|
|
|
Archivio di Lettere Italiane: Introduzione | Indice 1-100 | Indice 101-200 | Indice 201-300 | Indice 301-380
|
Terze Pagine (8): In memoria di Anna Maria Ortese[13-3-1998]La Repubblica (c) Mercoledi, 11 marzo 1998 E' morta la Ortese scrittrice solitaria e zingara sognante Ieri sera a Rapallo, all'eta' di 84 anni GENOVA - Anna Maria Ortese e' morta ieri sera all'ospedale di Rapallo. La scrittrice aveva 84 anni ed era stata ricoverata per l' aggravarsi delle sue condizioni di salute. E morta verso le 22. Accanto a lei c'era solo il fratello Francesco. A Rapallo la scrittrice si era trasferita verso la fine degli anni Sessanta, dopo una vita trascorsa a girovagare da una citta' all'altra, come certi personaggi dei suoi romanzi, poveri e semplici, diseredati. Lei stessa, "una zingara assorta in un sogno" come la defini' Elio Vittorini, ha vissuto grazie alla modesta pensione della sorella Maria, e a qualche vitalizio che le e' stato assegnato con la legge Bacchelli. Ma dopo campagne e mobilitazioni, come quella condotta qualche anno fa in suo favore da Dario Bellezza. Nata a Roma, nel gennaio del 1914, Anna Maria Ortese e' stata una delle piu' grandi scrittrici anche per la capacita' di passare dal reportage alla pura fantasia. Il primo libro nel '37, poi con Il mare non bagna Napoli vinse il premio Viareggio nel '53, e il premio Strega nel '67 con Poveri e semplici. Fra le opere piu' recenti Il cardillo innamorato, Corpo celeste, Alonso e i visionari. Lo scorso anno una sua provocatoria lettera in difesa di Priebke aveva scatenato una polemica. Per la Ortese il vecchio nazista non e' altro che un lupo ferito, "lasciate cadere i bastoni - scrisse - e i lupi feriti di tutto il mondo, rispettateli". _____________________________ Corriere della Sera (c) Martedi', 10 Marzo 1998 Dagli "Angelici dolori" al "Cardillo " La Ortese aveva esordito nel '37, a ventitre' anni, con il volume di racconti Angelici dolori, che parvero richiamarsi al realismo magico di Bontempelli. Ma gia' nelle opere successive, in quelle che sarebbero rimaste tra le piu' famose (L'infanta sepolta del '50 e soprattutto Il mare non bagna Napoli, che vinse nel '53 il Premio Viareggio), il suo tipo di narrazione trovo' un equilibrio fra invenzioni favolose e squarci documentari di grande esattezza e lucidita'. Nel '65 usci' L'iguana, mentre due anni piu' tardi Poveri e semplici ottenne il Premio Strega. Negli anni '70 i due libri piu' importanti furono Il porto di Toledo, ricordi di vita irreale e Il cappello piumato. Anche nel decennio successivo la scrittrice fu molto prolifica: prima Il terno russo ('83) e quindi Il mormorio di Parigi ('85), seguito da In sonno e in veglia ('88). Gli ultimi anni della Ortese non sono stati letterariamente meno ricchi: in particolare va ricordato Il cardillo innamorato, del '93, un vero caso letterario, e l'ultimo romanzo Alonso e i visionari, uscito due anni fa. Gran parte della sua opera e' stata ripubblicata da Adelphi. __________________________________ Corriere della Sera (c) Martedi', 10 Marzo 1998 PROTAGONISTI E morta ieri a 84 anni l'autrice de "Il mare non bagna Napoli". Dalle inchieste giornalistiche sull'Italia povera ai grandi racconti visionari ORTESE L'ultima maga del romanzo di PAOLO DI STEFANO E' morta ieri sera a Rapallo, assistita dal fratello Francesco, la scrittrice Anna Maria Ortese. Aveva 84 anni.Fuori dalle mode, fuori dai filoni, fuori dai generi accertati una volta per tutte. Anna Maria Ortese era uno di quegli scrittori difficilmente classificabili. Anche perche' ha esercitato scritture diversissime: dal reportage alla fiaba, come forse nessuno, nel nostro secolo, e' riuscito a fare. Il suo carattere cosmopolita e la sua particolare