Terze Pagine (1)

[11-12-1997]

 

Indice

1) Leopardi a Pisa
2) A Silvia
3) Il Leopardi di Severino
4) Carlo Bo: Sbarbaro
5) Brevini: Poesia dialettale
6) Ungaretti
7) Inediti di Pirandello
8) Dionisotti su Arnaldo Momigliano
9) Arnaldo Momigliano
10) Consolo: il pino di Pirandello
11) Comunita' virtuali
12) Ricordo di Binni


Da La Repubblica
mercoledi' 10 dicembre

Giacomo le delizie nascoste IL BICENTENARIO DI LEOPARDI Una mostra a Pisa e alcune importanti scoperte sui mesi felici vissuti nella citta' toscana aprono le celebrazioni di FRANCESCO ERBANI

1798-1998. Giacomo Leopardi nacque a Recanati alle sette di pomeriggio del 29 giugno: il prossimo anno saranno duecento anni e tutto e' gia' pronto per le celebrazioni. La prima consiste in una mostra che si apre domenica 14 a Pisa, in Palazzo Lanfranchi. Curatrice e' Fiorenza Ceragioli, che insegna alla Normale e che ha raccolto una grande mole di documenti sulla permanenza del poeta a Pisa fra il novembre del 1827 e il giugno del 1828. Verranno esposti per la prima volta molti autografi, fra i quali quello di A Silvia, composta proprio a Pisa. Ci saranno inoltre documenti che ricostruiscono la vita culturale pisana di quegli anni e alcuni libri posseduti dal poeta (di un importante inedito si parla qui accanto). Il calendario di manifestazioni per il bicentenario e' fittissimo. Per finanziarle fu approvata nel 1992 una legge apposita che affidava alla Giunta nazionale leopardiana il compito di coordinare le celebrazioni. Sono previsti convegni a Recanati, Barcellona, Birmingham, Parigi, Berlino, Hannover, Padova, Trieste, nelle citta' in cui il poeta soggiorno' (Roma, Milano, Bologna e Napoli), ma anche in Messico, Romania, Ecuador, Cina e Argentina. "L'aspetto di Pisa mi piace assai piu' di quel di Firenze. Questo Lungarno e' uno spettacolo cosi' ampio, cosi' magnifico, cosi' gaio, cosi' ridente che innamora: non ho veduto niente di simile ne' a Firenze ne' a Milano ne' a Roma; e veramente non so se in tutta l'Europa si trovino molte vedute di questa sorta". Leopardi arriva a Pisa il 7 novembre del 1827, ne resta ammirato e ne parla alla sorella Paolina con solare disposizione d'animo, una condizione dello spirito per lui, e per come lo conosciamo, inusitata. La piccola citta' toscana lo seduce, sembra offrirgli quello che non gli concede nessun altro dei luoghi in cui si rifugia da quando puo' allontanarsi da Recanati. Ma ora, giunto a Pisa, Leopardi trova che viaggiare finalmente abbia un senso e che non e' piu' vero che "il mondo non sia fatto per me", come scrive la prima volta che lascia Recanati e con gli zii Antici giunge a Roma. A Pisa c'e' Giovanni Rosini, editore, cultore d'arte, uomo grassissimo e petulante, ma di idee liberali e patriottiche, che lo introduce nei salotti dove si incontrano donne bellissime e in conflitto aperto con i costumi del tempo. Fra queste la piu' volitiva e intelligente e' l'irlandese Margaret Mason, che da giovane ha seguito le lezioni di Mary Wollstonecraft. A Pisa la Mason ha fondato l'Accademia dei Lunatici, alla quale anche Leopardi partecipa adottando il nome di "giraffa". Forse perche' la sua intelligenza spicca come il collo dell'animale: ma perche' non pensare a una sovrana autoironia? Leopardi frequenta anche il salotto di Elena Mastiani Brunacci, di cui si contano decine di amanti, e spesso si fa vedere a casa di Lauretta Parra, che, abbandonato il marito, si leghera' a Giuseppe Montanelli, diciotto anni piu' giovane di lei. Il poeta pare baciato dalla buona sorte. Per le strade di Pisa, scrive a Paolina (ma quasi le stesse parole usa con Giampietro Vieusseux, con l'editore Stella e con Adelaide Maestri), "si sentono parlare dieci o venti lingue e vi brilla un sole bellissimo". Lo cattura la gioia di vivere, mangia con appetito, dimentica tutti i malesseri. La citta' e' un misto di grande e piccolo, "di cittadino e di villereccio", un misto "cosi' romantico, che non ho mai veduto altrettanto". Dopo due anni quasi interamente impegnati dalla prosa, si dedica alla poesia. "Vi assicuro", scrive a Paolina, "che in materia d'immaginazione mi pare d' esser tornato al mio buon tempo antico". Di getto, il 15 febbraio del 1828, compone i diciotto versi dello Scherzo e fra il 7 e il 20 aprile scrive Il risorgimento, nel quale e' come se salutasse il ritorno degli affetti e della vena poetica, e A Silvia. I versi del periodo pisano mostrano una straordinaria disposizione vitale, non puramente "idillica" perche' dentro la ritrovata misura si agitano tante esperienze, sentimenti e grande consapevolezza intellettuale. Dietro Pisa compare Recanati, con il suo portato di memorie. E A Silvia (di cui si parla in questa stessa pagina) e' un esperimento metrico, un condensato dei suoi argomenti poetici - il passato della ragazza scomparsa e delle scomparse speranze. Ma il 4 maggio lo riporta bruscamente indietro la morte, a Recanati, del fratello Luigi. Leopardi non torna a casa, scrive alcune lettere fra le piu' dolenti del suo epistolario. "Anch'io in questi giorni", dice al padre, "ho ricevuto i SS. Sacramenti colla intenzione che ella sa". L'8 giugno lascia Pisa diretto a Firenze dove rifiuta l'offerta di una cattedra di filologia dantesca all'Universita' di Bonn e dove il generale Pietro Colletta lo descrive cosi': "Sta peggio di qualunque infermo, o moribondo, o morto, pero' che e' piu' morto del morto vero: il vento, l'aria, la luce, ogni cibo, ogni moto, la fatica, l'ozio, tutto gli nuoce". Ai primi di novembre del 1828 e' di nuovo sulla strada per Recanati, lo accompagna Vincenzo Gioberti, conosciuto un mese prima al Gabinetto Vieusseux. L'inverno, durissimo, mina nel profondo la sua salute e nonostante la primavera e l'estate del '29 siano per lui un periodo di grande felicita' creativa (fra gennaio e ottobre scrive Il passero solitario, Le ricordanze, La quiete dopo la tempesta e Il sabato del villaggio), le sue condizioni non migliorano. "Non solo i miei occhi, ma tutto il mio fisico, sono in istato peggiore che fosse mai", scrive nel settembre. Pisa era ormai un sogno svanito. Un mese dopo giunge a Paolina una lettera di Gioberti. La lettera (inedita: viene mostrata a Pisa per la prima volta) e' un'estrema invocazione: "Se mai il conte Giacomo si risolvesse a questo (tornare a Pisa, n.d.r.), io farei il possibile per andar quest'inverno a fargli compagnia, almanco per un mese. La qual cosa mi sarebbe di vantaggio, mutando la nebbia del Piemonte a un cielo piu' benigno e confacente alla mia salute; e di piacere grandissimo, poiche' non v'ha persona al mondo che io piu' ami ed ammiri del suo divino fratello".


