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Terze Pagine (9)[18-3-1998]Sommario: 1) Dante Isella: salvata la biblioteca di Contini 2) Massimo Raffaeli: il filologo militante (su Contini) 3) Giulio Nascimbeni: le opere di Buzzati 4) Filippo La Porta: Letteratura del Sud 5) Gian Carlo Ferretti: le poesie di Pavese 6) Rosetta Stella:il DIALOGO COI VOLANTI di Paolo Valesio LILILILILILILILILILILILILILILILILILILILI Corriere della Sera (c) Sabato, 7 Marzo 1998 MEMORIA Acquisiti dalla Fondazione Ezio Franceschini di Firenze i libri e le carte del grande filologo. Con lettere dei maggiori scrittori del secondo Novecento Contini, la biblioteca salvata di DANTE ISELLA "Caro Eusebio, eh no, d'abord: non piu' via Vagna 4, abbandonata dopo le souillures nazifasciste (pero' ho ritrovato giorni fa il mio smoking, rubato dal locale pretore assieme alle molle della pastasciutta [...]), bensi': frazione SAN QUIRICO 2. Proprieta' insignita d'un fecondissimo fico (che e' per me come per te la pianta piu' stupenda, benche' ve'ge'tal irre'gulier) e tappezzata fino a un mese fa di fragole abbastanza ad altezza di cane perche' il quasi-bassotto Ilo eserciti, per ablazione diretta, il suo jus primae noctis". Compresa nel carteggio edito di recente da Adelphi, la lettera di Contini a Montale e' datata da Domodossola il 27 luglio del 1946. Su per giu' un mese dopo, in una limpida mattina di settembre, mi trovai timorosamente, al cancello di quella proprieta', a esercitare la forza del braccio su una maniglia che sollecitando un lungo filo metallico propago' al di sopra del verde, la' dove in alto si scorgeva la villa, il suono di una campanella. Contini mi aspettava; apparve con un festoso cenno di saluto appena oltre il profilo di una aerea balaustra e a passi svelti scese i gradini di una ripida scorciatoia. Era la prima volta che arrivavo a San Quirico; la prima, a guerra finita, dopo i tempi di Friburgo, delle mie visite che da allora si sarebbero ripetute ogni anno, con (da parte mia) ammirazione riconoscente e (da parte sua) generosa amicizia. Visite che si sono fissate nel ricordo insieme con la luce gia' autunnale delle tarde estati ossolane, la dolcezza dei frutti maturi e l'intenso profumo dolceamaro di qualche ramo di olea fragrans reciso, discendendo il viale al momento di partire, e offerto calorosamente in dono. Il rito familiare era perlopiu' cordialmente celebrato anche dalla Madre, signora assoluta di quel dominio, amato e curato, "col radar dell'integrazione immaginativa", piu' che con i suoi occhi offesi, in ogni pietra e foglia. Richiama la memoria a quei tempi e luoghi la notizia che la biblioteca e l'archivio continiani sono stati acquistati, grazie anche alla comprensiva disponibilita' dei familiari, dalla "Fondazione Ezio Franceschini", Centro di studi sul Medioevo, che ha dato loro degna sistemazione nella Certosa del Galluzzo a Firenze. Dopo gli anni dell'insegnamento fiorentino e pisano, presso la Scuola Normale (che seguirono dal '53 ai quattordici dell'insegnamento friburghese), Contini aveva riunito da ultimo a San Quirico tutti i libri piu' cari e le sue carte di lavoro, insieme con la ricca corrispondenza intrattenuta negli anni con i maggiori studiosi d'Europa (Vossler, Spitzer, Benveniste, De Menasce, Curtius, Jakobson, Pasquali ecc.) e con i migliori scrittori del suo tempo, da Vale'ry a Montale e Ungaretti, da Gadda a Bacchelli, Cecchi, Bonsanti, Pasolini; ma anche Longhi, De Pisis, Dallapiccola, Gavazzeni ecc. Per l'accresciuta famiglia, aveva dovuto provvedere, a un ventennio di distanza, ad ampliare la casa acquistata con i propri risparmi a meta' degli anni Quaranta, e in cui era andato a vivere dapprima con i soli genitori. Nell'informare l'amico Pizzuto dei lavori in corso, "Ci si occupa di te a var-i piani sotto questo tetto", gli scriveva il 3 settembre del '64. "Ma in realta' non si tratta di un tetto solo (sopra il quale si stanno in questo momento, assai lentamente festinando, eseguendo restauri che ci infelicitano), bensi' di due tetti fusi, quello arcaico e (acconcia la parola di Benedettina) schistoso, piu' esattamente dell'ottimo gneiss locale che ha nome bevola (be'ula), sotto il quale io opero a terreno, accompagnato dai resti di un Angelo Annunziante "spätgotisch" (mi pare ancora trecentesco), lombardo, e dalla fotografia di Manzoni (recante in facsimile dedica "alla prode Ufizialita'" di non so qual reggimento), e quello liberty, cuspidato, della porzione moderna, press'a poco a me coeva, di foggia svizzera, coperto peraltro di (lubriche, fragili, ora irriperibili) piastrine di