biografia ne hanno fatto un vero e proprio caso letterario: nacque a Roma nel 1914, trascorse l'infanzia a Potenza e l'adolescenza a Tripoli, in Libia (che era allora una colonia italiana). Torno' poi in Italia, dove soffri' la poverta' e la fame. La famiglia si disperse: i fratelli finirono chi in America, chi in Australia. Anna Maria girovago' da una citta' all'altra. Come una "zingara avvolta in un sogno", scrisse Vittorini. Visse a lungo a Napoli, sua citta' d'adozione, poi Milano, Venezia, Roma; infine Rapallo, dove visse con la sorella Maria, ex impiegata delle Poste. Tra il '48 e il '50 collaboro' a molti giornali, dall' "Europeo" al "Mondo". Da tempo risiedeva in Liguria quasi invisibile al mondo esterno. I suoi primi racconti, contenuti nel volume Angelici dolori, uscirono nel '37 da Bompiani grazie a Bontempelli e furono riproposti nel '50 da Milano Sera nel '50. Sara' appunto Vittorini a "scoprirla" nel '53, quando nella collana einaudiana dei "Gettoni" usci' un'altra raccolta di racconti, Il mare non bagna Napoli, con cui la Ortese vinse il Viareggio. Seguirono molti libri, tra cui i romanzi L'Iguana nel '65 (Vallecchi) e Il porto di Toledo nel '75 (sempre da Vallecchi). Nel '67 aveva vinto il premio Strega, con Poveri e semplici. Il silenzio in cui a intervalli regolari la Ortese preferi' avvolgere la sua vita, fu spesso ripagato con il silenzio dei critici e delle storie letterarie. Chi l'ha conosciuta la ricorda orgogliosa e taciturna, scontrosa. "Ho sempre avuto paura di parlare - diceva - perche' e' difficile dire la verita'". Il suo cupo silenzio fu scalfito quando in una lettera dell'86 all'amico Dario Bellezza scrisse che l'avevano sfrattata dalla casa di Rapallo e non aveva una lira per cercarsi un'altra casa. Bellezza rese pubblico quello scandalo, ne segui' una campagna di stampa e una raccolta di firme fra intellettuali e amici che sollecitarono in suo aiuto un intervento del governo. Ottenne 24 milioni l'anno, quanti ne prevedeva la Legge Bacchelli. Refrattaria a ogni programma letterario, la Ortese e' scrittrice "estremista", secondo una felice definizione di Geno Pampaloni, suo ammiratore della prima ora. Una straordinaria capacita' poetica di far convivere veglia e sonno (In sonno e in veglia e' il titolo di un suo libro dell'88), realta' e impossibile, vero e falso: non come mondi alternativi ma come condizioni inscindibili. E' stata molto vicina al neorealismo con i racconti-verita' sul sottosuolo napoletano de Il mare non bagna Napoli, in cui una bambina quasi cieca vive il "basso" come un luogo di sogno finche' un paio di occhiali non le rivela l'immondezzaio insostenibile della realta'. Vi si sente lo stesso tanfo della miseria che compare nelle inchieste giornalistiche. Ma con L'iguana la Ortese spiazza la critica e vira con decisione verso il grottesco e il fantastico narrando una vicenda inquietante, da realismo magico, ricca di risvolti simbolici e morali: e' la storia paradossale di un ricco milanese, nobile e candido, che approdato in un'isola esotica si innamora di una piccola serva dall'apparenza bestiale (simile al rettile che da' il titolo al romanzo). A lei immolera' la sua vita. "Come e' difficile trattare del reale", scrisse la Ortese. La sua scrittura e' una corpo a corpo con il reale anche quando sembra allontanarsene totalmente. Come nel romanzo Il cardillo addolorato, uscito nel '93 da Adelphi. E' stato Roberto Calasso, infatti, a rilanciare il nome ormai dimenticato della Ortese, ristampandone le opere e imponendole al pubblico. Ed e' stato grazie a Calasso che di lei la critica e' tornata a parlare negli ultimi anni. Il cardillo fu salutato come un ennesimo capolavoro: storia di tre giovani signori (un principe, uno scultore e un commerciante) che alla fine del Settecento dal Nord Europa scendono verso Napoli per incontrare un celebre guantaio. Opera d'altri tempi, labirintica e trasparente, Il cardillo e' romanzo di tensione e di poesia, di allucinazione, d'amore e di mistero, di piccoli "miracoli quotidiani". Dove la precisione cartesiana dello stile si sposa miracolosamente con le visioni sfumate della fiaba. Due estremi che Anna Maria Ortese cerco' di coniugare per tutta la vita.