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Terze Pagine (11)[20-3-1998]Sommario: 1) Cesare Segre: torna Brancaleone di Latrobio 2) Riccardo Chiaberge intervista Umberto Eco sulluniversita 3) Claudio Magris: Reato di conferenza 4) Francesco Fiorista: le malattie di Leopardi 5) Prima biblioteca senza libri a Milano LILILILILILILILILILILILILILILILILILILILI Corriere della Sera (c) Mercoledi', 11 Marzo 1998 RIPROPOSTE Torna il libro pubblicato nel 1610 attribuito a Latrobio. Una serie di racconti burleschi con fini morali Brancaleone: la parola all'asino Un'opera allusiva che affronta con spregiudicatezza anche il tema del potere in un'ottica antimachiavelliana. Anche gli animali scherzano. Ricordando Esopo e Fedro di CESARE SEGRE Ci sono libri che hanno una sorte curiosa: citati e analizzati in grandi manuali, ma ignorati dalla maggioranza dei critici; attribuiti a un autore sconosciuto, e poi disattribuiti per essere intestati a un altro non meno sconosciuto (oggi). E il caso del Brancaleone, pubblicato a Milano nel 1610, ristampato quattro volte nello stesso secolo, poi mai piu'. Il nome del "filosofo" Latrobio, cui le stampe lo attribuiscono, ne nasconde certo un altro, di qualcuno che aveva buone ragioni per non rivelarsi. Pierre-Daniel Huet, nel suo famoso trattato sull'origine dei romanzi (1670), e' il primo a parlare del Brancaleone, che attribuisce al milanese Antonio G. Besozzi, uomo di chiesa e appassionato di storia militare, operante alla corte di san Carlo Borromeo. Ora Renzo Bragantini, fornendo un'ottima edizione di quest'opera ingiustamente dimenticata (Salerno Editrice), propone con solidi argomenti la paternita' di Giovan Pietro Giussani (nato dopo il 1548, morto nel 1623), anch'egli milanese e vicino a san Carlo, del quale anzi scrisse una biografia discussa da molti (donde, forse, la decisione di restare in ombra). Giussani, nobile, aveva lasciato la carriera medica per quella religiosa, nella quale s'era messo in vista come amministratore di enti pii. Scrisse vite di santi e opere d'edificazione. Finalita' morali, a ogni modo, ha anche il Brancaleone; ma una morale appropriata alla vita quotidiana, e spesso formulata in vista dei rapporti tra governanti e sudditi, tanto che Bragantini tenderebbe a considerare il libro un romanzo politico. Certo l'opera s'inscrive nella vasta letteratura antimachiavelliana, e affronta spesso i problemi del potere; naturalmente senza derogare alle concezioni della Controriforma, pur rivelando spesso una certa apertura di spirito, talora persino spregiudicatezza. L'idea di dare la parola ad animali, attribuendo loro sentimenti umani, richiama alla nostra memoria il greco Esopo e Fedro, suo emulo latino. Sono modelli presenti anche al finto Latrobio, ma insieme ad altri due piu' direttamente evocati. Da una parte, il venerabile Panciatantra sanscrito, risalente a un testo del II secolo, i cui personaggi continuano a ragionare ed esemplificare attraverso novelle, spesso con animali come attori, mediante un procedimento a scatole cinesi, o a serie d'incastri. L'altro modello e' L'asino d'oro di Apuleio, che, analogamente a Latrobio, ha come protagonista un asino, pero' in Apuleio generato dalla temporanea metamorfosi d'un uomo in animale, per l'uso erroneo di un filtro magico. Queste due opere avevano avuto grande circolazione nel Cinquecento, attraverso le traduzioni di Ludovico Domenichi e Angiolo Firenzuola la prima (tramite una versione latina), sempre di Firenzuola, e poi di Anton Francesco Doni la seconda. Insomma, i "discorsi degli animali" godevano di una nuova giovinezza, ed erano stati in vari modi imitati. Nelle grandi linee, il Brancaleone e' dunque la storia d'un asino, acquistato successivamente da piu' padroni, che fa le sue esperienze vivendo in diversi ambienti anche sociali o, in parte, ascoltando le storie altrui. Si tratta di una specie di Lazarillo de Tormes sotto spoglie asinine. La storia ha anche una sua morale: la madre asina, all'inizio, aveva ammonito il figlio in partenza a sapersi