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Terze Pagine (3)[3-2-1998]Sommario: 1) Primo Levi (1) 2) Primo levi (2) ______________________________ La Repubblica (c) 7 gennaio 1998 Primo Levi una risposta all'orrore di ALBERTO ASOR ROSA E'un avvenimento la ripubblicazione integrale di tutti gli scritti di Primo Levi, recentemente apparsa (Opere, I e II, a cura di Marco Belpoliti, Einaudi, lire 150.000). A coronare l'impresa interviene la bella Introduzione di Daniele Del Giudice (non nuovo a queste prove: ricordero' di lui un'introduzione sorprendentemente lucida a Senilita' di Italo Svevo, pubblicata da Feltrinelli qualche anno or sono). Sull'incontro Primo Levi-Daniele Del Giudice mi soffermero' piu' avanti. Vorrei dire, per cominciare, che la possibilita' di attraversare l'opera di Levi dalla prima all'ultima riga, con il sussidio, anche, d'imponenti e precisi apparati bibliografici e documentari, mette di fronte ad una fisionomia di narratore, la quale, per quanto segnata indelebilmente dall'esperienza del Lager, appare molto piu' ricca e variegata e molto piu' "sperimentale", nel senso specificamente letterario del termine, di quanto la memoria non ce la facesse apparire. Su questa molteplicita' e varieta' di esperienze mi limito ad attirare l'attenzione, non potendone parlare per esteso: in particolare, esprimo la persuasione che tutto il "secondo" Levi - quello che viene dopo Se questo e' un uomo e La tregua, ossia delle Storie naturali, del Sistema periodico, della Chiave a stella e di Se non ora, quando? - meriti una rilettura a se', in qualche modo indipendente (si fa per dire) dal "primo" Levi, piu' noto, piu' studiato e forse piu' amato. Del Giudice dice benissimo che "il campo di annientamento e l'operativita' sulla materia sono due dei caratteri distintivi, forse i due, per i quali questo nostro secolo ormai al passaggio sara' tramandato ai successivi". "Di tali elementi - aggiunge - Levi, ebbe, per destino di biografia, esperienza piena e pieno possesso conoscitivo". Io aggiungerei - e del resto lo fa lo stesso Del Giudice, anche se in maniera piu' sfumata, in vari punti della sua Introduzione - che una delle costanti intellettuali, umane e letterarie di Primo Levi consiste in un'insopprimibile tendenza a spingere lo sguardo "verso il fondo", oltre il velame ingannevole delle apparenze sensibili: coerentemente con l'esperienza preliminare e fondativa del suo porsi come scrittore di fronte al mondo, che si fa cosciente per la prima volta - appunto - quando Levi capisce, nei suoi primissimi giorni di Lager, che "siamo arrivati al fondo": "Piu' giu' di cosi' non si puo' andare: condizione umana piu' misera non c'e', e non e' pensabile" (Se questo e' un uomo, I, pag. 20). Mi sia consentita una piccola digressione personale, che pero' ben s'adatta all'argomento che sto svolgendo. Negli ultimi anni, scrivendo di grandi autori e di grandi opere, ho spesso sostenuto che il classico non e' colui che formula modelli ma colui che ha il coraggio - e la forza - di risalire, anche in pieno Novecento, fino alle radici dell'umano. Ora, Levi e' tra gli scrittori del nostro secolo quello che - forse insieme con il primo Solgenitsin - ha piu' approfittato dell'esperienza eccezionale che gli era offerta (se dirlo in questo modo non suona come una bestemmia) per scendere alle radici dell'umano, la' dove il Bene e il Male, cioe' quel tanto di Assoluto che ci e' dato vivere su questa terra, si fronteggiano in purezza quasi assoluta: Figure in questa forma ambedue terribili, a pensarci bene, se e' vero che il Bene, a quel livello e a quello stadio, tende a confondersi - e non potrebbe essere che cosi', e Levi lo ripete continuamente nella sua opera - con la sopravvivenza pura, la difesa del valore-uomo in quanto pura e semplice corporeita' - corpo non mistico da salvare. <br>Mi accorgo d'essere gia' entrato, quasi senza volerlo, nell'unico, modesto argomento, che mi interesserebbe sostenere in questa occasione: e cioe' che con Levi - senza togliergli nulla della sua carica incredibile di testimonianza - se siamo di fronte ad un classico, siamo di fronte ovviamente ad uno scrittore, ad un narratore di grande