* _______________________________________________ Corriere della Sera (c) Martedi', 10 Marzo 1998 Creatura notturna e senza pace Concepiva la vita come male assoluto di RAFFAELE LA CAPRIA Anna Maria Ortese e' morta. La notizia non mi ha colto di sorpresa. Quasi me l'aspettavo. Quando e' morto Luigi Compagnone ho subito pensato a lei, e ho pensato che "per simpatia" lei lo avrebbe presto seguito. Succede alle persone che hanno tra loro un legame tanto forte, e direi "complementare", che l'una senza l'altra non e' piu' concepibile. Sembra strano che io dica questo quando tutti hanno letto ne "Il mare non bagna Napoli" il ritratto spietato che Anna Maria ha fatto non solo di Compagnone, ma di tutti noi, allora, insieme a lei, giovanissimi collaboratori di "Sud", la rivista nata a Napoli tra il '45 e il '47 e diretta da Pasquale Prunas. Ma lo stesso Compagnone aveva capito che Anna Maria aveva visto, col suo sguardo da negromante nella realta' napoletana che lei descriveva e nei ritratti dei suoi amici che dipingeva, lo specchio nero e capovolto della sua stessa disperazione. Certo, dietro quel libro, si sente che c'e' stata un'illusione enorme, almeno pari alla delusione che poi glielo ha fatto scrivere. E comunque pochi scrittori - questo e' sicuro - hanno saputo raccontare Napoli come la Ortese. Il suo e' uno sguardo da visionaria che la porta al di la' del realismo apparente, e la sua descrizione delle strade e della folla di Toledo ci porta in pieno Seicento napoletano. E anche il suo stile diventa seicentesco: c'e' qualcosa di grandioso nella sua rappresentazione, qualcosa di spagnolesco nel suo cupo splendore. Lei a volte era spietata perche' era una grande scrittrice e sapeva che a Napoli "commuoversi era come addormentarsi sulla neve". E lo stesso Compagnone le riconosceva "un inverosimile candore ". Anna Maria soltanto nell'ultima parte della sua vita ha avuto quel riconoscimento che da anni le spettava. Soltanto nell'ultima parte della sua vita ha potuto avere un po' di agiatezza e un'esistenza quasi normale. E' stata sempre senza pace, perseguitata dalla malasorte, e diceva di se': "Io sono uno specchio macchiato. Le cose che vedo non sono ne' belle ne' veramente felici ". E nei suoi ultimi bellissimi libri, "L'iguana" e "Il cardillo addolorato", si sente la sua angoscia nelle parole terribili che pronuncia Elmina, un personaggio in cui si potrebbe riconoscere la stessa autrice: "La felicita' e' male. Amare le creature e' male... Solo la vita e' male, solo la gioia e' male! ". Proprio in questi giorni sto correggendo le bozze di un libro in cui parlo anche di lei, oltre che di tutti gli amici del mio "amarcord". E ricordo un episodio che mi ritorna dopo tanti anni mentre guardo sulla copertina dell'edizione Adelphi il ritratto di Anna Maria com'era quando la conobbi, quando "Il mare non bagna Napoli" non aveva ancora intorbidato le acque delle sue amicizie partenopee e "Il cardillo addolorato" con il suo canto era ancora di la' da venire. Guardo il pallido viso di lei ragazza, la mite intransigenza dell'espressione, gli occhi adombrati e come presaghi, la bocca appena sfiorata da una piccola piega amara e la rivedo in un giorno - ma forse e' pura memoria fantastica - in cui