicia bianca a sbuffo, byroniana, ne esalta l'ingordigia di vita (stomaco, fegato, cuore) e, nello stesso tempo, ne nasconde il timore eventuale, il tremore, l'impazienza: si', questo delirio del pubblico, questo osanna, questi applausi dell'Olimpico sono la mia eterna benedezione e giovinezza, ma io sono stufo, ho gia' voglia di andare via.

Se dagli antichi si passa a Plotino, se l'essere lo si considera nelle sue emanazioni, nel suo discendimento, nelle contaminazioni con la cosiddetta realta', il discorso dell'Olimpico (mi riferisco sempre al teatro romano) e' di diversa natura. Lo spettacolo si intitola Voce dai Canti, e il contaminato ente detto Carmelo ci garantisce che esso concerne il vero Leopardi, quello appunto dei Canti (non lo scrittore amato dai nostri contemporanei, che disputano sulla sua spoglia filosofica); il Leopardi di Carmelo e' il poeta che scrivendo i Canti si e' garantito l'immortalita'. La parola e' proprio questa, immortalita', ultimativa, come sempre in Carmelo: che di quella dote divina sara' l'autentico medium.

Insorge tuttavia un problema: la realta' e' plurale, Leopardi non e' Campana e, oserei dire, non e' Carducci o, perche' no, Collodi. La "voce imperiale" di Carmelo in concerto, da se' rapita, e' come se dimorasse lassu', nell'olimpico elisio (elisio, ho detto, non teatro). Va su e giu', implacabile, come uno stantuffo. Si gonfia e precipitosamente scende a valle, come un torrente argentino; o scroscia, come una cascatella. Poi, miracolosamente, risale. + una forza della natura e, nello stesso tempo, ha qualcosa di meccanico, di presto prevedibile. E se questo e' il ritmo, la tonalita' non esce dai seguenti gradini (del plotiniano non-essere): ora e' tremolante, ora tronituante; ora insinuante, ora ammiccante. Si tratta, insomma, dell'eterna voce sua sfarzosa, che a volte puo' essere pomposa, specie se la si confronta alla musica rotta e dolente di Leopardi, al silenzio di quella montagna sterminatrice e formidabile, che non si puo' toccare.

Carmelo la affronta come se non fosse la sua, la voce di Leopardi (non e' Leopardi che importa, non per noi), ma quella, poniamo, di Collodi, per ripetere un nome gia' proposto. Come fosse la voce non di Pinocchio, ma del Pinocchio delle sue origini (di Carmelo), il Pinocchio dell'eterno sberleffo (ad ogni liricita' possibile, ad ogni malinteso romanticismo). Nelle Ricordanze troveremo, dunque, una memoria di Mangiafuoco, nella Ginestra un'ombra (sonora) di Geppetto, nelle mummie di Federico un'eco del Gatto e una lacrima della Fata Turchina nel giovane contemplatore dell'In-finito, quel supremo e fine dicitore.

LILILILILILILILILILILILILILILILILILILILI

GIUGNO 11

Il Corriere della Sera (c)

Vivian Lamarque, diario di un anno in forma di poesia

Isabella Bossi Fedrigotti

Come dice la stessa autrice nell'introduzione al libro, una raccolta di articoli gia' apparsi provoca, in generale, nel lettore lo stesso entusiasmo che mostra un gatto davanti a una scatoletta di cibo dell'altro ieri. Invece, misterioso miracolo della poesia, questo non succede con "Gentilmente" di Vivian Lamarque, che raccoglie lettere da lei indirizzate per quasi un anno, a persone e cose, dalle pagine del settimanale "Sette" del "Corriere".

I brevi messaggi che, assai spesso, vanno a finire in versi, come se l'autrice non potesse resistere a lungo a scrivere in prosa e dovesse per forza ritornare al suo amore di sempre - appunto la poesia - si rivolgono a conosciuti e sconosciuti, umili e potenti, ma anche a fiori, a case, a paesaggi o animali. Sono proteste e lodi, interrogazioni, invocazioni e ringraziamenti, dieci-dodici righe al massimo ogni volta: pero', versi o non versi, e' sicuramente e sempre poesia.

Non incantano soltanto il passo leggero della scrittrice, la sua capacita' di giocare - senza sembrare - con le parole, ma anche l'ironia, l'arguzia, l'innocenza e l'estrema, attenta precisione di ciascuno di questi brevi scritti, tutti beneducati, tutti gentilissimi, ma pieni fino all'orlo di fuoco. Fuoco che s'indirizza certo contro sbadataggini, cretinate, follie e ingiustizie del mondo, ma anche, semplicemente, contro tutto quello che va storto alla stessa autrice, contromano e contropelo alle convinzioni e ai pensieri suoi.

Ma, in realta', piu' che le singole indignazioni e i solitari rallegramenti che si susseguono nelle pagine (contro le commesse maleducate e snob, per le ragazzine che puliscono le spiagge) conta la voce d'insieme del libro, il canto filosofico e morale, mediato dal linguaggio perfettamente terso di Vivian Lamarque. Voce d'insieme che e' il suo messaggio di sempre, che ritroviamo in tutta la sua opera, nei libri per bambini come nelle poesie per adulti, e che si ostina a rivendicare per noi il diritto all'umanita', sia pure inquinata, assediata e semisommersa.

VIVIAN LAMARQUE

Gentilmente

Editore Rizzoli

Pagine 151, lire 20.000

LILILILILILILILILILILILILILILILILILILILI

GIUGNO 13

Il Corriere della Sera (c)

PERSONAGGI

Trent'anni fa moriva uno dei poeti piu' dimenticati e controversi del nostro secolo. E ancora oggi sul suo nome la critica e' divisa

Quasimodo, il sognatore sommerso

Sanguineti: "Si salva solo

il traduttore. I versi

sono mediocri e fragili"

Zanzotto: "Sottovalutato"

Matteo Collura

Il trentesimo anniversario della morte di Salvatore Quasimodo sara' ricordato questa sera al Teatro Selinus di Castelvetrano con un recital del figlio del poeta, Alessandro. Una raccolta di liriche di Quasimodo e' ora disponibile in Cd produzione dell'Associazione "Cielozero" per l'etichetta "Teatro del Sole"., * Nei prossimi giorni, proposto da Rosellina Archinto, arrivera' in libreria un volume dove si potranno leggere le lettere che Salvatore Quasimodo si scambio' con tre poeti liguri: Barile, Grande e Novaro curatrice Giovanna Musolino, prefazione di Gilberto Finzi. L'opera completa di Quasimodo e' nei Meridiani Mondadori.

