Informatica Umanistica

[22-1-1998]

IN MARGINE A UN ARTICOLO DI GIULIO FERRONI PUBBLICATO SUL CORRIERE DELLA SERA (11 NOVEMBRE 1997, vedi sotto)

Dopo aver constatato che nessuno iscritto a questa lista (Let-it, che si occupa di informatica umanistica)* ha reagito all'articolo di Ferroni pubblicato un mese fa dal Corriere riprendo brevemente in mano i principali argomenti del suo intervento.

Ferroni inizia il suo articolo simpaticamente bacchettando quanti in Italia (e fuori?) "teorizzano a vuoto" sull'applicazione dell'informatica alle discipline umanistiche, "tantopiu'" (magistrale, bisogna ammettere, questo tantopiu') quanto questo "conduce a richieste di nuovi corsi di laurea, con relativi nuovi posti di insegnamento per l'informatica nelle discipline umanistiche." (Giusto, che si saranno messi in testa? Sfoltire, sfoltire bisogna, altro che.) A questo punto Ferroni, che d'informatica umanistica non sa --per sua ammissione-- nulla, passa a recensire tre "dischi" dedicati alla Letteratura italiana. E qui lo scenario cambia. Ferroni si spoglia dei suoi abiti di severo ("vero") studioso di letteratura e si inforca, per cosi' dire, gli occhiali. Immaginiamocelo a Ferroni: che sbuffa e si spazientisce da un lato contro il blaterare degli "consunti strutturalisti" e dall'altra improvvisamente, seriamente curioso, ilare si direbbe, intento a scartare i meravigliosi, costosi giocattoli della Lexis. Ed ecco la scoperta. Ma quanto sono belli, ma quanto sono utili, questi dischi prodotti da Stoppelli e Quondam! Anzi, sapete che vi dico? Sono "formidabili". Certo l'informatica umanistica non esiste, le cattedre non ci saranno mai --non ci debbono essere-- pero' accidentaccio, questi dischi. Pensate --dice sempre Ferroni-- io credo, anzi sono certo che se ne potra' fare un uso didattico ("tra l'altro puo' avere buoni esiti anche sul piano didattico"). Gli "sprovveduti" dunque "pensano di potere affidare all'informatica la possibilita' di suscitare nuova curiosita' per la letteratura, di offrire nuove *motivazioni* per lo studio", i provveduti, come Quondam e Stoppelli, lo fanno.

Ora, venendo alla tristezza delle cose serie, e' inutile commentare quanto questa recensione rendain fondo un pessimo servizio alle opere curate dalla Lexis. Ferroni infatti con le sue premesse suggerisce che per curare tali opere non e' certo necessario essere informatici umanistici. (Provate a tradurre questo articolo e a mandarlo su una lista tipo Humanist: ci facciamo quattro risate.) Personalmente non ho motivo di dubitare della qualita' dei "dischi" della Lexis, giacche' conosco bene almeno uno dei suoi due curatori, che e' stato mio insegnante. Ma la recensione di Ferroni, nella sua allegra (e comprensibile) incompetenza di utente suggerisce che la LIZ e i suoi discendenti siano un gadget per italianisti annoiati. Altrimenti non si spiegano frasi come:

"Gli strumenti [informatici] piu' efficaci sono in realta' quelli che prescindono da pretese teoriche e da ideologie didattiche." Chiunque si occupi, ad esempio, di trascrizione, codifica, e trattamento automatico dei testi sa perfettamente che non esiste nessun approccio scientifico e didattico al testo che al tempo stesso non sia carico di contenuti "teorici" (e talvolta purtroppo ideologici: non si capisce perche' una cosa come la critica marxista possa e debba esistere e quella filo-ipertestuale invece no). Anche semplicemente ad un livello "banale", come quello della rappresentazione (e non dell'edizione) di un testo in ambiente informatico, i problemi teorici da affrontare sono enormi. Chi scrive lo sta sperimentando personalmente da quando ha accettato, con l'aiuto di un paio di informatici dell'Universita' di Goteborg, la sfida di rendere navigabili delle varianti testuali attraverso un inedito zoom browser (progettato inizialmente per tutt'altro scopo: (http://www.ling.gu.se/~leh/focus/chi97/leh.htm.) Chi, se non un umanista, filologo, bibliotecario, ecc. di formazione e' in grado di affrontare questo tipo di problemi? E' proprio su queste "teorie" che esiste e va avanti da decenni il dibattito in seno all'informatica umanistica, la quale *gia' e'*, in tutti i paesi europei ed in USA -- e con buona pace di chi non se n'e' accorto -- una disciplina. Ed e' proprio li', in quel nodo *teorico* che risiede l'incomprensione della stragrande maggioranza degli studiosi della letteratura italiana, che non sanno, non vogliono, o rifiutano di confrontarsi (ma per fortuna ci sono delle eccezioni: http://www.humnet.unipi.it/seminario97/). Non e' col disprezzo verso le nuove discipline che si difende la letteratura. Ne' e' con questo superficiale atteggiamento di chiusura verso questi studi (i quali, com'e' normale, vengono abbracciati dalle nuove generazioni) che si costruisce il futuro delle facolta' umanistiche.

