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Terze Pagine (6): In memoria di C. Dionisotti (2)[26-2-1998]La Regione Ticino (c) Mercoledi' 25 febbraio 1998 OTTAVIO BESOMI Un Maestro del Novecento: Carlo Dionisotti Non il caso, ma saldi e lunghi legami di amicizia hanno voluto che la notizia della morte di Carlo Dionisotti giungesse all'Italia attraverso la Svizzera Italiana. Le parole (nella Premessa agli Appunti sui moderni, Bologna 1988) suonano, come sempre le sue, chiare: "Dedico il libro, tardo segno di riconoscenza e di affetto, a Giulia Gianella di Bellinzona e con lei agli amici tutti della Svizzera Italiana, che mi hanno aiutato a passare, avanti e indietro, la frontiera. Non soltanto quella che divide la Confederazione dalla Repubblica. Insieme, abbiamo discusso allegramente di cose che ci stavano a cuore, di cabbages and kings, e sempre abbiamo concluso in allegria le nostre contese". Non e' il momento di esplicitare il riferimento alla doppia frontiera a cui Dionisotti allude nella Premessa ricordata; il discorso sarebbe troppo lungo, comporta la stesura di un capitolo di cultura che spieghi che cosa ha significato per Dionisotti l'esilio dall'Italia e dall'italianistica d'Italia, e il ricupero che dell'uomo e dello studioso e' stato effettuato negli ultimi decenni, a grande vantaggio dei nostri studi; tale ricupero e' avvenuto anche grazie alla mediazione della Svizzera italiana. Si dovra' poi meglio capire, e meglio apprezzare, il Dionisotti attento alla componente civile e politica di un'Italia della quale sapeva lucidamente vedere le infermita' e le debolezze, di ieri (durante il fascismo) e di oggi, soffrendone non poco fino all'ultimo. Qui e ora importa ricordare che il riferimento nella Dedica a una persona e ad "amici" riguarda i molti contatti che Dionisotti ha intrattenuto con la Svizzera italiana, individualmente e con gruppi, a partire dalla meta' degli anni Sessanta: presenza importantissima per studenti e laureandi di quei momenti, ma anche in seguito. Chi prende contatto coi i prodotti locali (ma di sicuro livello internazionale) di filologia e critica, usciti negli ultimi decenni nella Svizzera italiana (ne da' resoconto il censimento effettuato da Matteo Ceppi e da Christian Genetelli sull'ultimo numero dell'"Archivio storico della Svizzera italiana") deve constatare come in non pochi di essi si riconoscano stimoli morali, culturali, tecnici di Dionisotti. La sua presenza nella Svizzera italiana (favorita da legami familiari: la madre, una Cattaneo, era luganese di origine) e' stata mediata da Giovanni Pozzi, allora docente a Friburgo, studioso dalle antenne sensibilissime, che con il suo lavoro e il suo esempio ha aiutato a sprovincializzare (nell'ambito dell'italianistica) il Paese, mettendolo in contatto e a confronto con uomini, istituti e metodi di alta qualita'. Gli incontri seminariali a cui Pozzi ha dato vita, al di fuori dell'anno accademico e della sede universitaria, in Vallemaggia e a Bigorio, riunivano in modo assolutamente informale studenti, laureandi, laureati, docenti universitari, di Pavia, di Bologna, di Firenze: attorno a Dionisotti, Dante Isella, Maria Corti, Cesare Segre, Ezio Raimondi, Franco Gavazzeni, Guglielmo Gorni, Andrea Battistini e altri. Oggetto degli incontri erano temi di filologia e di critica, problemi di metodo legati all'edizione critica, all'interpretazione e al commento di testi; i frutti piu' diretti (per i risultati e per l'applicazione su un oggetto definito del lavoro di gruppo) sono leggibili nell'edizione dell'Adone mariniano e nelle Castigationes Plinianae del Barbaro; ma altri sono reperibili nei molti studi a cui ho fatto riferimento. Nei Seminari ticinesi Dionisotti era Maestro "senza cattedra" alle diverse generazioni presenti, lo era per eta' e per altezza d'ingegno. Il tono scherzoso che assumeva nelle sedute seminariali, la battuta ironica o dura, il silenzio improvviso, la risata allegra, ma anche il volto severo e come accigliato, il "no" o il "si" perentori, preludevano spesso a una illustrazione rigorosa, puntuale, sui temi in