tenere nei limiti a lui assegnati dalla sorte; alla fine l'animale, che si e' invece lasciato trascinare da un delirio di onnipotenza sino a mettersi in gara nientemeno che con un leone, finisce i suoi giorni in modo tragico. Il nome Brancaleone, non spiegato dall'autore, e' assunto dall'asino proprio nel pieno del suo delirio. Alludera' dunque, piu' che al paese calabro, o alla famiglia nobiliare di Massa Trabaria, all'etimo del nome: zampa (di) leone. Ma all'interno della storia dell'asino sono sistemate novelle generalmente comiche, talora seguite anch'esse da una morale. Spiccano i racconti basati su burle, di cui fanno in genere le spese gli ingenui o gli sciocchi. Si penserebbe agli aneddoti che tradizionalmente affliggono gli abitanti di qualche paese ritenuti scarsi d'intelligenza. Ma Latrobio e' attento a non offendere nessuno, evitando riferimenti di tempo e di luogo. In cambio, il suo modo di raccontare e' limpido e vivace: non ha certo l'effervescenza linguistica di un Firenzuola, ma nemmeno la lentezza faticosa di tanti narratori del tempo. Gli stessi lombardismi, cui ricorre senza problemi, sono ben amalgamati entro una sintassi spigliatamente letteraria. L'asino e' un asino, d'accordo, e tutti i termini derivati dal suo nome gli sono per forza appropriati. Sta a noi decidere quando l'asinita' e' consona all'indole dell'animale, o, superando i limiti, diventa asinita' anche per un asino. Il contrasto tra asinita' e saggezza e' meglio avvertibile quando l'asino sia in realta' un uomo, come Apuleio. Ma forse Latrobio e' stato spaventato dal sostrato pagano e misterico che sorregge il romanzo latino cui si e' in parte ispirato. Il suo asino l'ha cercato nell'isola di Asinara, perche' fosse genuino e insospettabile.* LATROBIO Il Brancaleone A cura di Renzo Bragantini Salerno Editrice Pagine 293, lire 75.000 ________________________________________________ Corriere della Sera (c) Mercoledi', 11 Marzo 1998 INTERVISTA Pochi laureati bravi, troppi abbandoni, metodi di insegnamento inadeguati: il professore boccia le riforme di Berlinguer. Che ricordano il suo "mostro " ECO L'universita'? E' un ornitorinco di RICCARDO CHIABERGE Un ircocervo. Un centauro. Un ippogrifo. Insomma, un mostro. Un puzzle di specie diverse, proprio come il suo ornitorinco. Ecco che cos'e', per Umberto Eco, l'universita' italiana. Un corpaccione di massa col cuore di e'lite, con lezioni impervie ma aperte a tutti, aule sovraffollate, esodi da Rwanda e una sparuta avanguardia di laureati eccellenti. Un ornitorinco sterile, dunque, che depone uova pregiate col contagocce. E sul quale ora incombe la falce livellatrice della riforma Berlinguer. Riforma che privilegia la quantita' a scapito della qualita'. E che tanto per cominciare condanna a morte i corsi esclusivi, a numero chiuso, come quello di Eco a Bologna. "Non e' vero che i nostri atenei sfornano laureati scadenti - dice Eco -. Quelli bravi si fanno onore all'estero. Il guaio e' che sono troppo pochi, diciamo il 10 per cento degli iscritti, e passano per un processo di selezione costosissimo e inefficiente. Adesso il ministro vuole aumentare il numero dei laureati, e fa bene. Ma che ne faremo di quel 10 per cento di superbravi? Mica possiamo abbandonarli al loro destino. Ecco perche' ci vogliono i collegi". E di ottimo umore, oggi, il professor Eco. Nonostante i grattacapi bolognesi. Nel soggiorno della sua casa di Milano, con vista sul Castello Sforzesco, fuma e sorseggia un Bitter. Gli ha appena telefonato l'editore francese Grasset, annunciandogli che il suo Comment voyager avec un saumon e' gia' in testa alle classifiche. E in Italia Kant e l'ornitorinco ha venduto quasi cinquantamila copie. Ma il vero motivo di soddisfazione e' un altro. Il progetto "Collegium", da lui lanciato in una tavola rotonda al Corriere, ha raccolto numerose adesioni, e sta camminando piu' spedito del previsto. "Una volta tanto un dibattito culturale ha avuto conseguenze pratiche. La Fondazione San Paolo di Torino ha avviato un'inchiesta sulla situazione