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Terze pagine (2)[1-2-1998]Cari colleghi e care colleghe, per un errore tecnico questo messaggio non e' arrivato a tutti o e' arrivato mutilo di una parte. Il problema risiede probabilmente nel fatto che il msg. era troppo lungo. Per questa ragione l'ho diviso in due parti. Mi scuso per l'inconvenienza. Ringrazio ancora una volta coloro che mi hanno segnalato qualche difficolta' nel collegamento con il mio sito e ripeto che il sito per ora piu' stabile e' locato a questo indirizzo: http://ourworld.compuserve.com/homepages/emilio_speciale/ mentre l'altro sito, in fase di sperimentazione, al seguente indirizzo: http://www.siol.it/ospiti/especiale/. Per poter visionare questo sito non bisogna dimenticare di digitare la / dopo especiale. Buone cose e a presto. Sommario: 1) Archivio del Vaticano 2) Luzi e l'arte 3) Romanzo di Dolores Prato 4) Calvino bocciato (1) 5) Calvino bocciato (2) 6) Calvino bocciato (3) ______________________________ Corriere della Sera (c) Domenica, 11 Gennaio 1998 CITTA' DEL VATICANO Il Santo Uffizio apre l'archivio con i dossier su Galileo e Savonarola Bruno Bartoloni Dopo quattro secoli e mezzo di misteri e di segreti, il piu' chiuso tribunale del mondo, il Santo Uffizio, apre il suo archivio agli studiosi. Divenuto 35 anni fa, dopo il Concilio, un meno tenebroso dicastero "per la dottrina della fede", presieduto oggi dal cardinale Joseph Ratzinger, l'antica Sacra congregazione della universale Inquisizione conserva dossier di straordinario interesse storico. Come quelli su Galileo Galilei, Tommaso Campanella, Girolamo Savonarola e Giordano Bruno. L'annuncio ufficiale dell'apertura degli archivi fino al 1903 sara' dato dal porporato tedesco il 22 gennaio, in occasione di una giornata organizzata dall'Accademia dei Lincei a Roma. Ai documenti del Tribunale dell'Inquisizione nessuno nel passato aveva mai potuto accedere. Per la violazione del segreto del Santo Uffizio si poteva essere assolti solo dal Papa. In occasione della giornata il capo dell'archivio, lo spagnolo Alejandro Gimenez Cifres presentera' il primo volume di una collana di testi d'archivio che fornira' nuovi dettagli sui falliti tentativi, condotti un secolo fa, sotto il pontificato di Leone XIII, di superare l'ostacolo ecumenico delle ordinazioni anglicane dei tempi di Enrico VIII, considerate non valide dalla Chiesa cattolica. "Questa apertura - ha detto Gimenez Cifres - permettera' di conoscere una fetta importante della storia della Chiesa. Gli archivi sono infatti rimasti chiusi fino ad oggi, perche' una prima apertura decisa cinque o sei anni fa non era stata resa pubblica ed era nota solo a pochissimi studiosi. Il 22 gennaio, quindi, renderemo noto il contenuto dell'archivio. Non molto consistente quanto al numero dei volumi, ma prezioso per la loro qualita'". __________________ Corriere della sera (c) Lunedi', 12 Gennaio 1998 MOSTRE Omaggio a Mario Luzi Se la critica d'arte si esprime in versi di SEBASTIANO GRASSO Gia' a vent'anni, Mario Luzi (Sesto Fiorentino, 1914) conosceva la Lettera sull'educazione estetica di Schiller e il Laoocoonte di Lessing. Se ne ricordo', infatti, al momento di scrivere la Guida all'interpretazione di Raffaello Sanzio, pubblicata, in due puntate, sul "Ferruccio" di Pistoia. Una lettura filosofica, da contrapporre a quella, nozionistica, della scuola. L'annotazione, di Alessandro Parronchi, e' contenuta nell'introduzione al libro che accompagna la rassegna Luzi, critico d'arte (edizioni LoGisma, con testi di Ciccuto, Paloscia, Micieli), che presenta anche una serie di opere degli artisti di cui il poeta s'e' occupato. Versi (Morandi, Mattioli, Venturino Venturi), saggi (Matisse, Viani), presentazioni varie (Braque, Carra', Rosai). E, via via, sino a Martucci, Viani, Castellani, Tirinnanzi, Poggiali Berlinghieri, Savelli, Quinto Martini, Lupica, Piccolo e altri. Sempre con grande generosita'. Testimonianze, per lo piu'. Che diventano prose, di ampio respiro. E che, al tempo stesso, rappresentano una sorta di barometro della tensione culturale d'oltre mezzo secolo di una citta' come Firenze. Giovani poeti, pittori, narratori si ritrovavano in trattorie (Antico fattore), caffe' (San Marco, Giubbe rosse, Paskowki), gallerie (Michaud, Palazzo Ferroni, L'indiano). "Le stagioni che vi si erano succedute vivaci - scrive Luzi a proposito delle Giubbe rosse -, salvo brevi e rari letarghi, non avevano stinto la sua immaginazione stranamente multipla di rendez-vous nazionale, di domestico ritrovo di letterati e di artisti dopo la chiusura della bottega, di pensatoio, di covo, di palestra e di stazione di sosta per abitudinari". Col passare degli anni - soprattutto dopo la guerra - i cosiddetti "cenacoli" fanno fatica a vivere. Dei giovani d'una volta, alcuni hanno lasciato il branco per trasferirsi a Milano, Roma o altrove; l'entusiasmo d'un tempo ha cominciato ad arrugginirsi come un ferro sotto la pioggia. E' capitato anche che il successo di uno abbia fatto adontare qualcun altro. Invidiuzze, rancori, malumori hanno preso il posto delle scanzonature delle "allegre brigate". Alcuni dei maestri se ne sono andati per sempre. E con essi la spensieratezza, l'entusiasmo creativo, la generosita' tipica dei giovani. E' rimasto, pero', l'insegnamento di certe regole, con il loro codice di comportamento. Poesia, estetica e narrativa vengono applicate all'arte visiva. Niente di nuovo sotto il sole, quindi, dicendo che Luzi s'e' occupato e si occupa d'arte. Ha dei buoni predecessori. Baudelaire, per esempio. E, fra i contemporanei, Soffici, Bilenchi, Parronchi, Montale, Bigongiari, Bo, Quasimodo, Ungaretti, Gatto, Testori (alcuni dei quali compagni di strada). Ormai lontano dai luoghi deputati d'una volta, gli incontri fra poeta e artisti avvengono direttamente sul campo. Carta e tela. Che cosa fa, Luzi? Si appropria e si riappropria l'immagine, la scandaglia, la manipola e la reinventa: "Tutto senza ombra flagra./ E' essenza, avvento, apparenza, / tutto trasparentissima sostanza. / E' forse il paradiso / questo? oppure, luminosa insidia, un nostro oscuro / ab origine, mai vinto sorriso?" scrive per Giorgio Morandi. E per un paesaggio di Carra'? "I monti: dei coni puliti e massicci, eppure non ideografici; realta' non semplificata ma semplice com'e' quando la prima attenzione la percepisce ed e' ancora tutta credibile. Il mare: una massa d'acqua compatta, cioe' la scoperta del suo primo attributo. La barca: un legno concavo che rompe la superficie". Ha l'andamento, il ritmo d'una prosa in versi, questo brano di Luzi. La lirica si fonde con la critica d'arte. LUZI, CRITICO D'ARTE Museo delle Porcellane di Doccia, Sesto Fiorentino, sino al 31 gennaio ______________________ Corriere della Sera (c) Mercoledi', 7 Gennaio 1998 RITORNI Per la prima volta in versione integrale il romanzo-capolavoro della Prato che fu "ridotto" da Natalia Ginzburg Dolores, allucinazioni di un'infanzia Da piccola viveva con una zia nubile e uno zio prete. Che e' il vero cuore del libro. La storia autobiografica di una bambina adottiva La memoria diventa poesia: un pregio che poche opere possono vantare. di LALLA ROMANO Mi domando se nella miserabile omologazione odierna dei valori abbia forti possibilita' d'incontro un'opera dotata di originalita' come Giu' la piazza non c'e' nessuno di Dolores Prato. Non basta dire "capolavoro salvato dall'oblio", come