Da La Repubblica
mercoledi' 10 dicembre

Cosi' nasce "A Silvia" L'INEDITO/ Gli appunti del poeta

Sul frontespizio, in alto a destra, la firma. Sotto la firma, la citta', Pisa, e la data, 1828. All'interno tre paginette con delle sottolineature e, accanto a due di esse, delle annotazioni. E' il pezzo piu' importante della mostra pisana, un esemplare dell'Eneide tradotta da Annibal Caro e stampata a Parigi nel 1760. La firma e' quella di Leopardi, come di Leopardi sono gli appunti a margine del testo. E' una scoperta, assicura Fiorenza Ceragioli, curatrice della mostra. Quel libro appartenne al poeta. Ma non e' tutto: in quelle poche parole c'e' uno spiraglio sul laboratorio poetico che sta dietro A Silvia, il piu' celebre dei canti leopardiani, scritto a Pisa nell'aprile di quel 1828. Le annotazioni, infatti, consistono in due emistichi della poesia. Il libro appartiene a un collezionista romano, Raffaele Garofalo, proprietario di alcune cliniche private della capitale. Rapporti diretti fra la lettura virgiliana nella versione del Caro e A Silvia ancora non e' possibile istituirli. Per accertarli occorre compiere indagini filologiche dentro e fuori i testi leopardiani. Ma le coincidenze temporali non sono un accidente della storia. Vediamo piu' da vicino le annotazioni. Leopardi sottolinea il verso 69 del primo libro dell'Eneide: "Oh mi son contra i Fati" e accanto scrive: "Anche negaro i fati" che e' il verso 51 di A Silvia. In un' altra pagina il poeta traccia una riga sotto i versi 85-86: "E chi piu' de' mortali / sara' che mi sacrifichi e m'adori". A margine annota: "Questo e' quel mondo", che e' parte del verso 56 di A Silvia. Nel primo caso c'e' una coincidenza lessicale ("fati") e concettuale. Nel secondo le somiglianze sfumano. Un terzo verso dell'Eneide, il numero 122, e' sottolineato in una pagina seguente ("E di tutte piu' bella e piu' leggiadra"), ma nulla compare nel margine. "Da vari documenti e' accertato che Leopardi aveva acquistato a Pisa dei volumi provenienti dalla Francia", spiega Ceragioli. "Inoltre nelle sue memorie Giovanni Rosini ricorda un episodio avvenuto durante una passeggiata a Pisa nei pressi di Piazza dei Cavalieri. Si parlava di Virgilio e lui sosteneva che soltanto un centinaio di persone in quei tempi avevano la capacita' di apprezzare il grande poeta latino. "Appena una ventina", lo corresse Leopardi". Fr. Erb.


Da La Repubblica
mercoledi' 10 dicembre

E Severino richiamo' il nulla

di FRANCO VOLPI

Che ne e' dei grandi interrogativi della filosofia? Il pensiero contemporaneo e' ancora in grado di porseli e affrontarli? Oppure ha definitivamente rinunciato alla pretesa di dire qualcosa circa l'essere o il non essere delle cose, la vita e la morte, la finitudine e il senso dell'esistenza? Oggi vediamo la filosofia accasciarsi sulla sua storia e i suoi testi, o autolimitarsi alla funzione - preziosa, ma pur sempre ancillare - di servire le scienze. C'e' da stupirsi che di fronte a cio' qualche pensatore abbia invocato il soccorso della poesia? E abbia affermato che compito della filosofia non e' solo accertare le condizioni di validita' e verita', ma anche aprire nuovi orizzonti e attivare risorse inesplorate di senso? Se e' cosi', non deve scandalizzare l'invocazione di un "pensiero-poesia" o "pensiero poetante". Tanto piu' che sono componimenti poetici i testi con cui nacque la filosofia occidentale - primo fra tutti il poema di Parmenide. Nella cultura italiana abbiamo avuto la fortuna di avere, due secoli or sono, una fioritura sublime di tale pensiero- poesia: Leopardi. Dal raffronto desanctisiano con Schopenhauer in poi, molti si sono pronunciati su "Leopardi filosofo", scavalcando la resistente recintazione disciplinare che a cio' si frappone. La valorizzazione speculativa piu' ferrea, quasi avvolgente e totale, di Leopardi filosofo e' oggi architettata da Emanuele Severino con Il nulla e la poesia (Rizzoli, 1990) e con un secondo volume che completa ora l'interpretazione: Cosa arcana e stupenda. L'Occidente e Leopardi (Rizzoli,pagg. 527, lire 38.000). Qual e' la "cosa arcana e stupenda" cantata nel Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie da cui Severino prende le mosse? E' la vita, un "punto acerbo" attorniato dal nulla, ma arcano e stupendo perche' esce fuori dalla notte del niente e viene alla luce del giorno a farsi ente. E' la vita che per i viventi equivale all'essere stesso: vivere viventibus est esse, sentenziava un detto aristotelico diffuso da Alberto Magno nell'Occidente latino. E' "il fatto che l'ente e'", provenendo dal nulla e ad esso facendo ritorno. E' la "meraviglia delle meraviglie", cioe' lo stupore non tanto per quel che le cose sono, ma per il fatto che sono. Donde la domanda di Leibniz, ripresa a vario titolo da Schelling, Heidegger e Wittgenstein: perche' c'e' in generale l'ente e non piuttosto il niente? Con una interpretazione poderosa, ma attenta a non soffocare il dettaglio, Severino argomenta la centralita' di questo problema in Leopardi. La poesia leopardiana e' pensiero non tanto perche' abbondi di motivi filosofici o perche' ai Canti si accompagni lo Zibaldone. Non basta, a essere filosofi, lamentare l'infinita vanita' del tutto. La filosofia non piange e non ride, ma indaga. E cio' che indaga e' l'essere in quanto essere - come e' accaduto da Parmenide e Aristotele fino a Heidegger. Proprio perche' fa questo, l'opera di Leopardi nel suo insieme appartiene a pieno titolo alla tradizione della filosofia occidentale. Anzi, pensando e cantando l'inevitabile annientamento di tutte le cose nel nulla, essa rappresenta il compimento della filosofia occidentale: la quale, credendo nel divenire, cioe' ritenendo che il trascorrere distruttivo del tempo trasformi l'ente in niente, deve arrivare all'inevitabile distruzione di tutti gli immutabili. Fino a dire, con Leopardi, che "tutto e' nulla" (tesi che fa da titolo alla recente antologia dello Zibaldone curata da Mario Andrea Rigoni nella Bur), o che "il principio di tutte le cose, e di Dio stesso, e' il nulla". Persino la forma dello "zibaldone" acquista in questo quadro la sua stringente coerenza: non accostamento sciolto e casuale di pensieri, ma pensiero inflessibile e coerente del casuale, ovvero rispecchiamento fedele di cio' che, sradicato e sconnesso dal legame con l'essere, diventa instabile, transeunte ed effimero, nullo. Analogamente a quanto asseriva Gottfried Benn per spiegare lo stile aforistico di Nietzsche: dove non ci sono piu' connessioni, si puo' ancora procedere solo per episodi.