dei collegi in Italia e all'estero. A Milano, grazie alla mediazione dell'Aspen Institute e di Carlo Scognamiglio, si e' organizzata una riunione con Albertini e con rappresentanti delle fondazioni bancarie e degli industriali, ed e' stato un incontro molto proficuo. Mi e' sembrato di capire che, se il progetto e' convincente, i fondi non mancheranno". Anche il sindaco si e' mostrato interessato... "Si', tanto da affidare l'indagine preliminare all'assessore alla cultura. Io non ho votato per Albertini. Pero' lui e' venuto alla riunione, mentre credo che Formentini non si sarebbe fatto vedere". Infine, sabato scorso, un convegno a Pavia patrocinato dai collegi storici. Come spiega Eco questo risveglio di interesse? In fondo tutto nasce dal manifesto di un gruppo di studenti italiani a Cambridge... "Evidentemente quel documento ha colto delle aspettative che erano nell'aria. Abbiamo grattato lo Zeitgeist, lo spirito dei tempi. La proposta, in qualche modo, anticipa la futura riforma degli atenei. Qual e' il succo del ragionamento ministeriale? Siamo in coda all'Europa quanto a numero di laureati, e quel che e' piu' grave abbiamo dei laureati troppo vecchi. La grande maggioranza non riesce a farcela entro i quattro anni. La media e' di sette, mentre in America e in molti altri Paesi gli studenti riescono a uscire dall'universita' verso i ventidue anni. E questo ci svantaggia nella competizione internazionale. Bisogna tenere conto che la license francese dura tre anni, e cosi' pure la cosiddetta laurea americana, il bachelor. Dopo di che uno puo' prendere il Master, o il Ph.D. Ma comunque siamo in ritardo". Da che cosa deriva questo gap? "Dal fatto che la nostra universita', dopo la riforma Misasi del '69, e' diventata di massa, e pero' ha conservato una struttura di e'lite. Al primo anno, in certe facolta', si fanno i corsi monografici, di approfondimento su argomenti specifici. Il che e' molto bello, ma presuppone il liceale di una volta. Oggi un corso cosi' viene offerto a ragazzi che escono dall'istituto navale e che non avendo mai fatto filosofia dovrebbero mettersi a disquisire dei neoplatonici. E poi ci stupiamo che uno su due abbandoni al primo anno". Qual e' invece il livello di quel 30 per cento che arriva alla meta? "Certi ci arrivano dopo dieci anni. E una laurea presa cosi' tardi, dal punto di vista scientifico, e' piuttosto sfilacciata. Io avrei paura a farmi curare da un medico che ci ha messo dieci anni a laurearsi. In realta', di questo 30 per cento che conclude gli studi, quelli veramente bravi saranno il 10. Sono i sopravvissuti a questa lotta per l'esistenza. E quando la tesi e' buona, vale una tesi di dottorato francese o di Ph.D. americano. A volte anche di piu' ". Un processo di distillazione molto macchinoso, insomma. Ma facciamo un passo indietro, al fatidico primo anno. Che materiale umano vi arriva dalla secondaria superiore? "Le faccio un esempio tipico. Da cinque anni, a Bologna, abbiamo questi corsi di scienza della comunicazione a numero chiuso. Duemiladuecento domande, centocinquanta ammessi. Il test di accesso si e' dimostrato attendibile. Ma siccome contava anche la media del liceo, i promossi erano di solito studenti con voti alti. Bene, abbiamo fatto i seminari di scrittura, per insegnare a scrivere una notizia, un documento. E abbiamo notato che una percentuale, sia pure piccola, aveva dei problemi con la punteggiatura. Evidentemente si puo' prendere la maturita' senza saper usare la lingua italiana". Se succede questo in un gruppo selezionato, figurarsi a livello di massa. E ora vi tolgono pure il numero chiuso. "Infatti. Dall'anno prossimo avremo oltre duemila studenti, invece di centocinquanta. Non sara' piu' un corso di qualita'. Berlinguer pensa di istituire un anno di orientamento. Su che cosa significhi in concreto, credo che nessuno abbia le idee chiare. Io vedo due alternative. La prima e' che lo studente entra alla facolta' di lettere e fa lo "shopping": mette il naso in un po' di corsi, cerca di capire qual e' la sua