chissa' come, per quale imprevedibile e strana coincidenza, stavamo facendo una gita all'isola di Procida. Era una spledida mattina quando ci imbarcammo sul vaporetto con un mare liscio e azzurro; ma credo che Anna Maria, appena salita la scaletta, si fosse gia' pentita di quella sua decisione. Io avevo un pullover forse bianco o forse celeste, lei era vestita tutta di nero, forse portava ancora un lutto di famiglia. Neri erano i suoi capelli, neri gli occhi nel viso bianco da spagnolita: forse era proprio come appare sulla copertina dell'edizione Adelphi. Si rifugio' subito nel salone interno del vaporetto. Sembrava che tutta la luce di quella mattina di primavera inoltrata fosse per lei insostenibile, le facesse male agli occhi, la ferisse nel profondo; e lei come una di quelle farfalle notturne che di giorno con le scure ali incrociate cercano un riparo in un angolo nascosto della casa se ne stava appartata nel punto piu' riparato del salone. Con gli occhi rivolti dentro se stessa non vedeva niente dello spettacolo di fuori, non lo splendore del mare che bagna Napoli, non la linea mutevole del paesaggio e la bellezza delle rive; e neppure vide l'isola che ci veniva incontro con tutte le sue bianche case smozzicate. Quell'eccesso di luce che scoppiava nell'aria doveva sembrarle irriguardoso e perfino indecente, la offendeva. Cosi' pensai. E la guardavo di sottecchi con un senso di apprensione come se tutta quella luce potesse mettere a repentaglio la sua persona, potesse disfarla a poco a poco fino a farla svanire; e mi rimproveravo di averla portata con me esponendola a tanto imprevisto pericolo. Ricordo che - come spesso accade - una luna trasparente, diafana, navigava come un'ostia nel cielo diurno, consumata dalla luce, anch'essa fuori posto nella bella giornata: creatura notturna, fatta per l'ombra, dove meglio si irradia il suo nebuloso splendore, come la futura scrittrice de "Il mare non bagna Napoli". ______________________________________ La Repubblica (c) Mercoledi, 11 marzo 1998 Il paradiso dei dannati Nel 1953 descrisse Napoli come popolata da mostri Da quel momento non mise mai piu' piede nella citta' lasciando dietro di se' una lunga scia di risentimenti di NELLO AJELLO Quando usci' Il mare non bagna Napoli di Anna Maria Ortese - era il 1953, quarantacinque anni fa - noi giovani napoletani restammo perplessi. Della nostra citta' la scrittrice parlava con un'ansia di verita' che ci convinceva. Ma in quelle pagine scorgevamo anche una tensione a suo modo crudele. La miseria del popolo, l'indifferenza della borghesia, la prepotenza della natura e della storia ci venivano raccontate sotto l'imperio del dolore. Napoli, dentro, c'era tutta. Ce n'era fin troppa. Ci parve che l'occhio che la guardava fosse velato da una lente che cristallizzava le situazioni, rendeva drastici i giudizi, spettacolarizzava lo sdegno. Erano meritevoli di qualsiasi denuncia certe situazioni d'ingiustizia: come l'enorme falansterio dei Granili, che ospitava centinaia di nostri concittadini infelici, e che Anna Maria aveva fatto oggetto di un'inchiesta poi ripubblicata in quel volume. Non ci sfuggiva la "selvaggia durezza dei vicoli". Prima ancora che l' autrice di quel libro ce lo ricordasse, i nostri vent'anni ci avevano gia' insegnato che "quell' aria cosi' dolce, quel cielo cosi' chiaro" racchiudevano, "nella loro serenita', tante inquietudini ed orrori". Eppure, ci chiedevamo, e' lecito, partendo da quelle notizie perenni scadute quasi a luogo comune, stendere sulla citta' un velo livido? Darla per morta? Popolarla di mostri? Alla nostra quasi concittadina, una sorta di sorella maggiore che aveva firmato pagine cosi' sconvolgenti, avremmo voluto carpire tanti perche' su