Terze pagine (14)

[2-7-1998]

SOMMARIO

1: Di Giammarco: C. Bene e Leopardi

2: Lucignani: Casanova

3: Fumagalli: Casanova

4: Nascimbeni: Cruciverba di Sciascia

5: Ferroni: L'Ulisse di Dante? I dottorandi gettano la spugna

6: Galimberti: nuovi libri su Leopardi

7: Quadri: C. Bene e Leopardi

8: Lalla Romano e Antonio Ria: Ultima intervista di Dionisotti

LILILILILILILILILILILILILILILILILILILILI

GIUGNO 1

la Repubblica (c)

Carmelo Bene: "Nella vertigine di Leopardi"

Parla di "Voce dei Canti"

di ROÑOLFO DI GIAMMARCO

ROMA -

"Meglio non veder niente ma sentire come si deve" raccomanda Carmelo Bene a chi assistera' all'evento unico, Voce dei Canti, di cui e' protagonista venerdi' 5 al Teatro Olimpico di Roma, uno spettacolo-concerto nel bicentenario della nascita di Giacomo Leopardi, con musica di Gaetano Giani Luporini eseguita al pianoforte dall'attrice Sonia Bergamasco. Si trattera' di un'ora e mezza di vertigini verbali amplificate dal vivo a premessa delle tre ore e mezza televisive che, in 7 puntate di mezz'ora, andranno in onda su RaiÈue a mezzanotte di domenica 14 e nei tre weekend che seguono. Adolescenza a parte, quando gia' a 11-12 anni si sentiva ãgrande amico" di Leopardi, e' dall'83 (per "...Mi presero gli occhi...") che la fierezza nevrotica e il delirio cosmico del linguaggio del poeta di Recanati vengono restituiti da Bene a pura oralita', a un terzo orecchio dell'inconscio, come dice lui. "e' questione di verticalita' del verso, di prosodia, di intonazione, di coloriture sonore. L'ho sempre detto e sostenuto: la voce e' scritta per essere cantata. Ecco perche' in questo vernissage a contatto col pubblico tutelo una specie di idiosincrasia, di predominio dell'audio sull'apparato visivo. E la voce non e' il dire, ma il di la' dal dire. Altrimenti si "improsa", si imbroglia. Al posto di tanti rumori della cultura degli ultimi secoli penso che avranno piu' valore di documento, in futuro, certi spartiti classici". Un artista eretico e in espansione come Carmelo Bene si schiera, per eccesso di non appartenenza alle mode, in favore di codici tradizionali? "La musica leggera e' un po' pesante al confronto di Donizetti, Pergolesi, Paisiello, Cimarosa. Lo stesso Schopenhauer s'accorse che in Rossini c'era una gran volonta' cieca, non confondibile con la soglia banale della rappresentazione. E la musicistica contemporanea e' in crisi perche' auto-ghettizzata, senza musicalita'". E allora, lei che pure nel '92 prese clamorosamente posizione con annunci a pagamento su un quotidiano contro il Teatro di Roma, oggi non sosterrebbe la proposta anti-museale di Baricco in favore di una progettualita' piu' nuova al Regio di Torino? "e' una battaglia giusta. Ma credo che il male risieda nei meccanismi delle recite, dei bordero', e nella cancrena degli abbonati. Io ho collaborato con la Scala, col S. Carlo e col Teatro dell'Opera di Roma, dove a cicli si ripropongono le Traviate, anche per garantirsi l'esaurito a forza di melodrammi". Puntando su registi di teatro d'arte si svecchierebbe l'ambiente? "Io non ho fiducia nelle commistioni. Preferisco il regista musicale, ma contemporaneo. Il vero marcio in cui mi imbatto di piu' sta annidato nella prosa. Gli stabili dovrebbero internazionalizzarsi. Bisogna poter apprezzare da vicino i grandissimi artisti stranieri. Altrimenti restiamo in balia dei cosiddetti nostri "bravi attori", della ripetitivita', dei "modellini", direbbe Bresson. E non insegnandosi piu' il verso, da noi, il calo di qualita' e di talento e' ormai irrimediabile. L'orecchio se n'e' andato. Sarebbe utile far ricorso anche a un pedagogo olimpionico come Gassman, diverso da me che non sono dotato in retorica. Comunque io non mi scaldo piu' di tanto. Sto fuori dalle polemiche".E se potesse comunque individuare un rimedio, in extremis? "Veltroni deve responsabilizzarsi. Dovrebbe incentivare piu' diffusamente la ricerca soprattutto creando e qualificando gli aspetti strutturali. Senza favorire un indeterminato pluralismo del nuovo, altra tirannia delle plebi". Carmelo Bene intanto fa da se'. Entro breve avviera' le prove, al Teatro dell'Angelo di Roma, di un rielaborato Pinocchio ("per l'infanzia"); poi c'e' sempre un appuntamento sospeso con D'Annunzio, con La Figlia di Iorio. "Adesso pero' conta Leopardi". La serata a teatro includera' "La ginestra", "Le ricordanze", "L'infinito", "Il sogno". "Viva Freccero che riesce a credere in cose importanti a dispetto dell'Auditel e dello share", aggiunge a proposito della serie filmata, "e i telespettatori forse si ricrederanno dell'immagine di un Leopardi famigliare, che non e' famigliare per niente".

LILILILILILILILILILILILILILILILILILILILI

GIUGNO 2

la Repubblica (c)