Dal Corriere della sera
domenica 7.12.97

ELZEVIRO Camillo Sbarbaro e i suoi amici

Il cenacolo di Genova da cui nacque Montale

di CARLO BO

Nei giorni scorsi Genova ha voluto ricordare, nella sede del suo municipio, tre poeti che in diverso modo hanno contribuito a fare della Liguria una componente della lirica italiana del nostro secolo. L'occasione era stata offerta dal trentennio della morte di Camillo Sbarbaro e di Angelo Barile, e dal centenario della nascita di Adriano Grande. Camillo Sbarbaro aveva e ha una posizione di rilievo nel capitolo dei grandi liguri del secolo, insieme a Giovanni Boile e naturalmente a Zeccardo e a Eugenio Montale. In posizione piu' defilata troviamo Angelo Barile e gia' un po' in ombra l'immagine di Adriano Grande, il fondatore della prima rivista dedicata alla poesia, Circoli. Tutti e tre insieme pero' ci restituiscono un capitolo fondamentale di quella storia che marginalmente anch'io ho conosciuto in maniera diversa, da giovane spettatore non del tutto preparato a comprendere i loro meriti e la loro importanza. Con un'eccezione, pero', dato che con Camillo Sbarbaro avevo avuto gia' una precedente esperienza scolastica. Me lo ero trovato professore di greco al liceo a Recco. Sbarbaro era soltanto un supplente e in fondo questa qualifica gli era rimasta per tutta la vita. Nonostante questo, era il letterato genovese con maggiori esperienze europee, aveva costruito la sua figura interiore sull'immagine di Rimbaud e in seguito aveva attraversato un periodo di bohe'me in compagnia di alcuni giovani di cui oggi nessuno ricorda piu' ne' il nome ne' le opere, eccezion fatta per Pierangelo Baratono, fratello di un eminente filosofo e per conto suo spericolato conoscitore delle tentazioni sempre di derivazione francese che avevano trovato a Genova un piccolo territorio riservato a piu' sottili confusioni fra vita e letteratura. E' con Baratono che Sbarbaro si era fatto cantore della vita ridotta ai minimi termini, frequentando i vicoli piu' malfamati del vecchio centro, oggi dominato da gente di ogni colore e di ogni mestiere. Una Genova lontanissima nel tempo e che a suo modo esprimeva il rifiuto e il rigetto del dannunzianesimo rivendicato con modi molto aulici dal poeta Mario Maria Martini, che dirigeva una rivista sostenuta dagli industriali della citta' e si intitolava Le opere e i giorni. Per il giovane Montale che era tornato dalla guerra Sbarbaro, «estroso fanciull», doveva diventare il primo maestro di casa. Montale, piu' giovane di dodici anni di Sbarbaro, avrebbe seguito la stessa strada, sia pure in tono molto piu' dimesso e umile. Nessuno aveva un mestiere, Sbarbaro aveva iniziato la sua carriera di «supplente» nella scuola, Grande faceva il sarto e Montale era un disoccupato in cerca di qualche collaborazione al Lavoro o alla stessa rivista di Martini. Non che la condizione di questi giovani liguri fosse diversa da quella dei fiorentini o dei milanesi, ma la modestia delle loro ambizioni e delle aspirazioni avrebbe caratterizzato definitivamente la loro fisionomia. Infine Angelo Barile, che stava ad Albisola, mandava avanti l'industria familiare delle ceramiche. Tutto cambio' quando finalmente Montale trovo' un impiego da Bemporad a Firenze e Adriano Grande, sponsorizzato da Guglielmo Bianchi, pote' dar vita alla sua rivista Circoli. Col passare degli anni Montale sarebbe diventato direttore del gabinetto Vieusseux a Firenze, Grande entro' nel giornalismo e Sbarbaro poteva trarre un primo bilancio della sua vita passata tra piazza De Ferrari e la malinconica casa, dove viveva con la sorella, di via Montalto, la strada dove passavano i morti che andavano al cimitero di Staglieno. Quell'indimenticabile stagione conserva intatti i suoi colori e le sue voci. E' allora che tutti e tre davano l'assalto al fortino della poesia, e pero' sarebbe stato difficile dire quale dei tre sarebbe riuscito a entrare vittorioso in quella casa fatta di grandi illusioni e di calcoli sottili. Non per nulla un critico avvertito come Sergio Solmi raccontava che allora era stato in dubbio se il vero poeta del gruppo non fosse Adriano Grande. Il seguito della storia e' fin troppo noto, Sbarbaro si dedico' allo studio dei licheni, diventando un maestro di fama internazionale; Montale, pubblicando gli Ossi di seppia, si mise alla testa del gruppo. Infine, Barile preferi' starserne nella calma di Albisola e mettere a frutto le sue ragioni piu' segrete, non rinnegando la sua partenza pascoliana. Quando nel 1967 lui e Sbarbaro morirono, il panorama della poesia ligure era gia' definito per sempre. Ma quando poi Montale ebbe il Premio Nobel, in qualche modo quel capitolo dei suoi inizi venne riaperto e studiato. La parte piu' profonda delle sue origini veniva fatalmente ricondotta a quella stagione. E la rappresentazione di quel minuscolo cenacolo votato al silenzio del riserbo o, per dirlo montalianamente, alla «decenza quotidiana» nuovamente illuminata e scrutata.*


Dal Corriere della sera
domenica 7.12.97

DISCUSSIONI A proposito della produzione vernacolare nel Novecento

Poesia dialettale: non e' solo arcadia

di FRANCO BREVINI

Le osservazioni intorno al Novecento dialettale formulate da Giovanni Raboni sul «Corriere» (22 novembre) mi paiono per molti versi convincenti. Vorrei pero' chiarire meglio un paio di questioni. La ripresa dialettale degli anni Sessanta viene esemplificata da Raboni attraverso i nomi dei suoi piu' illustri esponenti: Loi e Baldini. In realta', con i loro corposi universi, i due poeti risultano figure anomale in una produzione caratterizzata dal monolinguismo lirico rilanciato da Pasolini. Senza dubbio i dialetti sono stati nel corso dei secoli strumenti di irrobustimento plurilinguistico e comico-espressionistico per l'anemica tradizione toscana. Ma hanno cessato di esserlo nel Novecento a partire proprio da Giotti, Marin e Noventa. Sono loro i padri della nuova poesia, che si e' mossa a ridosso della produzione in lingua, di cui non e' stata che una variante. Il dialettale del Novecento ha voluto illuminarsi d'immenso esattamente come il collega italiano. I rischi dell'arcadia, gia' denunciati da Mengaldo, nascono dal fatto che molti autori hanno perseguito la rarefazione e il sublime, hanno edificato fittizie «lingue della poesia», rinunciando al dialetto come citazione di realta'. Al punto che oggi sono in molti a interrogarsi sulla stessa legittimita' delle proliferanti scritture, in cui il dialetto si e' ridotto a mero involucro fonetico, essendo i referenti ormai del tutto indistinguibili da quelli della poesia in lingua. E' vero pero' che accanto al filone lirico si sono svolte altre esperienze, che hanno invece valorizzato i caratteri propri della dialettalita'. Il loro capostipite e' stato Tessa, poeta di statura incomparabilmente superiore, non si dice dei piu' modesti Marin e Noventa, ma addirittura di Giotti. Si tratta degli autori che hanno puntato sulla narrazione, sulla coralita', sull'epicita', che hanno continuato a parlare di quella larga parte della vita quotidiana che si svolgeva in dialetto, magari cogliendo i processi di dissoluzione linguistica e culturale in atto. Penso ai gia' citati Baldini e Loi, ma anche a Giacomini, a un poeta poco noto come il genovese Roberto Giannoni e a qualche giovane come il bresciano Achille Platto o la friulana Nelvia Di Monte. Accanto a loro collocherei il romanesco Mauro Mare', che ha smontato beffardamente gli ingranaggi della lirica. I neodialettali non hanno da opporre al bla bla televisivo che i loro codici squisiti, artificiosi ormai come il latino. Il loro sguardo al presente e' «de lohn». Mentre i poeti-narratori in dialetto ci restituiscono una voce che non e' ne' rarefatta, ne' omologata e, rinunciando alla purezza, parla la lingua variegata e mescidata della gente: la stessa di cui si servono ironicamente i nuovi gruppi rap e rock.