Napoli. Su lei stessa. Sulla sua allucinata sofferenza. Invano, perche' Anna Maria Ortese, proprio a causa del Mare non bagna Napoli e delle aspre reazioni che suscito', era scomparsa dal nostro mondo e da quello, un po' distante da noi, dei suoi coetanei che in quel libro venivano ritratti o ricordati: da Luigi Compagnone a Domenico Rea, da Pasquale Prunas a Gianni Scognamiglio. E, intorno, una costellazione di giovani di sicuro avvenire, da Raffaele La Capria ad Antonio Ghirelli, da Tommaso Giglio a Giuseppe Patroni Griffi, da Maurizio Barendson a Francesco Rosi, da Samy Fayad ad Ennio Mastrostefano. Tutti redattori, collaboratori o sodali di una vivace rivista di sinistra, Sud, uscita fra il 1945 e il 1947, e che lascera' una lunga eco negli annali non soltanto metropolitani. Anna Maria e Compagnone, trentenni o trentunenni nel '45, erano i piu' anziani del gruppo. Nel diffuso capitolo che chiudeva il libro, intitolato Il silenzio della ragione e dedicato agli intellettuali, quegli amici di gioventu' venivano citati con nome e cognome. Ad esigerlo era stato Elio Vittorini, ideatore e despota della collana dei "Gettoni" in cui il libro appariva. Sembrava a Vittorini che in tal modo quella testimonianza acquistasse maggior senso. Che desse un'idea piu' compiuta di Napoli, una citta' - cosi' notava egli stesso nella prefazione al libro della Ortese - che non si presentava ancora, nella narrativa nazionale, con "la stessa intensita' d'immagine che Firenze ha raggiunto da tempo con Palazzeschi e Pratolini". Una questione squisitamente letteraria, dunque. Ma tale da segnare in maniera durevole i rapporti fra l'autrice, la sua citta' d'adozione, i personaggi che avevano accompagnato e segnato i suoi anni verdi. Se e' vero che la biografia di ogni scrittore autentico e' un romanzo di formazione, nel caso di Anna Maria Ortese il dato diventa schiacciante, venato d'assurdo. Un assurdo del resto, condiviso. Qualcuno degli amatissimi amici da lei crocifissi in quella sconsolata saga partenopea, Compagnone in particolare, avrebbe infatti coltivato la ferita oltre ogni ragionevole limite, continuando a sentirsi offeso. In lei, nella sua eccitata sensibilita' d' artista, la lacerazione testimoniata nel Mare non bagna Napoli avrebbe assunto il rilievo d'un ambiguo tradimento. Quattro anni fa, quando andai a trovarla in quel lindo e malinconico resid ence a ridosso del centro di Milano che la ospitava (Anni Azzurri, si chiama), mi disse di considerare ancora una colpa l' aver dipinto i suoi "amici e compagni" in sembianza di morti viventi, soffocati dalla citta' "nelle sue braccia smisurate". E tuttavia, per come l'aveva vissuta in quel dopoguerra drammatico, lei Napoli non poteva ricordarla e descriverla che cosi': "in quell'alone fra viola e nero, sotto il riflesso di un sole malato". Nel Mare non bagna Napoli c'e' almeno un racconto, Gli occhiali, che rientra fra gli esiti alti della Ortese. Ma la delusione che emana dal racconto dedicato ai "ragazzi di Monte di Dio" (cosi' saranno definiti i redattori di Sud dalla strada in cui si raccoglievano, in casa Prunas, a ridosso del collegio militare della Nunziatella) e' proporzionale alla mitizzazione che lei aveva fatto di quell'ambiente. Nel parlare con Anna Maria ottantenne avevo ben presente nella memoria quegli antichi schizzi tra affettuosi e funerei, raccolti nel Mare; e li ritrovai nelle sue parole. Pasquale Prunas, che aveva ventun anni quando fondo' e diresse Sud, era rimasto intatto nella sua memoria, con la sua "persona minuta", le sue "mani scure". Non rimpiangeva di averlo disegnato come "un'aquila morente e un fiore". Lo definiva (Prunas era morto da quasi dieci anni) "una specie di luce nella mia