CASANOVA

L'ossessione di sedurre

di LUCIANO LUCIGNANI

Mi e' accaduto di avere fra le mani, ancora fresca di stampa, la piu' vistosa e straordinaria, nonche' divertente, "recensione" che sia mai stata stampata al mondo: un intero volume, di ben 354 pagine, dall'invitante titolo Cento note per Giacomo Casanova a Venezia 1753-1756 (Neri Pozza Editore, Vicenza 1997, 45.000 lire). In genere un libro e' fatto di un testo principale e le note, quando siano necessarie a chiarire determinati particolari, vengono messe, in corpo piu' piccolo, in fondo alla pagina cui si riferiscono o raccolte in fondo al volume. Ma qui il testo non c'e', per il semplice fatto che, trattandosi di annotare un'opera come i famosi Me'moires di Giacomo Casanova, sarebbe stato impossibile contenere testo e note in uno spazio che fosse di proporzioni diverse da una piccola enciclopedia. Un'altra stranezza e' data dall' identita' dell'autore. Riccardo Selvatico non e', come si potrebbe pensare, lo scrittore di teatro che, sul finire del secolo scorso ebbe qualche popolarita' come uno dei piu' brillanti autori di commedia. Il nostro Selvatico, suo omonimo, e' semplicemente suo nipote e i suoi rapporti con il teatro drammatico furono sporadici e tutto sommato piuttosto dilettanteschi. Il nostro Selvatico (morto nel 1985) era ingegnere e uomo d'affari e trascorse gran parte della sua vita a Teheran, in Iran. Le giornate nei lunghi e gelidi inverni iraniani, dovevano essere molto noiose; una volta terminato il suo lavoro il nostro ingegnere non aveva molto da fare. Il caso volle che un giorno capitasse nella Librairie Francaise, da poco aperta e vicina al Park Hotel nel quale lui abitava; e che vi trovasse il primo volume dei Me'moires di Casanova, appena uscito nelle edizioni della Ple'iade. Fu il classico "colpo di fulmine". Il nome di Giacomo Casanova era familiare al nostro Selvatico (come, del resto, a quasi tutti i veneziani). "Ma sebbene i sei volumi delle sue memorie nella vecchia edizione Flammarion fossero tra i libri di casa", scrive nella premessa, "non li avevo ancora letti...". Ebbe cosi' inizio la grande avventura che avrebbe fatto di un ingegnere veneziano uno dei piu' agguerriti studiosi di Casanova. Sfogliando le pagine di quel primo volume di Me'moires, Selvatico ritrovava l'atmosfera della sua amata Venezia, i nomi dei luoghi e dei personaggi che aveva ancora vivi della sua fantasia. Ma ci vollero degli anni perche' la passione esplodesse in tutta la sua prepotenza. "Mi venne il desiderio di rivivere con Casanova i giorni da lui trascorsi a Venezia e di seguirlo passo per passo nel suo racconto; volevo rivedere i luoghi da lui nominati, riconoscere le persone che lui diceva d'aver incontrato o di aver amato; cominciai dal suo ritorno in patria nel maggio del 1753 fino al novembre del 1756, quando iniziera' il suo primo esilio. Passavo le mie ore, divertendomi molto, a visitare gli archivi delle parrocchie veneziane, a consultare documenti all'Archivio di Stato, al Museo Correr, alla Marciana e all'Archivio Patriarcale". Quello di cui Selvatico non si era reso conto (e forse, quando lo capi' era ormai troppo tardi per fare marcia indietro) era lo stato delle memorie casanoviane. Chiuso nel castello di Dux in Boemia (che io ebbi occasione di visitare, nel corso d'un viaggio in Cecoslovacchia verso gli anni Cinquanta), Casanova comincio' a scrivere le sue memorie quando aveva gia' compiuto i sessantacinque anni, cioe' tra il 1791 e il 1792. Forse la memoria non lo assisteva piu' molto, o forse lo scrupolo di coinvolgere personaggi ancora viventi; o, infine, ma e' un'opinione che Selvatico rifiuta, che l'istinto di narratore lo avesse portato ad abbellire in qualche modo gli avvenimenti descritti. Fatto sta che il risultato, alla lettura, appare piuttosto vago e talora piuttosto confuso.All'inizio il nostro ingegnere appare alquanto sconcertato di fronte a tanto disordine e cerca, come meglio puo', di ordinare la materia, di far coincidere i luoghi e le date con i personaggi che Casanova diceva d'aver incontrato. Ma poi, sopraffatto dalle contraddizioni, decide di prendere per buona una data e da quella andare avanti, senza fare piu' troppi controlli; fino alla mattina del 28 luglio 1758, "quando Messer Grande, accompagnato da numerose guardie, lo arrestera', facendolo mettere sotto i Piombi"."E di tutto il periodo", scrive Selvatico con una nota di sconsolazione, "questa e' l'unica data certa".Del primo soggiorno di Casanova a Venezia, due sono gli avvenimenti fondamentali, e riguardano entrambi due donne, note fino a poco tempo fa con le sole iniziali del nome: la giovane veneziana C.C. e la monaca M.M. Dire che si tratta di due episodi piccanti e' dire poco: la giovane C.C. e' incontrata a causa d'un incidente (si rovescio' il carrozzino che la portava e Casanova pote' ammirare, come si dice, le sue grazie, visto che secondo l'uso veneziano, la ragazza non portava mutande). La storia con la monaca M.M. e' piu' complessa, coinvolge altri personaggi (ognuna di queste ragazze ha, contemporaneamente, altri amanti).Con il fiuto e la pazienza d'un vero investigatore, Selvatico riesce a smontare le precedenti identificazioni (alcune delle quali opera di illustri studiosi) e a dare un nome sufficientemente sicuro alle due figure femminili, la veneziana Caterina Capretta e la monaca Marina Morosini del convento di Murano.A tutto questo Selvatico arriva con un lavoro di ricerca incredibile, maniacale, consultando archivi, epistolari, elenchi di nati e di morti in numerose parrocchie veneziane, identificando luoghi, abitazioni, alberi genealogici, condizioni meteorologiche e cosi' via. Al punto che il lettore, sommerso da questo diluvio di notizie, finisce anche lui per perdere l'orientamento.Con un colpo di genio (forse involontario) l'autore salta del tutto quelle centocinquanta pagine note come La mia fuga dai Piombi, pubblicate a parte prima di riapparire nei Me'moires, riprendendo la narrazione dal momento in cui Casanova esce dal carcere e, affacciandosi sulla Piazzetta San Marco, s'incammina, insieme a Padre Balbi, un prete suo compagno di fuga, verso i confini della Serenissima.Poche pagine, ma di grande efficacia. Vediamo il celebre avventuriero avviarsi verso Feltre, quasi sempre a piedi, costringendosi a numerose deviazioni per sfuggire gli sbirri che certamente lo stanno cercando. In breve e' lacero, sporco, con le scarpe sfondate, ma non si arrende. La sua solita fortuna lo assiste e riesce a trovare ospitalita' prima in una casa, poi in una canonica. Finalmente raggiunge il confine.A questo punto Selvatico depone la penna. "Queste pagine furono scritte e riscritte innumerevoli volte, ma bisogna pur decidersi a mettere il punto finale; e allora, citando un'ultima volta Casanova, diro' anch'io "Io do alle stampe questo libro, perche' sono stanco di leggerlo e correggerlo sempre. Quando sara' stampato, tutto sara' finito".