"Remoti i morti e piu' ancora i vivi" dice un verso di Salvatore Quasimodo. E lo si potrebbe incidere, quel verso, non soltanto sulla sua, ma sulle tombe di tanti altri poeti e scrittori in Italia destinati a precocissimi oblii. Quasimodo: domani ricorre il trentesimo anniversario della sua morte. Il figlio Alessandro, oggi, nel Teatro Selinus di Castelvetrano, in Sicilia, legge alcune liriche del poeta (liriche raccolte in un Cd dal titolo "Salvatore Quasimodo operaio di sogni", prodotto dal "Teatro del Sole"). Per il resto, silenzio.

Strano destino, quello di Quasimodo, poeta ingombrante e di grande prestigio negli anni in cui metteva a punto la sua cifra poetica (Acque e terre, 1930; “boe sommerso, 1932; Ed e' subito sera, 1942) e paradossalmente messo in discussione, se non disprezzato, da una cospicua parte della critica piu' influente a partire proprio dal premio Nobel per la letteratura che gli fu assegnato nel 1959. Celebre rimane l'attacco dell'elzeviro che Emilio Cecchi scrisse sul Corriere della Sera: "A caval donato non si guarda in bocca... » la prima impressione a proposito di questo premio...".

A parte il giudizio sul valore poetico, c'entravano anche le scelte politiche di Quasimodo, il quale nell'immediato dopoguerra si era iscritto al Pci e non perdeva occasione per ricordare il suo "antifascismo". "Sono un poeta civile", diceva di se'. E amava aggiungere, riferito alla sua opera, l'aggettivo "resistenziale". Ma oggi, inutile sottolinearlo, e' su quel che rimane della sua poesia che bisogna indagare. E da questo punto di vista, le posizioni non sembrano mutare, anche se Quasimodo, nelle librerie, continua a fruttare, grazie anche alle sollecitazioni scolastiche. Il "Meridiano" che Mondadori gli dedico' nel 1971 ha avuto dieci edizioni per un totale di 38.000 copie vendute (il "Meridiano" di Montale, uscito nel 1984, ha venduto finora 43.000 copie). Ma un altro dato conferma la popolarita' di Quasimodo: la sua raccolta proposta nei "Miti Poesia" (1996) ha venduto circa 80.000 copie. E non si puo' non mettere nel conto la sua straordinaria - anche se tecnicamente discutibile per i critici piu' agguerriti - traduzione dei lirici greci; un'operazione culturale che in Italia ha pochi simili.

Dicevamo dei giudizi, rimasti pressoche' invariati. Una conferma viene da Edoardo Sanguineti, il quale boccia senza esitazione Quasimodo come poeta in proprio, salvando soltanto il traduttore, specialmente dei lirici greci. Sono trascorsi quasi trent'anni da quando Sanguineti curo' per Einaudi un'antologia della poesia italiana del Novecento, in cui Quasimodo - e allora fece scandalo - era presente soltanto con due poesie. Oggi Sanguineti non muta giudizio, anzi afferma di essere ancora piu' convinto del valore di Quasimodo come traduttore ("questa e' la parte di lui destinata a rimanere"), mentre sul piano della poesia egli "risulta invecchiato, fragile, mediocre".

Anche Andrea Zanzotto ha parole di elogio per la traduzione dei lirici greci ("Si deve a Quasimodo la grande nuova attenzione per quel genere di espressione poetica"). Tuttavia, il poeta veneto apprezza molto anche la produzione quasimodiana che arriva fino agli anni della guerra. "In questo e' stato certamente sottovalutato", dichiara. E spiega: "Nelle sue prime raccolte si coglie una preziosa variante che congiunge temi ermetici a temi surrealistici; una variante tipica dell'Italia meridionale. E in questo senso penso a Gatto, a Sinisgalli. Nella seconda parte della sua produzione, tutto cio' viene sostituito da un accentuato impegno socio-politico, da una forma di dipendenza ideologica che finisce col prevalere". E poi un giudizio sull'uomo: "Non era certo persona che attraesse. Mentre in Gatto c'era un'evidente cordialita', in Quasimodo s'imponeva qualcosa di snobistico".

Antipatie a parte, "non si puo' parlare di un Quasimodo prima e seconda maniera", controbatte Gilberto Finzi, curatore del Meridiano dedicato al poeta siciliano (Quasimodo nacque a Modica, in provincia di Ragusa, nel 1901). "Tant'e' vero che nella sua ultima raccolta di poesie, Dare e avere, egli riprende modi e stilemi dei suoi esordi; quelli che lo resero grande poeta".

Ancor oggi, come in quel lontano 1959, quando da Stoccolma giunse la notizia del Nobel all'ex geometra impiegato al Genio Civile di Sondrio, ci si chiede chi effettivamente meriti l'alloro. Montale, Ungaretti, Quasimodo? E nel frattempo, nella scala dei valori dei critici, guadagna posizioni Saba. Il tempo provvedera' a far chiarezza ulteriore. Intanto, a Quasimodo farebbe piacere ascoltare il giudizio che, oggi, di lui da' Carlo Bo: "Era un uomo generoso. Qualita' rarissima per un letterato e in modo particolare per un poeta. » stato vittima di una diffusa ostilita' sin dalle sue prime apparizioni. Ostilita' che si e' rafforzata, direi ingigantita con l'attribuzione del Nobel. Ma il tempo taglia e pota e credo che per Quasimodo la potatura sia nei limiti fisiologici".