da La repubblica
sabato 6-12-97

Ungaretti segreto? Un Meridiano vi illuminera'

di LUCIANA SICA

Roma "M'illumino/ d'immenso". Una sintesi folgorante, due versi che nessuno ignora. "M'illumino/ d' immenso/ con un breve /moto /di sguardo". Chi conosce in questa variante la piu' celebre poesia di Giuseppe Ungaretti e del Novecento italiano? E' una stesura "pressoche' ignota", scrive Panorama, in edicola ieri con un articolo firmato da Giorgio Fabre e una titolazione da scoop. Ma tant'e': "Miti da rivedere", si legge con qualche ansia, e poi addirittura: "Svelato il segreto di Ungaretti". Si potrebbe invece chiosare: "Meridiani da rileggere". E infatti: la poesia di Ungaretti, nella variante piu' lunga di tre versi, e' intanto riportata (a pagina 91) in un volume anche piuttosto conosciuto, trattandosi di un epistolario uscito nell'88. Per l'esattezza, il titolo e' Giuseppe Ungaretti. Lettere a Giovanni Papini (Mondadori). La stessa poesia viene poi riprodotta - anche fotograficamente - nell'Album Ungaretti, un Meridiano Mondadori dell' anno successivo, l'89 (curato da Paola Montefoschi, con un saggio biografico di Leone Piccioni). Gli studiosi e i lettori di Ungaretti sanno allora benissimo di quei versi vergati su una vecchia cartolina postale scritta dal poeta sul fronte del Carso, a Santa Maria La Longa, il 26 gennaio del '17. Ungaretti spedi' la cartolina in busta chiusa all'amico Giovanni Papini, e tra le carte dello scrittore fiorentino rimase sepolta per piu' di mezzo secolo. All'inizio degli anni Settanta - dopo la morte del poeta, considerato il caposcuola dell'ermetismo - l'attrice Ilaria Occhini, nipote di Papini, regalera' il prezioso documento all'allievo di Ungaretti, Leone Piccioni, professore di letteratura italiana. Ora, i versi di Ungaretti - "M' illumino d'immenso, eccetera eccetera", per dirla ancora con il titolo principale di Panorama - campeggeranno in una gigantografia imponente, alta tre metri, nella mostra dedicata a Ungaretti che s'inaugura mercoledi' prossimo al teatro dei Dioscuri a Roma. Quei cinque versi vengono in qualche modo presentati, se non proprio come un inedito sconvolgente, come una chicca della mostra, una rarita' sorprendente. Un'altra piccola precisazione: Ungaretti aveva fatto avere quella sua stessa poesia, nella stesura lunga - intitolata Cielo e mare e non Mattina, come nell' edizione definitiva - al suo primo editore, Ettore Serra, il tenente conosciuto sul fronte che gli pubblichera' le poesie del Porto sepolto nel '16. Di quella poesia inedita se n' era del resto gia' parlato, e in piu' di un'occasione. Vent'anni fa, fu proprio Leone Piccioni a scriverne diffusamente in un articolo apparso sul Tempo. E, nell'ottobre del '79, la famosa cartolina inviata a Papini e' stata anche esposta in una mostra a Urbino intitolata sobriamente "Giuseppe Ungaretti, immagini e documenti". Una mostra accompagnata da un convegno, in cui fu Paola Montefoschi a ricostruire puntigliosamente, con acribia filologica, la vicenda di "M'illumino/ d'immenso", con quei tre versi in piu' gia' allora non completamente ignoti. Alla fine, che dire: quella che sta per aprirsi a Roma, la mostra documentaria e iconografica allestita dal ministero dei Beni culturali, e' comunque interessante, piena di sorprese che ne fanno un appuntamento obbligato per gli appassionati di letteratura. Un vero inedito e' l'articolo - molto ironico, molto scanzonato - scritto nel '23 da Ungaretti e bocciato dal direttore del Corriere italiano. E' intitolato "Roma africana", e sembra che tra le righe alluda all'amore tra Mussolini e Margherita Sarfatti. La figlia di Ungaretti - Anna Maria, Ninon per gli amici - ha consentito di rendere pubblica la ricca biblioteca del padre, con edizioni rarissime, da Petrarca a Montale, con molte e curiose note in margine dello stesso autore di Allegria di naufragi. E anche la parte visiva della rassegna, curata da Maurizio Calves i, si annuncia di grande interesse, per i rapporti che Ungaretti ha intrattenuto con tanti artisti nella sua lunga e intensissima vita.


Dal Corriere della Sera

Venerdi', 5 Dicembre 1997

Inediti di Pirandello trovati a Harvard

Dieci fogli autografi di Luigi Pirandello sono stati ritrovati in Usa, ad Harvard. Sono appunti per le conferenze sul celebre saggio «L'umorismo» (1908). Autore della scoperta, l'italianista Gustavo Costa, docente emerito a Berkeley. Pirandello dichiara che il suo teatro e' «essenzialmente e modernamente umoristico», e che pertanto non e' compreso dal pubblico.