recita la quarta di copertina. Era gia' stato salvato, almeno in parte: decurtato, ferito, ma riconoscibilissimo. Non fu sufficiente. I tempi sono peggiorati, pero' i mezzi sono piu' estesi. Vedremo. E' tale la mia ammirazione per il libro che, proprio per questo, temo la corriva facilita' dei nostri giorni. Anzitutto devo dire, qui, al lettore di codesto mio pezzo che se prendera' in mano il grosso libro legga l'introduzione di Giorgio Zampa. Do questo suggerimento banale, perche' temo la pigrizia mentale che impedi' all'edizione Einaudi nei "Nuovi Coralli" del 1980 (a cura di Natalia Ginzburg) di far scoprire il capolavoro. E' vero che il testo era stato tagliato: non poteva altrimenti apparire. Vale a dire non era stato giudicato tale da essere pubblicato nella sua integrita'. La Prato ne soffri' e anche noi, me compresa, ci siamo scandalizzati. Ma Giu' la piazza e' evidente capolavoro anche tagliato e un po' manipolato. Anch'io mi allineai con chi si scandalizzo' per i tagli. Ebbene, adesso che ho confrontato il testo completo con quello decurtato, affermo con tutte le mie forze che l'intensita' e l'intrinseca bellezza-verita' dell'opera non venne distrutta: solo, appunto, ferita, decurtata; ma risplendeva anche cosi'. La quarta di copertina einaudiana, suppongo opera di Natalia Ginzburg, e' buona, anche se limitata: l'ho riletta. Curioso: ha punte di giudizio acute, altre affermazioni un po' banali (che fosse a due mani?). Tutto quello che la Prato ha fatto e scritto prima e dopo e' sempre intenso, originale; ma e' soprattutto consapevole opera di cultura. Non e' paragonabile a questo romanzo. Della meravigliosa introduzioone di Giorgio Zampa voglio trascrivere almeno due righe. Sono le seguenti: "Tutto quello che tocca, che sfiora con la memoria [...] diventa non materia di poesia ma ipso facto poesia". E' raro, ma succede che si possa proclamare quest'identita'. Il caso di Giu' la piazza e' uno dei piu' cospicui. Per molti aspetti, anzi, unico. Anche per la mole dell'opera, ovviamente. Ma qualcuno puo' trovare troppo vasto il mare, troppo alte le montagne, troppo vuoto il deserto? "Sono nata sotto un tavolino". Tale e' l'incipit, brusco e spiazzante, che da' il tono al romanzo. Giu' la piazza e' il racconto dell'infanzia di Dolores Prato, che, piu' che essere rivissuta, rivive. I bambini intelligenti fanno molte domande, si dice. Dolores bambina non faceva mai domande. Le faceva segretamente a se stessa; e le fa nel colloquio con se stessa - "in diretta", diremmo oggi - che e' questo romanzo. Il libro fu scritto, forse dettato (tanta e' la naturalezza, l'immediatezza), in tardissima eta' dalla Prato, con la liberta' estrema di chi gioca l'ultima carta. Dopo una vita operosa, ma sempre difficile: in qualche modo impedita. La sua famiglia, vale a dire le persone che l'avevano accolta dopo che era stata rifiutata dalla madre, era: una zia, nubile aristocratica, freddissima; e suo fratello, un prete. Questo zio, Domenico Chiaramponi detto Zizi, e' il vero cuore del romanzo. Personaggio, o meglio persona incantevole. Di nobili origini, di cultura e intelligenza originali e versatili, dotato d'un forte dominio di se', ma non in grazia presso i suoi superiori ecclesiastici. Misteri ci sono in ogni vita umana, anche nel nostro tempo che li sfida, ma piu' spesso li esclude. Personalmente, nella mia esistenza piuttosto fortunata, ho sempre considerato misteriose proprio le persone piu' vicine a me, non certo per volonta' loro, ma per il mio insaziabile interesse intorno ai loro - forse immaginari - segreti. Figurarsi una ragazzina nata negli anni Novanta del secolo scorso. Attentissima e insieme fermamente arroccata nella sua esclusione e