Terze pagine (13)

[26-3-1998]

Sommario:

1) Mengaldo: sul Diario postumo di Montale

2) Nuovi Meridiani

3) Fiori: le carte segrete di Pasolini

4) Belpoliti: Dall'inferno di Manganelli

5) Benedetti: difende il suo libro su Calvino e Pasolini

6) Aspesi: tornano i Gattopardi

7) Brevini: su Folengo

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Corriere della Sera (c)

Giovedi', 12 Marzo 1998

ELZEVIRO Il pamphlet di Dante Isella

Ma com'e' goffo il Montale postumo

di PIER VINCENZO MENGALDO,

Ci sono vari tipi di falso: per esempio l'osannato film di Benigni per me e' prima di tutto un falso storico. Ma il falso piu' celebre degli ultimi mesi e', se lo e', il Diario postumo di Montale attribuito o restituito da Dante Isella alla mano della destinataria Annalisa Cima. Ora Isella ha raccolto col titolo sereniano il Dovuto a Montale (Archinto) i suoi interventi in merito su questo giornale, piu' altro. Il pamphlet mi ha fatto mettere a fuoco le idee o impressioni maturate durante la querelle, in modo abbastanza soddisfacente perche' possa, e debba, esprimerle.

Lo faro' seguendo soprattutto i principali argomenti di Isella, col minimo di commento. 1) Vari testi del Diario (che possono comparire anche in redazioni plurime!) riciclano goffamente parole, sintagmi ecc. del Montale antico (e soprattutto di quello, va precisato). E' vero che spesso il tardo Montale faceva il medesimo, ma con tutt'altra abilita', auto-ironia, gusto della poesia al quadrato ecc. (almeno cosi' giudico). Inoltre la Cima e' onorata di espressioni come "Vederla e' un quadro", "figlia della luce", "giovane Saffo" et similia, degne di un poeta della domenica, non di Montale; sotto la penna del quale cadrebbero poi, mostra Isella, tratti idiosincratici della poesia della stessa Cima, che dunque il vecchio Eusebio avrebbe memorizzato e imitato.

2) Tra i vari prodotti dedicati dalla Cima a Montale figura una doppia intervista del '73, Incontro Montale, che Isella pero' mostra essere un capillare montaggio della raccolta di saggi montaliani Auto da fe'. Fatto sta che, scrivendo allora a Contini, Montale lo informa che "quel libercolo piu' scemo che deludente" esce senza il suo consenso, checche' ne dica eventualmente la "pennaiola". Alla quale pennaiola dunque Montale stava dedicando da cinque anni e avrebbe dedicato per altri sei poesie sue, vincolandole a un complicato procedimento di pubblicazione postuma tramite ventiquattro Lettere-legato (per le quali pure si pone, come no, il problema dell'autografia).

Una di queste, del 10 ottobre '79, elegge la C. "curatrice di tutta l'opera "sua" in versi e in prosa", ma il 1 gennaio del '78 il poeta aveva ringraziato Contini di aver accettato di curare le sue poesie complete: che infatti usciranno gloriosamente in edizione critica, collaboratrice ottima Rosanna Bettarini, nel 1980 da Einaudi.

3) Durante l'infuriare della polemica (nella quale gli avversari di Isella, bisogna dirlo, a differenza di lui non sono andati con la mano leggera), Maria Corti dichiara su "Repubblica" di aver visto e udito a suo tempo Montale consegnare alla C. foglietti, cartonticini ecc. con poesie a penna e matita, e aggiungendo altro. Purtroppo subito prima la C. aveva dichiarato altrove che la Corti le aveva confessato "di recente" di essere al corrente della consegna. Cosa pensare (perche' ovviamente la buona fede dell'illustre studiosa e' fuori questione)?

4) Senza troppi commenti, Isella allega in un'appendice fotografie di sicuri autografi e di pretesi autografi montaliani (compreso un delizioso "autoritratto"). La discrepanza salta all'occhio, per lo meno al mio; ma se si vuole aggiungere qualcosa, basta guardare per omogeneita' (perche' Isella acclude del Montale certo solo lettere a Contini) gli autografi poetici, giusto degli anni del Diario, riprodotti nel volume documentario I fogli di una vita - le carte, i libri, le immagini di Eugenio Montale, Milano 1966, pagg. 62, 69, 75. La differenza fa impressione, anzitutto, direi, di penna e/o inchiostro. I caratteri sembrano (ancora una volta) imitati da quelli antichi e non dai recenti e tremuli del poeta, il che mi pare interessante. Senza poter eccedere nei dettagli, basta comunque indicare la diversita' nel modo di cancellare o l'accentuazione e insieme regolarizzazione di certi dettagli grafici del poeta (tipico in questo senso lo svolazzo della d).

E si guardi Isella, pag. 45: quando mai il vecchio Montale ha scritto con tanta sicurezza e regolarita', senza tremiti, ondeggiamenti delle righe ecc.? Aggiungo anche, senza insistere, che il tardo Montale spesso, e quasi esclusivamente negli ultimi anni, non scriveva le poesie a mano ma, per le ragioni di cui sopra, a macchina (comprese quelle che andava regalando). Nelle poesie per la/della C. il manoscritto regna. E' chiaro che la sentenza ultimissima si avra' quando, secondo l'auspicio dello stesso Isella, sara' possibile, se mai lo sara', confrontare a nudo e con ogni agio i rispettivi originali; ma chi ha occhi puo' gia' vedere qualcosa.