[Nota di Emilio Speciale: quest’anno ricorre il secondo anniversario della morte di Casanova. Il libertino giramondo muore il 4 giugno 1798. Esattamente 25 giorni dopo (il 29 giugno 1798) nasce a Recanati Giacomo Leopardi. Due personaggi straordinari e diversissimi. Nessuno credera’ alla reincarnazione delle anime (spero)!]

LILILILILILILILILILILILILILILILILILILILI

GIUGNO 4

Il Corriere della Sera (c)

LIBERTINI Con una giornata non stop oggi Venezia celebra il secondo centenario della morte

Casanova, festa per una vita esagerata

Marisa Fumagalli

  • La non stop in memoria di Casanova e' oggi, giovedi', dalle 17 alle 23, in Campo San Maurizio a Venezia., * I libri: "I menu della seduzione. A tavola con Casanova" (Mondadori), "Casanova, un goloso libertino" (Canal & Stamperia), "Casanova, il contagio del piacere" (Canal & Stamperia).

Sei ore filate oggi a Venezia sul filo della letteratura, degli amori, della gastronomia, dell'enologia, dei canti, della poesia, del cabaret, per celebrare degnamente Casanova, a duecento anni dalla morte. Avvenuta a Dux, in Boemia, il 4 giugno del 1798. E da quella citta', dove oggi si svolgera' un'altra celebrazione, il regista Maurizio Scaparro (che, con Giorgio Albertazzi, sta portando sulle scene Giacomo Casanova come'dien) si sintonizzera' via telefono con Venezia. Unendosi cosi' al coro dei casanovisti, convocati a discettare (sotto la regia del giornalista Roberto Bianchin) sulla vita del personaggio. I nomi: Orazio Bagnasco, Virgilio Boccardi, Rolando Damiani, Ludovico de Luigi, Albert Gardin, Bruno Rosada, Alvise Zorzi.

Il ritmo "esagerato" della non stop, organizzata dalla Compagnia de Calza "I Antichi", sembra studiato apposta per interpretare lo spirito raffinatamente ingordo e frenetico dell'illustre veneziano. "Mia madre mi mise al mondo a Venezia il 2 aprile, giorno di Pasqua, dell'anno 1725. Ebbe voglia di gamberi. A me piacciono molto". Cosi' Giacomo Casanova attacca la Storia della mia vita. Confessando subito una delle sue irresistibili volutta': la gola. Casanova goloso di gamberi, di asparagi fritti, di trippa alla trevisana, di anguille con la polenta... Serviti in piatti di porcellana e gustati in una sala da pranzo decorata a meraviglia. Come quella dell'anziano senatore Alvise Malipiero, presso cui Giacomo adolescente viene accolto, per un anno intero, come commensale preferito. Ed e' in quella magione che, oltre a soddisfarsi di pasti prelibati, scopre le buone maniere della tavola.

Ma torniamo all'omaggio veneziano. Dopo il dibattito comincia lo spettacolo. Si va dall'interpretazione della sordida figura del Clisterologo di Casanova alla lettura di Lettere d'amore per Casanova, alla declamazione di Poesie per Casanova. E ancora: La cantata di Casanova, Il fantasma di Casanova. Passando per la recitazione di brani dell'Iliade, tradotta in veneziano dallo stesso Casanova. Mentre gli attori si esibiscono, "I Antichi" della Compagnia de Calza, in splendidi costumi settecenteschi, prendono posto a una tavola riccamente imbandita, per una cena casanoviana. Accompagnata da musiche di Antonio Vivaldi. Al pubblico vengono offerti "cicheti e vin bon". Si va avanti con un documentario sulla vita, uno spettacolo di cabaret sulla morte, un concerto rock sull'amore ai tempi nostri. Che con Casanova c'entrano poco o niente. Ma che importa?

LILILILILILILILILILILILILILILILILILILILI

GIUGNO 5

Il Corriere della Sera (c)

Sciascia, trentasei cruciverba per raccontare la realta'

Giulio Nascimbeni

LEONARDO SCIASCIA

Cruciverba

Edizioni Adelphi

Pagine 358, lire 38.000

Quando "Cruciverba" usci' per la prima volta nell'estate del 1983, esso apparve subito come il frutto piu' maturo di quella "vorace avventura di lettore" che Leonardo Sciascia aveva affrontato fin da ragazzo. I temi dei trentasei saggi di "Cruciverba" vanno dagli amatissimi Stendhal e Manzoni a Casanova, Verga e Pirandello; da Luciano di Samosata al mito del Vespro siciliano; da un ritratto di Antonello da Messina ai quadri di Guttuso; dalla vigilia della battaglia di Lepanto alle "Anime morte" di Gogol; dai mostri settecenteschi di Villa Palagonia a Diderot che inventa il mestiere dell'intellettuale... Ma perche' questo titolo, "Cruciverba", che stimola al gioco e rimanda ai sedentari piaceri dell'enigmistica? Perche' un articolo, un saggio, una nota critica sono fatti di parole "verticali" e "orizzontali": nelle "verticali", simili alla posizione di sostegno delle torri, sta il tema d'avvio del discorso; le "orizzontali", come spalti che si diramano dalle torri, sono le divagazioni, le variazioni, le ipotesi. Sciascia era un maestro in questo genere di combinazioni. Si mette a fantasticare sul tipo di scrittore che Napoleone sarebbe stato. Nella "Giara" di Pirandello vede la "trascrizione simbolica" dell'incompiuto "Bouvard e Pe'cuchet" di Flaubert. Dalla vicenda di Kaspar Hauser, un "ragazzo selvaggio" misteriosamente perseguitato e misteriosamente ucciso nel 1833 in Germania, si arriva a Hitler. La manzoniana "Storia della Colonna Infame" conduce alla legge sui "pentiti" del terrorismo di casa nostra. Per muovere l'interesse di Sciascia non erano necessari solenni stimoli. Come confessa nel saggio su Kaspar Hauser, si sottometteva con un senso di letizia a "piccole decisioni della sorte, colpi di dadi, sottili e innocue fatalita'". E cosi' da una frase veneranda, da un verso, da un documento, dalle pagine di remote gazzette, dal lavoro d'ignoti archivisti, da libri che ormai stanno soltanto dagli antiquari o nelle vetrine polverose dei circoli filologici, Sciascia estrae abbaglianti pepite di verita'. Penso al saggio sui mostri di marmo e pietre rustiche di Villa Palagonia, su quello zoo nato dal delirio e dal "sogno d'un febbricitante". Sciascia osserva: "Con ben altri mostri l'uomo ha completato il mondo o lo ha negato".