vita". Rivedeva, nel ricordo, Compagnone "vitale, intelligente, luminoso". Quel cast narrativo rientrava in un Eden lontano e irrecuperabile e percio' tanto piu' struggente. Si puo' sorridere di una simile fedelta' alle proprie radici. Ma nella vita di un artista anche le ossessioni contano. E Napoli, per Anna Maria Ortese, un'ossessione e' stata. In quell'ultimo incontro mi racconto' di una sua furtiva gita nella citta' che considerava "sua" anche molti anni dopo averla vituperata e lasciata. O, come preferiva pensare, dopo esserne stata esclusa. Quel fugace ritorno risaliva alla fine degli anni Sessanta. Anna Maria ando' in giro per Chiaia, per Santa Lucia. E riparti' subito "con un'impressione indelebile: di bellezza, di grazia settecentesca". Quella grazia antica e irreale dalla quale verranno conquistati i gentiluomini stranieri che visiteranno Napoli nel Cardillo addolorato. "Passeggiavano in un paradiso abitato da dannati", osservava la Ortese "recensendo" quei suoi personaggi. "Ma loro non lo sapevano". _______________________________________ La Repubblica (c) Mercoledi, 11 marzo 1998 Ferita dalla realta' si rifugio' nel dolore di ALFREDO GIULIANI Quando penso ad Anna Maria Ortese la colloco in una costellazione che comprende i grandi scrittori metafisici, come Leopardi e Dostoevskij. Lo scrittore metafisico non e' quello che fantastica mondi inverosimili, e' quello che odia tanto la realta' da non poterla sopportare, e' quello che lotta disperatamente contro la realta' per farne almeno una favola dolorosa. Lo scrittore metafisico e' lacerato dalla "infinita cecita' del vivere", dalla efferata dissennatezza delle cose accettata e organizzata dall'uomo. Il mare non bagna Napoli, meritatamente famoso, si apre con il bel racconto "Un paio di occhiali", nel quale la ragazzina Eugenia, modesta e umiliata, "quasi cecata" per una scoraggiante miopia, ottiene finalmente in regalo dalla zia le vagheggiate lenti (evento che coinvolge tutti i parenti e i vicini del vicolo). Ma, come mette gli occhiali, a Eugenia viene una grande paura, tutte le cose le si precipitano addosso, si confondono e ingigantiscono, si torcono fino a farla barcollare in preda a un incontrollabile malore. Saranno "sbagliati" gli occhiali, oppure bisognera' abituarvisi? "Lasciatela stare, povera creatura, e' meravigliata", commenta la portinaia dal viso "torvo di compassione". Un racconto dice cio' che racconta, non predica, non significa altro. Ma e' difficile, dopo aver conosciuto qualche opera di Ortese, non leggere "Un paio di occhiali" anche come un'allegoria del contrastato destino a cui va incontro chi vuole vedere. Ortese ha visto che l'uomo invidia oppure odia l'innocenza. Egli e' estraneo alla Terra, totalmente privo della grazia naturale che tocca agli animali, "e grande e' la malinconia che provo nel sapermi appartenente alla specie umana. Non che questa non abbia una superba bellezza e spesso bonta': ma perche' tutto cio' che possiede mi sembra frutto di un furto. Come creatura umana - ecco la disperazione - mi sento da sempre: Assassino e Ladro". Questo e' il primo esilio patito dalla scrittrice Ortese: l' esilio dalla specie umana. Il secondo e' l' esilio metafisico. Se con la mente usciamo da questo pianeta, ce ne distanziamo con lo sguardo "e lo vediamo brillare di azzurro e verde nel soffitto nero dell' universo, ci rendiamo conto della sua stranezza; e se poi ci distanziamo nel tempo, e avviciniamo con lo sguardo alla sue origini, esso ci appare assolutamente immateriale, fantomatico, quindi irreale: un pensiero, il nascere di un pensiero: pura Immaginazione". L'opera in cui il sentimento e la fantasia del doppio esilio si manifestano con ironica forbitezza stilistica, e con l'effetto