discussione. La sua conoscenza nel largo campo della letteratura italiana gli permetteva di suggerire, di correggere, di orientare; e l'incoraggiamento suo era costante verso chi vedeva lavorare, tanta era la fede che aveva nei confronti dei nostri studi, e la generosita' nell'appoggiarli. Affascinava soprattutto noi giovani e inesperti (e continua ad affascinarci, ormai non piu' giovani, un poco piu' esperti) la sua intelligenza nel collocare nel giusto momento e nel giusto luogo un testo, un autore, un fatto, un titolo, un frontespizio, un giudizio critico; e cosi' la sua capacita' di stabilire connessioni, di leggere un documento, letterario o no, nei suoi aspetti formali e di contenuto, in precisi contesti di cultura, di geografia e di storia. Il dato che per noi (soprattutto i piu' giovani) era materiale ancora inerte affidato a una scheda bio-bibliografica o a una nota erudita, diventava nella sua illustrazione oggetto o persona in un ambiente vivo, con le coloriture del tempo e dei luoghi, in rapporto stretto e dinamico con altri oggetti e con altre persone; il libro veniva iscritto in una rete di situazioni che permettevano di capirne le scelte dell'autore, tematiche, di genere, retoriche, i paratesti, fino alle soluzioni d'editore e spesso anche le impostazioni tipografiche. Il giudizio di valore sull'oggetto in esame si definiva via via attraverso la sua descrizione, ma poteva anche essere esplicitato in termini inequivocabilmente definitorii. Nella parola scritta e orale i suoi insegnamenti erano tali da suggerire a ognuno di noi direzioni nuove di ricerca; e potevamo dirci a posto quando essi confermavano la bonta' di risultati da noi raggiunti in anni di studi specialistici, in campi che lui diceva di aver solo marginalmente frequentato. In realta' tutti i suoi accostamenti a luoghi, momenti, istituti della letteratura italiana toccavano il centro: sui primi testi italiani, sui rapporti tra latino e volgare, su autori e testi dei secoli che piu' gli erano familiari (il Quattro, il Cinque, il Sette, l'Ottocento), su aspetti di metrica, sui rapporti tra individuo e istituzioni, tra chierici e laici, tra autore ed editore, tra generi letterari. Dionisotti non era di quella sorte di studiosi che riversano subito tutto cio' che sanno nella carta stampata. Il pensiero va percio' ora anche a tutto quanto porta con se', nel mistero della morte che irririgidisce nella materialita' delle cellule un'intelligenza e una sensibilita' fino all'ultimo vivissime (ne ho avuto conferma pochi giorni fa nell'ultimo colloquio telefonico, dove largo posto fu riservato ai nostri morti vicini e comuni: mi basto' indicargli un termine di una mia ricerca in corso per averne riscontri per me nuovi; e cosi' nel discorrere si era passati ai nostri studi, ai suoi, disse, che stavano per concludersi, ai miei e di altri, che devono essere continuati). La sua generosita' permette che del moltissimo inedito che porta con se', molto abbia trasmesso oralmente, e fruttifichera'; cosi' Dionisotti lascia, insieme con i suoi studi editi, un capitale di insegnamento e di moralita' che ne fa uno dei Maestri piu' alti del Novecento; non ancora dei piu' noti, ma sicuramente destinato a diventarlo. Ai riflettori ha preferito il silenzio della biblioteca, al potere accademico la serieta' dello studio; proprio per questo, contraddicendo le regole che sembrano diventare dominanti, il suo insegnamento morale e scientifico trovera' sempre piu' ascolto e seguito. ______________________ il manifesto(c) 24 Febbraio 1998 La stella della storia "Con Carlo Dionisotti perdiamo un maestro che ha saputo conciliare come nessuno scrupolo della verita' e passione politica". Dante Isella racconta il grande storico della letteratura italiana, formatosi nella Torino di Gobetti e Gramsci, ed esiliato a Londra dalla mediocrita' della nostra accademia FEDERICO DE MELIS CON LA SCOMPARSA domenica a Londra di Carlo Dionisotti perdiamo un maestro di storia, che ha insegnato a guardare i fatti letterari con concretezza filologica e tensione etico-politica insieme: due modi caduti