solitudine di adottiva, ma forte della sua liberta' interiore. La sua infanzia fu da lei ritrovata, scrivendone, quand'era ormai quasi novantenne. Il racconto e' appassionante. I "misteri" della sua origine e della vita di chi le era vicino - e di chiunque, del resto - rimangono tali, per lei e per chi ne segue la storia. La lettura scorre veloce, rallentata talvolta dall'emozione per una violenza imprevista. Momenti angosciosi, visioni allucinanti sono colti dall'occhio di Dolores come da uno strumento di precisione. Ma spesso lo spirito arguto di lei fissa le parole e le cose con effetti di sorprendente comicita'. Le rare grandi narrazioni che sono opere di poesia devono la loro intensita' alla durezza degli avvenimenti, ma soprattutto all'integrita' dei sentimenti. E noi lettori diventiamo partecipi (quasi contemporanei) come se di noi stessi il racconto parlasse. DOLORES PRATO Giu' la piazza non c'e' nessuno Mondadori Pagine 760, lire 40.000 __________________ Corriere della Sera (c) Venerdi', 9 Gennaio 1998 DISCUSSIONI Le accuse al padre di Marcovaldo si inseriscono in una tendenza molto recente CALVINO BOCCIATO DAI LETTERATI COL CUORE IN MANO di PAOLA CAPRIOLO Illustrando in un'intervista a questo giornale il contenuto di un suo saggio di imminente pubblicazione, l'italianista Carla Benedetti ha definito quella di Calvino una "letteratura depotenziata", asservita ai meccanismi dell'industria culturale, che rinuncia a "incidere sul mondo". Non so come l'autrice argomenti nel libro questa tesi: mi auguro che lo faccia senza la rozzezza che traspare a tratti da certe sue affermazioni, ad esempio quella secondo cui Calvino sarebbe "sempre alle prese con un'autopromozione costante... funzionale alla promozione commerciale". In sostanza un moderno Rostignac che vorrebbe la propria penna al servizio dell'arrivismo e dell'avidita' di denaro. Argomenti del genere andrebbero banditi da ogni discussione seria sulla letteratura, e non vale nemmeno la pena di confutarli. Le dichiarazioni della Benedetti mi interessano semmai come sintomo di una diffusa tendenza a sminuire l'importanza di Calvino (a mio giudizio uno dei nostri scrittori piu' grandi nella seconda meta' del secolo) in nome dell'idea che la letteratura debba aderire in qualche modo alla realta' sociale o esprimere l'immediatezza dei sentimenti, che sia insomma una faccenda da affrontare il piu' possibile con il cuore in mano e il meno possibile con il ricorso a quell'altro organo, oggi circondato per lo piu' da un alone di diffidenza, la cui sede si trova un po' piu' in alto, all'interno della scatola cranica. Per siffatti paladini dell'immediatezza (che detestano Calvino per le stesse ragioni per cui detestano Borges), esercizio formale equivale tout court a mistificazione, tutto cio' che non gronda lacrime, sangue e visceralita' si riduce a un giochino eticamente non meno sospetto di quello delle tre carte. Ora, mi domando se chi la pensa cosi' consideri ancora la narrativa, la letteratura in genere, una forma d'arte, allo stesso titolo della pittura o della musica. Perche' l'arte, appunto, non e' tale senza ricerca formale, senza quella sorta di trasfigurazione alchemica che richiede e crea una distanza rispetto al sentimento immediato e persino (incredibile a dirsi!) rispetto alla tanto decantata "realta'". Peccato che tutto questo stia passando di moda: vorra' dire che in futuro, per non essere tacciati di ciarlataneria o di manierismo, gli autori dovranno imparare a "scrivere come mangiano" e buttare allegramente alle ortiche un paio di millenni di tradizione letteraria.