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Terze Pagine (12): Polemica su Leopardi[21-3-1998]Corriere della Sera (c) Domenica, 22 Febbraio 1998 Luigi Baldacci ha raccolto in volume i suoi scritti leopardiani. Che escludono interpretazioni metafisiche e spiritualiste E nello "Zibaldone" si nasconde un anticipatore di Nietzsche Ma le pagine su liberta' e schiavitu' ricordano anche Marx Pensatore etico, nella linea dei moralisti da Montaigne a Pascal di PIER VINCENZO MENGALDO L'uscita di un libro di Luigi Baldacci e', data la caratura dello studioso, sempre un avvenimento. Tanto piu' lo e' questo su Leopardi (Il male nell'ordine. Scritti Leopardiani, Rizzoli; per lo piu' scritti poco conosciuti degli anni '80), perche' si ha l'impressione che Leopardi sia veramente al centro della riflessione critica dell'autore, e che anzi il pensiero a-costruttivo, paradossale e impietoso del filosofo di Recanati sia esattamente la posizione che conviene, per sua natura e storia, a Baldacci. Ovviamente da un libro di questo valore Leopardi esce, semmai ci fosse bisogno di una nuova dimostrazione, per quello che e', il maggior filosofo che abbia avuto l'Italia: ma proprio per questo non va lasciato nelle mani dei filosofi o dei critici filosofanti sempre pronti a ridurlo in formule, e tanto meno ai vezzeggiatori del Nulla eterno a un tanto all'etto. Almeno due ragioni, gia' prima di entrare nel merito dei dettagli, escludono ogni interpretazione univoca e metafisica del pensiero leopardiano: che si tratta di un pensiero non solo sempre paradossale ( "una cosa puo' essere e non essere al tempo stesso ": Baldacci), ma che si sposta continuamente e, a dispetto degli interpreti metafisici, ha una sua storia interna, fatta di accidenti di percorso, contraddizioni, spostamenti della mira. Baldacci sa bene che il pensiero che emana dalla poesia stessa di Leopardi (nella quale sanamente predilige gli Idilli alle poesie piu' contorte e marmoree degli ultimi anni) non coincide necessariamente col suo pensiero in quanto filosofo, ma a quest'ultimo (Operette, i piu' deboli Pensieri e soprattutto Zibaldone) si tiene. Come Baldacci sa bene che il nesso cristianesimo-socialismo trionfante dopo di lui "ha messo... la mordacchia" al filosofo recanatese, e che il suo pensiero o antipensiero e' come "inutilizzabile" per ogni pratica presente, comprese le piu' nobili, cosi' pero' si guarda bene dal giudicare quel pensiero nel vuoto pneumatico in cui amano farlo sornuotare i suoi interpreti "metafisici", disposti al massimo a inquadrarlo ex post, cioe' in base a Nietzsche o addirittura a Heidegger (tendenza cui Baldacci si oppone vigorosamente, ma ci torneremo). Per l'autore di questo libro e' invece chiaro che crisi dell'Illuminismo e fallimento della Grande Rivoluzione da un lato, cioe' la crisi o debolezza di due opposti ma organici progetti intellettuali e sociali, sono gli sfondi pertinenti del pensare di Leopardi: e non dico lo spiegano, perche' nulla - a questo livello - e' semplicisticamente spiegato dalla propria base storica e culturale, ma ne ambientano ad esempio gli scarti fra antirazionalismo (non irrazionalismo, per favore!) ed esaltazione dell'idea di natura positiva, e invece razionalismo critico. A me pare che i temi emergenti con piu' forza dal libro di Baldacci siano finalmente due: l'analisi di Leopardi come filosofo della politica (detto giustamente "tra i piu' grandi del nostro Ottocento ") e quella del carattere sempre paradossale del suo pensiero. I quali due aspetti si incontrano, per fare un esempio forte, nella folgorante riflessione leopardiana sulla necessaria implicazione tra schiavitu' e liberta': perche' solo esistendo gli schiavi i