oggi piuttosto in disgrazia. Abbiamo chiesto a Dante Isella, grande filologo e interprete specialmente della letteratura lombarda, di "raccontarci" Dionisotti. Carlo Dionisotti nasce nel 1908, Gianfranco Contini nel '12. E' possibile configurare la storia della letteratura italiana tramite queste due figure, assunte in una opposizione e complementarita'? Certo sono due facce della cultura italiana al piu' alto livello. Ma e' Dionisotti lo storico della letteratura in senso proprio, interessato alle istituzioni e alla societa' civile che le esprime, di cui la letteratura si fa specchio. In questo e' paragonabile a Benedetto Croce, ma al Croce storico, non al filosofo. Il caso di Contini e' diverso: in lui la storia non e' co'lta nelle strutture della societa', ma in quelle dell'espressione, della forma, della lingua. I suoi stessi interessi, poi, sono molto diversi da quelli di Dionisotti, partendo dalla filologia romanza per allargarsi verso territori non propriamente italiani. In Dionisotti c'e' comunque un tentativo di aggredire e ricostruire la storia attraverso lo strumento filologico... Pero' per lui la filologia e' quasi un prerequisito, una conoscenza dovuta di quelli che sono i doveri e gli strumenti dello storico. Solo in misura molto ridotta e' stato editore di testi, anche se rimane capitale l'importanza del suo lavoro filologico su Pietro Bembo. Tuttavia la sua attivita' non e' quasi mai rivolta alla ricostruzione filologica del testo, ma della cultura entro cui quel testo si e' generato, dei suoi elementi costitutivi e nessi interni, per esempio il rapporto tra generazioni. Nella indimenticabile premessa al libro che gli ha dato la notorieta' da noi, Geografia e storia della letteratura italiana (1967), scriveva che tutta la sua opera voleva essere un'inchiesta condotta con lo scrupolo della verita' ma insieme con passione politica. Direi che in quel "ma" c'e' tutto Dionisotti, il suo rifiuto cioe' di una filologia asettica, distante dalla storia, a favore di una filologia che fermenta la storia, proprio perche' sollecitata dalla passione politica. Dionisotti parte dal "metodo storico" della Torino a cavallo tra otto e novecento. Come si pone poi, precisamente, verso la ventata crociana? Se il suo punto di partenza e' la scuola storica, va pure detto che egli non la rinneghera' mai, ma si profondera' a reinterpretarla e dinamizzarla. Il positivismo rimarra' sempre per lui un ancoraggio ai valori autentici della storia, e un argine contro le frequenti diversioni dalla storia, ma non sara' mai inteso come accumulo inerte di dati, piuttosto come spinta a un'interpretazione storica secondo linee forti e portanti. Di Croce Dionisotti accoglie l'opera di storico, mentre non aderisce al suo idealismo, dunque alla dimensione teorica del suo operare. Per lui la storia non si poteva fare che in re, mai per categorie filosofiche. Ma nel momento in cui dilagava il crocianesimo, pure con i suoi aspetti liberatorî, l'insistenza positivista non metteva Dionisotti in una posizione di obiettiva arretratezza? No, e diro' di piu': egli fu tra i pochi a sottrarsi all'incipiente conformismo crociano. Dobbiamo considerare che la sua attivita' comincia nei primi anni trenta, per distendersi soprattutto in quelli successivi, quando il crocianesimo diviene canonico. Lui rimane fuori dal coro, cio' che lo penalizza sul piano accademico, come dimostra l'"esilio" nel '46 a Londra. Dionisotti ha "dovuto scegliere" questa strada. Ma se oggi possiamo rimpiangere di non avere avuto tra noi questo grande maestro - e nessuno sforzo e' stato fatto per riportarlo in Italia -, ci si puo' consolare pensando alle opportunita' che l'Inghilterra ha dato ai suoi studi: si pensi soltanto alla quotidiana frequentazione della British Library da parte di un conoscitore qualificato e consapevole come lui. Senza di essa non avrebbe potuto portare avanti la gigantesca ricostruzione storica della letteratura italiana che oggi ci lascia, e che sarebbe un errore limitare al quattro e al cinquecento. Se infatti questi sono i secoli a cui si e' applicato di