forza e qualita'. Ma per arrivare a dirlo in maniera sufficientemente persuasiva, devo dire ancora una cosa, che riguarda piu' in generale la sua posizione nella terribile storia collettiva del Novecento europeo. Tutta la sua opera - ivi compresi i racconti del campo di sterminio - e' percorsa da un irriducibile ottimismo vitale, umano, del tutto laico, non religioso: Primo Levi, nonostante tutto, non e' una vittima, e' un combattente, che fa della difesa della sopravvivenza - una sopravvivenza che pero', per non essere spregevole e non diventare anch'essa occasione di caduta, deve restare severa e rigorosa anche nelle condizioni peggiori - uno strumento di affermazione del proprio io contro il dominio della barbarie e del disordine. La letteratura, nella sua forma specifica di narrazione (ma anche la poesia recita per Levi un suo ruolo in questo gioco tragico e sublime), e' connessa strettamente con questa visione e pratica della sopravvivenza, anzi, nasce ad un parto con esse. E' la tesi centrale di Del Giudice. Primo Levi non e' il sopravvissuto, che, a posteriori, si fa narratore per poter rendere la sua testimonianza; egli e' il testimone che "legge" l'esperienza del campo di concentramento in modo tale da trasformarla potenzialmente in racconto fin dall'inizio e dunque, in una virtualita' che solo la sorte si sarebbe incaricata di trasformare in realta', anche in letteratura: perche' il racconto, anche se e' la testimonianza piu' diretta del vissuto piu' atroce, e' pur sempre, in qualche suo modo anche particolarissimo, letteratura. <br>Di questa tesi e' lo stesso Levi a esibire le prove in piu' punti dei suoi stessi racconti concentrazionari, ma in maniera piu' esplicita che altrove e piu' facile da citare in un'Appendice a Se questo e' un uomo scritta nel 1976 per un'edizione scolastica dell'opera: "... Se non avessi vissuto la stagione di Auschwitz, probabilmente non avrei mai scritto nulla [...] E' stata l'esperienza del Lager a costringermi a scrivere... mi pareva, questo libro, di averlo gia' in tasca tutto pronto, di doverlo solo lasciare uscire e scendere sulla carta" (I, pag. 200). Primo Levi e' dunque uno scrittore che nasce in quanto tale ad Auschwitz: e' un primo elemento, abbastanza prodigioso, su cui varrebbe la pena di riflettere a lungo. Ma non basta. Non solo Levi non sarebbe nato come scrittore se non fosse passato per Auschwitz. Ma, nato come scrittore ad Auschwitz, non puo' che parlare di Auschwitz. Fa bene Del Giudice a ricordarlo: "E' significativo quanto disse Levi nel 1984 a proposito del celebre assioma di Adorno, secondo il quale dopo Auschwitz non si puo' piu' fare poesia: "La mia esperienza e' stata opposta, in quegli anni avrei riformulato le parole di Adorno: dopo Auschwitz non si puo' piu' fare poesia se non su Auschwitz"" (Introduzione, pag. XXIX). L'opera di Levi si potrebbe dunque leggere, oltre che in molti altri modi, anche come una straordinaria (tanto piu' straordinaria quanto piu' inaspettata) metafora sul modo di far letteratura in questa nostra epoca; e ci voleva forse un altro scrittore dell'intelligenza di Del Giudice per cavarle interamente dal seno anche quest'altra sua verita'. Da questa "scoperta critica" si potrebbe poi partire, come suole, anche per un discorso d'ordine piu' generale. In tempi come i nostri, in cui la letteratura naviga in mare aperto senza bussola, mi chiedo infatti se affermazioni come questa possano ancora avere un senso; e se non ne hanno, che senso ha il fatto che non ne abbiano. Trovo comunque significativo che, o per amore o per forza, tali questioni, che sembravano obsolete, si ripropongano. Seguendo la linea del discorso, che Levi addita e che Del Giudice, ricostruendola e illuminandola, ripropone, potremmo formulare il seguente elenco. La risposta all'orrore, - qualsiasi orrore, non c'e' che da scegliere anche al giorno d'oggi, - e' la testimonianza; ma la testimonianza non puo' che prendere la forma del racconto, e una forma di racconto e' sempre e comunque l'espressione di una ricerca letteraria. A me pare che in cio' vada cercata una perdurante chance per l'espressione letteraria forse ancor oggi la piu' importante - anche in