liberi possono esistere ed esercitare la liberta', mentre in assenza della schiavitu' il totale si scinderebbe in liberi e meno liberi, o non liberi; idea da non dispiacere, non dico al solito Nietzsche, ma a Marx. E c'e' in questa idea qualcosa che a Baldacci pare estremamente caratteristico del modo di pensare di Leopardi (l'avervi scavato dentro e' uno dei meriti del suo libro): cioe' la coesistenza di male e bene in uno stesso aspetto della vita. "Filosofo senza sintesi" (dunque nella linea dei grandi "moralisti" e filosofi-saggisti, da Montaigne e Pascal in giu'), uomo della "contraddizione non dialettica", impossibilitato a chiudere mai veramente una fase della sua riflessione, Leopardi - osserva con acume Baldacci - piu' che a far no di un precedente si' tende a "dimenticarsi". Diremmo che questo atteggiamento, o seconda natura, ha in lui un'espressione che vale nel momento o nel punto, ed e' dunque il paradosso nel quale si risolve il suo esercizio razionale, ed e' uno che si distende nel tempo, ed e' l'asistematicita' e direi l'accidentalita' del pensiero, fatto di una logica - cito ancora Baldacci - "che non conclude, bensi' esplode ". Dunque il libro di Baldacci porta ogni necessario contributo a un'idea di Leopardi paradossale, nichilista, anti-umanista (in una civilta' fin troppo umanistica): tutto questo si', ma non "irrazionalista", ed e' qui un punto fondamentale dell'interpretazione del critico. Il quale si situa poi esplicitamente nei confronti delle piu' accreditate interpretazioni leopardiane del dopoguerra. Aprendo la forcella, ecco che e' naturalmente respinta ogni visione (e ce ne sono state!) spiritualista, ma all'opposto estremo anche il "Leopardi progressivo" di Luporini, cui pure sono riconosciuti molti spunti sagaci; mentre, dato il percorso seguito da Baldacci, resta piu' sullo sfondo - benche' apprezzatissimo - il Leopardi "materialista", del resto difficile da oppugnare, di Timpanaro. Ma e' evidente che Baldacci si confronta soprattutto coi critici che piu' hanno approfondito di recente il nichilismo leopardiano, primo fra tutti Mario A. Rigoni. Di costoro, e soprattutto di Rigoni, Baldacci condivide giustamente molti presupposti, come il concetto di assoluta irrecuperabilita' dell'antico, e l'aura stessa, cioe' appunto il sentimento di un Leopardi "negativo" del tutto estraneo alle linee portanti (o vincenti) della cultura moderna. Non ne condivide pero' il punto archimedico, ed e' qui che vale la pena di fermarsi, rimandando il lettore in particolare alle pagg. 69 segg. del libro. Il punto e' l'idea di un Leopardi pensatore "irrazionalista". Ora se e' vero, nota Baldacci, che Leopardi vede bene, come si diceva, l'irrecuperabilita' dell'antico e d'altra parte (e in tensione con quella) l'importanza della vita istintiva, non ne consegue una conclusione irrazionalista ma anzi, da quel "razionalista involontario" che Leopardi era, l'ostinazione nel razionalizzare, cioe' comprendere, il moderno. Leopardi era un uomo etico, non un decadente alla Nietzsche, percio' non poteva rifiutare l'appello a svelare l'arido vero con la ragione. E se l'antico e' irrecuperabile, cio' non toglie che al sentimento della superiore perfezione di quell'era si allacci ambiguamente quello del privilegio razionale nei moderni, irrespingibile. Ma la migliore mossa del cavallo di Baldacci mi pare la seguente: insistere sull'irrazionalismo di un pensatore pure non ideologico come Leopardi significa infine spiritualizzare quel pensiero. Il "pessimismo" leopardiano e' garantito dalla ragione, ma come non si puo' volgere al positivo il suo razionalismo, cosi' il suo nichilismo non e' connotabile in senso irrazionalistico. I leopardisti faranno