_______________________________________

Il Corriere della Sera (c)

PROVE All'esame di Italianistica esce il celebre canto dell'Inferno: e i candidati si ritirano. Troppo difficile

L'ULISSE DI DANTE? I DOTTORANDI GETTANO LA SPUGNA

Giulio Ferroni ,

Un dottorato di ricerca in Italianistica dovrebbe servire a svolgere ricerche su qualche momento della tradizione letteraria italiana, antica, moderna o contemporanea: e' ovvio quindi che chi aspira ad entrarvi abbia una conoscenza piuttosto avanzata di quella tradizione. Se alla prova scritta al concorso di ammissione a questo dottorato presso l'universita' "La Sapienza", fra i tre "temi" indicati dai commissari (io sono uno dei tre), viene estratto quello che invita alla "Lettura e analisi del canto XXVI dell'Inferno", cioe' del celebre canto di Ulisse (il cui testo viene peraltro fornito in fotocopia), penserete che si tratta di cosa facilissima, di ovvieta' quasi esagerata. Ma non e' cosi', perche' tra 48 candidati presentatisi (su circa 250 domande), ben 23 rinunciano piu' o meno immediatamente, riconsegnando i fogli in bianco, dichiarandosi incapaci di scrivere alcunche' di sensato su quel testo... Nemmeno se si fosse proposta una canzone di Pieraccio Tedaldi o un passo della Hypnerotomachia Poliphili... I commissari restano sconvolti per questa resa di italici laureati in Lettere di fronte ad uno dei testi piu' celebri della letteratura mondiale, che un tempo si imparava addirittura a memoria nelle scuole, e che oggi puo' permettere divagazioni per tutti i gusti, passeggiate ermeneutiche dall'Odissea all'Ulisse di Joyce. Che cosa e' diventata la nostra Universita', che cosa sono diventati i laureati della Facolta' di Lettere, se una tale percentuale di aspiranti studiosi di letteratura italiana rifiuta di provarsi in un tema del genere? E che dire allora, caro ministro Berlinguer, delle future scuole di formazione postlaurea per insegnanti, dove si vuole che i dati specifici delle singole discipline siano ridotti al minimo (rinviando per lo piu' agli esami gia' fatti nel corso di laurea) e si da' ampio campo a tutto un armamentario pedagogico, a tutto un chiacchiericcio didattico molto politically correct? Se non si vuole finire come "bruti", se non si vuole far si' che questa nuova scuola affondi come la nave di Ulisse, c'e' davvero bisogno di dare una sterzata, di rivolgere la "prora" da qualche altra parte.

_______________________________________

la Repubblica (c)