piu' invadente, e' il romanzo L'iguana. Ne parlammo in queste pagine quando fu ristampato dall'Adelphi nel 1986, come di un libro supremamente angoscioso, pur nel suo teatrale manierismo. Ci sembrava che la favola teologica o di magia ci riportasse ai tempi del piu' sfrenato romanticismo tedesco, e ancora piu' indietro, al barocco illusionistico e spettrale. Perturbante, nell'Iguana, e' il feroce candore, la sonnambolica sicurezza con cui l'arbitrio del racconto si appropria delle verita' umane. Si avvertono nel libro, avvolto da un'atmosfera vagamente manzoniana, sentori di Stevenson, Leopardi, Quevedo, Conrad, Dickens, o di Madame d'Aulnoy, e magari di Pinocchio. Gli spunti letterari si moltiplicano e si riducono a semplici stracci di scena, bellissimi stracci che fermano appena la nostra attenzione. La favola che si recita sotto quei panni, quella si' e' affascinante e repellente, insensata e rivelatrice. Nessun luogo del racconto, nessun personaggio, nessun episodio sembra stare al proprio posto. Tutto risulta gratuito e innaturale, perfino la natura. Pur se proliferano gli enigmi, Dio e natura restano misteriosamente separati. La ricerca del sacro si perde nel "lutto delle Costellazioni infinito". L'iguana e' una favola giocat a con alta sofisticazione, e forse si puo' interpretare come l'avventura di un generoso utopista che fallisce nell'impresa di riscattare la principessa e di far prosperare il regno che non gli appartiene. Un romanzo ancora piu' misterioso nella sua frivola lucentezza tardosettecentesca e' Il cardillo addolorato, uscito nel 1993, dove l'inerme cardellino, che muore al principio della storia perche' lasciato per due giorni senza acqua ne' miglio, ricompare poi quale personaggio onnipresente e mai identificato (sotto il suo mome, Cardillo, potevano celarsi un ufficiale di Sua Maesta', un miserabile nobiluccio, e persino qualche esule francese giacobino o girondino). Il cardillo e' un demone che si aggira tra i protagonisti del romanzo, ed e' forse un mistero pretestuoso; ma la scrittura e' assai amabile. I pensieri della Ortese, consegnati in Corpo celeste, mettono in guardia contro lo strapotere dell'intelligenza, addetta ormai in prevalenza allo sviluppo della scienza e della tecnologia. Questo tipo di intelligenza e' ostile alla ragione, ossia alla conoscenza delle leggi che regolano la vita. "L'umanita', in sostanza, conosce solo piccole ragioni e piccolissime liberta', delle alte e immense non sospetta neppure". Che cos'e' propriamente ragione? Anzitutto e' la percezione del segreto irriducibile del mondo. E la riverenza per l' Antenato (la Terra) e per il Bambino. E' nell'ammirare e nel soccorrere: "La verita' sulla condizione reale dell'uomo, e quindi l'umilta' davanti al luogo dove si trova confinato, o perduto, sarebbero la sua salvezza". Ragione e' sapere che la Natura ci interroga continuamente. "Credo nelle apparizioni. Credo nelle piante che sognano e si raccomandano di conservare loro la pioggia. Nelle farfalle che ci osservano, improvvisando, quando occorra, magnifici occhi sulle ali. Credo nel saluto degli uccelli, che sono anime felici, e si sentono all' alba sopra le case... In tutto credo, come i bambini". Pensieri, appunto, soltanto infantili? Questa grande manierista credeva, certo, nelle apparizioni. E' forse disutile credere ingenuamente negli occhi sulle ali delle farfalle? La liberta' di immaginare non e' di quelle "piccolissime". L' immaginazione non e' un lenimento dell'angoscia? Anche Leopardi diceva che senza l'immaginazione, la vita dell'uomo sarebbe "una carnificina". La ragione cui si appellava la Ortese era immaginaria. Gentilmente primitiva. La preserverei tra le altre ragioni che ci assediano.
|