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Tre articoli[4-12-1997]Corriere della Sera (copyright) Domenica, 5 Ottobre 1997 CULTURA RIFORME Le innovazioni del Ministero prevedono lo studio quasi esclusivo di autori contemporanei. Proprio nelle scuole da cui proviene la gran parte degli allievi di facoltà umanistiche DANTE e PETRARCA bocciati in italiano La scelta dei testi? Sarà fatta sulla base della loro «vicinanza agli interessi dei giovani». Dimenticati gli aspetti storici, tra i «blocchi tematici» trionfa la comunicazione di massa. I programmi per i licei tecnici minacciano di cancellare i padri della letteratura. di CESARE SEGRE Da giorni siamo tutti in ansia per le sorti dei tesori architettonici, e ancor più pittorici, dell'Umbria e delle Marche. Un sospiro di sollievo quando si legge che i danni sono minori di quanto annunciato; una ricaduta nello sconforto quando si apprende che la situazione può peggiorare. Vari critici hanno scritto che la perdita degli affreschi della basilica superiore di Assisi equivarrebbe alla cancellazione dell'episodio iniziale e determinante della storia della pittura europea. Ed è sacrosanta la preoccupazione, nonché le recriminazioni se qualche provvedimento è stato trascurato per il salvataggio di quei cicli pittorici. Due tecnici della Sovrintendenza intanto sono morti nel sopralluogo successivo alla prima scossa, e meriterebbero medaglie alla memoria. Ma un terremoto altrettanto disastroso si prepara per quanto riguarda la nostra letteratura. Alludo ai programmi governativi per i licei tecnici (già istituti tecnici), dai quali proviene, fra l'altro, la maggioranza degli studenti universitari, anche delle facoltà di lettere. C'è una discutibile innovazione preliminare: insegnamento della lingua italiana e della letteratura vengono separati, come se i testi letterari non fornissero i principali fondamenti della lingua, e se la lingua si potesse apprendere a prescindere dai testi e dalla conoscenza dei cambiamenti che essa, la lingua, ha registrato nel tempo. Ma il peggio è che sembra dominare la tendenza a concentrarsi sulla letteratura contemporanea, considerando il resto come un precedente remoto e facoltativo. Prego di fare attenzione, perché sono i programmi scolastici che costituiscono la base delle conoscenze dei cittadini, specie in tempi e luoghi in cui fuori della scuola si legge sempre meno. Ebbene: nel biennio non s'insegnerà storia della letteratura, che dico, neanche letteratura italiana; s'insegnerà «Letterature (al plurale) ed elementi di storia delle arti». Senza parlare, che non tocca a me, dell'insegnamento della storia delle arti, direi che l'ampliamento dell'orizzonte letterario fuori dei confini sarebbe lodevole, solo che s'insegnasse precedentemente o contemporaneamente la nostra letteratura. Ma non la s'insegnerà. S'insegnerà a «saper scegliere e gustare le proprie letture», a «saper collocare le proprie letture», ad «orientarsi nella produzione libraria», a «interagire in modo non subalterno con le proposte culturali», e così via. La scelta dei testi non sarà fatta in base a una valutazione della loro importanza, ma in modo che sia «vicina all'interesse dei giovani». Del contenuto dell'insegnamento non si dice nulla, ed è chiaro che non gli si dà peso. Nel triennio che segue i contenuti vengono fuori, attraverso lo studio di «blocchi tematici» (solito linguaggio dei legislatori scolastici), che qualche volta accennano a una successione cronologica: prosa scientifica, controriforma (però non si parla di riforma), illuminismo, riforma goldoniana, positivismo; ma in genere sono trasversali alla storia, e clamorosamente antistorici. Basti un esempio, che mi vergogno di trascrivere: «Il teatro popolare ed elisabettiano, il teatro classico e la commedia dell'arte; il teatro come genere rappresentativo dell'età barocca e la grande stagione del teatro europeo». Il dominio della contemporaneità spicca negli ultimi «blocchi tematici». Uno è dedicato alla «produzione letteraria e ruolo dell'intellettuale nella società della comunicazione di massa»: così la comunicazione di massa, anche entro l'insegnamento delle «letterature», celebrerà la sua vittoria valorizzando nuovi intellettuali conformi agl'ideali di questi programmi. Come