Terze Pagine (7): In memoria di Carlo Dionisotti (3)

[8-3-1998]

[Per un errore, ieri ho spedito lo stesso messaggio due volte. Mi scuso.]

[Un altro intervento sulla scomparsa del maestro. Se qualcuno di voi vuole mandarmi una breve 'memoria' personale su Dionisotti la pubblichero' molto volentieri su Lettere Italiane. Grazie]

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"Avvenire", 24 febbraio 1998

E’ scomparso lo studioso che piu' di ogni altro ha riconosciuto il carattere "policentrico" del nostro Paese.

La passione civile di Dionisotti

di PIETRO GIBELLINI

Se ne e' andato in punta di piedi, alla soglia dei novant’anni, il Grande Vecchio della letteratura italiana. Se n’e' andato dalla sua Londra, patria un po’ d’elezione e un po’ d’esilio, in cui viveva da cinquant’anni, anche se tornava ogni estate nell’amata casa di Romagnano Sesia. Una patina inglese si era stesa sull’indelebile fondo piemontese, conferendogli un accento caratteristico e uno stile tra il country gentleman e l’ufficiale sabaudo. Anche lo stile psicologico univa il meglio di due civilta', un misto di umorismo e di rigore, di scanzonata ironia e di profonda serieta'.

Nato a Torino nel 1908, si laureo' nell’ateneo piemontese con Vittorio Cian (la vocazione allo studio l’aveva nel sangue: il nonno omonimo, Carlo, fu un valente storico). In anni di egemonia crociana e di imperante critica estetica, Dionisotti si formo' nella solida, resistente nicchia della scuola storica, raccolta intorno al "Giornale storico della letteratura italiana", la rivista per il cui primo cinquantennio (1883-1932) egli compilo' i mirabili indici analitici. Le preziose edizioni dell’opera del Bembo ed altre originali ricerche gli valsero la libera docenza, quindi l’assistentato e gli incarichi d’insegnamento all’universita' di Torino e alla "Sapienza" di Roma, con Natalino Sapegno. Ma l’Accademia italiana tardo' a riconoscere i suoi meriti, negandogli la cattedra con una gaffe indelebile. Fu cosi' che Dionistotti si ritrovo' in Inghilterra, prima come lecturer a Oxford, poi come professore al Bedford College di Londra.

Nell’operoso raccoglimento della British Library si svilupparono i suoi studi che, ridisegnando la mappa dell’Italia letteraria, ne fecero il piu' importante storico dopo Francesco De Sanctis. Il suo libro "Geografia e storia della letteratura italiana" (1967), sintesi di una ricerca ventennale, proponeva con solide argomentazioni una visione rivoluzionaria della nostra civilta' letteraria, una civilta' policentrica che non poteva rientrare nella schema unitario tracciato dal pur geniale De Sanctis, ma appariva nella sua complessa fisionomia regionale, fra spinte centrifughe e aspirazioni unitarie. Pur riconoscendo il talento desanctisiano, Dionisotti richiamava i modelli di profonda e complessa erudizione che avevano preceduto l’epos risorgimentale: Mazzuchelli, Tiraboschi, Croce.

Ma quanta passione civile scorreva dentro la smisurata erudizione di Dionisotti! Le stagioni da lui piu' assiduamente frequentate sono quelle in cui il nostro Paese aveva compiuto il suo piu' intenso sforzo artistico e politico, il Rinascimento e il Risorgimento. E nella sua rilettura, i libri si fanno specchio di guerre pubbliche e private, riflesso di politica e di passioni, di affari e di utopie. Lo scrittore che lo attira di piu' e' il politico per eccellenza, l’autore del "Principe" ("Machiavellerie", 1980). Gia' liquidato come inamidato grammatico e noioso cantore dell’amor platonico, Bembo viene restituito alla sua misura di grande intellettuale, teso alla costruzione di un’italianita' linguistica, e di uomo di passione, alle prese con un’amante nobile e generosa come Maria Savorgnan. La questione della lingua diviene il tavolo su cui l’Italia policefala gioca la partita della propria ricercata unita', come mostra il saggio su "Gli umanisti e il volgare fra Quattro e Cinquecento" (1968). E poi studia l’eta' di Foscolo e di Giordani, di Leopardi e di Manzoni ("Appunti sui moderni", 1988), gli scrittori cioe' che vivevano "a caldo" il problema di un’Italia da farsi, con le baionette straniere, con l’inchiostro di una grande tradizione o con una lingua viva da inventarsi. Le date, in lui, non sono mai inerti: quel testo cade a ridosso dei processi del ’21, quel gesto si spiega con l’avventura dei Cento giorni…

La sua prosa, che ha il misurato respiro e il nitore del miglior classicismo ottocentesco, e' sempre funzionale alla chiarezza argomentativa. Ma, appena gli si offre il destro, ecco la passione, anche sarcastica, come quando rileva per inciso il tramonto della grande tradizione militare italiana e la sopravvivenza, anzi il rafforzamento, della sua inclinazione al brigantaggio malavitoso. La passione civile, del resto, l’aveva spinto a impegnarsi senza indugio nella Resistenza, in obbedienza a ideali liberal-democratici che lo misero presto in disaccordo con i comunisti (donde il suo dissenso dall’attentato di via Rasella coordinato da Carlo Salinari) e lo avvicinarono invece alle posizioni azioniste in cui si riconobbe, almeno per un tratto, anche Gianfranco Contini.

Dionisotti e Contini, una bella gara! Per gli studiosi della mia generazione, i due maestri hanno rappresentato le stelle-guida, uno come luminoso ermeneuta del testo, l’altro come affascinante indagatore del contesto, entrambi come maestri di rigore e (per chi ha avuto la fortuna di conoscerli) modelli di umanita'.

Cordiale e carismatico conversatore, Dionisotti aveva il dono di uno humour tutto suo, usato anche per levare ogni velo retorico all’orazione pubblica che conduceva con commossa gravita' d’altri tempi. Come quando accolse la laurea ad honorem dell’universita' di Pavia, un ateneo che prediligeva perche' era stato quello dei suoi "moderni" (Foscolo e Manzoni) e perche' avvertiva, nei giovani che li' studiavano e nei loro professori, la fedelta' al suo stile di studio. Fu proprio da quei giovani che venne uno dei primi omaggi al suo magistero, la miscellanea di "Studi di filologia e di letteratura italiana<underline> </underline>offerti a Carlo Dionisotti", pubblicata da Ricciardi nel 1973.

Ma all’accademia, Dionisotti preferiva un’Italia piu' discreta e civile, spesso nascosta in provincia. Rifiuto' a lungo un premio proposto dai Lincei, ma non disdegno' di intervenire ai convegni dedicati da Scandiano al Boiardo, da Brescia alla Ga'mbara, da Piacenza al Giordani. Accademico, in verita', non era stato mai. Parlando di se', in privato e in pubblico, egli si definiva "insegnante", e ricordava con orgoglio di aver fatto per anni il professore nei licei. E per quei giovani verso i quali mostro' sempre una generosita' e un’attenzione davvero rare, la stella del Grande Vecchio continua a brillare.

Pietro Gibellini