Dal Corriere della sera

Giovedi', 4 Dicembre 1997

STORICI Un saggio del grande italianista sul prossimo numero di «Belfagor» scagiona l'intellettuale ebreo costretto all'esilio dalle leggi razziali del '38

MOMIGLIANO Quella tessera non puo' infangarlo Le sue amicizie con giovani di destra non erano affatto simpatie politiche Il Gum disponeva di un palco a teatro dove si assisteva gratis agli spettacoli Lo studioso dell'antichita' e' stato di recente sospettato di aver collaborato con il regime Anche se risulto' iscritto all'associazione degli studenti universitari musicali legati al fascismo non penso' mai di avere aderito al partito di Mussolini: era solo interessato alla cultura

di CARLO DIONISOTTI

Esistevano nelle universita' gruppi corrispondenti alle squadre dei primi fasci. Questi gruppi di studenti piu' maneschi si erano assottigliati nel 1924 ma venivano ricostituendosi negli anni successivi, profittando della vittoria ormai certa e totale del regime fascista. Quando Momigliano era studente, nell'ancora sparuto Guf torinese non era, ch'io sappia, rappresentata la Facolta' di Lettere e Filosofia, nella quale del resto pochi erano gli studenti maschi. Non credo che Momigliano abbia mai conosciuto uno studente iscritto al Guf. Avrebbe potuto, perche' nell'attigua Facolta' di Legge alcuni studenti, pochi, erano fascisti, altri parecchi antifascisti, e fra questi alcuni diventarono allora buoni amici di Momigliano. Ma era un'amicizia indipendente dalla politica, fondata sui comuni studi, saldata da lunghe discussioni, e comunque fra i due gruppi di studenti fascisti e antifascisti nella Facolta' di Legge non c'era piu', gia' allora, ne' poteva esserci alcun rapporto, se non di un'occasionale cazzottata [...]. Passiamo al Gum. A Torino, come in altre universita', esisteva un Gruppo Universita' Musicale. Esisteva dal 1921. Aveva una sua sede con biblioteca, una sua orchestra, un suo coro e organizzava concerti. Nel 1927 il Gruppo si trovo' a dover chiudere la sua attivita' con un piccolo, ma preoccupante disavanzo finanziario. Anche dovette cercare una diversa sede. La crisi fu risolta con un nuovo consiglio direttivo che accetto' di porre il Gum sotto l'insegna del Guf, ottenendo dal podesta' di Torino una nuova sede. La trattativa fu condotta dai dirigenti del Gum. Non ci fu alcuna assemblea di soci ne' alcuna modifica allo statuto. Unica novita' nel programma a stampa per l'anno 1927-28 il seguente titolo, sul frontespizio, «Gruppo universitario fascista - Delegazione artistica - Gruppo Universitario Musicale», e all'interno, in capo alla prima pagina: «Guf - Gruppo Universitario Musicale di Torino». Nelle cinque pagine che seguono nessun riferimento al Guf. E' chiaro che Momigliano, sia che s'iscrivesse allora, sia che rinnovasse un'iscrizione gia' fatta l'anno prima, non poteva credere di aver cosi' aderito al Partito Fascista. Noto che il nuovo presidente del Gum, Guido Bachi, studente di scienze commerciali, era un correligionario di Momigliano. La comunita' ebraica era ben rappresentata cosi' nell'orchestra come nel coro del Gum: nell'orchestra anche da una Laudi, compagna d'universita' di Momigliano, che sarebbe di li' a poco diventata sua zia. Proprio in quell'anno accademico 1927-28, entrava matricola in Lettere Massimo Mila. La testimonianza di lui sarebbe stata decisiva sul rapporto del Gum col Guf. Ma il quadro politico di quell'anno e' a distanza ormai chiaro. Nel marzo del 1926, Augusto Turati era succeduto a Roberto Farinacci nella segreteria del Partito Fascista. Era cominciata cosi' la normalizzazione dei rapporti locali: governo e partito facevano ormai un tutt'uno, specialmente la' dove l'opposizione era stata forte, e in parte presumibilmente ancora era, come per l'appunto a Torino. Qui dunque la Federazione fascista, depurata e disarmata, cerco' allora di allargare la sua presa, d'accordo con le autorita' locali, subordinatamente a quelle. Anche cerco' di imporre una immagine di se' diversa da quella, orrenda, provocata a Torino dalla strage del 1922, dopo la marcia su Roma (18 dicembre, azione squadristica con 22 morti). Probabilmente l'accordo fra Gum e Guf, mediato dal podesta' di Torino e dal rettore dell'Universita', corrispose al nuovo indirizzo della Federazione fascista. Di tutto cio' ne' Momigliano ne' alcuno dei suoi compagni nella Facolta' di Lettere pote' sapere, e curarsi di sapere, alcunche'. Ma ci si puo' chiedere perche' Momigliano si iscrivesse al Gum. Non so, ma devo ricordare l'importanza assunta in quel momento dalla musica nell'Universita' di Torino. Durante tutto l'Ottocento ne' la storia dell'arte ne' a maggior ragione la storia della musica avevano avuto un posto nelle universita' italiane: spettavano rispettivamente alle Accademie e ai Conservatori. Nel Novecento Torino era stata fra le prime universita' a istituire una cattedra di Storia dell'Arte coperta, quando Momigliano era studente, da un professore di grande prestigio, Lionello Venturi. Negli stessi anni Venti la Facolta' fu tra le prime a istituire anche una cattedra di Storia della Musica, e ad essa fu chiamato un correligionario di Momigliano. C'era, fra i due insegnamenti, una differenza notevole. A Torino e in Piemonte il materiale artistico e' scarso a paragone di altre citta' e regioni; scarso in ispecie per l'arte del Rinascimento. Molto vivace, per contro, gia' dall'Ottocento, era stata ed era a Torino l'attivita' artistica, e vivacissimo era, negli anni che qui importano, nei tardi anni Venti, il contrasto fra gli artisti tradizionali, quali ad esempio lo scultore Bistolfi e il pittore Grosso, e i novatori che facevano capo al pittore Casorati. Venturi, che proprio nel 1926 pubbblico' il libro suo piu' stimolante e controverso, Il gusto dei primitivi, era pronto sempre a discutere di qualunque arte, antica o moderna, italiana o straniera. Alle sue lezioni convenivano in folla uditori estranei all'universita'. Ne' aveva competitori fuori; neppure, dopo la morte del tradizionalista Thovez, nella critica d'arte dei giornali. Tutt'altro fondamento e scopo aveva la cattedra universitaria di Storia della Musica a Torino. Era la recente scoperta e augurabile illustrazione di un'importante raccolta di antichi testi musicali nella biblioteca universitaria, in quella stessa biblioteca che ai primi del secolo aveva sofferto un disastroso incendio. Fuori dell'Universita' l'attivita' musicale era molto vivace a Torino, come era sempre stata dal Settecento in poi, ma pacifica a paragone delle arti figurative, e comunque degnamente accompagnata dall'insegnamento di storia della musica nel Conservatorio e dalla critica musicale dei giornali. Non so di certo ma non credo che Momigliano abbia da studente frequentato corsi di storia della musica. Ne' di storia dell'arte. Il suo piano di studi era gia' allora indirizzato verso l'antichita' classica e verso la filosofia. Il motivo della sua iscrizione al Gum, quali che fossero i suoi interessi e gusti musicali (suonava il piano), fu, credo, come per parecchi suoi compagni, il fatto che, per generosa concessione del Teatro di Torino, il Gum disponeva in quel teatro di un doppio palco, dove i soci a turno, 300 nell'anno 1927-28, potevano assistere gratuitamente a spettacoli teatrali e musicali eccezionalmente attraenti e importanti, nuovi in Italia. [...]. Questi spettacoli, fatti apposta per l'ancora giovane, allora, Giacomo Debenedetti, attraenti per i piu' giovani Mario Soldati e Lalla Romano, potevano essere trascurati dal solitario e scontroso Pavese. Non e' esistito mai un contesto egualmente valido per tutti. Ma chi faccia storia di quegli scrittori e di quanti negli anni Venti erano studenti a Torino, come per l'appunto Momigliano, deve considerare il prepotente influsso che gli spettacoli del Teatro di Torino ebbero allora. Insisto su questo punto perche' a distanza il quadro appare inevitabilmente diverso. Non soltanto per la distanza. Gia' allora il quadro mutava di anno in anno. Giacomo Debenedetti, nato nel 1901, aveva conosciuto la Torino di Gobetti e forse anche un poco quella di Gramsci. Non credo che Momigliano avesse mai sentito di Gramsci neppure il nome. Non c'era fra i compagni suoi, neppure nella Facolta' di Legge, alcun comunista [...]. Ma quella tessera del Gum, politicamente irrilevante, non e' soltanto indizio, e' sicura prova che Momigliano studente ebbe una qualche parte nella festa iniziatica di una nuova cultura e arte internazionale celebrata allora nel teatro di Torino. Allora, non piu' tardi. Nel quarto e ultimo anno del suo corso universitario, con una tesi di laurea discussa nella prima sessione, luglio 1929, non e' pensabile che Momigliano cedesse a distrazione alcuna. E al suo passo nessuno dei compagni poteva piu' tenere dietro.*