bene a meditare con cura questi nessi. Baldacci ci ha detto e ripetuto inappellabilmente che il pensiero di Leopardi e' inutilizzabile: il che vuol dire inutilizzabile entro le nostre categorie progressive e dialettiche e, ancor piu', legate all'idea della monetizzazione sociale del pensiero (che e' precisamente cio' che suole arrestarlo prudenzialmente a un certo punto, o a mezza strada). Ma e' ancora "utilizzabile" se ci acconciamo al semplice concetto che compito del pensiero e' solo pensare, e pensare negativamente, senza paura ne' per le conseguenze sociali, ne' per noi stessi, tutt'al piu' accettando che esiste un pensiero speculativo che rende conto solo a se stesso e un pensiero, per cosi' dire, "pratico". Del resto noi viviamo e cerchiamo di essere gentili pur sapendo benissimo che la vita e' terribile e che noi siamo dei cannibali. Ha scritto una volta il solitario di Recanati: "...la filosofia moderna non fa ordinariamente altro che disingannare e atterrare... E questo e' il vero modo di filosofare, non gia', come si dice, perche' la debolezza del nostro intelletto c'impedisce di trovare il vero positivo, ma perche' in effetto la cognizione del vero non e' altro che lo spogliarsi degli errori" (Zibaldone, 21 maggio 1823). _________________________________ Corriere della Sera (c) Sabato, 28 Febbraio 1998 C'e' troppa ideologia nell'interpretazione del poeta. Risposta a Mengaldo NICHILISTA O RAZIONALE, QUAL E' IL VERO LEOPARDI? di MARIO ANDREA RIGONI Mi sono sempre chiesto, negli anni dell'engagement, quale senso e utilita' potesse avere la mobilitazione critica degli scrittori e degli artisti - soprattutto dei classici - sotto l'insegna del progressismo - compito al quale si era consacrata la stragrande maggioranza degli intellettuali: infatti, i medesimi sarebbero forse stati meno grandi se avessero mostrato indifferenza o ostilita' verso quella bandiera? Nessuna persona sensata potrebbe pensarlo. Eppure per quasi 50 anni parve che un autore come Leopardi interessasse la critica per questa sciocca ragione, che corrispondeva oltretutto a una sfrontata menzogna. Simili riflessioni si impongono leggendo la recensione di Mengaldo al libro di Luigi Baldacci "Il male nell'ordine" ("Corriere" del 22 febbraio), dove si cerca di confutare un presunto "irrazionalismo" nella mia interpretazione del pensiero di Leopardi. Come Luporini, quando dovette abbandonare la teoria del progressismo leopardiano, incomincio' a parlare del "nichilismo attivo" del poeta - una formula in cui l'aggettivo corregge malamente il significato del sostantivo - cosi' Mengaldo, che non puo' misconoscere il nichilismo leopardiano, vuole tuttavia salvarne almeno l'aspetto "razionalistico", che io distruggerei. Poiche' non ho mai fatto uso dell'infelice termine "irrazionalismo", non mi sento in dovere di replicare: la cosa non riguarda me, che mi sono gia' fatto beffe in altre occasioni di simile ubbia. Ma e' curioso osservare come il dibattito sulle idee sia ancora condizionato dai piu' rozzi feticci ideologici. L'irrazionalismo e' uno di questi, come il razionalismo, concetto inverso ma simmetrico. Essi meritano la stessa considerazione di un'altra trivialita' speculativa: l'opposizione fra pessimismo e ottimismo - due atteggiamenti che sarebbe meglio riservare alle previsioni meteorologiche o alle valutazioni di Borsa. Per i veri pensatori (e per i veri lettori) esiste solo il pensiero. _______________________________ Corriere della Sera (c) Domenica, 1 Marzo 1998 DIBATTITI Una recensione sul poeta di Recanati ha provocato un intervento di Rigoni. Ecco le risposte del critico e dell'autore del saggio in questione MA LA SUA NON E' UNA FILOSOFIA ORGANICA di LUIGI