italiana lavagna, a mo' di armadillo, il cui colore si puo' centrare solo col termine padano "reciticcio-di-ubbriaco" (trasu-de-ciuk) usato da mio padre per, rammento, il francobollo peruviano di Manco Capac ecc.". Chi l'ha conosciuta, ritrova ancora dentro di se' l'atmosfera silenziosa e frizzante di quelle stanze quiete, di quello studio operoso dalla cui soglia si apriva, oltre la finestra, la vista, poco sotto, della chiesetta romanica donde la frazione prende nome e della piana di Domo tagliata per il lungo, ai piedi del monte, dal terrapieno della ferrovia. Come non ricordare l'ordinatissimo, severo tavolo di lavoro, o quel modo, tutto suo, in cui stando in piedi accanto a uno scaffale, Contini cercava un passo, una citazione in uno dei tanti libri a portata di mano, socchiudendolo ad angolo acuto, solo di quel poco che gli consentisse di leggervi senza violarlo? Libri, carte e lettere (circa diecimila; cinquecento i corrispondenti) ritornano ora a Firenze, dove, sotto la direzione di Claudio Leonardi, che di Contini fu allievo a Friburgo, saranno prontamente catalogati e inventariati. Ne profittera', senza dubbio, la conoscenza dei fatti letterari del nostro Novecento e la pubblicazione (ora che, a completamento della serie, Einaudi ha dato fuori il volume dei Postremi esercizi ed elzeviri) anche dei carteggi, inaugurati da quello, primario, con Montale: documenti assai importanti, raccomandati oltre tutto dalle doti di una scrittura singolarissima (quella dei Contini epistolografo) di cui anche i soli brani citati qui sopra fanno sicura testimonianza. Oggetto privilegiato dell'attenzione degli studiosi saranno, per altro verso, le carte di lavoro del maggior Maestro dei nostri studi filologici, grazie al cui insegnamento (l'archivio conserva anche le schedule utilizzate da lui come schemi di lezione) la scuola italiana e' tuttora la piu' avanzata nella metodologia applicata ai testi medievali e nella cosiddetta filologia d'autore. A favorire la migliore conoscenza di quest'altro Contini, meno vulgato di necessita' del critico novecentista, servira' soprattutto la stampa, che tutti sollecitano alla Ricciardi, dei suoi scritti "tecnici", relativi cioe' alla sua attivita' strettamente professionale. Servira' pero' molto anche la preziosa biblioteca, con le postille che potrebbe conservare, mentre e' gia' certezza la presenza di vari "lavori in corso", non portati a conclusione, che stimolano fin da ora l'impaziente interesse degli addetti ai lavori.* ___________________________ il manifesto (c) 5 Marzo 1998 Il filologo militante - MASSIMO RAFFAELI A MENO DI DIECI anni dalla sua scomparsa si ha la netta sensazione che il nome di Gianfranco Contini, centrale per lungo tempo, si sia progressivamente defilato dal canone della letteratura e della ricezione critica; o meglio che sia congelato in un'icona di deferenza e consenso bibliografico cosi' unanime da neutralizzarlo, da mantenerlo alla distanza che si suole riservare all'inattualita' dei classici. (A pensarci e' lo stesso che accade da circa un ventennio al suo doppio intellettuale e filologo principe delle arti figurative, Roberto Longhi, che anzi capita di vedere rubricato tra il connaisseur e l'attribuzionista senza troppi scrupoli). A dispetto di una critica schizoide, che tende a lacerarsi fra specialismo accademico e trasandato giornalismo, l'opera di Contini resta invece ben stretta, anche nelle ultime propaggini, al nesso di filologia e militanza, ottemperando alla tesi di Benedetto Croce secondo cui ogni storia e' sempre storia contemporanea, anche la storia di documenti specialissimi quali sono le carte dei poeti: una storia che Croce a parole deprecava ma di fatto avvalorava smentendosi in prima persona. Percio' Contini non ha mai cessato di valutare al presente gli autori dell'eta' prediletta (il Medioevo romanzo o l'Autunno del Medioevo, un colloide di reliquati classici e di figure ispide, barbariche) trasferendoli all'istante nell'opera dei contemporanei, cosi' come da questi ultimi, oggetto di una vigilanza occhiuta e soccorrevole, ha dedotto all'indietro suggestioni e rilievi che tutto erano meno che nudi alberi genealogici: quando, giovanissimo, realizza la superba edizione delle Rime ('39) di Dante essa irradia il nucleo piu' segreto delle Occasioni montaliane; in termini opposti e complementari, meno di vent'anni dopo, risalendo dal delta delle voci pascoliane, trovera' la sorgente squisita della internazionale noeolatina, l'officina romanza cui si ricollegano le punte della lirica secolare. Questo e' Contini, un combinato disposto di rigore ecdotico e immaginazione cognitiva, di adesione integrale al presente, alla lettera del testo, e di affondo in apnea (ma comunque irroratissimo d'ossigeno linguistico e stilistico) nell'alone cronologico che quel determinato testo ha reso tangibile e per certi aspetti ineluttabile. Lo confermano i contributi raccolti nel volume dei Postremi esercizi ed elzeviri (Einaudi, pp. 275, L. . 