vocazione. Potrebbe anche fare un giro d'orizzonte piu' largo, a livello di ateneo. Il bachelor americano e' fatto cosi': conosco gente che ha dato un esame di letteratura francese e uno di biologia". E la seconda alternativa? "E' molto piu' complicata. Si tratta di prevedere dei corsi di orientamento istituzionale, per esempio a lettere il ragazzo che viene dall'istituto tecnico impara che cos'e' la filosofia, o il metodo dello studio letterario. Ora, a fare un buon corso monografico su un pittore minore del '500 sono capaci tutti, per fare un anno di orientamento alla storia dell'arte ci vuole Gombrich. E di Gombrich, al mondo, non ne vedo tanti. Come ripeto, e' molto piu' difficile organizzare un'universita' facile che un'universita' difficile. E posto che si possa inventare una universita' "amichevole" resta un problema: che si appiattirebbe verso il basso il livello degli studi, come in America". Ho capito bene, professore? Lei boccia gli atenei Usa? "E' un mito che va in parte capovolto. L'universita' americana a livello del "ba", anche Harvard, sforna dei laureati medi, dopodiche' i migliori vanno alla Law o alla Medical School. L'universita' italiana e' concepita per creare dei laureati eccelsi, ma ne crea solo il 10 per cento". Per salvarci bastera' un piccolo nucleo di "secchioni "? "I collegi non servono a questo. Hanno un effetto di trascinamento, di emulazione sul resto degli studenti". ____________________________________ Corriere della Sera (c) Domenica, 8 Marzo 1998 SOCIETA' La libidine di parlare in pubblico: una mania antica, che oggi assume aspetti sempre piu' grotteschi Reato di CONFERENZA di CLAUDIO MAGRIS "E'stata perpetrata una conferenza?", annunciava nel 1893 Giuseppe Garzolini, col tono drammatico di chi, in un romanzo giallo, scopre un delitto, invitando a cercare il colpevole e il movente. Letterato minore e inevitabilmente dimenticato, Garzolini - almeno a giudicare dai suoi scritti labili e bizzarri, dedicati con puntigliosa precisione a curiosita' umane linguistiche - doveva essere una di quelle persone che allietano la vita grazie alla garbata ironia con la quale pigliano per il ciuffo le cose lasciandole andare prima che il loro peso diventi insostenibile, guardandole quel tanto che basta per capire il trucco, ma volgendosi dall'altra parte prima che esse mostrino il loro volto di Medusa. Oggi sarebbe certo ben piu' difficile individuare l'autore di quel delitto; se si dovesse perseguire chiunque abbia tenuto una conferenza bisognerebbe incriminare intere moltitudini, sicche' non resta che depenalizzare il reato di conferenza, secondo la tendenza - sempre piu' diffusa e sostenuta specialmente da chi e' infastidito non dalla corruzione dilagante di Tangentopoli bensi' da chi cerca di combatterla - in base alla quale un delitto non e' piu' considerato tale quando diviene assai frequente. Ma gia' un secolo fa la libido loquendi, la libidine di parlare e parlare il piu' possibile - unita a quella, ancor piu' furiosa, di indottrinare ammaestrare illuminare e persuadere gli altri - doveva coprire il mondo come una bava schiumosa, se un letterato di provincia come Garzolini sentiva l'estro di scrivere un gustoso opuscolo intitolato "Contro la conferenza", dandogli la forma di una di quelle conferenze che egli aveva il vizio di tenere. Che cosa e', egli si chiede, che spinge ogni giorno tanti coraggiosi a riversare su tanti galantuomini un torrenziale profluvio di parole, aggressive suadenti o pensose, a seconda del carattere, del luogo o della circostanza? Figlio del secolo dei grandi sistemi filosofici, che hanno inquadrato il mondo nelle salde maglie dei concetti e delle categorie generali, Garzolini classifica, ordina, suddivide i diversi tipi di pubblici parlatori, dopo aver tracciato la parabola che ha condotto dall'originario conferente al piu' modesto conferenziere all'affannato e inflazionato conferenzaio. C'e' l'oratore novellino emozionato e quello che ha fatto il callo ad applausi e a sale vuote, quello di ripiego e quello