piu', nondimento ha spaziato in tutta la letteratura italiana. E del resto l'idea della nostre lettere come un tutto unico e' espressa chiaramente sempre nella premessa che ricordavo prima, dove sottolinea l'importanza di cogliere i singoli momenti come anelli di una lunghissima catena storica. L'eccezionale perspicuita' storica ha portato Dionisotti a scoprire territorî della letteratura italiana che nel disegno di Francesco De Sanctis erano stati sacrificati a uno schema ideologico, seppure centrato sulle forti tensioni civili della cultura romantica. Dionisotti invece si fa geografo della letteratura, realizzata finalmente in senso regionalistico e scoperta dunque nella sua connotazione policentrica... Questo aspetto chiave del suo metodo e' tutt'uno con la sua visione politica della societa' italiana. In Geografia e storia egli fa conti estremamente duri e precisi con il risorgimento, considerato una vicenda chiusa per sempre contro chi voleva recuperarlo alla resistenza. D'altro canto lui vedeva bene come la prospettiva unitaria, calata dall'alto, avesse ridotto e inaridito in sede storica, con De Sanctis, una tradizione letteraria ricca ed irradiata come quella italiana. Che cosa ha dato a lei, che ha dedicato la vita a recuperare la cosiddetta "linea lombarda", la prospettiva geografica di Dionisotti? Io non sono nato dionisottiano, essendomi formato alla scuola filologica di Contini. Ma per una sorta di poligenesi, ho finito per incrociare presto il suo metodo, che mi e' stato prezioso proprio nella ricostruzione della "linea lombarda". Ricordo che in un convegno tenutosi a Lecce subito dopo l'uscita di Geografia e storia presentai una storia della letteratura lombarda dal duecento all'ottocento che affrontava l'oggetto nella sua specificita' ambientale (senza perderne mai di vista la collocazione entro il panorama complessivo), proprio secondo la lezione di Dionisotti. In Dionisotti manca del tutto la dimensione sistematica: il quadro storico prende vita sempre a partire da episodi concreti e specifici, un po' come in Roberto Longhi sul versante storico-artistico... E' uno degli elementi che qualificano il suo metodo. Parte da un punto che poi si allarga alla rete, la quale da' conto dei vari elementi del quadro generale. Dionisotti e' contro l'idea della grande opera, infatti non ha mai scritto una storia unitaria: i suoi libri, pur cosi' coesi al loro interno, sono sempre raccolte di saggi scritti in occasioni e tempi diversi. Questo appuntarsi su singoli episodi non e' comunque una qualita' di Dionisotti soltanto: anche Contini era cosi', e in generale l'idea del "libro" non trovava spazio nella loro generazione. Infine, qual e' stato il rapporto di Dionisotti con la letteratura contemporanea? Proprio per l'attenzione che prestava alla storia nel suo farsi, Dionisotti era molto interessato ai contemporanei. Non poteva non esserlo un uomo immerso nel suo tempo com'era lui, e che aveva aperto gli occhi nella Torino di Gobetti e di Gramsci. Tuttavia non era un critico militante: aveva questa capacita' immensa, invece, di situare anche il frutto dell'attualita' piu' immediata in un concerto storico vastissimo, secolare. _____________________ il manifesto (c) 24 Febbraio 1998 Il gran geografo delle lettere MASSIMO RAFFAELI LA BIO-BIBLIOGRAFIA di Carlo Dionisotti e' leggibile alla stregua di un grande paradosso. A lui piemontesissimo (nasce a Torino nel 1908 da una famiglia illustre di Romagnano Sesia) spetta il compito di "spiemontizzare" la letteratura italiana fissata nel canone romantico e idealistico che dal De Sanctis trascorre immutato per almeno un secolo nei manuali dei licei, compreso l'intramontabile Natalino Sapegno, di cui proprio Dionisotti, prima del suo esilio a Londra, sara' amico e fervido collaboratore. La sua formazione si compie dunque nell'ateneo torinese e negli anni successivi al primo conflitto mondiale: e' un ambiente austero, di pathos nazionalistico pero' suffragato da una concretezza e positivita' di cui sono testimoni le annate del Giornale storico della letteratura italiana, vero