55.000) che Cesare Segre ha postillato di una nota riassuntiva e Giancarlo Breschi ha curato con grande perizia, approntando la trascrizione in pulito di alcune conferenze che sembravano perdute per sempre o recluse nel ricordo di pochi eletti. Memorabile ad esempio la conferenza ticinese del '74 sul Manzoni (archetipo di una monografia promessa e purtroppo mai scritta su un autore che ha occupato la sua piena maturita' di studioso) dove risolve in una sintesi fulminea il senso dell'eterno lavoro correttorio, tra il Fermo e Lucia e l'ultima redazione dei Promessi Sposi, intuendo il progredire di una lingua che via via si vuole spoglia e incolore, cristianamente anonima, e percio' fraterna al lettore come nello scambio eucaristico. S CRIVE al riguardo Contini: "A me interessa esaminare la variantistica manzoniana all'interno di un medesimo testo, perche' in tal modo si pone un problema di personalita', che e' del tutto parallelo a quello che si ha nelle arti figurative. (...) Cio' che importa premettere e' che fin da ora non e' possibile prevedere se si rivelera' evolutivo o distruttivo: (...) in realta' la tendenza acclarabile e' di perseguire un tono neutro, senza armoniche illustri, e un linguaggio che sia puro segno, (...) meramente semantico, quasi di grado zero (...) una naturalezza richiamantesi ad una natura nuova, che e' quella rigenerata del Cristianesimo, a cui corrisponde una lingua senza pedigree". Se le pagine sulla miscela linguistica del Manzoni costituiscono il recupero piu' prezioso, non mancano vere sorprese ai lati di una produzione orale e scritta imponente, di cui si intuiscono appena i contorni: e' il caso della conferenza ascolana sull'Acerba di Cecco e delle pagine, redatte in nitidissimo castigliano, su Vespucci e i viaggiatori nelle Americhe. Corretta scelta dei curatori di scandire il volume, secondo la consuetudine di Contini, in tre comparti adiacenti: Critica generale e monografica (testi sorvegliati dall'autore e piu' compiuti anche sotto il punto di vista teorico); Registrazioni (dove hanno spazio i nastri sapientemente trascritti da Breschi) e la zona degli Epicedi, delle Testimonianze e degli Elzeviri che comprende i referti di una vicenda intellettuale fitta di incontri e folgoranti inversioni di prospettiva. E' gia' stato rilevato, e il volume postumo ne da' piena conferma, che Contini incarna l'anima "gotica" della filologia neolatina, l'elemento irrequieto e dinamico alle seduzioni della perfezione statica. La sua costellazione e' quella di Dante (di umanita' e verbalita' proliferanti, persino belligeranti) inseguita sottotraccia lungo i secoli del gelo accademico-classicista e ritrovata infine nell'ardore sperimentale del Novecento, dove pulsano con differente lume gli autori di cui e' stato il fedele compagno di via, Gadda e Montale (qui oggetto di un estemporaneo rito di presentazione che e' quasi un'anteprima del Nobel), insieme coi nomi che idealmente li proseguono, Pierro e Pizzuto, sul margine estremo del versante espressionista. Esso rimane il contrassegno di Contini e tuttavia ne dissimula la zona grigia dove indebolisce, fino a rendersi opaco, l'acume del suo sguardo. Anche quando si estende alla totalita' dantesca, a misura grandangolare, la sua inventiva critica traduce le pagine studiate in termini di netta individuazione, come di monadi perfettamente circoscritte. Il gotico arriva dunque a includere ogni fenomeno verbale non conforme alla regola ma non supera nella sostanza la categoria della "lirica" di chiaro ascendente crociano. Per usare il suo lessico inimitabile, la parola del testo muove dal non-io solo per giungere, con moto centripeto, all'io; mai viceversa. Quando infatti si occupa di prosa (ed e' vistoso proprio il caso di Gadda) si avverte che quel lembo di mondo orizzontale, proiettato all'esterno, e' li' in attesa (per esistere davvero) di tornare verticale, all'interno, dentro l'etimo spirituale e dunque singolare che lo fissa e lo rende irripetibile. PARADOSSO di tutta una cultura, lo studioso che ha donato precoci e altissime pagine allo stile di Proust, sfuoca il luogo deputato dal moderno: infatti gli e' estraneo il mondo della prosa-prosa, l'universo del