LILILILILILILILILILILILILILILILILILILILI

GIUGNO 14

Il Corriere della Sera (c)

BIBLIOTECHE

Sos lettore

naufrago

in Internet

Giovanni Mariotti

Riversare su Internet i miliardi di pagine presenti nelle biblioteche di tutto il mondo: se ne e' discusso in un convegno alla Biblioteca Nazionale di Parigi. Una volta realizzato il programma, ognuno di noi disporra' a casa di milioni di opere. Il lettore diventera' sedentario in preda alla vertigine. Molti relatori si sono soffermati sugli aspetti terrorizzanti di questa sterminata biblioteca. La filosofa Elizabeth Badinter ha accennato al dramma dei ricercatori, posti davanti al compito, ineseguibile entro i limiti della vita umana, di leggere tutto quello che esiste su un certo argomento. Un tempo un lettore si inorgogliva per il numero dei libri letti; domani, misurera' in ogni momento la pochezza delle sue conoscenze. Diventeremo piu' umili. Qualcuno continuera' a consumarsi in uno zapping furioso; altri, spossati da quell'esercizio infinito, faranno conto che niente sia stato scritto e, ripartendo da capo, penseranno fatalmente quello che e' gia' stato pensato, e scriveranno pagine che esistono gia'. Si moltiplicheranno i canoni dei dieci, dei cento, dei mille libri da leggere. Questi canoni diventeranno a loro volta una sezione della biblioteca, non meno labirintica delle altre. L'esploratore che si lasciava guidare dal contatto fisico col libro, e dalle circostanze in cui gli accadeva di scoprirlo, diventera' un naufrago sballottato dai marosi. Sara' forse lui - l'oscuro "honn-ete homme", tradizionale impollinatore della nostra cultura - quello che soffrira' di piu'.

LILILILILILILILILILILILILILILILILILILILI

GIUGNO 16

Il Corriere della Sera (c)

Canti, lettere, Zibaldone: in festa per Giacomo

Nel bicentenario della nascita di Giacomo Leopardi (1798-1837) che ricorre il prossimo 29 giugno, si prevedono numerose manifestazioni.

  • Il 14 giugno e' cominciata su RaiDue la serie "Voce dei Canti" con una scelta di versi leopardiani recitati da Carmelo Bene: le altre sei puntate, di mezz'ora (dalle ore 00.30), si terranno il 20, 21, 27, 28 giugno e il 4 e 5 luglio. Il giorno dell'anniversario, celebrazione ufficiale nell'aula magna del Comune di Recanati.
  • Dal 29 giugno al 1" luglio andra' in scena, al Teatro dell'Angelo di Roma, un programma di letture tenuto dal corso di perfezionamento del Teatro di Roma diretto da Luca Ronconi.
  • Dall'11 luglio a Macerata la rappresentazione "Giacomo mio, salviamoci!", una scelta dall'epistolario con Monaldo, a cura di Vittorio Sermonti.
  • Dal 7 al 14 settembre, al Centro Nazionale di Studi Leopardiani di Recanati, si terra' il dodicesimo seminario per studenti europei ed extraeuropei sullo "Zibaldone".
  • Sempre a Recanati, nella stessa sede, dal 14 al 18 settembre, convegno su "Lo Zibaldone cento anni dopo".
  • Dal 10 settembre al 10 dicembre, al Museo Napoleonico di Roma, una mostra intitolata "Leopardi a Roma".

_______________________________________

Il Corriere della Sera (c)

MAESTRI Nuovi studi, mostre, convegni e spettacoli teatrali. Ecco come l'Italia celebra il bicentenario della nascita del poeta di Recanati

LEOPARDI Il pensiero globale

Gli anni del

soggiorno

a Pisa:

il risveglio

delle passioni

e dei sentimenti

di ANTONIO TABUCCHI

Lo scrittore spagnolo Enrique Vila-Matas, di cui sono stati tradotti da Sellerio Il piccolo dizionario della letteratura portatile e i Suicidi esemplari, ha scritto un libricino che brilla per la sua originalita' intitolato Para acabar con los números redondos ("Per farla finita con i numeri rotondi"). Coltivando deliziosamente le sue idiosincrasie, Vila-Matas celebra i suoi anti-anniversari. Ad esempio, dice, oggi ricorrono 131 anni dalla morte di Charles Baudelaire; oppure, 117 anni fa nasceva a Vienna Stefan Zweig. E ancora, 62 anni fa Andre' Malraux volava in Spagna per difendere la Repubblica contro i franchisti. E cosi' Vila-Matas aggira i centenari celebrando le date a modo suo.

Seguendo il suo esempio, per evadere dal bicentenario leopardiano, potremmo celebrare i 171 anni trascorsi dall'anno che Leopardi passo' a Pisa (1827-28). Anno in cui il mondo gli apparve "cangiato", suscitando quel Risorgimento che non e' solo titolo di una sua grande poesia ma soprattutto risveglio di sentimenti e di passioni dopo un periodo di assopimento abulico e malinconico. E la citta' di Pisa ricorda questo soggiorno leopardiano con una superba mostra a Palazzo Lanfranchi, organizzata dalla professoressa Fiorenza Ceragioli della Scuola Normale Superiore.

Percorrere le sale di Palazzo Lanfranchi seguendo volti, amicizie, manoscritti, libri, mobili, oggetti, riviste che accompagnarono Leopardi nel suo soggiorno pisano, provoca quasi un senso di stupefazione. Ci si domanda come il Poeta riusci' a vivere una vita cosi' intensa, cosi' varia, cosi' piena, durante i mesi trascorsi nella citta' di quei lungarni che trovo' piu' belli di quelli di Firenze. Citta', per lui, prototipo di paesaggio romantico perche' mista di villereccio e cosmopolitismo, che al contempo offriva rovine byroniane della latinita' e della repubblica marinara, greggi a pascolare sotto le mura e una babele di lingue (tra dieci o venti, sostiene di averne sentite, passeggiando per la citta'). In effetti, in quegli anni Pisa era un crogiolo di genti e di culture: la cospicua comunita' greca, i russi ortodossi, gli Ebrei, irredentisti di vari Paesi, gli esteti inglesi che avevano eletto Pisa a meta del Grand Tour.