monumento del "metodo storico" che ascrive tra i suoi esponenti prima il Renier e Graf e poi quel Vittorio Cian (bersaglio dei corsivi gramsciani di Sotto la mole) che e' il maestro e il relatore della tesi di Dionisotti sulle Rime di Pietro Bembo, discussa nel 1929. Se da un lato il metodo storico perimetra gli interessi letterari del giovane studioso (che dei primi cento numeri del Giornale storico, 1883-1932, pubblichera' gli Indici, Chiantore, 1948) la Torino di Gobetti e Gramsci ne intrama la fisionomia di autore civile (estraneo tanto alla retorica comiziante quanto agli alibi dello specialismo) che non verra' mai meno nei frangenti di una vicenda intellettuale tutt'altro che lineare, anzi costellata di moti di scarto e lacerazioni. L'esilio londinese Dopo circa un quindicennio di insegnamento nei licei (fra il 1932 ed il '46) dopo l'assistentato con Sapegno a Roma e la militanza nelle file di Giustizia e Liberta', Dionisotti emigra in Inghilterra, lettore di italiano a Oxford e poi professore al Bedford College di Londra dal '49 al '70, rifacendo il cammino di un esule italiano del secolo scorso, Antonio Panizzi, patriota e biblioteconomo, infine direttore della biblioteca del British Museum: nel panottico della sala manoscritti, per decenni locus amoenus del filologo antifascista, Dionisotti ne interroghera' il lascito fino a scrivere un ritratto che vale una dissimulata autobiografia, anzi un autoritratto dell'italianista da esule. Avaro di pubblicazioni distese, refrattario alla forma-saggio tecnicistica e ingorgata di note, il Dionisotti della prima maturita' e' gia' un maestro dell'exquise, del saggio breve dove si richiamano e vicendevolmente si armonizzano filologia puntuale e riflessione storiografica; a questa stessa altezza cronologica si fissano i principali ambiti della sua indagine: l'eta' umanistico-rinascimentale, con particolare riguardo alla questione della lingua, e il nodo del moderno, la Querelle des anciens et des modernes, con effetti di ricaduta sugli autori del trapasso fra classicismo e romanticismo. Oggetto primo dell'indagine rimane il Bembo di cui fornisce esemplari edizioni (Prose della volgar lingua del 1931 e Gli asolani e le rime del 1932) ma il destinatario di plurimi contributi poi raccolti in Machiavellerie (Einaudi, 1980) e' senz'altro il segretario fiorentino. A rileggere la clausola del XV del Principe dove si parla di "verita' effettuale" e immaginazione, ci si trova di fronte alla divisa morale del nostro studioso: per lui verita' effettuale non e' idolatria naturalista ne' atto di resa all'esistente, e' piuttosto curiosita' e amore di documenti concreti da piegare e scuotere in una dimensione terza, quando il puro fatto diviene il vero nell'utilizzo dell'unica immaginazione concessa, che e' quella tutelata dalla storia. Essa non si scrive dall'alto in basso a forza di maiuscole e monumenti, ma dal basso, dal concreto verso l'alto, carte alla mano. Quale ne e' dunque il risultato? L'avere acquisito prospettive nuove, individuato (oltre la dittatura di Firenze e delle secolari "corone") un universo policentrico e fitto di linee letterarie magari concomitanti ma sempre differenti, tra chierici e laici, scrittori in volgare e in latino, autori del canone e di un risorgente anticanone; l'avere cioe' acquisito alla storiografia letteraria la geografia come fosse una sua seconda dimensione cartesiana. Scrive infatti a proposito della grande impresa del De Sanctis: "Percio' in una storia che pur si apre ai primi del Duecento e che prosegue poi sempre aderente a quest'uso senza troppo curarsi della sopravvivenza e rinascita dell'uso di un'altra lingua, il filo conduttore della tradizione linguistica fin da principio si perde e l'altro ne prende il posto, della storia morale e politica d'Italia". Non solo frutto di genio filologico ma ancora una volta di impegno civile (che dialoga coi maestri in ombra del regionalismo, da Cesare Correnti a Gaetano Salvemini, a Giovanni Crocioni) sono i saggi piu' noti che hanno fatto scuola senza che mai Dionisotti avesse una propria scuola, lui