romanzo borghese ottocentesco, l'implodere e insieme marcire della narrativa contemporanea. Non e' casuale che gia' al tempo della Letteratura dell'Italia unita ('68) le pagine meno persuasive fossero riservate a Pirandello, Svevo e Fenoglio, come non e' fortuito il fatto che mai abbia scritta una riga circa alcuni maestri del secondo dopoguerra quali Elsa Morante, Paolo Volponi e Primo Levi. L'impronta lirica ed elegiaca di Contini e' testimoniata del resto dalla sezione degli epicedi in cui rivive, tra la svagatezza memoriale e i sigilli del tombeau, una folla di fisionomie, tutte quante chiamate all'appello nell'originalita' di un gesto, di un discorso trattenuto nel ricordo e rievocato in un perpetuo dialogo a distanza perche' "la continuita' della coscienza armonizza la piu' volubile e avventurosa delle vite": vi si ascoltano fra gli altri Aldo Capitini, Filippo De Pisis, Emile Benveniste, Cesare Angelini, Antonino Pizzuto. Non e' solo pietas, ma pensiero che per elargirsi ha bisogno di guardare dentro e di saldare sempre i propri debiti; e' amore della vita che ormai si riconosce nei suoi doni ultimi, il bene dell'amicizia, la carita' della memoria. Di Gianfranco Contini si potrebbe ripetere, con nostalgia e ammirazione, cio' che lui ha scritto commemorando Giacomo Debenedetti: "Egli era incapace di farsi un piedistallo, di intercalare una distanza gerarchica; e non ci si puo' permettere di essere insieme cosi' eccezionali e tanto accessibili". __________________________________________ Corriere della Sera (c) Venerdi', 6 Marzo 1998 MAESTRI Raccolte in una nuova edizione tutte le opere del giornalista-scrittore concepite al "Corriere". E intanto arriva a teatro "Un amore " BUZZATI Il deserto dell'ultimo tartaro Gli invasori per lui erano il simbolo della notizia inimmaginabile e sognata tutte le notti di GIULIO NASCIMBENI Anche se sono trascorsi ventisei anni da quando mori' (era il 28 gennaio 1972), non mi e' difficile ritrovare Dino Buzzati in qualche atmosfera dell'edificio in cui ha sede il "Corriere della Sera". Molte cose sono cambiate, non so quale sorte abbiano avuto certe scalette a chiocciola che parevano condurre a bastioni e garitte di sentinelle, gli ascensori risparmiano la fatica delle salite ai piani, alcune pareti sono cadute e altre sono spuntate. Ma basta affacciarsi al Salone Albertini dove si tengono le tre riunioni quotidiane per decidere i temi del giornale, basta guardare il lungo tavolo che fu voluto proprio da Luigi Albertini, e il passato del "Corriere" sembra improvvisamente animarsi. Adesso la redazione non si trova piu' in questo salone, le lampade hanno perduto le loro lievi curvature "liberty", i cassetti sono vuoti, vuoto e' l'incavo che, nei tempi lontani, era riservato ai calamai e alle asticelle. Eppure, se intanto e' scesa la sera e il traffico in via Solferino non disturba, il silenzio e la penombra del luogo intimidiscono. Su quel tavolo si sono posati i pulviscoli, le macchie, gli invisibili tarli di quasi un secolo, per non parlare dei dispacci, dei telegrammi, delle notizie di agenzia che hanno raccontato guerre, rivoluzioni, dittature, orrori, catastrofi... Quel tavolo potrebbe ancora aspettare gli antichi fruscii della carta e dei pennini. Qui lavorava fino a notte alta il redattore Dino Buzzati. Qui nacque l'idea del Deserto dei Tartari. La vera genesi del grande romanzo fu questa. In un'intervista Buzzati mi disse: "Il tema del Deserto e' la fuga del tempo. Mi sapresti indicare una qualsiasi attivita' umana che, piu' della vita d'un giornale, possa essere considerata lo specchio fedele della fuga del tempo?". In un giornale c'e' il contatto fisico con il fluire inarrestabile e mai uguale a se stesso delle ore e dei fatti, e i Tartari che dovrebbero arrivare dalla misteriosa distanza altro non sono che il simbolo della notizia inimmaginabile, suprema e sconvolgente, sognata per notti e notti. Ma quando finalmente questa notizia si rivela sicura e infrange il torpore dell'attesa, il vecchio redattore ha gia' preso congedo, il suo posto e' vuoto. Buzzati trasferi' l'idea del Deserto dal palazzo del "Corriere" alla Fortezza Bastiani e i redattori divennero una solitaria guarnigione che vigila su remoti, e forse inutili, confini. Nel Deserto c'e' la vera, insostituibile chiave per entrare nel mondo di Buzzati. E giustamente esso da' l'avvio all'imponente "Meridiano" della Mondadori, intitolato Opere scelte (a cura di Giulio Carnazzi, pagine 1571, lire 85.000), che fu preceduto, nel 1975, da un altro "Meridiano", Romanzi e racconti, a cura di Giuliano Gramigna. L'attuale