A Silvia fu composta nel suo appartamentino di Via della Faggiola, se mai sorgessero dubbi che il "Risorgimento" dei piu' struggenti sentimenti leopardiani avvenne proprio a Pisa. Il ricchissimo catalogo, anch'esso curato in maniera esemplare da Fiorenza Ceragioli e stampato da Electa, contiene riproduzioni di alcuni straordinari manoscritti (fra cui proprio A Silvia) e decine di immagini di quell'anno leopardiano, oltre a numerosi saggi dei maggiori studiosi del Poeta, da Franco Brioschi a Marco Santagata, da Luigi Blasucci a Sergio Romagnoli (e mi scuso con tutti gli altri se non posso fare un elenco completo).

La mostra e' stata prorogata fino a fine giugno, e questa mia improvvisata guida e' terribilmente in ritardo. La si interpreti dunque come l'augurio per una ripresa di questa bellissima mostra nel 1999, in modo che si possano celebrare i 201 anni della nascita di Leopardi. Come piacerebbe a Vila-Matas.

La mostra "Leopardi a Pisa" si tiene in Palazzo Lanfranchi a Pisa fino al 30 giugno. Il catalogo, edito da Electa, aperto dal saggio "...cangiato il mondo appar..." di Fiorenza Ceragioli, e' di 367 pagine riccamente illustrate (lire 80.000).

_______________________________________

Il Corriere della Sera (c)

MAESTRI

La sua poesia? Per favore, non chiamatela nichilista

di GIULIO FERRONI

Il titolo del nuovo libro di Antonio Prete, "Finitudine e Infinito" (Feltrinelli) indica una polarita' determinante tra le tante che attraversano l'opera di Leopardi, animando la forza assoluta di una poesia e di un pensiero, che inseguono fino in fondo la contraddizione insostenibile, l'irresolubile asimmetria che costituisce l'esperienza stessa dell'uomo. La filosofia di Leopardi ha una carica conoscitiva eccezionale e ci parla ancora del nostro presente, proprio in quanto e' strettamente intrecciata con la sua poesia, scaturisce da un'esperienza globale, da una volonta' di interrogare la mancanza di significato del mondo con tutti i mezzi che all'uomo fornisce quell'affannosa e secolare ricerca di significato che e' la cultura. Ripetere che per Leopardi poesia e filosofia sono tutt'uno non significa quindi ridiscutere vecchie distinzioni categoriali, ma far avvertire quanto conti anche per noi il legame inscindibile tra conoscenza e partecipazione alla vita, tra movimento della ragione e "sentire" dentro lo "stato delle cose". E se e' comunque suggestiva la formula di "pensiero poetante", che lo stesso Antonio Prete uso' gia' in un precedente libro su Leopardi, del 1980, occorre anche notare che questo nesso leopardiano poesia/pensiero non ha nulla a che fare con tante equivoche sovrapposizioni tra filosofia e letteratura, con tante disinvolte forzature teoriche e peregrinazioni ermeneutiche oggi di moda: esso e' comunque agli antipodi di ogni trasvolante manipolazione e di ogni "nomadismo" intellettuale.

Per seguire questa convergenza tra forza poetica e tensione conoscitiva e' necessario affrontare quei temi essenziali che hanno portato Leopardi, nelle diverse fasi della sua opera, ad approfondire e a sentire fino in fondo le laceranti contraddizioni della condizione dell'uomo, del suo rapporto con la natura, del suo costituirsi in societa'. Il libro di Prete percorre alcuni di questi temi con un linguaggio e con un modo di argomentazione che puo' suscitare qualche riserva, ma entro una prospettiva assai utile e persuasiva: attraverso l'intreccio dei testi (non attraverso postulazioni ideologiche) mette in evidenza l'eccezionale tensione leopardiana tra negativita' piu' disperata e risolutiva (fino alla affermazione del "solido nulla" e della mancanza di senso della natura e dell'uomo) e resistenza estrema di un "esserci", ricerca di una voce, di una presenza, di uno scambio vitale. Oltre quello del rapporto finitudine/infinito, che da' titolo al libro, vengono seguiti i temi del riso, della natura, dell'amore, della notte, del mito, del nesso traduzione/imitazione: muovendosi tra i "Canti", le "Operette morali", lo "Zibaldone" e altri scritti, si nota che Leopardi mostra (e non solo per via teoretica, ma facendone parte viva della propria esperienza mentale e corporea) come la contraddizione sia per l'appunto un dato costitutivo dell'esistenza, di ogni valore e di ogni rapporto definito dalla mente umana, di ogni costruzione sociale e di ogni tentativo di capire l'universo. Da una parte la vita appare priva di senso, tutti i valori che a essa attribuiamo appaiono illusioni, la felicita' e' solo assente in un mondo che e' solo dolore; ma dall'altra ci si ostina a capire e a vivere fino in fondo questa mancanza di senso, a invocare quella felicita' da sempre perduta, a difendere la verita' e a distinguere cio' che vale da cio' che non vale.