Cosa concludere (lasciando cose minori)? Quando uscirono via via, spicciolati, i testi del Diario ci fu chi ne mise subito in dubbio l'autenticita' (Raboni); altri, come anche chi scrive, allontano' mentalmente la cosa; altri si sforzo', e si sforza ancora, di trovare in quei versi qualcosa di degno del grande Arsenio. Possibile, ma non probabile. E di solito non si ricorda abbastanza che le poesie del Diario non appartengono tout court agli ultimi anni del poeta, ma a un ampio arco (1968-1979), nel quale Montale ha positivamente scritto, accanto a poesie minori e minime, cose eccellenti e addirittura capolavori. E' da dimostraree in quale suo testo del '69, anno centrale di Satura, Montale abbia concepito le sciocchezze sciorinate in Mattinata, dello stesso anno secondo il Diario e la C. ("Sulla porta si profila/un'aerea figura... Non hai un cliche':/emergi singolare" ecc., ivi compreso lo pseudo-montalismo "E' il segno/che travalica gli umani"). Si dira', come si e' detto, che gli argomenti estetici valgono poco: ma si' quando sono uniti a quelli della pertinenza stilistica, altrimenti addio a tutto un ramo della filologia non solo letteraria, quello attributivo.

Comunque, poiche' al 90 per cento (a star bassi), la grafia del Diario non e' di Montale, le ipotesi possibili non sono molte (esclusa in pratica anche quella di una dettatura: perche' cercare di imitare, in questo caso, la grafia montaliana?).

A) Montale avrebbe volutamente "collaborato" con la sua visitatrice, magari pure per sfottere filologi futuri. Ma perche' collaborare proprio con la pennaiola? E puo' un vero poeta, sia pure diabolicamente, scendere talmente e cosi' sistematicamente sotto il suo livello? In questa occasione tanti hanno scoperto o riscoperto che Montale era "cattivo": sara' stato cattivo, ma che questo lo inducesse a diventare anche autolesionista, e piuttosto scemo, non crederei.

B) Il vecchio Eusebio, sempre per maligne ragioni, avrebbe lasciato attribuire a se' imparaticci para-montaliani e autoincensativi della C. (dove le sole cose passabili sarebbero riflessi della scintillante conversazione montaliana). Scartata, come a me pare probabile, anche questa ipotesi, ne resta solo una terza, la piu' semplice.

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Corriere della Sera (c)

Martedi', 17 Marzo 1998

I Meridiani guardano al Novecento italiano

E arrivano anche Caproni, Giudici e Zanzotto

Dopo la narrativa arriveranno la saggistica, la poesia e le sceneggiature. Quello delle Opere complete di Pasolini e' un grande progetto che si dispiega in quattro anni e otto volumi. Ma per Renata Colorni e' anche il paradigma di un nuovo modo di intendere i Meridiani Mondadori che guida. "Siamo giunti a scoprire un Pasolini diverso, perche' abbiamo scelto un approccio scientifico, di studio. Se avessimo optato per la commemorazione, sarebbe bastato prendere i testi noti e impaginarli uno dopo l'altro: nessuno sarebbe andato al Vieusseux e niente di nuovo sarebbe emerso". Come dire che per fare un Meridiano di qualita' non basta piu' pubblicare tutte le opere di un autore su bella carta. Specie per i testi fuori diritti: di ben fatti sul mercato ce ne sono gia' molti. "O il Meridiano - spiega Renata Colorni - e' frutto di un lavoro di ricerca e fornisce una curatela straordinaria, a partire dalle cronologie, dalle biografie documentate, dalle traduzioni accuratamente rifatte, o, dicevo, il Meridiano non ha senso d'esistere".

Ma fra gli obiettivi di Renata Colorni c'e' anche quello di "allargare lo sguardo dei Meridiani per esprimere ad ampio raggio la cultura europea del Novecento". Compresa la seconda meta' del secolo, per la quale la collana si propone come punto di riferimento scientifico. "Arriveremo cosi', indirettamente, a una rilettura critica del dopoguerra". Con la sua letteratura che entra nell'empireo della classicita'. Verra' percio' completata la sezione poeti, con Caproni, Luzi, Zanzotto, Giudici, Fortini... Inaugurato da poco, continuera' il filone dei saggisti scrittori, come Silone. Senza dimenticare la narrativa, magari rifacendo vecchi Meridiani, come quello della Woolf. "Perche' i tempi cambiano e con loro muta il nostro modo di vedere il passato".

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Corriere della Sera (c)

Martedi', 17 Marzo 1998

ESCLUSIVA

Aperti gli archivi con gli autografi di uno degli scrittori piu' discussi del dopoguerra

Lo studioso Walter Siti parla dei numerosi testi inediti.

E rivela clamorose sorprese

Le carte segrete

di PASOLINI

"Nonostante quel che si pensa fu innanzitutto un narratore. Basta guardare

i suoi cassetti"

"Ecco i romanzi che nessuno ha mai letto"

di CINZIA FIORI

Per tanto tempo se n'e' favoleggiato. I segreti nascosti nelle cartelline trasferite nel 1989 da casa Pasolini al Gabinetto Vieusseux di Firenze hanno scatenato fantasie popolate di appunti, lettere, poesie, romanzi, sceneggiature capaci di cambiare il nostro modo di guardare a uno degli scrittori piu' amati dal pubblico nel dopoguerra. » tutto vero. Oltre ogni immaginazione. "Quello di Pasolini e' davvero un caso in cui gli inediti ci dicono quasi tutto dell'autore". Parola di Walter Siti, che, in veste di curatore dei primi due volumi delle opere complete di Pasolini per i Meridiani Mondadori (usciranno a dicembre), ha avuto libero accesso al Vieusseux. Ora ha davanti a se' le quattromila pagine in bozze dedicate alla narrativa, la fatica di correggerle, i ricordi che tornano ("era incredibile, continuavano a spuntare nuovi testi") e la soddisfazione di poter ridefinire Pasolini come uno scrittore che "ininterrottamente, nell'arco della sua breve vita ha costruito grandi macchinari narrativi a matrice autobiografica e senza sosta ha cercato uno strumento romanzesco abbastanza potente per dire tutto".