volume, oltre al Deserto, comprende La famosa invasione degli orsi in Sicilia (sono riprodotti a colori i disegni di Buzzati), Un amore, Sessanta racconti, altri racconti tratti dal Colombre, testi teatrali, libretti per musica, poesie, scritti giornalistici, interventi sull'arte, note ai testi e bibliografia. Non rischieremo l'avventura di scendere nei dettagli di un cosi' vasto campionario. Lo fa, nell'introduzione, il curatore Giulio Carnazzi che percorre l'opera di Buzzati (anche quella non compresa in questo "Meridiano ") muovendo dalla "inappartenenza" dello scrittore, dalla sua "scommessa di autore isolato". Mi sembra una perfetta premessa, che spiega anche certi rifiuti "ufficiali" della critica letteraria e certa assillante ricerca di etichette (Kafka, naturalmente) da applicare a Buzzati. Insisto sul Deserto. Carnazzi dice una grande verita' quando sostiene che, uscito nella tarda primavera del 1940, il romanzo "divenne uno dei libri capitali di quel periodo" perche' Buzzati aveva scritto "il suo libro piu' astratto e piu' simbolico e insieme piu' ricco di richiami a una minaccia "storica" che di li' a poco si sarebbe abbattuta sull'umanita'... Non e' un caso che negli anni del conflitto molti trovassero nelle sue pagine un orientamento spirituale, la rappresentazione di una realta' e di una condizione esplorata nei suoi termini estremi, il senso di un'avventura inseguita senza retorica e celebrata nel momento dello scacco ". L'eta' mi permette di confermare e testimoniare. Avevo appena concluso la prima liceo quando comprai il romanzo qualche settimana dopo l'inizio della guerra. Lo lessi in un paio di sere. C'era l'oscuramento, in casa si parlava di carte annonarie, una notte si sentirono anche nel mio paese lontani tonfi di bombe. Il deserto dei Tartari entro' nel mio immaginario di ragazzo con un mondo totalmente diverso da quello che i libri avevano offerto fino a quel momento alla mia generazione: un mondo di grigie pietre e non di candidi marmi, di stanze oscure e non di Olimpi o di Empirei. Il tenente Giovanni Drogo venne ad abitare nei nostri pensieri, ci insegno' il senso segreto dell'attesa, la pazienza del sogno.* _________________________ il manifesto (c) 4 Marzo 1998 Cantastorie del presente FILIPPO LA PORTA - "COSI' ERA il nostro mondo preistorico nel cuore del mondo della modernita'...". La confessione-delirio del killer mafioso, nello straordinario romanzo d'esordio del palermitano Giosue' Calaciura (Malacarne, Baldini & Castoldi, pp.150, L. 18.000), puo' servirci da introduzione ad un possibile discorso sulla diversita' del nostro meridione (di cui molto si e' dibattuto nella recente Galassia Gutenberg). Una diversita' forse meno netta che al tempo di Cristo si e' fermato a Eboli, ma comunque ben percepibile. Certo piu' storico-culturale che antropologica e soprattutto composta di tanti elementi eterogenei, spesso contraddittori tra loro: pensiero millenaristico ed eretico, fatalismo e ansia utopica, visione circolare del tempo e sentimento panico della natura, persistere di una mentalita' magico-fiabesca, e insomma resistenza (in varie forme) alla modernita'. Una miscela ambigua Oggi la emergente letteratura del Sud (e con essa, almeno in parte, la musica e il cinema) sembra di nuovo in grado di rappresentare quell'ambigua miscela di arcaico e di moderno, di arretratezza e di bruciante contemporaneita'. Non si tratta di impugnare nuove improbabili bandiere o ideologie letterarie militanti. E poi naturalmente a quella modernita', rifiutata, subita dolorosamente, accettata con rassegnazione, appartengono cose che per noi sono diventate dei "valori", come il piu' banale senso civico, il diritto alla privacy, il semplice rispettare le regole del codice stradale... Il punto e' che la diversita' del Sud esprime soprattutto una grande, irriducibile varieta', di biografie, di destini individuali, di modi narrativi. Il disagio e' plurale, l'agio e' singolare. Tutte le famiglie felici si assomigliano (e cosi' tutte le societa' opulente e, magari falsamente, appagate), ma ogni famiglia (e societa') e' infelice a modo suo... Contaminazioni "La sera si stendeva lieve e fluttuante sulla campagna brulla avvolta nella silente penombra...". In Pater familias - romanzo di giovani napoletani (Castelvecchi, pp.183, L. 16.000) Massimo Cacciapuoti, infermiere, racconta di delinquenza minorile e di storie di giovani della provincia napoletana, tra violenza, piccoli furti, tossicodipendenze, ravvedimenti. Ma lo fa con una lingua preziosa e lieve, secca e con impennate liriche, che contamina Mastro don Gesualdo (Pasolini parlo' di Verga come di un grande sperimentatore), dialetto imbastardito, modi bruschi del parlato. Si parte dal terremoto del 1980, che lacera la terra e le case, ma anche le esistenze e gli animi, per disegnare una galleria di ritratti precisi e strazianti di tutti i componenti della amorfa "ghenga" o "marmaglia", con l'indicazione dei mestieri (scarparo, carrozziere, manovale... ) e il racconto dei lori sogni e delle loro miserie. Alcune cadute espressive, come le coppiette che "consumavano il loro vitalismo in amplessi disperati" o la "diabolica tempesta dell'orgasmo" denotano qui e la' una ingenua acerbita' del romanzo. Ma il capitolo sulle due Napoli (la parte alta e quella bassa) e la descrizione del loro traumatico incontro, e' davvero memorabile. E poi, di la' della vividezza "sociologica" e della squisitezza letteraria della lingua, il motivo poetico che innerva queste pagine e' la polarita' fatale di corruzione e purezza (il male estremo e' attratto misteriosamente dal suo opposto: vedi certe figure femminili come Marietta, Rossella, Antonietta, Anna, Lara...). Un motivo che puo' ricordare, cosi' come l'ambientazione e la mimesi del neodialetto, gli intensi romanzi di Andrea Carraro sull'hinterland romano. E quando leggiamo che "...tutta la natura, avvolta in un dolore panico, aveva smesso di pulsare..." o che "Il mondo intero era sospeso per quella morte prematura...", sentiamo che dentro la narrazione quasi cronachistica dell'oggi si insinua la memoria del mito e l'eco di una cosmologia pagana. Vincenzo Consolo distingueva tra gli scrittori di parole e quelli di cose, inserendo lui stesso e Bufalino tra i primi e Sciascia e Calvino tra i secondi. La nuova generazione di scrittori siciliani e' destinata a scombinare quella pur utile distinzione. Apparentemente Calaciura infatti punta tutto sullo stile, su ritmo e musicalita' della frase, come un antico cuntastorie. Ma dietro un tessuto verbale cosi' sontuoso e barocco, intravediamo le "cose" terribili della vita quotidiana. E, proprio al contrario di Sciascia, che riteneva che la mafia fosse inesprimibile, decide di raccontarla direttamente, attraverso la finzione di una confessione al magistrato di un killer, di un "malacarne" (che ripete sempre, quasi ipnoticamente, il burocratico e straniante "signor giudice"). Racconti di mafia La sanguinosissima mattanza rivela qui parvenze oscuramente primordiali ma viene eseguita in modo "scientifico". L'autore e' apocalittico e iperrealistico, metafisico e dantesco e la sua pagina ha sempre una potenza espressiva insolita nella narrativa attuale: la vita che da un bambino, contro cui si e' sparato, "se ne ando' subito dal momento che non aveva messo radici lunghe"; o l'acido cloridrico in cui gettano le vittime, nel quale si perde pure la loro anima (tanto che Dio non riesce piu' a trovarla). Eppure una visione cosi' cupamente luttuosa ogni tanto viene come interrotta dall'irrompere di una grazia inesplicabile: "respiravamo l'aria stessa delle nuvole e in un tale stato di fragranza infantile...". Ma impressionante e' quell'incipit, cosi' iterato, degli ultimi capitoli, quel "Non eravamo piu' niente...", autodenuncia di una condizione esistenziale di totale vuoto, disperante registrazione di un nichilismo cosmico, irredimibile. "A partire dai tredici anni Polifemo aveva sviluppato una specializzazione della sua scemenza. Era diventato maniaco sessuale". Ne Le scarpe di Polifemo - e altre storie siciliane (Feltrinelli, pp.185, L. 26.000), la prosa di Roberto Alajmo si mostra onestamente referenziale, di nitore quasi burocratico, per raccontarci storie incandescenti (e' forse un modo per "raffreddarle"). Alajmo non si puo' considerare un esordiente puro, avendo gia' scritto Repertorio dei pazzi della citta' di Palermo (1994) e il bellissimo Almanacco siciliano delle morti presunte (1997), un libro casto e terribile sulle vittime della mafia. E, anche lui, pur cosi' vicino ai modi di un giornalismo narrativo particolarmente incisivo (si pensi ai diari italiani di Deaglio), non potrebbe rientrare nella riduttiva definizione di "scrittore di cose". Questi racconti rivelano invece una prosa sobriamente referenziale (che spesso trae ispirazione dalla cronaca dei giornali) ma con improvvisi scatti quasi espressionistici: "All'eta' di ventidue anni Polifemo faceva spavento... Anche gli occhi, prima solamente strabici, ora avevano cominciato a pendere verso il basso... L'impressione complessiva era che si stesse squagliando la faccia" (oltre ad una notevole attitudine "teatrale" ad animare i dialoghi). Memorie