estraneo, per costrizione ed elezione, all'arengo dell'accademia italiana. L'eredita' culturale Il suo lascito e' riunito in poche raccolte, messe insieme solo al termine di una vita operosissima: fra gli altri libri, Geografia e storia della letteratura italiana (Einaudi 1966), Appunti sui moderni (Il Mulino, 1988), Ricordo di Arnaldo Momigliano (ivi, 1989), Appunti su arti e lettere (Jaca Book, 1995), Aldo Manuzio umanista ed editore (Il Polifilo, 1995), Chierici e laici (Interlinea, 1995) mentre Scheiwiller annuncia la bibliografia completa, I libri di Carlo Dionisotti, a cura di Roberto Cicala e Valerio Rossi. Come forse nessun altro, Carlo Dionisotti e' riuscito ad essere quel che credeva giusto che fosse, non solo un filologo ma un uomo che, alzato lo sguardo dalle carte, potesse parlare ad altri come lui persuasi di un amore sobrio per la vita e il lavoro. Ha cosi' giustificato una raccolta di saggi: "Sono, uno per uno, saggi del mio lavoro di studioso e di insegnante, ma insieme vogliono fare testimonianza dei propositi e pensieri di un'eta' in cui il lavoro, qualunque esso fosse, trovava stimolo e conforto e la sua ragion d'essere in una solidarieta' stretta senza alcuna speranza ne' ambizione di successi immediati". ____________________ il manifesto (c) 24 Febbraio 1998 Un maestro da Londra REMO CESERANI CARLO DIONISOTTI e' stato uno dei pochi e veri grandi maestri, di studio e di vita, per la mia generazione, accanto solo a un altro grande maestro e professore di letteratura, anche lui torinese e con il quale, nonostante le molte esperienze comuni e le molte convergenze, non aveva rapporti facili, Mario Fubini. Di Dionisotti ricordo incontri affettuosi nella sua casa londinese o nelle aule della Scuola Normale di Pisa; di lui, grande epistolografo in quest'epoca di telefoni ed e-mail, conservo lettere densissime, piene di osservazioni taglienti e giudizi anche feroci, e battute del discorso pregnanti almeno quanto le pagine dei suoi saggi, delle sue conferenze, delle sue recensioni. Di lui e Fubini ricordo incontri pieni di silenzi e di timide, sorprendenti scoperte di affinita', attorno ai tavolini di un caffe' o in passeggiate sul lungarno pisano. DI LUI HO VIVISSIMA la memoria di un ultimo incontro, quando gli e' stata conferita, per iniziativa di Nicola Merola e alla presenza di alcuni pochi amici, la laurea honoris causa all'universita' della Calabria il 16 dicembre 1994. Dionisotti, uomo tutto di un pezzo, impastato di risorgimento e resistenza, sempre un po' eretico come il suo Machiavelli, sempre rispettoso delle istituzioni culturali e civili come il suo Bembo, sempre un po' bizzarro e malizioso come il suo Ariosto, aveva rifiutato di farsi incoronare e laureare da molti e assai piu' prestigiosi atenei italiani, se non altro per rimarcare il fatto clamoroso che a suo tempo l'universita' italiana, nelle sue distratte e contorte manovre, si era dimenticata di lui e l'aveva costretto a cercarsi un posto di insegnamento nella citta' di Londra, in un esilio non facile, reso peraltro accettabile dalla famiglia, dagli amici, dalle sue studentesse del Bedford College, dai frequenti soggiorni nell'amata Valsesia, dal posto fisso nella grande sala circolare della British Library, che anch'essa ha cessato quest'anno di ospitare i grandi studiosi, spesso stranieri come lui - Panizzi, Marx, Momigliano, Lepschy e tanti altri (c'e' stato qualcosa di simbolico nell'evento: chiusa la grande sala, suo posto di osservazione sul mondo della storia e della societa', trasferita la biblioteca in un'altra parte di Londra, Dionisotti ha sentito esaurito il suo ruolo e ci ha lasciato per sempre). Ricordo, di quelle giornate calabresi, lo sguardo attento e inquieto con cui Dionisotti, come un lontano discendente degli intellettuali piemontesi mandati dal nuovo stato italiano dell'Ottocento a capire il meridione, scrutava il dolce paesaggio naturale e l'aspro, lacerato paesaggio sociale e culturale della piana cosentina e delle montagne tutt'attorno, le contraddittorie, provocatorie strutture della nuova universita' progettata