Ininterrottamente. Basta un avverbio a cambiare l'immagine di Pasolini, da sempre ritenuto il narratore occasionale che esordisce nel 1955 con Ragazzi di vita e poi scrive nel '59 Una vita violenta. Passano gli anni, e l'autore di successo che la neoavanguardia bollera' come l'"esponente dell'orientamento reazionario della tarda letteratura neorealista" nel '62 pubblica un romanzo della giovinezza, Il sogno di una cosa, poi sono frammenti, testi magmatici come Ali' dagli occhi azzurri ('65) o La Divina Mimesis ('75), affiorati da un grande lavorio attorno a importanti raccolte di poesie, testi teatrali e naturalmente il cinema, dal quale nel '68 riprende una sceneggiatura, trasformandola in Teorema. Agli occhi del mondo e' il poeta, il regista, il polemista. Molti, come Dario Bellezza, di lui hanno pensato: "Non fu mai un vero narratore e solo alla fine della sua vita si mise a scrivere un romanzo totale: Petrolio". "Invece - dice Siti - mettendo in ordine cronologico tutti i progetti cui ha lavorato, l'impressione e' diversa. Si e' dedicato alla narrativa per 28 anni, dal 1947 al 1975, l'anno della morte".

S'inizia con i "quaderni rossi", che erano cinque, ora si sa: a quei fogli negli anni friulani Pasolini affidava la confessione del suo mondo omosessuale. Una parte e' stata pubblicata nell'82 con il titolo Atti impuri. Siti, davanti alle incerte variazioni apportate al testo da Pasolini nel '50, ha dovuto procedere a una revisione dell'edizione Garzanti. In appendice ha aggiunto alcune pagine di memorie inedite "dall'influenza fortemente proustiana". E ora c'e' anche l'ultimo quaderno, un racconto completo, scritto nel '47 e mai pubblicato: Douce. "Angelo Dus e' il nome di un ragazzo che il personaggio di Pasolini incontra a una festa di paese. Dus e' molto bravo a disegnare e percio' il protagonista pensa di diventare il suo Cimabue: gli propone un ritratto, gli porta libri di disegno. Douce e' interessante anche perche' in alcune pagine Pasolini rovescia il punto di vista: chi parla e' il ragazzo che ridescrive la scena della seduzione e narra di un signore ben vestito, molto bravo a ballare che gli si e' avvicinato...".

Anche in Amado mio, concepito nella primavera del '48 e parzialmente pubblicato postumo con Atti impuri, la dominante e' autobiografica. Ma finora non si sapeva che nel 1950, quando Pasolini era appena arrivato nella capitale, penso' a una continuazione di quel testo. "L'idea - racconta Siti - era che Iasis andasse a Roma a trovare il protagonista, Desiderio. Pasolini, con un improbabile dialetto romanesco, racconta l'integrazione del giovane fra i ragazzi delle borgate. Poi si stanca di IasÌs e fa partire Desiderio per Parigi, dove da seduttore si trasforma in sedotto".

Passa un anno, e nel '51 Pasolini, secondo la ricostruzione di Siti, prende a lavorare a Per un romanzo del mare. "Qualche tempo fa Nico Naldini ne curo' la seconda parte per Guanda. Sono pagine di memorie infantili, uscite con il titolo Operetta marina". Ora c'e' anche la prima parte, inedita, di quel racconto lungo. S'intitola: Coleo di Samo. "Li' - narra Siti - Pasolini con un andamento fantastico, erudito parla dell'origine del Mediterraneo e del fascino che il mare ersercitava su di lui".

Nico Naldini nella cronologia della vita di Pasolini dice che poi, nel '52, lo scrittore inizia un pamphlet dal titolo Il disprezzo della provincia ma, aggiunge, non va oltre il primo capitolo. Lo si trova ordinato sotto quel titolo in una cartellina al Vieusseux. A trovare la continuazione e' stato Walter Siti. "Apro un'altra cartella apparentemente dedicata ad Amado mio e dopo qualche foglio me ne accorgo: ma questo e' un romanzo!". Piu' che un romanzo e' lo scheletro di un romanzo, ma importante dal punto di vista biografico, spiega Siti. Pasolini, che deve ogni tanto tornare in Friuli per il processo che lo vede accusato di corruzione di minore, incomincia a guardare a quella terra non piu' come luogo amato, ma con gli occhi del romano che giudica la provincia. E non mancano rancorose parodie. "» un testo satirico - racconta Siti -, interessante, anche perche' ritrae l'altro lato della vita di Pasolini. » infatti l'unico romanzo dell'epoca in cui i protagonisti non vengono dall'ambiente contadino o sottoproletario. Sono due intellettuali di provincia, frustrati e pieni di ambizioni. Uno e' omosessuale, l'altro etero, ossessionato dal "verme solitario" del sesso. Durante una gita a Chioggia, probabilmente ispirata a quella che Pasolini fece per andare a trovare Comisso, il giovane etero, Biasutti, ne combina una grossa, tanto che lo scrittore famoso lo schiaffeggia". A questo punto pero', e siamo al settimo capitolo, c'e' un buco che Siti calcola di un capitolo e mezzo. "Secondo me Pasolini non l'ha mai scritto. Ma doveva avere in mente un evento grave, visto che la storia riparte in forma epistolare con Biasutti esule a Trieste che scrive all'amico".