del sottosuolo In queste pagine vediamo scorrere velocemente una umanita' comune ed eccentrica, normalissima e deforme: pornografi incorreggibili, una famiglia in guerra contro un costruttore mafioso, sopravvissuti a disastri aerei, fattorini precari vendicativi... Lo sguardo dell'autore si fissa su figure e aspetti solo apparentemente prosaici della realta' per restituirne la logica piu' profonda, il "sottosuolo". Forse i segnali sono ancora troppo parziali e di incerta decifrazione. Ma sembra proprio che tra il cielo e la terra della narrativa meridionale si trovino oggi piu' cose, e tra loro sensibilmente diverse, di quanto immagini la nostra critica ed editoria. ____________________________________ il manifesto (c) 5 Marzo 1998 Un tascabile "antico" per le poesie inedite di Cesare Pavese - GIAN CARLO FERRETTI "I MARI DEL SUD", la celebre poesia del 1931 che apre Lavorare stanca, non va considerata come un "punto di partenza" ma come un "punto d'arrivo", scriveva Massimo Mila nel 1961: "La precedono decine, forse centinaia di poesie ripudiate, che Pavese leggeva agli amici nello studio dell'amico pittore (Mario Sturani), nei cheti caffe' di via Po (a Torino), nelle osterie in collina, senza mai riuscire a persuadere interamente ne' loro ne' se stesso". Oltre novanta di queste poesie inedite vengono ora pubblicate a cura di Mariarosa Masoero e con una introduzione di Marziano Guglielminetti, studioso di prim'ordine impegnato da anni sulle carte pavesiane nella prospettiva dell'edizione critica. Guglielminetti e Masoero si sono valsi di alcuni progetti di canzoniere (con titoli come Le febbri di decadenza, Blues della grande citta'), approntati da Pavese stesso al di la' delle incertezze ricordate da Mila. Il volume che le raccoglie insieme alle opere poetiche gia' note di Pavese, e' il cinquecentesimo dei Tascabili Einaudi e ne inaugura la sezione di poesia (Le poesie , pp. LXX-348, L. . 10.000), con una copertina color grigio che ricorda la confezione 1968 delle Opere. La pubblicazione delle poesie datate 1923-30, e di altre datate 1931-40, escluse anch'esse da Lavorare stanca per ragioni di compattezza e coerenza interna, permette di entrare nel laboratorio del giovane autore, grazie anche all'apparato critico e filologico che le accompagna. Viene ricostruita tra l'altro la vicenda editoriale e la fortuna critica di Lavorare stanca, a cominciare dalla prima edizione: la lunga ed estenuante trattativa di Pavese e del suo amico Leone Ginzburg con il direttore della rivista e delle edizioni "Solaria" Alberto Carocci, l'intervento della censura fascista per ragioni soprattutto moralistiche, e finalmente la pubblicazione nel gennaio '36 mentre Pavese e' al confino politico di Brancaleone Calabro. "Il titolo, come vedi, ha da essere Lavorare Stanca, motto dell'autore, e, mi pare, nuovo come titolo di versi, in Italia", scriveva Pavese a Carocci, aprendo la serie dei bellissimi titoli del Pavese editore di se stesso: Paesi tuoi, Verra' la morte e avra' i tuoi occhi, Il mestiere di vivere, eccetera. Titolo insolito dunque Lavorare stanca, che esprimeva efficacemente la novita' di un'opera controcorrente, lontana dal gusto ungarettiano dominante, eminentemente impura nella sua "rappresentazione non selezionata della realta', ma fortemente contrastante: citta' e campagna (Torino e Langhe), vecchi e giovani, uomini e donne, albe e notti, terra e sangue"; opera segnata dalla cancellazione o mimetizzazione dell'io, e fondata sulla poesia racconto; opera, ancora, non certo antifascista, ma "di chiara matrice non fascista" (come nota Guglielminetti). Pavese potra' cosi' scrivere un curriculum autobiografico del 1941, destinato a Giambattista Vicari editore del romanzo breve La spiaggia: "Ho pubblicato nel 1936 Lavorare stanca, volume di poesie di cui nessuno si e' accorto". E per la nuova edizione accresciuta di questo stesso volume nel 1943 presso Einaudi, dettera' egli stesso la fascetta: "Una delle voci piu' isolate della poesia contemporanea". Se infatti la prima edizione aveva incontrato l'indifferenza o avversione della critica ermetica, questa seconda trovera' impreparata la critica antifascista e neorealista. Tanto che la bibliografia relativa registrera', prima della Liberazione, soltanto un Contini 1944. L'esordio poetico di Lavorare stanca, percio', lascia trasparire anche alcuni tratti di quello che e' e soprattutto sara' l'intellettuale editore attivo presso Einaudi dal 1938 alla morte: con un lavoro intenso, puntiglioso, severo, articolato, geniale, attraverso il quale Pavese dara' un fondamentale contributo