ambulante che "reca il pane eucaristico della sua scienza ai moribondi lontani dal campanile della sua pieve", quello "a rivoltella" che ribadisce sempre lo stesso chiodo "; c'e' il curialesco e il provocatore, quello che si nutre di calamita' e quello che innalza gli animi al sole del progresso; quello che lamenta la mollezza dei costumi, l'infiacchimento del patriottismo, il vilipendio della religione, la decadenza dell'arte e l'inebetimento della gioventu'. Beninteso anche il pubblico si divide in precise categorie: gli amici, gli amici degli amici, le macchiette, i fedeli di un rito sociale, i curiosi, i maligni, gli sfaccendati, i perversi, gli impegnati, gli smaniosi di interloquire e quelli che cercano, almeno per un'ora, una compagnia qualsiasi, anche sconosciuta, perche' l'Ecclesiaste dice: "Guai a chi e' solo!" ed essi lo sanno sulla propria pelle. Il dotto autore abbandona subito l'idea iniziale di cercare un motivo recondito dietro quello palese e annunciato nel titolo. Il conferenziere obbedisce a una pulsione primaria fine a se stessa, a una componente del sangue, suo e di tutta la specie; anzi, a una forza cosmica, a una specie di universale legge fisica, giacche' Garzolini ipotizza che forse "la conferenza dovette esistere ancor prima degli esseri organizzati", nella reazione di vapori corrosivi e nel mare bollente dell'atmosfera all'epoca di formazione del pianeta. Lo scherzo del buon Garzolini, che prende in giro pure se stesso, coglie un processo generale che da allora, nella societa' e nella cultura, e' andato crescendo in misura inarrestabile. La terra esala parole, opinioni, informazioni, commenti, allocuzioni, comunicazioni, bolle e bollicine che l'avvolgono come un gas, in una febbre di parlare che ricorda la loquela coatta e irrefrenabile di certi immortali personaggi dostoevskijani. Antichi precetti - ama il prossimo tuo, carpe diem, proletari di tutto il mondo unitevi - cedono il passo allo slogan universale: parliamone. Conferenze, dibattiti, interviste, tavole rotonde. Se succede qualcosa, i giornali non indagano su cio' che e' successo, ma riportano dichiarazioni, opinioni e commenti su cio' che e' successo e che finisce per passare in seconda linea o per scomparire. Ciascuno dice la sua, come e' giusto, su Dio o sulla camera da letto, ma non gli basta dirlo - e ascoltarlo - con gli amici in birreria. Ha spesso bisogno di salire sul podio o di sedersi davanti a un podio - il che e' lo stesso, perche' da' un tocco di ufficialita' e d'importanza e da' l'illusione di non essere davanti a un boccale di birra, alla vita che sgomenta e alla morte che avanza fra una sorsata e l'altra, bensi' sulla passerella della Cultura e della Storia. A dire il vero, i sorrisi su certi volti che passano accanto, la giusta pressione della birra e gli amici al tavolo dovrebbero bastare per amare il tempo che passa; trascurarli per andare a tenere o ad ascoltare una conferenza puo' essere una colpa. Si pecca anche per omissione, dice il catechismo, e saremo chiamati a rispondere di tutte le volte che abbiamo negletto l'amore e il sesso per partecipare a un convegno sul sesso, la cultura e la societa'. Ma evidentemente vivere deve essere difficile, se c'e' tanto bisogno di mettersi in posa, di dominare la propria ansia dandosi importanza e diventando i conferenzieri dei propri amori o dei propri guai, ad esempio andando a litigare in pubblico - secondo un programma preciso, che stabilisce l'ora, la durata e la sequenza degli interventi - con i propri amanti o con i propri genitori, nell'illusione che la tribuna o il teleschermo diano piu' consistenza alla fragilita' dei nostri sogni e delle nostre pene. Il vecchio Garzolini, che di conferenze ne faceva, sapeva bene che ce ne sono tante di oneste e intelligenti, capaci di stabilire un contatto reale e di creare un vero incontro, di toccare le coscienze e testimoniare valori, di costituire un'esperienza e di aprire nuovi orizzonti. Ma il significato, il coinvolgimento intellettuale ed emotivo di una reale comunicazione