Quanto accade negli anni successivi e' storia nota: il successo di Ragazzi di vita, seguito da Una vita violenta, che Siti giudica "l'estremo tentativo di Pasolini di uscire da se' per entrare nella testa dei personaggi". "Ma l'oggettivazione per lui non e' possibile - spiega Siti -, non e' capace come Proust di morire alla vita per far nascere l'opera. Urta contro un muro. Il '59 si conclude con una sconfitta". Pasolini si prende un anno per pensarci. Poi approda a due tentativi che, come dice Siti, vanno in direzioni opposte: "Da un lato riprende un vecchio romanzo, Il sogno di una cosa, e lo semplifica. Toglie la storia di don Paolo, che e' poi stata pubblicata a parte ma con un finale diverso: senza la morte del prete. E toglie Aspreno e Marcellina, il bel racconto finora ignoto di Aspreno, giovane intellettuale gidiano, che arriva da Milano in un paese del Friuli e in quell'ambiente contadino, dopo una divertente provocazione iniziale e tante avventure, inizia a fare una complicata corte a una giovane barista, Marcellina". Eliminati questi testi, Pasolini confeziona il romanzo, rifacendo (sono parole sue) "lo stile del me stesso di allora". Plauso dei critici per l'elegiaco Sogno di una cosa e 250 pagine inedite da mettere oggi in appendice. Piu' di quelle che compongono il romanzo.

L'altra via che Pasolini sceglie per uscire dall'empasse porta il titolo di Ali' dagli occhi azzurri. "Li' mette in atto la poetica del non finito. Elimina cio' che di compiuto ha pronto e riempie Ali' di racconti scritti come appunti di racconti che non si faranno mai. Alcuni sono vecchi, altri appositamente stesi con quel criterio. Poi, e non a caso, ci aggiunge le sceneggiature". Non a caso, spiega Siti, perche' sono proprio le sceneggiature a ispirargli la nuova poetica. "In quel genere di testi la parola dev'essere integrata dalle immagini del film futuro ed e' un lavoro che spetta a chi legge. Pasolini inventa cosi' una scrittura che chiede la collaborazione del lettore con un'intensita' emotiva che di solito il romanzo non consente". Con quello stile nascono le opere successive. Gli altri inediti sono pochi, qualche favola abbozzata, per esempio. Siti ora guarda le quattomila pagine e considera: "Aveva ragione Fortini quando definiva Pasolini: un autore che ci fornisce una serie di opere attraverso le quali e non nelle quali ci da' delle concrete raffigurazioni poetiche. » come se il suo capitale poetico fosse maggiore di quello che filtra dalle singole opere. Bisogna leggerle assieme per coglierlo".

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il manifesto (c)