ciliegina, segnalo che l'ultimo «blocco tematico», dato che le «letterature» e la storia «delle arti» sono troppo poco, è dedicato al cinema e alle sue «valenze» (vorrà dire valori) estetiche, sociali e culturali. Se questi programmi venissero approvati, è chiaro quale sarà la cultura del futuro. Una cultura, soprattutto, che ignora il secolo più ricco, più generoso, soprattutto più decisivo della nostra storia letteraria. Che ce ne facciamo di Dante, Petrarca, Boccaccio? Al massimo gli si può dedicare un «modulo di raccordo» (sic), perché gli studenti sappiano almeno che sono esistiti. Forse i legislatori hanno dimenticato che la nostra lingua si è formata nel Trecento, e che nel Trecento l'Italia era veramente, per la sua letteratura e la sua arte, il centro del mondo conosciuto. Si rimane sbalorditi. Tutti i paesi si fanno belli del meglio che hanno prodotto nella loro storia. Noi, una volta tanto che il prestigio dell'Italia ha avuto, grazie ai nostri scrittori, una forza e una diffusione incontrastate, gettiamo questo prestigio nel dimenticatoio. La creatività e la capacità rappresentativa di ogni letteratura ha i suoi momenti felici e quelli oscuri. L'Italia ha avuto ben due secoli straordinari, il Tre e il Cinquecento, in cui la nostra lingua veniva studiata dai colti di ogni paese per poterne leggere le opere. I nuovi programmi salvano solo, e parzialmente, il Cinquecento, che fra l'altro non si spiega se si prescinde dal Trecento. Penso allora a Cimabue e Giotto, che pure ritornano ogni giorno nei media. E Dante è altrettanto importante, seppure il confronto ha un senso. Sovrasta gigantesco tutta la nostra letteratura, e non solo questa. Che si direbbe di un ministro che decidesse di lasciare alla loro sorte, cioè alle intemperie, ai vandali, ad altri deprecabili terremoti gli affreschi di Assisi, dato che sono così lontani dagli «interessi dei giovani» e dalle «valenze estetiche, sociali, culturali» d'oggi? Il Novecento italiano che spadroneggia nei futuri programmi è un secolo con molti notevoli poeti e narratori, qualcuno grande, ma un secolo in cui l'Italia è ormai periferia: la ricchezza di opere e di idee-guida della Francia o dell'Inghilterra, della Germania o della Russia, per non parlare degli Stati Uniti, ci soverchiano indubbiamente. Il fatto che gli scrittori contemporanei siano di comprensione immediata e ci parlino più direttamente, non annulla questo gap. E i docenti, non potendo sempre parlare dei pochi grandi scrittori italiani novecenteschi, dovranno scendere giù sino a quelli di seconda o terza categoria. Devo aggiungere onestamente che il ministero ha sospeso per il momento i programmi qui deplorati, prima ampiamente diffusi. Ma i principi che li ispirano non permettono di sperare in un ravvedimento.* Didascalia: In una stampa del XVI secolo, da sinistra: Cavalcanti, Dante, Boccaccio, Petrarca, Poliziano Corriere della sera (Copyright) Martedì, 7 Ottobre 1997 CULTURA DISCUSSIONI Dopo l'intervento di Cesare Segre sui classici dimenticati nei programmi dei licei tecnici. Concentrarsi sui contemporanei non è un delitto Dante e Petrarca? Troppo difficili. A scuola meglio Calvino. di ALFONSO BERARDINELLI Una delle ragioni che mi hanno spinto, qualche anno fa, a lasciare l'insegnamento universitario fu proprio il fatto che insegnavo Letteratura contemporanea. Ahimè, gli studenti sono molto, troppo attratti dalla contemporaneità. Credono (a torto) che sia facile orientarsi fra gli autori del Novecento e soprattutto (peggio ancora) che sia facile scrivere tesi di laurea su di loro. Viceversa, scrivere una tesi decente su Parise, su Bertolucci, su Svevo o su Montale è un'impresa quasi disperata. In alcuni casi, lo studente viene schiacciato da una montagna di bibliografia che non sa come selezionare e digerire. In altri casi, si deve accontentare di qualche monografia divulgativa e di una dozzina di articoli di giornale la cui qualità oscilla dal geniale al trash. Detto questo, a proposito dell'articolo di Cesare Segre sul Corriere di domenica 5 ottobre, non trovo affatto allarmante che nei licei tecnici Dante, Petrarca e Boccaccio non vengano messi al centro dei programmi. Ci si dovrebbe piuttosto decidere, una buona volta, a prendere sul serio la cultura scientifica