rendono ancor piu' giustificata e feroce la satira del suo abuso e della sua degenerazione autoparodistica. Tuttavia quel rumore di fondo e' anche benevolo e misericordioso. In una intensa pagina del suo Labirinto, Eugenio Scalfari mette a confronto l'Io oscuro, impersonale del corpo - inconsapevole di essere e inconsapevole della morte, infelice anche se torpido unisono col fluire della natura - e l'Io intellettuale, acculturato, civilizzato, che lo scuote dal suo ignaro abbandono e lo costringe a entrare nell'ingranaggio della cultura e della societa', dandogli dignita' ma anche, come l'antico serpente, la coscienza della morte. Una volta imparata, questa non si dimentica piu'; tornare con assoluta serenita' agli elementi e assumere consapevolmente su di se', in radicale silenzio, il proprio sciogliersi nel nulla, come accade al personaggio di Labirinto, e' arduo. Spesso quel nudo silenzio, che pone faccia a faccia col vuoto, e' insopportabile, e non resta che cercare di stordirlo, di distrarsi dal suo pensiero. Parlare, parlare senza interruzione, serve pure a questo, a distrarre dal niente. E allora le parole che ci si rovescia addosso diventano un gioco scacciapensieri, come le palle di neve che si tirano i ragazzi. L'Io oscuro e profondo del corpo, destato dal suo beato torpore, ha bisogno di frastornarsi nel meccanismo della retorica - essa, diceva Michelstaedter, e' il fragore che gli uomini fanno per sentire meno la morte. Chi, come molti di noi, perpetra spesso e ripetutamente conferenze, si sgrava la coscienza pensando che raramente queste vengono ascoltate sul serio. Chi siede tra le file degli auditori lascia spesso vagare la mente in una piacevole indeterminatezza, cullato dal suono che arriva dal podio, come quando si guardano le volute di fumo della sigaretta; lo starnuto di un vicino fa perdere il filo del discorso e svia verso altri pensieri. Tra i vari tipi di conferenziere, Giuseppe Garzolini menziona quello ipnotico, che induce al sonno. Posso testimoniarne l'esistenza. Molti anni fa, tenni una conferenza in un circolo di gentildonne, per lo piu' attempate. Mentre parlavo, circa la meta' dormiva, profondamente e serenamente. Ero lusingato di dar loro quella pace e quella liberta' interiore; pensavo al valore religioso del sonno, segno di confidente abbandono alla vita e a Dio, come dice il padre Brown in un racconto di Chesterton, mentre l'insonnia e' tormentosa insicurezza e ansia di colpa; pensavo a una pagina di Singer sul sonno dopo l'amore ed ero virilmente fiero di avere cosi' pienamente appagato le dormienti, che cercavo di non destare, parlando con tono flautato, mentre guardavo di traverso le poche sveglie, evidentemente non altrettanto soddisfatte. Purtroppo l'applauso finale di queste ultime strappo' brutalmente al sonno le altre, fra le quali una in prima fila, beatamente arrovesciata sulla sedia: "Posso farle una domanda?", mi chiese, forse per far dimenticare la sua pennichella. "Certo, signora", risposi, con la nobilta' del liberale aperto al dialogo. "Lei ha parlato di Kafka, vero?". "No, signora, di Goethe". "Oh, mi scusi". "Ma le pare". E cosi' pure quella conferenza si concluse, come doveroso, con un piccolo dibattito.* ______________________ Corriere della Sera (c) Domenica, 22 Febbraio 1998 BIOGRAFIE Il genio di Recanati mori' a 39 anni, dopo una vita tormentata dalle malattie Ecco la cartella clinica redatta da un medico di oggi attraverso lettere e documenti LEOPARDI Il poeta della sofferenza Gravi disturbi alla spina dorsale, una oftalmia che lo costringeva al buio. E una fatale bronchite di FRANCESCO FIORISTA* "Al conte Giacomo Leopardi recanatese / filologo ammirato fuori d'Italia / scrittore di filosofia e di poesie altissimo / da paragonare soltanto coi greci / che fini' di XXXIX anni la vita / per continue malattie miserissima / fece Antonio Ranieri / per sette anni fino alla estrema ora congiunto / all'amico adorato MDCCCXXXVII ". Questa l'iscrizione sulla lapide fatta porre dall'amico Antonio Ranieri nella