12 Marzo 1998

Gli inferi dell'io

MARCO BELPOLITI

"SECONDO ragione, dovrei ritenere d'essere morto", cosi' inizia Dall'inferno, sedicesimo libro di Giorgio Manganelli (Adelphi, pp. 131, L. . 24.000), pubblicato la prima volta nel 1985, che racconta - se cosi' si puo' dire - le vicende di un morto-vivo che si trova ad attraversare i differenti spazi dell'inferno, "luogo che non ha confini, giacche' esso e' ovunque, ma non e' il dovunque; nessuno deve transitare alcunche', o cercare aditi o accessi, giacche' sara' l'inferno a cercare e avvolgere l'infernicolo".A un attacco decisamente spaesante, ma non comico, come l'inizio di Sconclusione (1976), segue una parte angosciante in cui l'Io narrante dopo avere esplorato l'interno delle proprie membra, intesse dialoghi con la figura del cerretano mentre viene introdotta nel suo corpo una "bambola", che ne dilania le viscere e lo riempie di urine e feci. Il libro ha un andamento ossessivo,alleggerito a tratti dai dialoghi tra l'Io e le varie entita' di questo multiforme inferno: un animale con ali di talpa, un topo, dei falsi, un insegnante, tutte figure che risultano essere - almeno cosi' si sospetta - le proiezioni, o raddoppiamenti, viavia diversi, della voce narrante, metamorfosi angosciose in un universo a cui sembra essere stata tolta ogni pur minima presenza di gioia: angoscia sotto vuoto spinto.Dall'inferno e' il libro che fa cerniera tra la prima parte dell'opera letteraria di Manganelli - e' una semplificazione, naturalmente - e l'ultima, anticipando cosi' le visioni metamorfiche e cimiteriali, il fango e le nebbie della sua ultima opera, La palude definitiva, del 1991 (che ultima, come si sa, non e', dato che dai cassetti e dalle scarpiere di Manganelli, uomo che non sapeva allacciarsi le scarpe e per questo portava, a suo dire, i mocassini, sono usciti altri libri postumi).Il tema infernale e l'angoscioso dramma della psiche non sono una prerogativa di Dall'inferno, che pure ha, almeno verso la fine, momenti comici, la' dove si allude a possibili vie d'uscita dal labirinto; ad esempio, Ilarotragoedia (1964), il primo libro di Manganelli, e' un trattatello infero, con tanto di "Trattato sull'angoscia"; ma li' il desiderio e il piacere di imbrogliare le carte della cosiddetta trama era talmente forte che il dispiegamento retorico ipnotizzava il lettore facendogli dimenticare, a tratti, da quale realta' sotterranea provenissero le complicate visioni di quella scombinata, eppure esattissima, visione. Dall'inferno e' retoricamente e linguisticamente meno ricco, tanto da apparire, rispetto ai libri del decennio precedente (lo scintillante Nuovo commento del 1969), all'apparenza un po' sotto tono, qualche gradino piu' in giu', quanto a letterarieta' e a potenza d'invenzione, che tuttavia non manca, in particolare nelle pagine dedicate al soffocante e annichilente sdoppiamento della "bambola". Eppure, e' proprio in Dall'inferno che si palesa in modo diretto il paesaggio informe che sembra abitare Manganelli, composto di fantasmi, ombre, morti, non-nati, feti, non-feti, che non solo assedia la sua scrittura, come aveva visto all'epoca Pietro Citati, suo costante interprete, ma afferra la mano (oltre che la mente) di chi da' forma a questo guazzabuglio di forme informi e infere (infere perche' sempre in fieri), mai afferrabili se non attraverso i rituali dell'evocazione che, come in ogni magia, espongono il mago stesso al rischio della potenza trionfante delle tenebre. Le tenebre di cui Manganelli parla sono quelle della sua mente, gli incubi che sembrano - come lui stesso dichiaro' in un testo dedicato a Jung del 1973 (poi nell'Antologia privata del 1989) - la ragione per cui noi lo possiamo davvero intendere: "Spero che abbiate degli incubi, perche' e' negli incubi che noi abbiamo qualcosa da dirci". Il lettore che prende in mano Dall'inferno e si avventura dentro gli incubi raccontabili (perche' evidentemente esistono anche quelli irraccontabili, che non giungono neppure alla pur larvale Forma), sperimentera' cosa significa il contatto con una letteratura che si e' inoltrata, e di molto, nelle lande desolate dell'universo ctonio che abita in noi e che noi, per sopravvivere, badiamo bene a rimuovere. Come ha mostrato Graziella Pulce nell'ampio e complesso saggio che introduce la bibliografia degli scritti di Manganelli (Bibliografia degli scritti di Giorgio Manganelli, Titivillus Editore, 1996), scritto teso a illuminare l'aspetto psichico di questo scrittore, Manganelli ha una natura eminentemente stregonesca, sciamanica, e' un sacerdote armato di retorica di quella strana religione che chiamiamo "inconscio" e che, dopo Freud, Jung e Lacan, pensiamo di sapere di cosa si tratti. Manganelli, da scrittore, ci dimostra proprio il contrario: la letteratura e', rispetto alla cultura, "il suo sogno, il suo sintomo e la sua malattia": la cattiva letteratura - sono parole dell'intervento su Jung, avvenuto, come raccontano i testimoni,in una situazione paradossale - e' proprio quella "da cui il sogno viene espulso, da cui viene espunto l'incubo, l'inconscio, la nevrosi notturna". Man mano che passano gli anni, questo scrittore, quasi ignorato dalla critica (oltre ai fedeli Giuliani, Corti, Citati, Guglielmi, Arbasino, Almansi, Roscioni, Nigro, Bologna, la critica letteraria latina, con la sola recente eccezione del libro di Mattia Cavadini, La luce nera, edito da Bompiani), cresce d'importanza e rischia di trovarsi consacrato entro breve - anche grazie al fatto di essere riedito da un editore di qualita' come Adelphi - al rango di "classico" della letteratura italiana, senza che ne sia stato disegnato il profilo o capita la grandezza in rapporto al contesto in cui ha operato a partire dagli anni Sessanta; tuttavia per nostra e sua fortuna Manganelli non e' poi cosi' facile da classificare perche', come dimostra benissimo Dall'inferno, ogni lettura di Manganelli espone a innumerevoli rischi, il primo dei quali e' quello di dovere prendere molto sul serio la sua letteratura, come scriveva Gian Carlo Roscioni recensendo proprio questo libro nel 1985. Certo Manganelli non ha una sola faccia, ma molte, e accanto al rimescolatore d'inferi umori c'e' il fool, il clown, lo stupido che ci fa sorridere o ridere, a seconda dei casi; oltre all'esploratore delle mefitiche paludi c'e' anche il corsivista,ironico critico dei costumi italiani, insieme scrittore moralista e politico (si ricordi la rovente polemica contro Pasolini, a cui viene da qualcuno affiancato, ma di cui, come aveva capito Calvino, e' l'esatto opposto). E' il Manganelli uno e trino, grande manipolatore del linguaggio, ateo credente e credente ateo, costretto a percorrere senza pausa gli inesistenti ponti che collegano la teologia alla psicologia e viceversa. Dall'inferno, per chi sa osare una lettura nonstereotipata, che si sottrae al gioco delle definizioni - quella sempre incombente dello gnosticismo, chiave utile, ma anche grimaldello facile -, e' una buona porta d'ingresso, ma attenzione, perche' quella, come la celebre porta duchampiana, si apre contemporaneamente su due lati: l'uno quello "angosciastico" ma anche ipermentalista di Pinocchio: un libro parallelo, del Lunario dell'orfano sannita, del Nuovo commento e Centuria, libri che recano la presenza non casuale di Calvino e dell'Einaudi; e l'altro, quello caotico,informe, del mondo ctonio disceso da Manganelli in perfetta solitudine, e da cui sembrava difendersi scrivendo quasi un libro all'anno, un universo di malattia che lo ha tallonato da presso tanto da avere, alla fine, ragione di lui e della sua vorticosa e inesausta volonta' di scrittura. Secondo una testimonianza, ascoltata al recente convegno romano organizzato da Viola Papetti, poco prima di morire Manganelli avrebbe confidato a qualcuno il telefono (apparecchio a cui ha dedicato comiche pagine): "Il mio analista mi ha detto che non ho piu' voglia di vivere". E cosi' e' stato.