In questo "deserto" ("Il formidabile deserto" e' il titolo di un altro recente libro leopardiano, di Franco Ferrucci, edito da Fazi) resistono dei "fiori", e non solo in quella poesia cosi' "ultima" e assoluta che e' "La ginestra", ma in tutto il percorso poetico e filosofico dell'autore. Questi procede a smantellare tutti i fondamenti illusori delle ideologie e della vita collettiva, ma si affida comunque a qualche valore vitale che giustifica il suo stesso procedere, che allude a qualche possibile forma di autenticita', spostata sempre piu' in la', sempre piu' disillusa e privata di fondamenti, ma proprio per questo tanto piu' nobile e "alta". E tra i tanti esempi fatti da Prete, basta ricordare un famoso pensiero dello "Zibaldone" del 22 aprile 1826, descrizione di un giardino la cui bellezza sorge dalla sofferenza di tutti gli esseri che in esso vivono, che rivela il dominio assoluto del male e la crudelta' assoluta della natura, ma nello stesso tempo indica una "fraternita'" del patire, "chiama a una partecipazione che strazia": anche il Leopardi piu' radicalmente "negativo" distingue tra una natura "nemica" e artefice di male e una natura che patisce, che subisce, che si ribella al male. Inutile ripetere che questa distinzione dovrebbe correggere o almeno sfumare ogni assunzione del pensiero di Leopardi sotto l'etichetta di un puro nichilismo. Questo senso della contraddizione agisce vigorosamente in tutta l'analisi che Leopardi fa della vita di relazione (a cui e' dedicato anche il "Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani"): e oggi avremmo davvero bisogno di prestare piu' attenzione alla sua spietata denuncia dei condizionamenti reciproci tra gli uomini, degli effetti dello "sguardo altrui" sui comportamenti e sui modelli mentali, degli artifici deformanti e delle derive che costituiscono e corrodono il nostro stare insieme.

Si sara' ministeriali e "buonisti" se si ripetera' che questo pensiero sociale cosi' "negativo" comporta entro di se' la ricerca di un possibile equilibrio "civile"? Se si ricorda che esso indica la strada di una cultura della responsabilita' e della coscienza, di una "cura", per quanto disillusa degli errori, degli inganni, dei disastri che gli uomini sono abituati ad aggiungere a quelli della natura? Io credo che abbiamo piu' che mai bisogno di essere leopardiani, oggi che "il brutto / poter che, ascoso, a comun danno impera", assume le sembianze ingannevoli della virtualita' e del consumo totale, di "magnifiche sorti e distruttive".

"Finitudine e Infinito" di Antonio Prete, Feltrinelli, pagg. 168, lire 32.000;

"Il formidabile deserto" di Franco Ferrucci, Fazi, pagg. 140, lire 25.000.

  • Internet: tutti gli appuntamenti del bicentenario si trovano al sito
    http:// www.mercurio.it/as/leopardi/index.htm1

LILILILILILILILILILILILILILILILILILILILI

GIUGNO 17

la Repubblica (c)

Il tormentone digitale

Escono libri e articoli che hanno come tema il nostro rapporto con le nuove tecnologie. Un groviglio di tesi, alcune interessanti