Il nulla corteggiato dalla poesia

Si moltiplicano libri e letture intorno all'autore dei Canti

di UMBERTO GALIMBERTI

Ci sono dei libri su cui bisogna ritornare, e salvare da un lato dalla grande produzione letteraria occasionata dalla ricorrenza dei centenari e dall'altro dalla pre-comprensione di un autore che, complice la nostra pigrizia, ci da' l'impressione di saper gia' cosa c'e' scritto in un libro.In occasione del bicentenario della nascita di Leopardi hanno visto la luce la superba edizione dello Zibaldone in tre volumi nei Meridiani Mondadori a cura di Rolando Damiani, la riproduzione fotostatica dei Canti di Giacomo Leopardi commentati da lui stesso a cura di Francesco Moroncini (Remo Sandron editore), il Dialogo filosofico a cura di Tatiana Crivelli (Salerno editore), il Trattato sulle passioni che e' un'edizione tematica dello Zibaldone stabilita sugli Indici leopardiani a cura di Fabiana Cacciapuoti (Donzelli) a cui possiamo aggiungere la riedizione de La strage delle illusioni. Pensieri sulla politica e sulla civilta' a cura di Mario Andrea Rigoni (Adelphi), nonche' la copiosa saggistica su Leopardi di cui segnalo, per la bellezza narrativa e per la poetica "ad altezza di poesia": Finitudine e infinito di Antonio Prete per le edizioni Feltrinelli, Dialogo su Leopardi. Natura, poesia, filosofia, di Salvatore Natoli e Antonio Prete pubblicato da Bruno Mondadori, e infine Cosa arcana e stupenda. L'Occidente e Leopardi di Emanuele Severino (Rizzoli) su cui vorrei ritornare, dopo l'ottimo intervento di Franco Volpi su Repubblica del 10 dicembre '97."Ritornare" per sfuggire alle insidie della pre-comprensione che induce a pensare che un filosofo che si occupa di un poeta voglia far dialogare filosofia e poesia seguendo il modello inaugurato da De Sanctis nel suo confronto tra Schopenhauer e Leopardi, o peggio far dire alla poesia quel che dice la sua filosofia come capito' ad Heidegger con Hölderlin e Trakl. Severino non si concede a queste forme dove la filosofia e la poesia, pur dialogando, restano l' una estranea all'altra, o peggio l'una al servizio dell'altra. Severino vede in Leopardi non il poeta che corteggia col canto la verita' filosofica che testimonia il nichilismo dell'Occidente, ma il poeta che consola col canto quel deserto che e' il nichilismo occidentale, avvertendo il lettore che anche la consolazione, di cui e' capace solo il canto poetico e non "l'arida verita'" della filosofia, appartiene al deserto e, appartenendovi come consolazione, ne e' la piu' tragica testimonianza che non attende e non spera rimedio.Qui la poesia puo' quel che sembra non possa la filosofia perche', come scrive Leopardi, con la "semplice cognizione del gran nulla", la filosofia, separata dalla poesia, ispira "indifferenza" e "insensibilita'" e quindi lascia indifferenti e insensibili "sopra lo stesso nulla".Un altro poeta, Eschilo, a cui Severino ha dedicato uno splendido saggio: Il giogo (Adelphi, 1989), si era posto all'altezza della visione poetica del nulla, ma subito aveva cercato un rimedio: la verita' come rimedio al dolore "errore (mate) della mente". A differenza di Eschilo, Leopardi sa che all' interno della persuasione occidentale, non c'e' verita' che possa porre rimedio. Inoltre, a differenza di Hölderlin e di Heidegger, sa anche che la poesia non e' a sua volta un rimedio, ma semplicemente la forma estrema in cui nel modo piu' radicale si esprime la forza della visione che vede il nulla. Non c'e' dunque attesa degli "dei venienti" come nelle speranze di Hölderlin e di Heidegger, ma lucida visione della nientita' del tutto.A rendere opaca questa visione e' stata la ragione matematica su cui si e' edificata la filosofia moderna. A questa ragione che, disancorata dalla poesia, aveva costruito la citta' che noi ancora abitiamo, Leopardi dedica pagine intense che non sono espressione del suo pessimismo, come i commentatori romantici amano dire. Il pessimismo e' un tono dell'umore, nulla ha da spartire con la visione lucida del buio che la ragione matematica e la filosofia su di essa cresciuta non riescono a rischiarare. Ma soprattutto quella di Leopardi non e' poesia in quel senso debole della parola che e' adottato da quanti si rannicchiano nel "poetico" per difetto di vista, o perche' alla ricerca di un rifugio intimista.La poesia in Leopardi si salda con la filosofia, contro quella filosofia della pura ragione che ha edificato la citta'. L'unita' di poesia e filosofia e' giocata su un altro registro. Non ci si rifugia nella poesia perche' la filosofia non ha piu' niente da dire, ma si filosofa a partire dall'"entusiasmo" poetico quando si e' visto che la verita' prodotta dalla ragione matematica, lontano dalla poesia, e' l'effetto di un'illusione. E percio' nello Zibaldone Leopardi scrive: "Quante grandissime verita' si presentano sotto l'aspetto delle illusioni e in forza di grandi illusioni...".La saldatura tra filosofia e poesia si compie, per Leopardi, nel genio che guarda la natura annientata dalla solitudine della ragione che rimane nascosta al pensiero moderno, dove l'eta' della tecnica affonda saldamente le sue radici e la sua intenzione di salvarsi dal niente e di dominare il gioco tra l'essere e il niente. Il genio vive della forza con cui in lui la ragione si distrugge, e con essa l'illusione di salvare uomini e cose dal nulla.Dinanzi al nulla la storia della filosofia ha incontrato Schopenhauer e Nietzsche. Ma il nulla di Schopenhauer e' relativo al punto di vista della volonta' di vivere, e il nulla di Nietzsche e' relativo alla morte dell' ultimo dio, quello platonico-cristiano. Solo Leopardi volta le spalle a queste flebili nullita'. Per lui, scrive Severino: "Tutto e' nulla; tutto cio' che esiste e' nihil negativum perche' e' un effimero emergere dalla assoluta negativita' del nulla. E tutto cio' che esiste e' amor proprio, volonta' di esistere e di vivere e quindi di evitare la conoscenza annientante della propria nullita'".Testimone di questo nulla non e' il canto leopardiano de L'infinito perche', "tutto al ver detraendo", trattiene fuori dal proprio sguardo il deserto e quella forza annientante di cui il deserto e' il prodotto. Testimone del nulla e' per Severino il canto de La ginestra, il fiore del deserto che solo puo' consolare il deserto perche' ne partecipa per davvero della sorte. Se la filosofia, l'"arido vero" come dice Leopardi, puo' parlare del nulla desertificante, solo la poesia, come fiore del deserto di cui ne condivide l' aridita', puo' testimoniare il deserto non dall'esterno, ma dall'interno e percio' La ginestra dice: "Seggo la notte". Da questa posizione non si fa innanzi l'infinito e l'eterno, ma lo "spettacolo della nullita'" che rende l'infinito e l'eterno ultime illusioni, dopo il tramonto di tutte le illusioni.Il deserto, dove "le cose non sono piu' cose", e' "cosa arcana e stupenda", perche' qui "la cosa non e' cosa". Questi passi leopardiani che danno il titolo al libro di Severino sono da lui cosi' commentati: "L'arca dell'arcano - l'essere - e' vuota, non custodisce che il nulla, ed e' essa stessa essere e nulla, identita' di essere e nulla. Per questo e' "stupenda", cioe' angosciante. Cresce l'estensione e l'intensita' del deserto: la cosa - l'essere - e' deserto perche' si trova "in mezzo" al nulla e attraversata dal nulla e percio' il suo sporgerne e' l'impossibile che esiste, lo sporgere dal nulla che e' insieme identico al nulla. L' arca e' questa sporgenza, insensata e senza perche'". A differenza delle filosofie che descrivono il nulla abitato dal tempo dell'Occidente, a differenza delle poesie che partecipano del nulla dell'Occidente, il canto di Leopardi porta filosofia e poesia all'altezza dell'impossibile in cui consistono tutte le cose ospitate nella casa del pensiero dell' Occidente. Per Severino infatti il canto di Leopardi non ha l'inerzia delle cose (delle filosofie, delle poesie) che semplicemente vi dimorano, ma la consapevolezza del luogo che esse irrimediabilmente abitano: il deserto e percio' solo la ginestra, il fiore del deserto che ne condivide la sorte, puo' dire la parola forte della consolazione, che e' "forte" perche' e' parola non disgiunta dalla consapevolezza che, nel deserto, anche la parola della consolazione e' illusoria.

LILILILILILILILILILILILILILILILILILILILI

GIUGNO 7

la Repubblica (c)