Dal Corriere della sera
Giovedi', 4 Dicembre 1997

Fu un vero oppositore e pago' con l'isolamento

di SANDRO GERBI

Carlo Dionisotti, ottantanovenne insigne italianista, caposcuola di una critica che fonde interesse storico, attenzione sociologica e geografica ai fenomeni letterari, scende nuovamente in campo per tutelare «l'onorabilita'» dell'amico e storico dell'antichita' Arnaldo Momigliano. Dionisotti, che dal '47 risiede in Inghilterra, sia pur con regolari pause nella natia Romagnano Sesia, e' uomo dalle fedelta' assolute: fedelta' al rigore negli studi, all'intransigenza morale di matrice «azionista», ma anche alle amicizie piu' care. Lo aveva gia' dimostrato con il suo Ricordo di Arnaldo Momigliano (Mulino, 1989), in cui ne ripercorreva formazione culturale e antifascismo (anche se non militante). Il coetaneo Momigliano fu compagno di studi di Dionisotti a Torino negli anni '20 e «amico per piu' di sessant'anni», allievo di Gaetano De Sanctis, cacciato dalla cattedra torinese con le leggi razziali del '38 e costretto quindi all'esilio in Inghilterra. Nel suo ritratto, Dionisotti rammentava con malcelato sdegno i «colleghi, che in quegli ultimi mesi del 1938 e primi del '39, incontrando Momigliano sotto i portici di Torino, fingevano di non vederlo». Mentre 27 allievi, noncuranti dei rischi connessi, partecipavano a una sottoscrizione in suo favore. Sembrava che con quell'affettuosa rievocazione Dionisotti avesse per cosi' dire vuotato il sacco. Ma nel frattempo nuovi elementi biografici sono emersi grazie a Riccardo De Donato, un «devoto e valente allievo» di Momigliano (parole di Dionisotti). De Donato ha recentemente pubblicato otto lezioni inedite del maestro, tenute a Cambridge nel gennaio-marzo 1940 (Pace e liberta' nel mondo antico, La Nuova Italia, 1996). Vi si legge, a proposito di Momigliano, e a contestazione di un malizioso articolo apparso in Inghilterra («I silenzi di Momigliano»): «Non conosco una riga della sua produzione scientifica dal 1929 al 1939 che possa essergli rimproverata - neanche oggi che e' facile dirlo - come adesione o come accettazione del fascismo». Poteva bastare anche per Dionisotti. Ma la sua inesausta sete di giustizia sul piano storico lo ha indotto a una nuova serie di precisazioni, che compariranno a giorni nel prossimo numero della rivista Belfagor. Si tratta di un saggio di ben 16 pagine, intitolato «Momigliano e il contesto», laddove «contesto» sta per partito o regime fascista. Dionisotti spazia dall'italianita' di Momigliano ai suoi legami con la tradizione ebraica, dai rapporti con alcuni antifascisti all'obbligatoria iscrizione al partito per ogni impiegato pubblico a partire dal '33: il tutto in un vortice di notizie e argomentazioni la cui sbalorditiva ricchezza non puo' che attingere alla piu' profonda pietas per l'amico, scomparso il primo settembre di dieci anni fa. Qui si propone la parte del saggio in cui Dionisotti analizza l'unico «documentuzzo» (ritrovato da Di Donato fra migliaia di carte) che sia apparentemente non irreprensibile da un punto di vista politico: una tessera da cui emergerebbe - secondo il suo scopritore - che «a vent'anni, nel 1928, Arnaldo Momigliano si iscrive al Gruppo universitario musicale della Gioventu' Universitaria Fascista». Piu' propriamente - contesta Dionisotti - non «si iscrive», ma «risulta iscritto», al Gruppo Universitario Fascista o GUF (non a un'inesistente «Gioventu'»).