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il manifesto (c)

12 Marzo 1998

POLEMICHE ITALIANE

Un perentorio richiamo all'ordine per dimenticare Pasolini. E Calvino "Pasolini contro Calvino", un libro accolto aspramente dal "Corriere della Sera" e dalla "Repubblica". Una risposta dell'autrice

CARLA BENEDETTI

PERCHE' CRITICARE Calvino e la sua idea di letteratura provoca tanto rumore? Quel che piu' mi ha colpito della polemica che nelle scorse settimane ha accompagnato l'uscita del mio libro Pasolini contro Calvino, e' la vivacita' dei toni, oggi davvero inusuale per una discussione attorno alla letteratura. La prima impressione che se ne poteva avere e' che di colpo si fosse sollevato un coperchio tenuto a lungo sotto pressione. Evidentemente in gioco non c'e' solo una faccenda di corsi e ricorsi delle mode culturali, di "classici minori" prima gonfiati e poi sgonfiati, come qualcuno ha scritto. Non credo ad esempio che un saggio contro Moravia (per nominare uno scrittore che ebbe pari fortuna) avrebbe provocato reazioni analoghe. La verita' e'che con Calvino si va a toccare un punto nevralgico, ancora vivo e scoperto, di questa nostra tarda modernita': la pretesa morte della letteratura, data come un destino ineluttabile, e in nome del quale si celebra la riconciliazione tra letteratura eindustria culturale. Ma e' un punto che molti non sono disposti a toccare davvero, a cominciare da un "anticalviniano storico" come Giovanni Raboni,che da anni esprime riserve sulla "grandezza" di Calvino, ma che in questa occasione e' intervenuto piu' per frenare il dibattito che per arricchirlo di argomenti. Egli ha persino lamentato che sia venuto meno il "principio di autorita'" che consentirebbe ad alcuni, e non ad altri, di criticare Calvino e, indignato controil giornale che ha dato il la' alla discussione, ha lasciato la sua rubrica domenicale sul Corriere. Cosi' l'altra impressione che la polemica ha dato e' esattamente contraria alla prima: e cioe' che quel coperchio lo si volesse richiudere immediatamente, con qualsiasi mezzo, persino con autoritari richiami all'ordine. In certi casi si e' addirittura derogato all'abituale galateo delle pagine culturali per sparare direttamente su chi ha osato "criticare un grande", sui "baldigiovanotti" sprovvisti di qualifica (ancora Raboni su Sette), che menano "maramaldeschi fendenti" (Davico Bonino su Tuttolibri), che fanno "uscite terroristiche" (Asor Rosa sulla Repubblica), contrarie alla "moralita'"(Giovanardi su l'Espresso). E il buffo e' che per l'occasione hanno finito per ritrovarsi dalla stessa parte le voci piu' diverse, anche quelle abituate a farsi (o a fingere difarsi) la guerra tra di loro. A frenare ulteriormente il dibattito, dirottandolo su un binario morto, e' stato poi lo stereotipo, agitato da molti, di un Calvino tutto forma e costruzione di contro a un Pasolini tutto vita e passione (una finta opposizione che blocca da anni ogni discorso critico su questi due scrittori, che nel mio libro ho cercato in ogni modo di spazzare via, e che mi sono vista addiritturaattribuire).

CREDO cosi' che una vera discussione su cosa e' stato, e che cosa e' tuttora il "calvinismo", sia ancora in gran parte da fare. In gioco non c'e' solamente la valutazione dell'opera dello scrittore (il cui interesse risiede a mio parere proprio nel malessere d'identita' che lo agita in quel suo continuo fare i conti con la costruzione una propria immagine di autore). In gioco c'e' soprattutto l'idea di letteratura che Calvino ha contribuito a costruire negli anni sia con la sua attivita' editoriale sia con quella critico-teorica (un Calvino teorico anche di se stesso, come ricordava Gian Carlo Ferretti su il manifesto ). Su questo mi pare che gli spunti piu' interessanti siano venuti da Antonio Moresco e da Antonio Tabucchi (sul Corriere della Sera dell'8 e 15 gennaio). Se e' vero che la letteratura e' gioco, scrive Tabucchi, e' anche vero pero' che ci sono giochi che non fanno male a nessuno e giochi che invece riescono a prendere dentro l'Alterita'. E se e' vero che ogni scrittura si specchia sempre e solo in se stessa, scrive Moresco, e' anche vero che ci sono scritture che, specchiandosi in se stesse, riescono aprendere dentro tutto quanto. Se si affronta il problema da qui, cioe' da che tipo di gioco sia mai quello che Calvino ha attuato e teorizzato, allora ci si puo'rendere conto che la sua idea di letteratura, assai restrittiva, che ha chiuso i giochi per anni, limitandola a un solo tipo di gioco, e' oggi condivisa da molti, anche da quegli scrittori meno calviniani nello stile. La sua premessa e': la letteratura si e' esaurita nella sua funzione forte, e quel che si puo' fare e' solo giocarci su, con ironia epigonale e necrofila, oppure contemplarla con malinconia nel suo splendore postumo. Di tutto questo spero che si discuta ancora. E spero che il mio libro possa riaprire il discorso anche sull'ultimo Pasolini, che non e' affatto uno scrittore dimenticato, come Asor Rosa (sulla Repubblica del 21 gennaio) crede che io sostenga. Pasolini e' piuttosto uno scrittore che non e' stato compreso, ne' negli anni '60 (quando ricevette, e proprio da Asor Rosa,l'etichetta di "populista"), ne' successivamente (quando quello stesso critico, pentito, ha accolto due delle sue opere nel Canone del Novecento). Non credo che il problema sia di dare a Pasolini il suo bravo posticino nel Pantheon, ma di riflettere su quello che opere come Petrolio possono ancora dirci, con la loro posizione conflittuale nei confronti di quell'idea depotenziata di letteratura, di cui Calvino e' stato l'emblema, e che oggi e' di gran lunga dominante.