Bene, una voce da Pirata

Impresa d'altri tempi con i versi di Leopardi

di FRANCO QUADRI

ROMA

Era sacrosanto che Carmelo Bene facesse precedere le sue tre ore e mezza di puntate televisive leopardiane da un prologo in teatro quale straordinario "unicum" (al Teatro Olimpico di Roma). Per quanto sia arcinota la facilita' con cui il verseggiare del grande attore buca il monitor, era importante sottolineare dal vivo, anche in non perfette condizioni fisiche, la corporeita' della sua concezione della poesia. Questa corporeita', da intendere in puro senso vocale, qui la esplicita su due fronti: da lottatore, profondendosi per novanta minuti in un mirabolante assalto di parole che a qualcuno potrebbe ricordare le ascese a folate e implacabili scatti di Pantani, cuore in bocca verso le cime; e da gran virtuoso che ci restituisce, ultimo e unico dopo Gassman, con la voce flautata capace d'impennarsi in acri passaggi e di distendersi nell'affondo risolutivo, la tradizione perduta del mattatore di ieri con una consapevolezza critica di oggi. Ma attenzione, Carmelo Bene, che gia' nel 1983 si cimentava col solitario recanatese, confrontandolo con Hölderlin in "Mi presero gli occhi", sa ripercorrere gli stessi tragitti sul filo della musicalita' vincente con la creativita' drammatica che appartenne alla Callas capace di rendere puntualmente inedito e comunque sorprendente ogni timbro. e' una presenza, la sua, che come sempre gioca coi chiaroscuri di un'assenza da evocare: Voce dei Canti e' uno spettacolo labirintico e risonante d'arcani rinvii come un sogno, e non perche' "Il sogno" ne costituisce un capitolo, ma in quanto permette d'intravedere dietro modulazioni momentaneamente distaccate l'Altro, cioe' il Bene d'allora, mentre per ciascuno degli spettatori e' in atto il recupero privato del proprio Leopardi, amato, appropriato, sofferto in ogni adolescenza. Ma non sara' neppure stavolta, come del resto quindici anni fa, il Leopardi sentimentale e tutto introspettivo che molti s'aspettano. Lo spettacolo in forma di concerto prevede un pendant femminile alla Voce recitante e la contrapposizione a questa oralita' di uno strumento musicale vero e proprio: l'attrice Sonia Bergamasco, bionda, eterea e in bianco, introduce ogni pezzo strimpellando vigorosamente sui tasti le note a volte dissonanti di Gaetano Giani Luporini. E l'organo naturale ma ovviamente ampliato di Carmelo da' vita e spessore ai poemi o agli idilli scelti, seguendo un itinerario molto nitido: dal rifiuto iniziale del creatore trascorre al travaglio esistenziale girando attorno al binomio amore-morte, cerca l'attimo metafisico nel lieve solfeggio de "L'infinito", e subito dopo tocca un culmine nel "Sabato del villaggio", quando fa seguire all'osservazione pittorica e sonora del reale la trasformazione dell'appello chiarificatorio al "garzoncello scherzoso" in trascinante invettiva. Decolla la rabbia e "La ginestra" assume cadenze dantesche nell'esplodere della memoria dell'eruzione vesuviana, con la progressiva messa a nudo della natura come inferno, ideale teatro della tragedia umana. Allora, come nel precedente indugiare sul rapporto a due e nella messinscena dialogata e impietosa dell'amore quale ingannevole macchina d'illusioni, vibra un Carmelo Bene che dal romantico sarcasmo trascolora verso aspre durezze. E il suo Leopardi si fa aggressivamente attivo nell'edificare un universo idoneo a formulare atti d'accusa comunque letti nel gioco dei tempi e dei toni da spartito musicale da un interprete che, come nessuno, trova nella poesia il proprio linguaggio e un mezzo di reincarnazione. E lo coglie il pubblico commosso con applausi furenti a ogni pezzo, a parte un isolato e folcloristico grido d'un liceale a tre quarti della serata, chiusa da una decina di minuti d'ovazioni.

_______________________________________

la Repubblica (c)

Carlo Dionisotti

Italia mia, quanti difetti

Il fascismo, Tangentopoli, gli intellettuali, la letteratura: il testamento di un grande critico