BALDACCI Mario Andrea Rigoni ha accusato Pier Vincenzo Mengaldo di avere, nella recensione al mio volume "Il male nell'ordine", indebitamente applicato il termine "irrazionalismo" all'interpretazione che lui, Rigoni, ci ha dato del pensiero di Leopardi ( "Il pensiero di Leopardi", Bompiani, 1997, pagine 86-87). Rigoni, e' vero, non usa mai quel termine, ma avendolo usato anch'io con le stesse finalita' di Mengaldo, non posso non sentirmi chiamato in causa. La connotazione d'irrazionalismo vale comunque, a mio avviso, per certi aspetti e momenti dell'opera di Leopardi, non per quel pensiero nella sua continuita' e organicita', alle quali non credo; e se pertanto tale concetto puo' essere messo in dubbio o rifiutato non e' per il suo significato intrinseco, ma per l'estensione che ne viene fatta. Fin qui si tratta di due diversi punti di vista. Cio' che invece non capisco e' perche' Mario Andrea Rigoni, secondo il quale e' perpetua in Leopardi la condanna della ragione, si opponga poi alle conclusioni di cui egli stesso fornisce gli addendi. Che altro e' se non irrazionalismo quell' "illuminismo negativo che critica la mitologia della ragione e mette in evidenza delle realta' o delle forze - la natura, il desiderio, il piacere, l'animalita', il non-sapere, l'illusione, l'errore, il pregiudizio l'oblio eccetera - che minano alle fondamenta non solo ogni metafisica, ma anche ogni umanesimo "? _______________________________ Corriere della Sera (c) Domenica, 1 Marzo 1998 LEOPARDI, UN INNO AL PENSIERO NON CONDIZIONATO di PIER VINCENZO MENGALDO Nella mia recensione a "Il male dell'ordine" di Luigi Baldacci ( "Corriere della Sera" del 22 febbraio) mi sono civilmente dichiarato d'accordo con lui contro alcuni punti dell'interpretazione leopardiana di Mario Andrea Rigoni. Cio' mi e' valso una reprimenda di questi, insultante e scomposta, che riesce a farmi passare per un perfetto imbecille. Non sono superbo come lui, e non rifiuto la patente di imbecillita'; ma bisogna vedere gli argomenti. Anzitutto Rigoni mi attacca per opinioni che sono di Baldacci e che io condivido ma non ho avanzato in prima persona; ora non voglio nascondermi dietro nessuno ne' declinare responsabilita' ma e' un punto sul quale occorreva assolutamente che Rigoni fosse chiaro. Buona parte del suo intervento consiste poi in un'arcaica requisitoria contro il cosiddetto progressismo al quale apparterrei, accusato, come si suole da destra, di ogni nequizia culturale. Se Rigoni guardasse qualche volta fuori di se' saprebbe, come tutti sanno, che io cerco di ispirarmi al marxismo critico, che del "progressismo" e' l'esatto contrario. Morale, l'accusatore tace della mia dichiarata opposizione al "Leopardi progressivo" di Luporini (che mi renderebbe un curioso esemplare di progressista anti-progressista), anzi fa intendere un mio accordo con la successiva formula luporiniana del "nichilismo attivo" che mai nomino ne' nel bene ne' nel male. Contro queste concettualizzazioni servili, Rigoni scioglie un inno al pensiero non condizionato: che e' quanto faccio io stesso forse in forma meno innica alla fine della recensione. Non procedo oltre. Ma cosa pensare di un individuo che mi attribuisce senza distinguere idee che riprendo da un altro, dunque pigliando due piccioni con una fava; che mi colloca in una posizione ideologica notoriamente lontana dalla mia; che mi fa dire cio' che mai ho detto o addirittura di cui ho affermato il contrario, tralasciando pero' quanto di cio' che ho detto contraddirebbe l'immagine che vuol dare di me? Costui non sara' un imbecille, ma certamente e' in malafede o accecato dall'ira. _______________________________________________ Corriere della Sera (c) Venerdi', 