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la Repubblica (c)

16 marzo '98

Tornano i gattopardi

di NATALIA ASPESI

Quando la quindicenne Teresa fu icritta al liceo nel 1896, a Girgenti scoppio' uno scandalo: era la prima ragazza della citta' a osare cio' che nel resto d'Italia era ormai una consuetudine, e l'idea che una fanciulla, per di piu' nobile, dovesse subire l'oltraggio di passare ore nella stessa stanza con coetanei maschi, sconvolse le chiacchiere dei salotti aristocratici. Non era solo questione di onorabilita': chi avrebbe mai sposato una ragazza istruita, in grado quindi di essere indipendente, come lo erano allora solo le donne di malaffare? Tanti anni dopo, a Genova, Teresa diventata nonna, raccontava al nipote Paolo Erasmo questa storia, e tutte le storie della sua infanzia e fanciullezza siciliane, di palazzi e feudi, di ricevimenti e balli, di servitu' e precettori, di miserie e ricchezze, di duchesse bigotte e carusi sfiancati, di miniere, antri di disperazione e circoli politici, luoghi dorati della conservazione: di Girgenti e di Sciacca, dove poi la famiglia si era stabilita nel magnifico palazzo Arone di Bonfiglio, andato in eredita' alla madre Margherita.

E quando nel 1958 fu finalmente pubblicato Il Gattopardo, un anno dopo la morte di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, l'ultrasettantenne Teresa scosse il capo. "Queste cose io le sapevo gia', le ho vissute. Ma mio padre Don Achille era molto piu' gentiluomo di Don Fabrizio". Cosi' Paolo Erasmo Mangiante, adesso chirurgo massilo-facciale, direttore della clinica odontoiatrica di Genova, studioso del Goya, crebbe nel mito del bisnonno Achille e nell'antipatia per il Principe di Salina, "un opportunista di poca nobilta' interiore, che amava piu' il nipote dei figli, prigioniero della conservazione a tutti i costi, del "cambiare perche' nulla cambi"". E' per questo che il chirurgo studioso ha scritto finalmente la storia di un Gattopardo esemplare "umano, introverso, molto colto, ansioso di assicurare ai figli una nuova vita, lontana dall'immutabile sonnolenza e rassegnazione delle grandi famiglie siciliane": fedele servitore del nuovo Stato italiano, come ufficiale di dogana, sdegnoso degli arricchiti sullo sfruttamento dei poveri, sprezzante dei trafficoni siciliani mandati a Roma in Parlamento per proteggere gli interessi della mafia nascente, capace di giudicare le trame del siciliano Crispi e di indignarsi per l'assassinio politico-affaristico-mafioso del troppo onesto marchese Notarbartolo, ex sindaco di Palermo e ex direttore del Banco di Sicilia, "di cui era diventato governatore il capomafia di Caccamo, accusato poi del delitto". L'albero del barbagianni (editore Novecento, pagg. 272) nasce dai racconti della bellissima nonna, dalla fugace visione della bisnonna Margherita, morta molto vecchia, dalle lettere, documenti, scritti, fotografie di famiglia ritrovate in casa e da un'accurata ricerca storica su quegli anni siciliani in cui "rotti i millenari equilibri stava avvenendo un trapasso dei poteri dalla nobilta' ormai perduta alla nuova borghesia arricchita e spietata": e se il libro e' un vero e proprio romanzo, fa un certo effetto, alla fine, ritrovare i personaggi che paiono di fantasia, rappresentati dalle loro sbiadite fotografie: il severo e laconico Don Achille dalla folta capigliatura nera tra i suoi cani Scilla e Cariddi, Donna Margherita dalle trecce bionde e gli occhi chiari, elegante nei suoi abiti fatti venire da Firenze su disegni parigini e l'aria dominatrice delle donne aristocratiche di un tempo, analfabete perche' cosi' le volevano padri e mariti, pero' abituate a parlare francese tra amiche e in famiglia: la bellissima Teresa dai magnifici occhi azzurri, al liceo nel 1898 (frequentato a Girgenti anche se il romanzo lo colloca a Sciacca, dove in realta' allora non c'era), e sotto un gran cappello all'universita' di Napoli nel 1902; e il palazzo di famiglia, con le sue favolose trecento stanze, e i saloni rosso, verde, oro, dalle volte affrescate, tutto un intrico di cortili per ospitare un numero senza fine di cocchieri, camerieri, guardarobiere, stallieri, giardinieri, sguattere, maggiordomi, che nella foto si affaccia su una misera strada di terra, riprendendo tutta la sua realta' ottocentesca siciliana.Paolo Erasmo Mangiante ando' per la prima volta in Sicilia in viaggio di nozze, eppure sente profondamente la sua sicilianita': "anche la famiglia di mio padre ha lontane origini siciliane, un Mangiante, notaio, redasse il testamento di Antonello da Messina". Queste radici, questo orgoglio, sono espressi nell'accurata ricostruzione di un'epoca, la fine del secolo scorso, che appare arcaica e quasi assurda, di una piccola citta' termale isolata e raggiungibile per molto tempo solo per mare, come Sciacca, di una casta, quella dominante dei latifondisti sostenuta a Roma dai suoi emissari, che da quell'angolo remoto di Sicilia richiedeva la cancellazione del suffragio universale (da cui comunque erano escluse le donne), dell'istruzione obbligatoria, che toglieva i poveri dall'eterna soggezione, e dell'imposta progressiva, che colpiva, sia pure lievemente, i grandi inattaccabili privilegi.Di quella che era stata la mitica Xacca, importante come Palermo e Messina grazie al suo porto, tanto da poter battere moneta, alla fine dell'800 restava una cittadina ormai assopita, chiusa sul suo passato: e i nobili, ancora una trentina di baroni e duchi con palazzi e feudi impoveriti "ridotti ormai di potere e di censo, catafratti nei loro olimpici cerimoniali e nelle genealogiche sicurezze, continuavano ignari e indifferenti ad attraversare la vita avanti e indietro nei loro lando', senza quasi accorgersi della miseria materiale e spirituale che stava sclerotizzando attorno a loro i traffici e le arti, gli animi e le menti". Di questa vita stravagante per lusso e apatia, cosi' remota da sembrare impossibile, non e' rimasto quasi niente. Racconta Mangiante: "La famiglia di Bonfiglio si e' estinta, perche' il prozio Felice che aveva fatto aggiungere al suo cognome quello della casata, mori' giovane senza figli. Nessuno di noi e' piu' tornato a vivere in Sicilia. Solo il fratello della mia bisnonna, zio Coco', si diede alla politica, mettendosi al seguito di Don Sturzo e contribuendo all'organizzazione del partito popolare. Tutto fu venduto, compreso il bel palazzo Airone, un paio di antenate se ne andarono a Roma per gravitare attorno alla Corte: il magnifico fondo oro attribuito a Simone Martini, una Madonna con bambino circondata da sei angeli che stava nella capella di un palazzo di famiglia, che Mangiante avrebbe voluto acquistare da lontane cugine, era gia' stato venduto per bisogno di denaro, "e per fortuna si trova adesso al museo di Trapani". Le antiche, nobili famiglie di Sciacca "sono ormai alla fame ma vivono ancora come cent'anni fa, in pezzi di palazzi ormai fatiscenti, fieri del loro nome glorioso, del passato lussuoso, barricati tra loro, sposandosi ancora tra loro, senza aprirsi come tanti nobili decaduti, come il Tancredi del Gattopardo, alla ricchezza dei nuovi, sordidi galantuomini sposandone le eredi. Per loro davvero il mondo si e' fermato".