* ________________________ Corriere della Sera (c) Sabato, 10 Gennaio 1998 DISCUSSIONI In difesa dell'autore di "Palomar", accusato di "non sbagliare mai un colpo" MA C'E' ANCHE UN CALVINO NASCOSTO. E PIU' UMANO di GIAN CARLO FERRETTI Carla Benedetti e Antonio Moresco sul "Corriere" e Ferdinando Camon su "Tutto libri" ripropongono con durezza la critica al Calvino che maggior fortuna ha avuto in questi anni: il Calvino dell'intelligenza algida, del gioco di classe, del testo cristallo, della leggerezza, dell'essere sempre nuovo e sempre istituzionale. E gli contrappongono il Pasolini che mette tutto se stesso (il suo corpo) in ogni esperienza personale, intellettuale e letteraria, rompendo schemi e istituzioni con la forza trasgressiva e illuminante dello "scandalo". E' questa una lettura felicemente controcorrente di Calvino, che tuttavia continua ad ignorarne un aspetto fondamentale (come lo ignora Paola Capriolo nella sua difesa) convergendo cosi' paradossalmente con i suoi canonizzatori, che quell'aspetto attivamente conflittuale e contraddittorio hanno sempre rimosso. Tutti aiutati in questo, bisogna dire, dal Calvino teorizzatore e editore di se stesso, che ha cercato costantemente di ricomporsi in una immagine non disinteressata di equilibrio e di linearita'. Con una sapiente strategia intellettuale e promozionale fatta di interviste, dichiarazione di poetica, prefazioni, risvolti. C'e' insomma un Calvino cristallino e seducente, che "non sbaglia mai un colpo" (come disse una volta Giulio Bollati con sottile perfidia), ma c'e' anche un Calvino problematico, drammatico, inquietante, amaro, doloroso: quello dell'alterita' naturale, di un mondo infantile, animale o preumano, emarginato e offeso da una razionalita' umana incomprensiva e prevaricatrice, dalle presunzioni e insensatezze del progresso della politica della societa' organizzata. Questo filone sotterraneo emerge incessantemente dalla sua produzione, culminando in quell'opera sorprendente che e' "La giornata d'uno scrutatore" (il suo capolavoro), ma riemergendo perfino in "Palomar", con il mondo angosciante degli squamati e con il silenzio e la pena indecifrabile del gorilla albino. _______________ Corriere della Sera (c) Martedi', 6 Gennaio 1998 CONFLITTI L'autore di "Palomar"? Ingiustamente esaltato. Il poeta "corsaro"? Incompreso. Un saggio esamina due personalita' opposte Cosi' il mito di Calvino oscuro' Pasolini di CINZIA FIORI "Pasolini contro Calvino". Su un fronte l'incompreso, da rendere finalmente leggibile: Pasolini. Sull'altro fronte l'intoccabile, canonizzato come classico ancora in vita: Calvino. Secondo Carla Benedetti, docente di Letteratura italiana all'univerisita' di Pisa e autrice di un libro intitolato appunto Pasolini contro Calvino (in uscita da Bollati Boringhieri), l'opera di Pasolini entra in conflitto con l'idea di letteratura che in Italia e' stata dominante negli ultimi decenni. Idea che Calvino ha contribuito a formare. Carla Benedetti ha maturato il proposito di scrivere "Pasolini contro Calvino" nel 1995, quando, a vent'anni dalla morte dello scrittore, lesse le commemorazioni: "Le frasi ricorrenti erano: la sua non e' poesia, manca di suggestione formale, non e' romanzo, e' discorso, argomentazione... A nessuno era mai stato riservato un simile approccio, tanto meno a Calvino che nell'idea di letteratura dominante s'e' accomodato". Letteratura dominante. Espressione che suona vagamente nostalgica in anni caratterizzati dalla varieta' di registri e di generi. Mera apparenza, secondo Carla Benedetti: "Di fatto la scena contemporanea e' bloccata da ideologie ben camuffate ma piuttosto pesanti. Certo, si presenta come un grande gioco variegato, dove tutto e' possibile. Eppure c'e' una premessa che sovrasta ogni schieramento: l'idea della fine della letteratura. In