6 Marzo 1998 DIBATTITI Dopo gli interventi di Rigoni, Baldacci, Mengaldo su nichilismo e progressismo LEOPARDI, PER FAVORE NIENTE IDEOLOGIA di GIULIO FERRONI La discussione Baldacci-Mengaldo-Rigoni, a partire dal libro del primo, rischia di ricondurre il pensiero di Leopardi a etichette ideologiche e a scelte umorali, che mettono in ombra la sua forza conoscitiva e "critica" e il suo legame determinante con la poesia. Lo stesso libro di Baldacci e' dedicato in gran parte a una puntigliosa e tortuosa disamina del pensiero leopardiano, centrata su alcune zone dello Zibaldone, nel presupposto che gli aspetti speculativi dei "Canti" e delle stesse "Operette morali" siano piu' parziali e indeterminati. Mengaldo, d'altra parte, sembra voler separare nettamente poesia e pensiero leopardiani, riproponendo la vecchia e insostenibile distinzione tra il Leopardi degli idilli e quello delle ultime poesie che sarebbero addirittura "piu' contorte e marmoree". Senza stare qui a ribadire la forza sconvolgente della poesia dell'ultimo Leopardi e a meravigliarsi delle ritornanti sordita' nei suoi confronti, bisognerebbe almeno ricordare che la grandezza del suo pensiero e' data proprio dal suo radicarsi nella poesia, nel suo svolgersi da una sofferta e lacerante "esperienza". Da qui Leopardi svolge un folgorante pensiero della contraddizione, che non si risolve in puro nichilismo, ne' nel relativismo distruttivo e anarchico a cui lo riconduce Baldacci (proponendo addirittura un accostamento, che credo assolutamente improponibile, a Sade): i paradossi sempre lucidamente "razionali" di Leopardi aggrediscono i fondamenti ultimi del pensiero, i dati costitutivi della vita di relazione, e giungono a mettere in questione lo stesso "nulla", a svelarne la natura meramente linguistica. Certo cosi' si svela un "deserto" radicale (il deserto della natura, della storia, della modernita'): ma oggi non abbiamo bisogno proprio di un pensiero che faccia resistere l'esperienza, la ragione, la passione, l'amore, l' "umana compagnia", conoscendo fino in fondo il deserto della natura e della cultura, il "nulla" a cui rischia di ridursi la vita contemporanea? _______________________________________________ Corriere della Sera (c) Domenica, 8 Marzo 1998 DISCUSSIONI Risposta a Giulio Ferroni sul pensiero del poeta LEOPARDI NON E' UN FINTO NICHILISTA di LUIGI BALDACCI Non mi meraviglia che a Giulio Ferroni non sia piaciuto il mio libro, Il male nell'ordine. Tale libro contiene, giusti o sbagliati che siano, alcuni punti di novita' (non certo quello su Sade, peraltro equivocato), mentre Ferroni predilige i livelli acquisiti e la perpetuazione del gia' detto e, di conseguenza, dispone sempre di ragioni globali. Cosi', se si parla di una cosa, si sarebbe dovuto, secondo lui, parlare anche di un'altra; e allora, accogliendo "l'idea ricevuta" che la poesia e' filosofia e la filosofia e' poesia, finisce per convincersi - non certo per convincere - che io o Mengaldo vogliamo "separare nettamente poesia e pensiero leopardiani". Dalla quale idea ne discende una seconda (abbastanza sorprendente anche considerando i soli Canti): cioe' che Leopardi si finge si' nichilista ma, in realta', crede e ci fa credere a tutti i valori utili a promuovere "l'amore" e "l'umana compagnia". Temi, beninteso, a cui si puo' tornare, specialmente oggi, a prestare una fede ministeriale, per accorgersi infine che sono gli stessi che, con ben altre motivazioni, erano partecipati dal De Sanctis o, 50 anni fa, da ben noti studiosi di forte carattere etico-politico. Solo che Ferroni, com'e' sua abitudine, queste cose ce le presenta come originali intuizioni.
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