IL DESTINO DEL MULTIMEDIALE

di FURIO COLOMBO

"Troviamoci a convegno", quasi sempre si conclude con questa frase la conversazione continua sulle comunicazioni, sulla nuova televisione, sul digitale, un desiderio mai abbastanza appagato di parlarne di nuovo. Guardo sul tavolo, tra gli inviti accumulati. "Comunicare arte" (che si puo' leggere anche come "comunicare te" ma e' una trovata del grafico) ti offre "trenta giorni di brainstorming" (dal 4 giugno, a Roma). E' un invito esemplare. Comunque ti muovi, non se ne parla mai abbastanza. Una moda? Non tanto, se negli stessi giorni la Triennale di Milano e la Rai ti invitano a discutere di "Arte e televisione". Del resto il titolo di un altro incontro, "L'inganno della multimedialita'" (e' anche il titolo del nuovo libro di Vincenzo Vita) definisce lo stato dei lavori in questo campo minato. Ogni volta (libro, incontro, presentazione, dibattito) potrebbe essere la volta buona. Dunque e' quasi impossibile sottrarsi e dire che il discorso e' concluso. Ogni volta, infatti, ricomincia da capo e ci si avvia verso un altro percorso. Per esempio, Omar Calabrese guarda al fenomeno televisivo come a un accanito e ripetuto spettacolo di boxe, con campioni, "secondi", posti di ring e pubblico assetato di sangue. Per dimostrare la sua tesi, nel volumetto Come nella boxe, Calabrese cita una volta Joseph Pulitzer, due volte Umberto Eco, sei volte Giuliano Ferrara, venticinque volte Berlusconi e cosi' via. L' "indice dei nomi" conferma quanto scrive l'autore (pag. 27: "La visibilita', che significa apparizione nei media, e' il contraltare comunicativo di un sistema frammentario e personalizzato sugli individui"). Danilo Arona tenta di circolare nel labirinto delle comunicazioni da un altro lato. Non si domanda come si crea il tormento dell'apparizione continua. Vuole sapere che cosa accade nell'animo degli individui una volta che l'apparizione si verifica. Gli interessa non il percorso dalla realta' alla deformazione dei media. Ma l'effetto che i media, insinuanti e deformati, hanno sull' universo lontano e separato degli spettatori (in Possessione mediatica, Marco Tropea editore).La rivista Reset compiega allora Vigitalia, l'ultima rivoluzione, un manualetto a cui si potrebbe dare questo sottotitolo, parafrasando Eco: "Tre passeggiate nel bosco dei nuovi media". Infatti nel primo capitolo Peppino Ortoleva si occupa della "Grande convergenza" fra il vecchio e il nuovo della tecnologia del comunicare. Nel secondo capitolo Claudio Dematte' definisce le regole del pluralismo e si domanda fino a che punto siano compatibili con la tecnologia (o il contrario: se la tecnologia e' cosi' flessibile perche' il pluralismo e' sempre difficile?). Infine Giovanna Melandri presenta un lavoro originale, Il manifesto della sinistra digitale. Affronta questo problema: e' la sinistra che e' digitale o il digitale che e' di sinistra? L'autrice risponde con eleganza ed anche con un mare di notizie. Propone che la sinistra moderna non puo' che essere sorella gemella del nuovo, in un campo che e' essenziale alla politica e alla liberta'. Vincenzo Vita, curioso caso di uomo di governo che riflette in pubblico sulla materia che deve contribuire a districare nel dipartimento delle decisioni, e' allo stesso tempo aggressivo, pessimista e promettente. Si domanda che rapporto vi sia fra globalizzazione e multimedialita', se media diversi siano capaci di convivere, se non vi siano controindicazioni, e quali, alla pioggia di fatti nuovi che ci sta cadendo addosso, fra ansieta' ed euforia. Dire che in questo modo tutte le domande sono state formulate e' un po' troppo. Ma ce ne sono alcune che possono fare un po' di luce nel labirinto, benche' non evitino di dover fare e rifare continuamente tutto il percorso. Per esempio, come collegare il piccolo con il grande nella tecnologia (personal computer e satelliti che coprono il mondo), il piccolo e il grande nella produzione (il lavoro "indipendente" e il formarsi di giganti internazionali), il piccolo e il grande nel rapporto fra nuove tecnologie e governi (troppo piccole e agili per essere intercettate dalle leggi, troppo grandi e potenti per lasciarsi governare), dove si situa la volonta' e perfino la conoscenza politica del fenomeno "comunicazioni" di fronte alla polverizzazione della iniziativa (io, in qualunque punto e momento faccio, col mio computer, qualunque cosa) e la diminuzione immensa e transnazionale dei capitali e dei centri di controllo tecnico delle comunicazioni globali?Ha ragione Vincenzo Vita nel suo L'inganno multimediale. L' euforia del globalismo puo' essere un abbaglio. Quando si materializza non e' che il mondo collegato di cui abbiamo parlato come del "futuro", (dunque del meglio) quando eravamo piu' giovani. Ma e' anche una rete di dominio. E ha ragione quando dice che i media non sono il prima contro il dopo e il vecchio contro il nuovo. Sono una colata di lava tecnologica aperta ai due lati, che muta sempre senza mai lasciarsi tagliare da una netta separazione. "Nulla si crea e nulla si distrugge", ma tutto si evolve e una cosa continua nell'altra, e' l' intuizione di Vita, con un tocco di pazienza indiana applicata al dibattito tecnologico. Ma noi restiamo nel labirinto, come se sapere di piu' di questo intricato argomento non portasse luce. Che cosa cerchiamo, con i dibattiti, con le leggi, con la volonta' di organizzare, con l'impegno di dare alla nuova realta' un senso politico, al punto da farne un manifesto?Forse, nella fertilissima tecnologia delle comunicazioni, vediamo il pericolo che un giro furioso di nuovi mezzi proceda nel vuoto e trasporti il vuoto, mai tanta tecnologia disponibile per cosi' poco?E' il troppo poco del nuovo comunicare che genera tensione e insoddisfazione e provoca il febbrile discutere e dibattere e teorizzare e cercare?"Vestito a festa e non sa dove andare", e' un celebre modo di dire americano per irridere coloro che si preparano con affanno, si preoccupano dei dettagli, e quando sono pronti non sanno che cosa fare. Il trucco del labirinto e' qui, in questo nodo. Una sofisticata e agile e vasta tecnologia delle comunicazioni ci viene messa a disposizione proprio quando i messaggi languono, ci sono poche storie da raccontare e non arriva alcuna rivelazione. E anche: mai il modo di comunicare e' stato cosi' raffinatamente personalizzato e disperso in milioni di punti di produzione che sfuggono alla tradizione aggregazione politica e al tipico monitoraggio di autorita' e governi. Ma ancora: mai cosi' pochi giganti (tre, quattro, nel mondo?) hanno avuto da soli il controllo di tutto, al di fuori di ogni ideologia, di ogni legge, di ogni controllo, molto sopra le nuvole di cio' che chiamiamo "organizzare la vita". Eppure hanno agganci diretti con ciascuno cittadino comunicante. Un mare di software attraversa il mondo decidendo dove, come, con quale procedura e cultura ti agganci alla rete. Questo impulso dall'alto, che viene attraverso poche centrali o una sola (Microsoft?) rendera' docili i cittadini della rete o provochera' "una rivolta del te'", come e' accaduto a Boston all'origine della Repubblica americana? Se si', contro chi, e con quali parole d'ordine o ideali e bandiere? Chi marcera' alla testa di tutto questo nuovo ricco di terminali, senza visione e senza messaggi?Restano intorno, sparsi in disordine, pochi "oggetti" di discussione che non si lasciano mettere negli scaffali di cui disponiamo. I due piu' ingombranti sono: che rapporto c'e' tra volonta' politica e un modo di comunicare leggero, sfuggente, individuale, individualistico, anti-politico per natura? E qual e' il tempo reale (mesi, anni, quanti anni?) della evoluzione tecnologica, sia pure nella versione della "coesistenza pacifica" di cui parla Vincenzo Vita? Se siamo in procinto di entrare nel nuovo, perche' in tanti, disperatamente, continuano ad occupare a tutte le ore gli studi della televisione, come se invece di un Piranesi tecnologico, la vecchia tv fosse l'astronave della salvezza pronta a partire?Le risposte al prossimo convegno sulla multimedialita'. E i suoi inganni.

LILILILILILILILILILILILILILILILILILILILI

GIUGNO 18

Il Corriere della Sera (c)

ELZEVIRO Nuovi studi sul Quattrocento

L'uomo moderno

e' nato nel chiostro

di GIULIO FERRONI

La cultura dell'Umanesimo e di quello che viene chiamato Rinascimento ha definito una essenziale immagine dell'uomo, con una vasta riflessione sulla sua natura, sulle sue attribuzioni, sul suo comportamento, sul suo destino, sia nello spazio individuale e personale che in quello sociale e collettivo: nel '400 questa riflessione sembra mirare a modelli globali, a definire una figura umana "universale", mentre nel corso del '500 si volge verso una piu' articolata codificazione, fissando norme piu' limitate e circostanziate, figure sociali piu' particolari (dal cortigiano al principe, al segretario, alla donna di corte, all'ecclesiastico).