Domenico Fiormonte

Universita' di Edimburgo

  • Fiormonte si riferisce alla lista Let-It non a questa nostra lista LI.


Da Francesco Saverio Iatta

Giulio Ferroni, ordinario di letteratura italiana alla "Sapienza" di Roma, sul Corriere della Sera, recensendo due CD-ROM che contenevano testi della tradizione letteraria italiana, ha trovato l'occasione di precisare, testualmente, quanto segue "Alcuni entusiasti zelatori delle nuove tecnologie si affannato a teorizzare un po' a vuoto, spesso coniugando con l'informatica le piu' consunte e inerti aspirazioni strutturalistiche a creare improbabili grammatiche generali delle forme letterarie: e quanto piu' e' vuoto, tanto piu' questo teorizzare conduce a richieste di nuovi corsi di laurea, con relativi nuovi posti di insegnamento per l'informatica nelle discipline umanistiche".

Anche se conosco di Giulio Ferroni, oltre all'indiscusso valore di italianista pure la feroce vena polemica (Mi riferisco in particolare alle prose riunite nel volume "Lettere a Belfagor, ricevute da G. Ferroni", Donzelli 1994) non ho capito a chi, in particolare, si riferisce.

Per questo chiedo, forse ingenuamente(?), la dichiarazione che ho riportato si deve ascrivere unicamente alla vis polemica di Ferroni? O a che altro?

Per quanto ne so in due sole università d'Italia ("La Sapienza" e "Tor Vergata") s'impartiscono, rispettivamente, "Informatica applicata alle discipline umanistiche" e "Informatica applicata al testo letterario". E non mi pare che vi siano altre università italiane nelle quali s'impartiscano simili pseudo (?) discipline.

Forse potra' parere piu' che ovvio (dato il clima che regna nelle Università italiane?) che i due unici titolari dell'insegnamento (sperimentale) di informatica umanistica italiani non abbiano ritenuto necessario ribattere alcunché alle affermazioni di G. Ferroni. Tesi di Ferroni che certo hanno avuto modo di conoscere grazie anche a LI.

Sono, invece, dell'avviso che su temi del genere gli iscritti alla mailing list di LI, che ne hanno specifica competenza, debbano confrontarsi, con serenità ma anche con argomentazioni scientificamente sostenibili, con G. Ferroni.

Invito quindi gli iscritti alla mailing-list di LI, tenuto poi proprio conto che la discussione sul tema "Informatica applicata alle discipline umanistiche" mi pare langua, di intervenire per dire la loro.

Ritengo che così facendo si renda letteralmente un servizio a chi è iscritto alla mailing list.

Un sincero grazie di cuore, quindi, sin d'ora a chi vorra' intervenire. E cio' sollecito anche allo scopo- forse solo egoistico - di far crescere, qualitativamente, le mie stesse limitate conoscenze in proposito.

Aggiunta:

E' possibile, tramite LI e in collaborazione con CRIlet, sollecitare una serie di interventi che facciano il punto sullo stato dell'arte dei vari campi d'interesse dell'informatica umanistica?

La reazione alle affermazioni di Ferroni (cfr. "Corriere della Sera", dell'11 Novembre 1997) di Fiormonte non sono, anche, un invito in questo senso?