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Corriere della Sera (c)

Giovedi', 12 Marzo 1998

Dottori e plebei insieme nel latinorum di Folengo

di FRANCO BREVINI

Il rapido ridursi della conoscenza del latino condanna all'oblio o allo specialismo filologico il nostro maggior poeta macaronico, Teofilo Folengo, ormai considerato accanto all'Ariosto la figura piu' di spicco nella poesia del Cinquecento. Eppure per secoli latino e dialetti hanno convissuto: dal notaio che nella lingua protocollare del suo atto fa spazio a voci dialettali, al medico che, ascoltati i mali del paziente, li sottopone al vaglio del proprio sapere acquisito in latino, per poi riconvertire in dialetto le indicazioni terapeutiche. Il rischio dello svarione o del macaron, cioe' di quegli gnocchi divenuti sinonimi dell'errore grossolano, era tanto piu' elevato quanto piu' la competenza del latinorum si faceva incerta.

Lodato da De Sanctis, eletto da Contini a capostipite della linea espressionistica che si spingerebbe fi- no a Gadda, Merlin Cocai, "nom de plume" di Folengo, ha goduto nell'ultimo secolo di crescenti attenzioni critiche. Gli studi di Momigliano, Billanovich, Paoli, Bonora e ora di un'agguerrita leva di ricercatori, fra cui Chiesa, Curti e Zaggia, le edizioni di Luzio, Cordie', Dossena-Tonna, Faccioli e dello stesso Zaggia hanno dissipato molti equivoci su un autore la cui difficolta' va ben oltre la decifrazione dell'arduo puzzle del suo macaronico. Eppure, molto resta ancora da fare, a cominciare dall'edizione critica dell'opera maggiore, il "Baldus", in via di realizzazione da Antenore editore.

Il "Baldus" continua comunque a godere di buone fortune editoriali, forse per la capacita' di stimolare suggestioni e temi culturali che oggi vanno per la maggiore, dalla variantistica al carnevalesco alla Bachtin, dal comico alla civilta' materiale, dall'alimentare e dal corporeo alla storia dell'eresia. A distanza di soli sette anni dalla stampa disposta da Faccioli nei Millenni Einaudi, ecco infatti una nuova edizione nei classici Utet affidata a un accreditato folenghista come Mario Chiesa. Rispetto al lavoro einaudiano, rivolto a un ampio pubblico, i due volumi editi dalla Utet presentano un taglio piu' specialistico. Il testo fornito e' quello dell'edizione Luzio, aggiornato con le proposte successive, ma soprattutto rivisto sulla princeps della Vigaso Cocaio (1552), integrata per le lezioni dubbie e per gli errori dalla terza edizione, la Cipadese.

La traduzione e' puramente di servizio, mentre il commento sceglie giustamente di privilegiare gli aspetti stilistici e storico-letterari invece che gli etimi linguistici. Ne risulta sobriamente illuminata la stratificazione di un'opera dietro la quale si agitano suggestioni che spaziano da Virgilio, alla tradizione cavalleresca, alla poesia rusticale.

Il macaronico di Folengo non e' solo la beffarda caricatura del latino, ma una lingua nuova, che si prende gioco sia dei semicolti che se ne servono in modo incerto, sia dei pedanti che lo usano a sproposito. Questa fine secolo ci regala l'immagine di un Folengo classico e tuttavia capace d'interpretare dall'interno di un'opera giocosa i fermenti religiosi e morali che agitavano l'eta' di crisi in cui visse.