Da quel vario dibattito, dalle sue strade tortuose e dalle sue svariate complicazioni, e' sorto il "disciplinamento", la razionalizzazione dei comportamenti, la creazione di uno spazio sociale condiviso: esito certo pieno di contraddizioni, ma base determinante della modernita' illuministica, di quella razionalita' "universale" che ha contribuito allo sviluppo "civile" dell'Occidente, ma che oggi e' minacciata dall'insorgere di particolarismi e di eterogenee prospettive parziali e locali. Per questo gli studi piu' interessanti sul '400 e sul '500 oggi non sono quelli che mirano a ricostruire un presunto "uomo del Rinascimento", ma quelli che seguono i molteplici sentieri di quel dibattito sull'uomo in rapporto con le esperienze, le abitudini, i punti di vista della vita quotidiana. Balzano percio' in evidenza da una parte le indagini sulle situazioni piu' concrete dei modi di esistenza e di sopravvivenza, e dall'altra quelle sui comportamenti del vivere e del morire, su di una linea che si puo' qualificare come "antropologica".

L'ampio libro di Remo L. Guidi, Il dibattito sull'uomo del Quattrocento (Editore Tiellemedia, pagine 1.131, lire 120.000), libro davvero "globale", che raccoglie il frutto di lunghe ricerche, percorre i piu' vari momenti del dibattito sull'uomo nel secolo di solito qualificato come "umanistico": e da' un contributo essenziale a quella prospettiva "antropologica", anche per la sua particolare angolatura, che non si concentra soltanto sui letterati che collegavano l'affermazione della "dignita' dell'uomo" allo studio e al culto dell'antico, ma segue il conflitto e l'intreccio tra il punto di vista "umanistico" e quello dei "maestri di spirito", cioe' dei maggiori esponenti della vita religiosa, padri spirituali e direttori di coscienza, che nella maggior parte dei casi appartennero agli ordini mendicanti.

Per chi e' abituato ad avere una visione tutta "laica" dell'umanesimo, per chi subisce ancora la suggestione di una tradizione storiografica attenta soprattutto al punto di vista dei grandi scrittori e dei grandi intellettuali, questo libro puo' risultare addirittura sorprendente: ma credo proprio che la sorpresa sia salutare, dato che l'insieme del lavoro fa percepire quanto nella concreta vita del tempo fosse rilevante quella presenza dei religiosi, del loro pensiero, delle loro lezioni di morale e di comportamento. Condizionati dal nostro punto di vista "moderno" siamo infatti soliti trascurare quanto fossero determinanti le forme rituali ed istituzionali del Cristianesimo, della cultura dei conventi e delle chiese: e se comunque ormai da tempo si suole fare attenzione ai legami che gli umanisti ebbero con le istituzioni ecclesiastiche e al cosiddetto "umanesimo cristiano", non si percepisce ancora sufficientemente quanto anche le elaborazioni piu' nuove ed avanzate, anche le soluzioni che a noi possono apparire piu' eterodosse e "rivoluzionarie", sorgessero allora da un dialogo serrato con la tradizione religiosa e con quei "maestri dello spirito" che ne riproponevano i termini, ne rinnovavano la presenza. Fitto e minuto, spesso legato a situazioni concrete e a contesti particolari, quel dibattito sull'uomo ricavava il suo vigore proprio dall'incontro e dallo scontro tra i rappresentanti della vita religiosa e i letterati cultori dell'antico: la stessa apertura verso la possibilita' di una vita piu' libera non piu' chiusa nei sentieri segnati dal dogma, lo stesso nuovo definirsi della presenza dell'individuo nel mondo, si svolgevano da quell'incontro-scontro, entro una vita sociale che non aveva nulla a che fare con gli "splendori" immaginati da una storiografia di maniera, ma era disintegrata, conflittuale, in preda al caos: il dibattito ebbe momenti laceranti e drammatici, anche perche' tentava risposte a quel caos, diffuso non solo nelle campagne e nelle citta', ma entro gli stessi chiostri.

Guidi tocca numerosissimi temi, attingendo sia ai testi piu' studiati che a tanti scritti trascurati o sconosciuti, a documenti, lettere, prediche del genere piu' diverso: ne sorgono molteplici squarci sulla cultura quotidiana, sulle diverse valutazioni dei comportamenti, dei piu' vari ambiti della vita umana, dall'impegno nella vita civile e amministrativa, alla denuncia della corruzione, all'impiego del tempo libero, ecc. Legato direttamente ad un'ottica cattolica, l'autore dedica piu' ampio spazio proprio al punto di vista dei religiosi, alle difficolta' e ai contrasti interni alla loro vita, anche nei suoi aspetti quotidiani (di grandissimo interesse tutto il capitolo dedicato al malessere sociale nel chiostro); e il libro si conclude con tre ampi capitoli dedicati a tre importanti esponenti della vita religiosa, il fondatore dell'ordine dei Gesuati Giovanni Colombini, il francescano Bernardino da Siena e il domenicano Girolamo Savonarola, col proposito di "cogliere la percezione che i tre ebbero della propria presenza nella loro epoca", di toccare direttamente il loro contributo ad una complessa e contraddittoria immagine dell'uomo.

LILILILILILILILILILILILILILILILILILILILI

GIUGNO 19

Il Corriere della Sera (c)

ELZEVIRO A due secoli dalla morte

L'eros di Casanova

e' quello raccontato

di GIULIANO GRAMIGNA

Alla fine del secolo (il Settecento s'intende), nel castello di Dux, in Boemia, un vecchio signore bizzoso, una specie di uomo-uccello, ancora vestito con un panciotto di velluto, bottoni d'oro, colletto di pizzo, i capelli incipriati come oramai non porta piu' nessuno dei ci-devant spazzati via dalla Rivoluzione francese, litiga con i servi irrispettosi, manda lettere piene di vituperi e lamentele al maggiordomo Faulkircher, si arrabatta a scrivere, per gran parte del giorno, un suo interminabile scartafaccio.

Costui e' il bibliotecario del conte di Waldstein, "prosciugato nella bile e tra la polvere dei libri", come lo descrive Stefan Zweig nel suo ampio ritratto-biografia, ultima maschera di Giacomo Casanova, Cavaliere di Seingalt. Morira' di li' a poco, il 4 giugno 1798, questo "temerario incrocio di un uomo del Rinascimento e d'un moderno cavaliere d'industria, questo bastardo della furfanteria e del genio, quest'essere mezzo poeta e mezzo avventuriero".