negli anni Sessanta da una fortunosa alleanza di interessi locali e di volonta' utopiche e riformistiche, alla ricerca, nei volti e negli sguardi soprattutto dei giovani, di una conferma di speranza e di possibile riscatto; ricordo la sua figura alta e diritta, anche se ormai fragile, affettuosamente sorretta dalla figlia; ricordo la sua voce fioca, che pur riusciva a dire con forza robusta le ragioni della sua passione letteraria e civile e a trasmettere il dovere morale della conoscenza e dell'impegno politico. Dionisotti era soprattutto uno storico, come il suo grande amico Arnaldo Momigliano, uno storico che leggeva il passato alla maniera piu' di Machiavelli che di Guicciardini, per riconoscere le differenze, le tensioni, i conflitti che sono propri della natura umana, delle istituzioni civili e di qualsiasi paesaggio sociale: scontri di classe e di interessi, ruolo delle scuole e delle professioni, ruolo delle istituzioni culturali, conflitti inevitabili di gruppi e movimenti dediti alla conservazione o alla rivoluzione, sacra funzione civile delle costituzioni e delle leggi, ma necessita', nei momenti massimi dello scontro (come avvenne nella lotta contro il fascismo), anche del ricorso alla forza. EGLI TENEVA continuamente sotto il suo sguardo attento, dal suo osservatorio londinese, le vicende dell'Italia contemporanea, seguiva i dibattiti, ne scriveva pubblicamente o privatamente, si faceva forte di alcuni atteggiamenti di metodo assorbiti dall'ambiente culturale inglese (una sociologia non banale, un senso forte della concretezza empirica, una grande attenzione ai problemi del linguaggio). A tutto questo aggiungeva una partecipazione inquieta e dolorosa che non esiterei a chiamare esistenziale, e che mi sembra riconducibile alle esperienze umane e culturali vissute negli anni appena prima e appena dopo la guerra, e che si ritrovano in tanta letteratura e cinema del tempo, e nelle opere per esempio dell'amico Cesare Pavese o in altri esponenti della cultura torinese, da Norberto Bobbio a Primo Levi (ma anche, piu' indietro nel tempo, in Gramsci e Gobetti). E poi si immergeva nei suoi studi, senza che venisse mai meno il rapporto fra il passato in cui si calava e di cui cercava di ricostruire la complessa sostanza, e il presente che stava con tutte le sue contraddizioni e confusioni sotto il suo punto di osservazione. Del passato privilegiava i momenti di trapasso, di spaccatura e conflitto, proprio perche' questi lo aiutavano a penetrare nei conflitti del presente. Fra le eta' di trapasso privilegiava quella che coincide con il passaggio fra il Quattrocento e il Cinquecento, press'a poco fra il 1378 e il 1530, fra crisi dell'eta' comunale e le prime formazioni in Europa dello stato moderno: un'eta' di sconvolgimenti profondi, nelle strutture sociali e nelle istituzioni culturali, nello spessore esistenziale delle vite degli intellettuali e artisti da lui studiati, da Bembo a Tiziano all'Aretino, nelle forme nuove della produzione e comunicazione culturale, nei sistemi nuovi della rappresentazione letteraria. I concetti che percorrono gli studi di Dionisotti sono quegli stessi che agitano i nostri dibattiti: localismo e cosmopolitismo, differenza e unita', molteplicita' e uniformazione, dissimulazione e trasparenza, e cosi' via. I problemi, drammatici, sono quelli dell'identita' e dell'alterita', della frammentazione delle comunita' sociali e della costruzione di unita' linguistiche e culturali. Verrebbe voglia, in questo periodo in cui si ridiscute in modo molto confuso e distratto della straordinaria complessita' della nostra storia, delle molte contraddizioni nel processo di costruzione dell'identita' nazionale, della nostra lingua, delle nostre istituzioni, di rinviare non solo l'ignorantissimo Bossi e molti dei suoi seguaci, ma anche molti altri dei nostri uomini politici e maestri di pensiero, ad andare umilmente e pazientemente a scuola di grandi, inascoltati, appassionati conoscitori e ricostruttori della nostra storia culturale come Carlo Dionisotti.
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