Dal Corriere della sera
Mercoledì, 3 Dicembre 1997

Metafore d'Italia

La perdita del pino di Pirandello

di VINCENZO CONSOLO

Un tronco morto, pietrificato, un alto pennone scabro simile a quelli su cui si torcono, s'inarcano nello spasimo i corpi dei due ladroni nella Crocifissione d'Anversa di Antonello, è ormai il pino di Pirandello. Una tromba d'aria, sappiamo, la notte del 7 novembre scorso ha tranciato la chioma del famoso albero del Caos, ai cui piedi, nel cavo d'un masso roccioso, sono le ceneri dello scrittore. Il quale, crediamo, avrebbe mestamente sorriso del naturale evento, della violenta falce celeste che ha decapitato il suo vecchio «amico», l'ha conciato a segno più pregnante della nudità, della desolazione del mondo. Evento naturale, per noi, che ancora dice dei nostri scadimenti, delle perdite, reali e simboliche, nel nostro Paese, come quelle, ben più gravi e irrimediabili della perdita di un pino, avvenute nell'Umbria e nelle Marche per il recente terremoto. Era un albero vecchio e malato, il pino del Caos, sofferente da anni per l'insensata idea di un qualche architetto o capo mastro di far coprire le radici con una pavimentazione di lastre di pietra. Impoverito di flusso linfatico, l'albero era stato assalito da insetti chiamati cerambicidi, era divorato dalle larve, e le autorità avevano pensato a una «geniale» soluzione: alla sua plastificazione. «(...) Soprattutto occorre liberarlo dal selciato: le radici non respirano, l'acqua non penetra. E poi bisogna affidarlo alle cure di uno specialista. C'è un giovane molto bravo in queste cose, è di Racalmuto e insegna alla facoltà di agraria. Mi ha detto che l'amministrazione comunale non risponde a queste sollecitazioni: perché si sono messi in testa di sostituirlo con un pino di plastica. (...) Questa è la classe dirigente - per meglio dire digerente - che preferisce fare il pino di plastica piuttosto che salvare quello vero. Ed è così per tante, tante altre cose...». Questa è l'ultima battuta di Fuoco all'anima, il libro-conversazioni di Leonardo Sciascia con Domenico Porzio. Il giovane «molto bravo» di cui parla Sciascia è il professor Giovanni Liotta, il quale evidentemente era riuscito alla fine a convincere le autorità a farsi affidare la cura del vecchio albero malato. E aveva innanzi tutto liberato gradualmente le radici, anno dopo anno, piastrella dopo piastrella, dalla coltre di pietra. Il pino così aveva preso a rivivere, fino a che non è stato ucciso, con lo strappo della chioma, dalla tromba d'aria. Da quel pino marittimo, che alto si stagliava sulla campagna, tra Agrigento e Porto Empedocle, chiamata Caos, era cominciata l'avventura terrestre, la tormentata, drammatica vita del geniale scrittore; là, ai piedi del pino si era conclusa. Tutti ricordiamo l'attacco del frammento d'autobiografia: «Una notte di giugno caddi come una lucciola sotto un gran pino solitario in una campagna d'olivi saraceni affacciata agli orli d'un altipiano d'argille azzurre sul mare africano. Si sa le lucciole come sono. La notte, il suo nero, pare lo faccia per esse che, volando non si sa dove, ora qua ora là vi aprono un momento quel loro languido sprazzo verde». La lucciola, le lucciole sotto il pino, ch'erano certo d'una privata memoria del tempo trascorso in quella campagna, ma che forse scivolavano anche da Le ricordanze di Leopardi («E la lucciola errava appo le siepi/e in su l'aiuole»), che baluginano in alcune sue opere, nel Taccuino segreto appena pubblicato, ma che raggiungono fantasmagoria di luci, magia e incanto nell'ultimo mito che non poté terminare, ne I giganti della montagna. «Lucciole! Le mie. Di mago. Siamo qua come agli orli della vita, Contessa. Gli orli, a un comando, si distaccano; entra l'invisibile: vaporano i fantasmi...». Così risponde il mago Cotrone alla domanda di Ilse, là alla villa detta «La Scalogna». Gli orli della vita come gli orli dell'altipiano d'argille dov'era il pino e la villa del Caos: il confine tra la realtà e il sogno, tra il finito e l'infinito «ch'è negli uomini», tra la memoria e la fantasia creatrice. Bastava solo quel nome, Caos, ad accendere la fantasia dello scrittore ("... Io dunque son figlio del Caos; e non allegoricamente, ma in giusta realtà...), ma ad esso bisogna aggiungere la sua nascita in tempo di colera e il ricordo terribilmente impresso, in lui bambino di poco più di due anni, di una totale eclissi di sole. Una luce d'eclissi, un cielo di cenere, un sole nero graverà poi sul mondo pirandelliano. «Bruciatemi. E il mio corpo, appena arso, sia lasciato disperdere; perché niente, neppure la cenere, vorrei avanzasse di me. Ma se questo non si può fare sia l'urna cineraria portata in Sicilia e murata in qualche rozza pietra nella campagna di Girgenti, dove nacqui» lasciò scritto. Le ceneri di Pirandello, dimenticate per anni al Verano, riposte in un bel cratere greco, dopo intralci burocratici e romanzesche disavventure, furono traslate infine ad Agrigento e, solo nel 1961, murate nella «rozza pietra», sbozzata dallo scultore Mazzacurati, ai piedi del «pino solitario». Le ceneri sotto il pino morto d'oggi, il pennone pietrificato con i suoi nudi monconi contro il cielo, contro le scabre colonne dei templi della Valle, contro l'Agrigento là in alto devastata da costruzioni selvagge, avrebbero di più confermato lo scrittore nella sua visione del mondo, della vita come caos, mutamento incessante di forme, come approdo all'assenza, al nulla. Il professor Giovanni Liotta aveva pensato provvidenzialmente a suo tempo a far germogliare dai semi del vecchio pino tre pianticelle. Quando queste saranno cresciute, ne sceglierà una, la più robusta, a sostituire il genitore, il tronco senza vita attuale. Speriamo che il nuovo, giovane pino possa stendere in futuro la sua pietosa ombra sul «Calme bloc ici-bas chu d'un désastre obscur», spandere il suo odore resinoso intorno alle ceneri, accogliere nella notte le lucciole reali o fantastiche, ricreare sul Caos un simbolico, empedocleo «sfero», una parvenza d'armonia lontana dai vortici degli elementi, dalla tempesta della vita, dallo sgomento.


da Il manifesto
29 Novembre 1997

Il nostro silicio quotidiano

Il misterioso regno della virtualità è indefinibile. E' quanto hanno sostenuto i relatori di un convegno milanese che si è interrogato sugli intrecci tra le "comunità virtuali" e i saperi umanistici. Lasciando, però, fuori dalla porta accademica, il fatto che l'era digitale e l'uso delle teconologie sono pratica diffusa

BENEDETTO VECCHI - INVIATO A MILANO

E' DAVVERO un bel problema affrontare e discutere all'interno di una istituzione universitaria italiana temi riottosi a qualsiasi formalizzazione come virtualità e comunità virtuali. In parte, perché sono temi cresciuti al di fuori e contro i luoghi istituzionali della produzione della conoscenza, ma anche e sopratutto per la loro ambivalenza nell'indicare comportamenti sociali che hanno nelle tecnologie dell'informazione un medium per manifestarsi. E la difficoltà a misurarsi con questo ordine di problemi ha pervaso gran parte degli interventi che si sono succeduti mercoledì e giovedì a Milano nel seminario organizzato dall'Iulm su "Le comunità virtuali e i saperi umanistici: una cultura per il nuovo millennio".

Un seminario però è un seminario, indipendentemente dai relatori che si succedono, ma ogni intervento dovrebbe lasciar sempre trasparire ipotesi di lavoro, passioni accademiche, persino rovelli teorici che indicano un'accumulazione di sapere precedente all'incontro. L'iniziativa milanese invece si è accontentata di illustrare alcuni luoghi comuni sulla virtualità e sulla diffusione delle tecnologie digitali senza che tra i relatori, nonostante si citassero frequentemente tra loro, scattasse quel felice, benché difficile, cortocircuito tra il proprio e l'altrui punto di vista che è l'indispensabile prerogativa per non cadere, appunto, nei luoghi comuni. Un incidente di percorso che si è sommato al fatto che nella seconda mattinata dell'incontro i lavori hanno artificiosamente contrapposto alla nozione di virtualità una più tranquillizzante discussione sullo stato dell'arte dell'editoria, che benignamente può essere considerata una pausa nei lavori vista le difficoltà analitiche messe in evidenza dalla prima giornata.

Vita in rete

Eppure, l'università pubblica o un istituto superiore, anche se privato come lo Iulm, un problema se lo deve pur porre se non vuole tradire una delle sue finalità - la trasmissione del sapere -, un obiettivo che è stato infelicemente riassunto in un intervento con l'espressione "portare la tecnologia alla gente comune", come se la tecnologia informatica non fosse "già" tra la gente. Insomma, più i relatori parlavano di virtualità, più dimenticavano che molte delle suggestioni, attitudini, stili di vita usate per delineare l'era digitale sono "già" fenomeni facilmente osservabili nella realtà sociale. In fondo, si è già ampiamente letto che la rivoluzione industriale aveva distrutto le comunità tradizionali; come si è altrettanto ampiamente commentato la scomparsa delle comunità operaie con la crisi della grande fabbrica, sostituite da una costellazione di stili di vita, comunità ridefinite artificiosamente in base all'etnia o ai consumi. In altre parole, i relatori, almeno nella prima giornata del convegno, si sono dati un bel da fare nel declinare il composito concetto di comunità con quello di virtualità, presentando il tutto come una prerogativa della "vita in rete". Ma più lo facevano più erano costretti giocoforza a parlare della vita fuori dallo schermo.