La scadenza del bicentenario della morte, insomma una data, basta a riportare agli onori della celebrazione un personaggio peraltro gia' proverbiale, a definire la cui vita non si saprebbe che moltiplicare gli epiteti censori: "Fervida, miserabile, senza scrupoli, volgare, indecente sfacciata, libertina"? Ma Casanova, oltre che briccone, seduttore, avventuriero, e' pure l'autore dei sette tomi (nell'edizione mondadoriana curata da Pietro Chiara) della Storia della mia vita, costretta dalla morte dell'autore ad arrestarsi al 1774. Attaccando il lungo studio casanoviano gia' citato, Stefan Zweig, romanziere e biografo di illustri, non sa capacitarsi che il suo personaggio, "ciarlatano famoso", sia capitato nel Pantheon dello spirito creatore "ingiustificato almeno quanto Ponzio Pilato nel Credo..."; evitando, cioe', le sofferenze, le pene, la dedizione totale di ogni vero scrittore. Tuttavia alla fine del saggio si riduce a riconoscere che con quei Me'moirs, con quella Storia, Casanova ha dimostrato che "si puo' scrivere il romanzo piu' divertente del mondo senza essere poeta, il piu' completo quadro di un'epoca senza essere uno storico": per abbondanza di forza vitale.

Nelle prime pagine, Zweig rappresenta Casanova nel pieno irradiarsi di questa forza: giubba di velluto color cenere, panciotto di broccato, pizzi di gran pregio (altro che il collarino ingiallito del bibliotecario di Dux). "Spalle quadre, prensili le mani muscolose e piene, non una linea molle nel corpo eretto, flessibile e maschio". Si ferma in mezzo alla platea di un teatro gremito, offrendosi alla cupidigia delle dame. + una perfetta machine a' plaisir, una macchina per produrre piacere: forse immaginava qualcosa di simile Sigmund Freud, scrivendo molto oscuramente della Lustpumpe o "pompa del piacere"? Zweig non ha dubbi: e' tale perfetta fisicita' la forza seduttoria di Casanova. "Cosi' si spiega tutto il segreto della sua leggerezza e del suo genio: egli ha, felice lui, soltanto sensualita', niente anima"; dietro (o dentro) la macchina travolgente "il vuoto assoluto, pneumatico, lo zero, il nulla...".

Ma anche questa non e' un po' mitizzazione, rovesciata dalla parte del "bell'animale", anziche' degli affetti? Zweig vede antitetiche, inconciliabili le due figure chiave dell'immaginario erotico: don Giovanni e Casanova. Don Giovanni, sostiene, era nemico giurato del sesso femminile, verso il quale lo spingeva l'"odio primordiale della maschilita'". Nella sua lunga carriera amorosa, che non esclude nessun esemplare, dalla monaca alla donna di bordello, alla "settantenne rovina della duchessa d'Urfe'", Casanova non provoca disastri ne' disperazioni: "Ha reso molte donne felici e nessuna isterica". Albert Camus che, nel Mythe de Sisiphe ha costruito intorno al "dongiovannismo" una forma dell'"uomo assurdo", non riuscirebbe ad arruolarvi il Cavaliere di Seingalt. Troppa buona salute, troppo appetito, anche nel senso piu' letterale dell'espressione: "+ un lupo a tavola", scrive il principe di Ligne nelle sue Memorie. "Ha un aspetto quasi feroce, piu' facile alla collera che non all'allegria. Ride poco ma fa ridere...".

Forse questo seduttore professionista, questo giocatore alle carte e al sesso, e' soprattutto un ciarlatano gioioso. Pero' si legga l'episodio londinese della mancata conquista di Marie Anne Genevie've Augspurgher, detta la Charpillon. La ragazzetta diciassettenne di piccolissima virtu' nel 1763 si prese talmente gioco dell'irresistibile da estirpargli una quantita' enorme di denaro senza concedergli nulla (o quasi nulla) di se stessa, anche a costo di rischiare lo strangolamento.

La storia della mia vita apre il racconto, insieme onesto e ridicolo, di questa disfatta amorosa, con due righe drammatiche: "Fu in quel fatale giorno del 1763 che cominciai a morire o che ho finito di vivere. Avevo trentotto anni". Il gusto dell'affabulazione di Casanova non viene meno, sia pure ai danni della propria fama di amatore.

Quel timbro lugubre ("Cominciai a morire") sara' anche una astuzia letteraria. Comunque, ritorna per la penna di un altro scrittore di oltre un secolo dopo, il viennese Arthur Schnitzler, buon autore di racconti e romanzi (si ricordi almeno La signorina Elsa), che ha dedicato al Cavaliere di Seingalt Il ritorno di Casanova, un Casanova ormai cinquantenne, allarmato dai primi segni della decadenza. Per possedere la ragazza Marcolina, nel viaggio da Mantova a Venezia, dove va a farsi spia del Consiglio dei Dieci, dovra' usare il ricatto e l'inganno, e lasciarsi alle spalle il cadavere di un rivale piu' giovane: tetro ritorno malaugurante alla citta' dove nacque.

Schnitzler inventa, ma le pagine dell'autobiografia sulla beffa della Charpillon dicono la verita', o almeno una verita', in certo senso piu' memorabile che la storia della fuga dai Piombi. Il paradosso del seduttore sta qui: piu' che alla sfilza delle donne instancabilmente soddisfatte, la vera fama di Casanova si affida alla scrittura, non quella del romanzo utopistico Icosameron, delle traduzioni dell'Iliade, dei molteplici trattatelli, sonetti, confutazioni e memorie ma alla scrittura dell'Histoire de ma vie. Anche per l'Eros, cio' che conta sara' dunque non l'Eros agito, ma quello raccontato.

_______________________________________

Il Corriere della Sera (c)

E' morto il filologo

Alberto Chiari

E'morto a 98 anni il filologo Alberto Chiari. Dal '37 fino alla pensione aveva insegnato letteratura italiana alla Cattolica di Milano. Sara' ricordato per gli studi su Boccaccio, Parini e Manzoni.