chiesa di San Vitale a Fuorigrotta, a memoria di Giacomo Leopardi cola' avventurosamente sepolto all'alba del 16 giugno 1837. Nell'epitaffio, dettato dal Giordani, venne fatto un esplicito riferimento alle sofferenze fisiche sopportate. Da allora, a mano a mano che la fama del poeta cresceva, proliferavano gli scritti critici sulla sua opera e le ricerche sulla sua vita: "La vita per continue malattie miserissima" non sfuggi' neppure a minuziose postume ipotesi diagnostiche e interpretative di illustri medici, a volte impietose nel tentativo di decifrare l'esatta natura dei suoi mali dei quali, peraltro, si trova vastissima eco nelle opere. Quando l'editore Stella di Milano lo incontro' per la prima volta a Recanati nel 1816, quei famosi "sette anni di studio matto e disperatissimo" avevano ormai provocato un danno morfologico irreparabile. Negli anni dell'infanzia Giacomo fu sicuramente diritto nella persona, almeno fino ai dodici anni: sono pertanto da escludere le successive ipotesi piu' o meno ardite formulate in passato sull'origine e sulla natura del lieve gibbo che lo afflisse. La deformazione toracica era semplicemente una comune scoliosi degli adolescenti, di grado accentuato: tale deformita', enfatizzata, divenne col tempo un connotato leggendario nato nel "natio borgo selvaggio". "Gobbus esto / Fammi un canestro / Fammelo cupo / Gobbo fottuto ": questa, secondo le biografie, la filastrocca con cui lo canzonavano i compaesani al suo passaggio. Ben piu' grave e umiliante l'acrimonia dell'erudito, ma meschino e bigotto, Niccolo' Tommaseo. Oltre ad avergli lanciato il noto e feroce epigramma: "Natura con un pugno lo sgobbo' / "Canta", gli disse irata; ed ei canto'", il cattolicissimo Tommaseo si rivelo' altresi' un profeta doppiamente cattivo in uno scritto a Cesare Cantu' del 1836: "...Nel dumila il Leopardi non avra' d'eminente nell'opinione degli uomini ne' anco la spina dorsale, perche' i bachi della sepoltura gliel'avranno appianata ". Dai venti, ventun anni fino alla morte Leopardi soffri' di una grave forma di oftalmia ad andamento cronico con periodi di dolorose riacutizzazioni che lo costringevano a fuggire i luoghi illuminati, e a muoversi e a lavorare soltanto nelle ore crepuscolari e notturne. Non poteva applicarsi se non per breve tempo alla lettura e anche meno alla scrittura se non a costo di intensi dolori agli occhi e al capo. La malattia oculare, alterandogli la facolta' visiva sino ad abolirla quasi totalmente, costitui' il suo tormento maggiore, fisico e morale a un tempo. Privato dello studio, condannato a consumare la giornata sedendo con le braccia in croce o passeggiando per la stanza, giungeva a dire: "...sono un tronco che sente e pena...". A lungo si credette che si trattasse di una grave forma di miopia, peggiorata dal fatto che Leopardi non fece mai uso di occhiali. Da numerosi passi dei suoi scritti non risulta pero' un significativo deficit visivo, anzi si evince una sua buona vista sia da vicino che da lontano. Nel 1927 l'oculista Giuseppe Ovio, in un lungo articolo ampiamente documentato, negava la miopia del poeta, inquadrandone piuttosto l'oftalmia come una forma di grave ipermetropia con secondaria debolezza oculare. Tale vizio di rifrazione infatti permette di vedere da lontano; permette pure di vedere da vicino, ma sempre con sforzi di accomodazione. Questi sforzi nella prolungata lettura da vicino diventano enormi e portano all'affaticamento con una varieta' di sintomi soggettivi, cefalea in primo luogo, che costringono a cessare il lavoro e a cercare sollievo nell'oscurita'. Il "mal di visceri", secondo le parole di Giacomo, si presento' quando il poeta aveva diciannove, vent'anni. Le sofferenze intestinali, che si accentuavano durante i viaggi, predominavano su quelle gastriche ed erano caratterizzate da una triade sintomatologica: stipsi, diarrea e dolori addominali crampiformi. Si trattava di una enterocolite mucomembranosa. Sicuramente non giovavano alle sue gia' compromesse funzioni intestinali la vita irregolare (era solito studiare e scrivere di notte, dormire di giorno e pranzare alle 17), l'abuso di caffe' e soprattutto la eccessiva golosita' per i dolciumi. Il sospetto che Giacomo sia stato affetto da tubercolosi polmonare, la stessa malattia di cui erano rimasti vittime, entrambi ventenni, sia il fratello minore Luigi sia quella Teresa Fattorini cantata in A Silvia, deriva da alcune pagine delle memorie del Ranieri, che narro' degli "sputi sanguigni" del suo compagno. Nella primavera del 1833, quando giunse a Napoli con l'amico, Leopardi trovo' difficolta' nel sistemarsi nella nuova residenza, poiche' la padrona della pensione ove alloggiavano, sentendolo frequentemente tossire, temeva fosse tisico. Ci volle tutta l'autorita' del dottor Nicola Mannella, stimato clinico partenopeo, per persuaderla di essere in errore. In verita' Leopardi negli ultimi sei-sette anni di vita soffri' di una bronchite cronica con frequenti riacutizzazioni: e proprio tale patologia, unitamente alla deformita' scheletrica toracica, determino' la comparsa di un cuore polmonare cronico che nel biennio 1836-37 porto' a una insufficienza cardio-respiratoria. Nella primavera del 1837 le condizioni cliniche si aggravarono, tanto che Giacomo cosi' scriveva in una lettera al padre: "Sono stato assalito per la prima volta nella mia vita da un vero e legittimo asma che m'impedisce il camminare, il giacere e il dormire...". La diagnosi del dottor Mannella fu di scompenso cardiaco con idropericardio. Nel tardo pomeriggio chiese ad Antonio Ranieri di mandare a chiamare il medico che assistette impotente alla sua agonia. Pare che, come per Goethe, morto cinque anni prima, le sue ultime parole abbiano espresso un desiderio di luce: "Soffoco, Antonio, fammi vedere la luce ". "...Mori' quel piccolo corpo triste, divenne nulla, ma un'eterna luce di consolazione da essa irradio' su la vita degli uomini ": cosi' Michele Saponaro concludeva nel 1945 la sua biografia leopardiana. Dalla Luce invocata alla Luce donata.*
_________________________________ La repubblica (c) Martedi' 10 Marzo 1998 La prima biblioteca senza libri A Milano in una chiesa sconsacrata Milano I toni, l'enfasi sull'annuncio sono improntati a una svolta storica e tutta italiana. In effetti, il progetto definitivo della Mediateca Santa Teresa, dal nome della Chiesa barocca milanese che la ospiterà - in forma compiuta - entro il Duemila, sa di futuro definitivo. Alla Nicholas Negroponte, il guru dell' informatica che ha profetizzato per tempo un universo culturale e mediatico dominato dai Bit, dall'elettronica, in cui la carta diventa un reperto archeologico. C'era il vicepresidente del Consiglio Walter Veltroni alla presentazione di ieri, alla Biblioteca nazionale Braidense, e con lui il sindaco di Milano e rappresentanti di Regione, Rai e sponsor partecipi a un progetto che vedrà Milano prima sede in Italia di una biblioteca che non ospita un solo libro: ma in realtà li potrebbe ospitare tutti, purché trasferiti in digitale. E con i libri siffatti, anche tutti i Cd-rom esistenti, i dischi ottici, ovviamente Internet a profusione: tutto da utilizzare via computer. Una Chiesa sconsacrata da tempo, andata quasi in rovina, poi recuperata con un restauro minimo affidato alla mano pubblica e ora, con progetti ampiamenti illustrati nei dettagli, destinata a diventare una sorta di tempio del sapere digitale. Ci saranno a disposizione - ha promesso Veltroni - i finanziamenti necessari (quasi sedici miliardi nel totale, parte dei quali dal "benedetto Lotto" come lo ha definito il vicepresidente del Consiglio: ossia i proventi delle estrazioni della popolare riffa), una forte collaborazione pubblico-privato, grande attenzione ai problemi occupazionali che una simile svolta comporta. Tutto sulla carta, per ora, ma l'esposizione in prima fila di così tante autorità, l'ampiezza del progetto, i dettagli minimi esposti, rendono tutto - a questo punto - obbligato. Entro il Duemila, forse ancora prima. A. Dip.
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