Un lavoro di relativizzazione del problema compiuto con tutte le armi possibili, usando anche i romanzi o gli scritti di William Gibson o Bruce Sterling, che emergevano magicamente dal limbo della cultura di massa per essere ossequiosamente citati al pari delle analisi di Max Weber sul ruolo della burocrazia. Una commistione certo salutare se i primi non fossero iscritti tra le schiere degli apologeti dello status quo invece che scrittori che hanno posto sotto forma di fiction il terremoto sociale di questi ultimi vent'anni e che la tecnologia della comunicazione ha avuto l'ingrato compito di enfatizzare. Qualcuno però ha scelto la strada più facile, recitando l'assunto consolatorio in base al quale "la realtà virtuale ancora non esiste", perché solo il 3 per cento della popolazione italiana possiede un computer, di cui la metà lo usa solo per scrivere o giocare.

Ma per non creare ulteriore confusione va specificato che chi parlava non faceva parte dell'esercito degli apocalittici che vede il maligno in ogni scheggia di silicio (la premessa d'obbligo di gran parte dei relatori era di non avere nulla contro i computer, anzi che lo usavano molto volentieri per lavorare). Piuttosto c'è uno spaesamento culturale che attanaglia la cultura accademica che non permette di definire i contorni della "società dell'informazione". Per questo è meglio rinviare a un futuro, più o meno lontano, il confronto con i problemi posti dalle comunità virtuali. In fondo, l'Italia sta diventando un paese normale e piuttosto che prendere di petto il problema la cultura accademica e non solo preferisce tirare fuori dal cilindro espressioni come "gente comune", "uomo medio", scambiando la produzione culturale con la realpolitik nelle relazione tra discipline diverse.

Ed è toccato a un relatore -Ugo Fabietti - cercare di spiegare la differenza tra comunità "dense", "immaginate" e "virtuali", sostenendo, a ragione, che a ogni concetto corrisponde un certo tipo di realtà sociale. Solo attraverso questa via, e per incanto, la società dell'informazione si è potuta concretizzare, come quando Paolo Ferri ha constatato come la virtualità sia sinonimo di ciò che è in "potenza all'interno di un mutamento"; e come, si potrebbe aggiungere, le tendenze individuate debbano guidare l'analisi, suggerendo così le mosse opportune per condizionarne l'esito del mutamento in atto, a patto però che le tendenze all'immateriale e alla virtualità agiscano come lettura conflittuale o, se si preferisce, critica della realtà sociale. Anche per questo sarebbe salutare che si smettesse di parlare di comunità virtuali come fenomeni specifici che necessitano di uno "statuto speciale" e si accettasse il fatto che "la vita in rete" rispecchia quel che accade oltre lo schermo.

Sapere in memoria

Ma in una università, oltre lo schermo, c'è il nodo della produzione e diffusione del sapere, che viene sempre più accumulato nelle memorie dei computer. E non è detto, come ha argomentato Giovanni Cesareo, che il libero accesso alle banche dati risolva il problema dell'apprendimento o del rapporto gerarchico tra discenti e docenti. Piuttosto la produzione di conoscenza va pensata come il risultato di una relazione tra diversi attori che occupano posti diversi in una stessa rete. In fondo, anche nelle università esistono comunità virtuali che funzionano più o meno come quelle esistenti nel cyberspazio. Per questo non c'è "cervello collettivo" che tenga se, accanto a una lettura della trasformazione sociale, non si lega una critica a un'università che riduce la produzione/diffusione di sapere a un'immensa fabbrica di diplomati/laureati che magari sapranno navigare nel cyberspazio, ma certamente non saranno capaci di apprendere gli strumenti metodologici per continuare ad apprendere.


Dal Corriere della sera

Venerdì, 28 Novembre 1997

MAESTRI E' morto a 84 anni uno dei maggiori studiosi di Ariosto e Leopardi

Binni, una protesta in nome della storia

di GIULIANO GRAMIGNA

E' morto mercoledì notte a Roma, all'età di 84 anni, Walter Binni, perugino, deputato all'Assemblea Costituente. Binni è stato espressione esemplare di una grande scuola, nella quale impegno intellettuale e politico si sono saldati insieme in virtù di un forte senso etico. Walter Binni era un giovanissimo studioso (nato nel 1913 a Perugia) quando nel '36 pubblicava ?La poetica del decadentismo?, che incardinava uno dei capisaldi della sua ricerca critica futura: la nozione di ?poetica?, naturalmente liberando questo archetipo del mondo classico e medievale da tutta una serie di concrezioni e di irrigidimenti; un libro capace di segnare un momento decisivo non solo per il suo autore ma per tutto il corso della nostra critica contemporanea. Elaborazione che doveva poi tornare attraveso un po' tutti i libri di Binni e in particolare nel libretto fondamentale Poetica, critica e storia letteraria (1963). Binni era stato allievo di Momigliano e di Luigi Russo. Non si può ridurre l'influenza di quest'ultimo sul giovane studioso, per quanto riguarda la stretta connessione fra critica e storia letteraria e dunque l'entrata in scena di una viva, diremmo quasi empirica nella sua concretezza, «storicità». Poetica era dunque quell'accumulo di principi, fantasmi, tecniche della psiche e della scrittura, visioni attraverso cui lo scrittore arriva a determinarsi nell'opera: ben altro dunque, nella sua intensità vitale, che un freddo trattato di «ars poetica». Docente a Perugia, poi a Genova, quindi a Firenze e infine a Roma, Binni si conservò fedele alle sue premesse, ma con la duttilità di una intelligenza che sapeva adeguare ai testi il proprio metodo. Lo prova il confronto con i grandi scrittori: Ariosto, Michelangelo, Metastasio, Alfieri, Foscolo e soprattutto con quell'autore così profondamente congeniale che fu per lui Leopardi (La nuova poesia leopardiana, La protesta di Leopardi) Ha ragione Giulio Ferroni a scrivere: «Nel lungo lavoro di Binni la letteratura non è mai stata un semplice terreno di indagine da attraversare con impassibile indifferenza analitica, ma la forma storica sempre diversa della sua individualità, di un intervento globale sul senso del mondo». La poetica, strumento insieme affascinante e periglioso, che è stato tanto usato dalla critica del nostro tempo (si pensi soltanto all'impiego arguto e originale fattone da Luciano Anceschi) diventa il passaggio indispensabile, il «commutatore» come dice bene ancora Ferroni, fra la singolarità dell'opera e il «senso del mondo». Nella prospettiva del lavoro di studioso di Binni bisognerà poi non dimenticare l'edizione delle Rime di Michelangelo e la trattazione del Settecento letterario nella monumentale Storia della letteratura italiana diretta da Cecchi e Sapegno. Binni ridimensionava fortemente (per non dire espungeva) la figura «romantica» della ispirazione, scesa «dall'alto», secondo una certa mitologia del poeta che non è di questo mondo. Ma ragione e passione si equilibravano nel suo modo di procedere, ossia di leggere: è stato anche questo una maniera discretamente operante di essere un maestro.