L'ULTIMA INTERVISTA

di LALLA ROMANO e ANTONIO RIA

Professor Dionisotti: a quasi 90 anni si e' come sulla cima di una montagna. Come vede ora, da questa vetta, la sua vita e il mondo? "Io, a quasi 90 anni, non riesco a vedermi sulla cima di una montagna. Sono in fondo a un buco, dal quale si vede poco: si vede un mondo in gran parte scomparso. La stessa mancanza di fiato che mi impedisce di salire, mi toglie anche la capacita' di vedere con sufficiente larghezza e chiarezza. Non e' vero infatti che l'eta' comporti una maggior conoscenza". Iniziava cosi' il nostro colloquio con Carlo Dionisotti, uno dei piu' grandi storici della letteratura italiana di questi ultimi tempi, morto il 22 febbraio a Londra. Doveva essere un testo-confessione, una specie di testamento, preparato in vista del suo novantesimo compleanno, che avrebbe compiuto il prossimo 9 giugno. Studioso del Rinascimento, Dionisotti aveva dedicato fondamentali studi al Bembo e al Machiavelli. Era noto soprattutto per Geografia e storia della letteratura italiana, pubblicato presso Einaudi nel 1967, un libro da cui e' impossibile prescindere. Dionisotti era torinese, apparteneva alla Torino antifascista e aveva militato in Giustizia e Liberta', nel Partito d'Azione. Dopo aver insegnato a Vercelli, Torino e Roma, dal '47 viveva in Inghilterra, dove aveva insegnato prima a Oxford e poi a Londra, al Bedford College. Ci aveva ricevuti nella villa di famiglia a Romagnano Sesia, dove di solito trascorreva le estati. L'incontro fra i due vecchi amici di giovinezza era stato commovente, ma senza effusioni: erano fedeli al loro stile austero, nella vita e nel lavoro. "Io non sono religioso", aveva proseguito Dionisotti, "e quindi sono alieno dal fare esami di coscienza e relativa confessione. Non parliamo di penitenza: mi pare che la penitenza sia gia' implicita nella lunga vita. Mi trovo a sopravvivere in un mondo totalmente diverso da quello che era nella prima meta' del secolo, quando avevo gia' passato il cosiddetto mezzo del cammino e raggiunto la piena e anzi stramatura eta' virile". Allora, professor Dionisotti, abbiamo tentato prima di riassumere il suo curriculum vitae. Ma provi a fare lei stesso un auto-identikit: Carlo Dionisotti che si racconta, che si descrive. "Sono stato un insegnante e a tempo perso uno studioso di letteratura italiana. Per molti anni ho condotto questa doppia attivita' con prevalenza dell'attivita' scolastica, che era quella che mi assicurava una indipendenza economica. Ai tempi miei non c'era praticamente altra via aperta a un laureato in Lettere che non fosse o l'insegnamento o le biblioteche e gli archivi. A un certo punto della vita ho sentito crescente la difficolta' di tirare avanti su questi due piani e, durante la guerra, mi sono contentato della scuola media e, a Roma, dell'impiego all'Istituto dell'Enciclopedia Italiana che mi dava un secondo stipendio e mi consentiva condizioni di vita piu' comode, in tempi estremamente difficili. Alla fine della guerra ero scoppiato, come si dice, fisicamente e anche, in parte, intellettualmente, perche' i vari mestieri che avevo dovuto fare erano mestieri non congeniali. Avevo fatto anche il giornalista - cosa che certo non corrispondeva alle mie attitudini - e in quel momento anche il politico, mentre non ero nato per la politica. Erano anni in cui abbiamo fatto ogni sorta di mestieri."Quando mi e' stato offerto, nel '46, di andare in Inghilterra a fare soltanto il mestiere dell'insegnante, in un paese che non conoscevo ma che ammiravo per quello che aveva fatto, soprattutto nel '40, ho accettato. Sono andato in Inghilterra in un momento non facile, ma devo dire che ho trovato un ambiente non soltanto cortese verso di me, ma straordinariamente ben attrezzato per il lavoro sia scientifico che pedagogico. Ho finito per rimanere la' e non me ne pento. Ho fatto del mio meglio e ho potuto, tardi nella vita, non solo insegnare ma anche riprendere gli studi e pubblicare alcune cose che hanno avuto un qualche successo. Questo probabilmente era dovuto alle condizioni in cui mi ero trovato la': non essere costretto a fare un doppio mestiere. "L'esilio, come tutti sanno, impone dei sacrifici e dei limiti: e' chiaro che uno perde in parte, inevitabilmente, il contatto con il proprio paese di origine. Ogni medaglia ha il suo diritto e il suo rovescio". Professore, come vive ora, quali sono le sue attivita', i suoi studi, i suoi interessi in questo momento? "Ormai vivo come la natura mi permette di vivere. Ci sono dei limiti che uno deve accettare. La storia degli studi, la storia della letteratura - dico quella a me meglio nota, non vado a cercare altre storie - dimostra che la gente che ha raggiunto la mia eta' ha scarse possibilita' di lavoro, quando il lavoro comporti mobilita': altro e' il lavoro che uno fa al tavolino e altro e' il lavoro che richiede uscir di casa, andare in biblioteca, su e giu' per le scale...". Ma sono stati recentemente pubblicati da Jaca Book i suoi scritti su Leonardo, Tiziano, Giorgione e altri autori nel volume Appunti su arti e lettere; e' da poco uscito un suo libro su Aldo Manuzio umanista ed editore, per Il Polifilo: quindi continua ancora a lavorare. "Vede, sono cose vecchie che, a un certo punto, proprio perche' stravecchie, acquistano un qualche valore di stranezza e forse di utilita'. Quella dei convegni, dei congressi, dei seminari, e' una delle mode dell'eta' nostra. In genere questi contributi finiscono o nell'inedito, o in pubblicazioni inaccessibili, che uno non sa neanche dove andare a cercare. Io avevo alcune cose di questo genere che mi sono state richieste e le ho ripescate. Dopo tanto tempo l'alternativa era o rifare o pubblicare piu' o meno tal quale. Rifare per me ormai e' impossibile: Leonardo, Tiziano, Giorgione sono argomenti sui quali la bibliografia cresce di anno in anno. Aggiornarsi, su argomenti simili, e' impossibile per un uomo della mia eta'. Quindi ho mantenuto tali e quali nella sostanza i testi. Siccome io sono un umanista, un carducciano arretrato, ho corretto un poco la forma, togliendo qualche aggettivo superfluo. Ma la sostanza e' rimasta quella che era, perche', come dicevo, lo studio storico e' anche uno sport, e' un po' come il tennis, che si puo' potrarre anche abbastanza a lungo nella vita, ma ci son dei limiti: insomma, ad un certo punto, uno non ce la fa piu'". Vorremmo adesso dal presente riportarci al lontano passato, agli inizi. La sua infanzia, la sua giovinezza, l'Universita' in una Torino degli anni Venti-Trenta. Quali sono i suoi ricordi di quella Torino, dei suoi maestri di allora? "Io non posso, come Lalla Romano, inventare la mia giovinezza. Ho nel complesso un ricordo abbastanza vivo e buono di quegli anni giovanili: l'ho anche detto e pubblicato in una commemorazione del mio maggiore amico di quegli anni, Arnaldo Momigliano, e nella mia relazione al convegno milanese proprio su Lalla Romano. Ho ricordato allora i nostri anni di studio a Torino, i nostri maestri e soprattutto i nostri compagni; perche' c'e' stato un gruppo di giovani in quegli anni, all'Universita' di Torino, che hanno lasciato una traccia nella storia della cultura italiana. Parlo dei contemporanei miei. Noi non abbiamo piu' conosciuto all'Universita' Chabod, Sapegno, Fubini, Gobetti; non parliamo di Gramsci". Professore, un altro aspetto importante di quegli anni e della sua esperienza: fascismo e antifascismo, il ventennio del regime; poi l'antifascismo come forza di ricostruzione. In lei, che ha militato anche nel Partito d'Azione, che segno ha lasciato l'esperienza del fascismo e che importanza ha avuto, secondo lei, l'antifascismo nella nascita della democrazia