tempi squallidi come i nostri. Aggiungo che ragionare su questa congiunzione significa ancor oggi compiere un'operazione critica (quella, ad esempio, che esemplarmente svolge Del Giudice su Levi). Banalmente potremmo osservare a questo proposito che non c'e' grande letteratura senza grande critica, anzi, che non c'e' nessun grande scrittore che non sia anche un grande critico (il che spiega forse tanta miseria della letteratura contemporanea). Sono anche disposto ad ammettere che di grande scrittore come di grande critico si possano oggi dare nozioni diverse che in passato: ma non avrei dubbi che pensiero creativo e pensiero critico continuino ad esser collegati da un perenne circolo virtuoso. Non c'e' alcun dubbio, anche, che la forma piu' interessante e piu' importante di questo rapporto e' quella che si manifesta da scrittore a scrittore: per restare ai tempi nostri, Calvino, Pasolini - e, come in questo caso, Del Giudice su Levi - docunt. Per esser meno banali, dovremmo chiederci seriamente cosa vuol dire fare letteratura oggi senza esser capaci di introiettare il grande buco nero di Auschwitz. Come nella memoria diffusa e comune, cosi' nella creazione letteraria si finge il piu' delle volte che Auschwitz (e Hiroshima) non sia stata. D'altra parte, pensare oggi Auschwitz (e Hiroshima), poiche' non ha piu' senso una perdurante esplorazione dell'universo concentrazionario inteso nel senso letterale del termine, significhera' rivisitare alle radici il nostro modo d'essere occidentali piu' o meno civilizzati in questo scorcio (mediocremente ma solidamente spietato) di fine millennio, dove, se si scava, non c'e' dubbio che finiremo per incontrare ancora una volta Auschwitz (e Hiroshima). Forse dirci qualche piu' amara verita' di quante siamo abituati a sentire su questo nostro modo d'essere potrebbe essere la strada per recuperare una testimonianza sincera, - cioe', un racconto autentico, - cioe', una letteratura piu' profonda senza essere meno attuale. Oggi ne uccide piu' l'ottimismo che la crudelta'. ____________________ Corriere della Sera (c) Venerdi', 9 Gennaio 1998 DISSENSI A proposito di un intervento di Asor Rosa sull'autore di "Se questo e' un uomo" PRIMO LEVI, MA DIETRO IL TESTIMONE DOV'E' LO SCRITTORE? di FRANCO CORDELLI Non trovo niente di male nelle volgarizzazioni, negli adattamenti, nelle influenze, dissimulate o esibite che siano. Pochi giorni fa segnalavo tra i migliori romanzi dell'anno Fima dell'israeliano Amos Oz, nonostante le evidenti, evidentissime matrici: soprattutto Bernard Malamud. Proprio questo nome m'e' tornato in mente leggendo la recensione dedicata da Alberto Asor Rosa, sulla Repubblica del 7, alla ristampa einaudiana delle opere complete di Primo Levi. Come non vedere in Se non ora, quando? la traccia depositata dal grande scrittore americano? Ma allo stesso modo, mi dicevo, come non vedere la pesante orma di Calvino nel Sistema periodico e quella di Paolo Volponi nella Chiave a stella? Ecco, il punto e' questo. E' vero, come sostiene Daniele Del Giudice, che Levi si e' trovato a vivere due tra le esperienze cruciali di questo secolo, i campi di concentramento e la rivoluzione scientifica. Ma basta a farne lo scrittore grande che Asor Rosa ritiene che sia? Evidentemente, no. Gia' in altra occasione Piervincenzo Mengaldo stigmatizzo' il mio dissenso o, se si vuole, la mia perplessita'. Avevo scritto che per un ristretto canone della letteratura novecentesca il nome di Levi mi sembrava improponibile. Come diceva Sartre (nell'Autobiografia a settant'anni), scrivere un romanzo e' piu' facile che scrivere un libro di filosofia: perche' nel romanzo c'e' il vissuto. Allo stesso modo, e' piu' difficile scrivere un romanzo che un libro di testimonianza, perche' in un libro di testimonianza c'e', per cosi' dire, solo il vissuto. La storia di Primo Levi scrittore testimonia drammaticamente questa verita'. Per quanto alta sia la sua testimonianza, cio' che viene dopo (con tutte le debolezze di autonomia espressiva, cosi' flagranti) rivela la fragilita' dello scrittore, la sua esiguita', la sua sostanziale mancanza di densita' e spessore.
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