realta' siamo di fronte a un movimento necrofilo. Tutte le poetiche non sono altro che citazioni o riprese ironiche, ibridazioni o rielaborazioni di quanto gia' scritto. Giocare al romanzo come si gioca a scacchi: e' una frase di Calvino. Il risultato e' una letteratura depotenziata, un gioco che si svolge dentro l'istituzione letteraria. Anzi, dentro l'industria culturale, che tiene in vita il cadavere della letteratura per venderlo". E' questa, secondo Carla Benedetti, la vera eredita' trasmessa da Calvino: "Non la prosa illuminista, ma la rinuncia della letteratura a incidere sul mondo. Che lo scrittore ha eternato attraverso gli imbalsamati valori delle Lezioni americane". E i verdetti "espulsivi"? "Cio' che Pasolini fa e' rivivere la lotta dell'arte contro la sua istituzionalizzazione. In contrasto con il paradigma teorico dominante che, incarnato perfettamente da Calvino, esclude l'autore dalla propria opera, ecco Pasolini mettersi in carne e ossa nel testo. E' impossibile leggere cio' che lui ha scritto separandolo dalla sua persona. L'arte di Pasolini e' performance, come per le vere avanguardie artistiche, mette in campo l'azione con lo scopo di forare la convenzionalita' della letteratura dominante". A non forare la convenzionalita e' invece Calvino. Eppure per lui, come per Pasolini, c'e' stato, verso la meta' degli anni '60, un identico momento di crisi, la consapevolezza della fine della modernita' e delle poetiche. "Romanzi come Il sentiero dei nidi di ragno per Calvino o Ragazzi di vita per Pasolini d'un tratto appartengono a un passato che non puo' tornare. Gia' attorno alla meta' degli anni '60 Pasolini intuisce il postmoderno. Ma a questo punto le strade di Calvino e Pasolini divergeranno". Cio' nonostante se una polemica accesa di Pasolini si ricorda non e' nei confronti di Calvino, ma della neoavanguardia. "Per forza - spiega Carla Benedetti - il Gruppo 63 era del tutto ancorato a una logica di retroguardia, non faceva che tener fede alla coazione a svecchiare: e' questo l'imperativo del moderno. Ossia di quello che i due scrittori avevano visto andare in frantumi". E che cosa fanno a questo punto? "Calvino preoccupato di non apparire fra i narratori impegnati che la neoavanguardia ha messo all'indice, si costruisce l'immagine di un autore che cambia continuamente. Risponde cosi' alla domanda: che fare per apparire sempre sulla cresta dell'onda in una cultura dove l'originalita' non e' piu' possibile? Percio' affronta il romanzo come una partita a scacchi e sceglie l'ibridazione di codici diversi, anche se tutti i possibili romanzeschi che contemporaneamente mette in gioco sono di fatto una pluralita' gia' conciliata in partenza. Paradossalmente Calvino, noto come autore discreto che si dissolve nell'opera, e' di fatto sempre alle prese con un'autopromozione costante che aleggia attorno al testo e che e' funzionale alla promozione commerciale". Diversa la scelta di Pier Paolo Pasolini: "Non fa nulla per non sembrare vecchio, anzi enfatizza questa condizione. A proposito della neoavanguardia scrivera': "Rompendo ogni riferimento poetico alla vita reale, umana, essi confessano la loro impotenza a superare la loro parte di letterati neoaccademici". Quello che a lui interessava era l'arte della parola nella sua funzione forte, contro ogni banalizzazione". La sua, insomma, fu vera rottura: "Chi dice che non si danno piu' scandali perche' tutti vengono assorbiti dall'industria culturale, sbaglia. Pier Paolo Pasolini fa ancora scandalo perche' non e' mai stato al gioco chiuso della letteratura autoreferenziale, anzi ha lavorato a riaprirlo, con un punto di vista impensato".
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