italiana? "Questo naturalmente e' un tasto delicato e per uno come me, che ha avuto una attivita' politica estremamente ristretta, sia nel tempo sia nell'importanza - pochi anni e senza alcuno spicco -, e' difficile rispondere. Io posso ripetere quello che ho piu' volte scritto, cioe' che in Italia si combatteva allora una guerra civile: quando sono stati ammazzati i Rosselli nel '37, in Francia, io ho pensato fin da allora, che ci voleva una guerra decisiva, nella quale o gli uni o gli altri avrebbero vinto. Il '45 ha rappresentato, per me, il capolinea. Naturalmente, si trattava di ricostruire. Li' sono cominciati i guai, perche' la gente incorrotta era quella vissuta fuori d'Italia, nell'esilio, con i limiti che ha sempre l'esilio e in piu' con l'usura della durissima lotta sostenuta. La possibilita' di rinnovare l'Italia era effettivamente scarsa, e difatti non si e' verificata: si e' passati dalla Monarchia alla Repubblica, sulla base, pero', di una continuita' dello Stato, quindi di una sostanziale continuita' della societa' italiana. Rivoluzione non c'e' stata, perche' la partita era stata decisa dagli eserciti stranieri. "Interessante oggi e' ricordare l'esperimento di Parri, esperimento che un uomo della mia parte non puo' dimenticare. Parri era un uomo assolutamente integro, onesto, coraggioso e colto. E' durato due mesi. Per ricostruire l'Italia c'e' voluto De Gasperi, che era un uomo integro, non brillante per la sua attivita' durante la Resistenza e di mediocre cultura, ma provvisto di quell'abilita' politica che ha consentito il passaggio dalla Monarchia alla Repubblica".La sua esperienza del fascismo cosa le suggerisce sui pericoli di una affermazione del neofascismo oggi in Italia? "Come ho gia' detto, non sono un politico per professione e competenza, ne' tantomeno sono un profeta. Secondo me la storia e' difficile che si ripeta. Senza dubbio e' normale che certe tradizioni resistano al passar del tempo. Nel '35, quando io insegnavo a Vercelli, l'assoluta maggioranza degli italiani era d'accordo con Mussolini, e quelli che allora consideravano l'impresa coloniale assurda e ingiusta erano pochissimi, tanto che ci sembrava - ci veniva il dubbio - di essere matti. Ora se e' vero questo, non si puo' credere che di punto in bianco, come e' apparso nel '43, quei milioni di entusiasti del fascismo fossero scomparsi. Questi milioni avevano capito che il fascismo era finito e che aveva rovinato l'Italia. Non era finita la disposizione ad applaudire un qualche padrone, magari Baffone. "Insomma io credo che un buon numero di italiani ancora oggi sia disposto a salutare qualcosa di nuovo, ad affidarsi a un nuovo padrone che si spera o si crede migliore dei precedenti. Questo penso che sia possibile. Ma c'e' una differenza sostanziale, almeno per quello che ho conosciuto io, tra una lotta civile in cui si spara, in cui si ammazza la gente, e l'attuale disordine politico. Quindi, finche' non si spara, speriamo bene". In questo momento difficile - lei ha anche detto e scritto - l'Italia ha bisogno soprattutto di una ripresa morale e intellettuale, dopo Tangentopoli, e non solo economica. Con quali mezzi, su quali strade? Che cosa puo' insegnare a questo proposito l'esperienza del passato? "L'esperienza del passato puo' insegnare quali sono i nostri difetti, quali sono le nostre mancanze: la mancanza di responsabilita', la mancanza di controllo. La cosa che piu' colpisce, anche a paragone con altri paesi, e' che da noi avvengono scandali che fanno un poco di rumore, ma se uno tiene duro, tutto torna al punto di prima. Ora, questa irresponsabilita' e questa mancanza di controllo sono certo in gran parte colpa degli intellettuali: son loro che dovrebbero, non discutere sullo stato di diritto, ma su questo stato, come e'. Si capisce che a molti intellettuali manca la competenza politica, perche', come ho accennato altre volte, la cultura italiana e' sempre stata unitaria e quindi superiore alle divisioni reali del paese e ha sempre avuto un carattere "metastorico", idealistico: nella lingua, nella letteratura, nel pensiero politico. Onde anche una certa irresponsabilita', perche' questi intellettuali nostri non dovevano rendere conto di se' al popolo, a quella plebe che non aveva funzione politica. Loro si credevano, e in parte anche erano, superiori. C'e' una lunga tradizione italiana di distacco dell'intellettualita' dalle questioni pratiche della maggioranza. Suppongo che questo debba essere gradualmente corretto".Professore, la sua opera piu' nota, Geografia e Storia della letteratura italiana, fu innovativa negli anni Sessanta. Che influsso ha avuto quella sua intuizione e come la vede oggi? "Un certo influsso credo che l'abbia avuto negli studi ma, naturalmente, e' difficile per me misurarlo. Vedo che nelle storie letterarie prodotte in questi ultimi tempi la dimensione geografica ricorre in modo piu' evidente di quanto fosse prima. Insomma si tratta di questo: la storiografia italiana, come la Storia di De Sanctis dimostra, e' tradizionalmente unitaria. La generazione mia, che ha avuto l'esperienza di un'Italia divisa in due, di un'Italia frazionata, di un'Italia in cui le grandi vie di comunicazione erano interrotte e in cui la vita locale per motivi esterni era ridiventata fondamentale, questa generazione era portata a vedere la storia letteraria d'Italia in una forma diversa da quella tradizionale, unitaria. Questo mi pare abbastanza evidente". Su un piano piu' generale, per lei che ha seguito in questi decenni, anche dall'Inghilterra, il processo dell'unificazione europea, che rapporto ci puo' essere tra la nostra geografia e storia e il futuro di una Europa unita? "Io non ho difficolta' a dire che sono sempre stato poco europeo, poco federalista. Essendo vissuto all'estero non ho potuto e, per ovvii motivi, non ho voluto, sviluppare quella reazione nazionalistica che e' cosi' frequente negli espatriati; pero' ho sentito la differenza tra me e l'ambiente nel quale ero capitato a vivere e a lavorare. Questa e' una differenza storico-geografica che ha radici lontanissime e che e' consacrata dalla lingua. La differenza linguistica, per uno storico della letteratura, e' fondamentale, dato il rapporto fra lingua e letteratura. Il soggiorno all'estero ha acuito in me il senso delle differenze". E quali sono le conseguenze sul piano dello studio della storia della letteratura? "Mi pare che, mentre uno deve escludere qualsiasi forma di nazionalismo o di razzismo o di intolleranza, deve pero' essere pronto a riconoscere le differenze reali e accettarle per quello che sono, nella loro validita'. Questo mi pare non sia soltanto una esigenza storico-letteraria, ma piu' generale: della convivenza, cioe' del convivere con gente diversa, riconoscendo la loro diversita', accettandola e rispettandola e, naturalmente, rispettando la propria, sempre in uno spirito di tolleranza. Questo pare a me l'unico modo degno di studiare una storia linguistica e letteraria". In conclusione, professor Dionisotti, vorrei riprendere un discorso, cui lei ha accennato prima: cioe' la responsabilita' degli intellettuali, degli uomini di cultura nel mondo di oggi. Quale deve essere il loro compito? "Pare a me che il compito degli intellettuali sia di fare, come tutti gli altri, il loro mestiere nel modo migliore. Il loro mestiere puo' comprendere anche la politica attuale, ma non necessariamente. Se la comprende, il loro compito precipuo - secondo me - e' di ricordare e spiegare i precedenti di questa politica che sfuggono alle nuove generazioni e a quelli che intellettuali non sono. Piu' che un compito direzionale, dovrebbe essere, secondo me, un compito commemorativo e monitorio".