alla cultura italiana del Novecento, e cerchera' altresi' di controllare, ordinare, dirigere nella sua coscienza quel travaglio, quella contraddittorieta' e quel dramma che avrebbero trovato il loro esito finale nel suicidio _____________________________________ Il manifesto (c) 5.marzo.1998 PAOLO VALESIO Esercizi di concreta meditazione intorno al volo di una rondine Osservare gli animali che abitano la citta' per parlare d'amore. Un libro che sfugge alle definizioni: per meta' diario, per meta' ghirlanda di "fioretti" francescani - di ROSETTA STELLA E' UNO STRANO libro questo Dialogo coi volanti di Paolo Valesio - Ed. Cronopio (Napoli). Ed io probabilmente non riusciro' a convincere nessuno a comprarlo, ma voglio provarci lo stesso. E' un po' di tempo infatti che ci giro intorno: "e' proponibile? non e' proponibile?". E' un libro pazzo. Tutti i tentativi di definirlo sono inutili: romanzo? No, saggio? neanche per idea, prosa filosofica? Mah, diario? Si' e no, anzi, due o tre pagine si', due e tre pagine no. Quello che si puo' dire per certo e' che e' un libro piccolo, un libriccino, una chiccheria, un lusso per la lettura impegnata, e un lusso per quella d'evasione. Impegna e fa evadere davvero infatti. Impegna a riflettere su cose a cui non si pensa mai e fa evadere perche' costringe ad allontanarsi dall'amore di se' narcisista che ci caratterizza in quanto umani per "parlare animale", parlare volatile se incontriamo uccelli in liberta' o il linguaggio pesce se ci capita la fortuna di essere avvicinati senza paura da qualche pesciolino che non sia quello rosso nella boccia di vetro vinto al luna park. E il libro piano piano ci dice che si puo', anzi si deve per amare davvero noi stessi. Viene da accostarlo alla "Preziosa ghirlanda degli insegnamenti degli uccelli", magnifica fiaba tibetana recentissimamente ripubblicata da Adelphi, invece non c'entra niente ne' con l'oriente, ne' col buddismo, ne' con qualsivoglia linguaggio cosmico universale. La stessa allusione ai fioretti di san Francesco (richiamati nella fascetta sovrimposta al libro) mette fuori strada, nonostante il fioretto in cui si narra della predicazione alle "sirocchie mie, uccelli" fatta dal santo, sia pubblicata in apertura del libro. Francesco viene richiamato certo qua e la', ma e' piuttosto una provocazione, un eccentrico pretesto per giustificare la stravagante mania del protagonista, uomo dei nostri giorni, che vive in solitudine nei pressi di un improbabile lago collocato negli Stati uniti (ma questo non e' mai detto per certo, si intuisce) di cui e' avventuroso rintracciare frammenti di vita precedente, una donna amata, un amico, una carriera di studioso umanista. Tutto questo, via via che si scorrono le pagine perde di importanza. Prende corpo al suo posto il vero segreto del libro: una raffinata e speciale forma di meditazione. Pratica difficile e a volte anche penosa che si consente azzardi, speculazioni, e qualche scoperta di verita' assolutamente semplici. Silvio, questo e' il nome del protagonista, subisce due tipi di narrazione: la descrizione in terza persona di cio' che vive, o meglio ancora, di cio' a cui si lascia vivere, ossia gli incontri casuali con i vari animali selvatici che abitano nella prossimita' della sua casa e la rivisitazione in prima persona che egli fa di questi stessi incontri nelle annotazioni rigorose e precise del suo diario. Annotazioni ricche di ripercussioni personali, ma anche di riferimenti colti ed estesi. Ed e' qui che san Francesco costituisce un vero e proprio assillo ermeneutico. "Meditare sui selvatici - scrive Paolo Valesio - e' stato... tutto un modo di riflettere su una certa forma d'amore". E poi, qualche pagina dopo, aggiunge: "... d'altra parte, quando parlavo di un amore selvaggio, non intendevo certo designare qualcosa di brutale, disordinato, violento. Volevo invece indicare un amore purificato, liberato dall'egoismo troppo umano". C'e' qualcosa in questo libro che mi ha parlato molto profondamente. Ha parlato a me, lettrice per caso, ma anche ha detto di me donna. Descrivendo la irriducibilita' degli animali ad ogni metafisica ha descritto il mio "inaddomesticato" - per usare un termine della filosofa napoletana Angela Putino - enigma, che nessuna parola d'Uomo puo' dire. Ha poi detto di un uomo, questa volta con la u minuscola, che dichiara di sperare "che in questi tentativi di ascolto di un linguaggio radicalmente diverso possa manifestarsi un barlume di carita'". Paolo Valesio DIALOGO COI VOLANTI ed. Cronopio .pp. 143 L. . 18.000
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