e tecnica come cultura umanistica, almeno nelle scuole che lo prevedono. E magari l'insegnamento letterario andrebbe organizzato di conseguenza: privilegiando la prosa scientifica e facendo leggere Leonardo, Galilei, Verri, Algarotti, Cattaneo, Leopardi, fino a Luigi Einaudi, Calvino e Primo Levi. Che al biennio superiore, cioè a ragazzi fra i 13 e 15 anni, si insegnino «Letterature (varie) ed elementi di storia delle arti» piuttosto che la Divina Commedia e il Canzoniere non mi sembra così insensato. Come pure mi sembra ragionevole che invece di impegnare a quell'età nello studio, inevitabilmente approssimativo, di classici remoti e straordinariamente complessi, si insegni anzitutto a «saper scegliere e gustare le proprie letture», ad «orientarsi nella produzione libraria», ecc. Vi sembra poco? Anche fra gli adulti laureati sono parecchi coloro che sentono ancora il bisogno di imparare cose del genere. I nostri autori fondamentali, la cui influenza è stata decisiva per tutta l'Europa, dai grandi del Trecento fino a Tasso e Bruno, hanno scritto in una stupenda lingua oggi poco accessibile ed erano immersi in una cultura che non è più la nostra. E' un dato di fatto. La nostra è la più vecchia delle letterature europee e non ci si può illudere sulla sua attualizzazione. La modernità occidentale avrà pure le sue radici nei nostri scrittori tra Medioevo e Rinascimento. Ma gli sviluppi da allora a oggi sono stati vertiginosi, estremamente ramificati e con molte interruzioni di continuità, fratture e rivoluzioni. In fondo è più facile appassionarsi a Dante e Petrarca se si passa prima per Baudelaire, Kafka, Eliot, Freud. Certo, si leggeranno quasi sempre delle traduzioni. Ma il caso della letteratura russa e della sua enorme influenza su tutta la cultura moderna è esemplare. Quasi tutti, da un secolo a questa parte, abbiamo letto i russi in traduzione: eppure Tolstoj e Dostoevskij per molti scrittori e persone colte di tutta Europa sono venuti prima di qualsiasi classico letto nella propria lingua. La famosa analisi che Gianfranco Contini ha dedicato al sonetto dantesco più famoso e più chiaro (Tanto gentile e tanto onesta pare) mostra quanto poco la lingua e la cultura di Dante siano vicine alle nostre. E quindi quanto facile sia l'equivoco. Succede che non capiamo anche quando abbiamo l'impressione di capire. Basta pensare alla vecchia questione della difficoltà (o «noiosità») del Paradiso. I conoscitori di Dante sanno che proprio lì è la prova del nove. Chi non si entusiasma leggendo il Paradiso probabilmente capisce poco anche le cantiche precedenti. Dante è senza dubbio un gigante. E' il nostro Shakespeare (purtroppo però non possiamo metterlo in scena, non possiamo gustarne il testo a teatro!). Ed è divertente leggerlo, se appena si riesce a sentire come lui stesso si diverta a inventare la sua lingua. Ma noi italiani lo abbiamo veramente capito? Ne siamo stati influenzati e trasformati? A volte mi pare che perfino Contini, leggendo Dante con un occhio rivolto a Montale e a Gadda, abbia un po' ridotto Dante a misure novecentesche più accettabili e contingenti. E' anche questo il punto. Va bene mettere i nostri adolescenti di fronte alla grandezza di Dante, ma quanti insegnanti saranno in grado di attivare questa esperienza di lettura, facendola loro stessi, in aula, insieme ai loro scolari? Quanti studiosi italiani di Dante leggono Dante «fuori orario» di lavoro, per gusto personale? Dante è un intransigente moralista, un mistico, uno scrittore totale come Balzac e Dostoevskij. Ha sempre influenzato poco gli italiani. Influenza poco (mi sembra) perfino i dantisti.* La Repubblica (copyright) 21 Novembre 1997 Addio al "Dizionario" POLEMICHE/ Come l'Istituto Treccani ne ha di fatto decretato la morte di CHIARA FRUGONI Dizionario Biografico degli Italiani, vedi alla voce: Fine. Il consiglio di Amministrazione dell'Istituto Treccani con la delibera del 30 luglio 1997 (resa nota solo in questi giorni alla Direzione), dopo la vivissima reazione di tutto il mondo della cultura di fronte al ventilato progetto di interrompere la pubblicazione del Dizionario Biografico degli Italiani, ha deciso di andare avanti, a condizione che la conclusione dell'opera avvenga entro il duemila e otto e in complessivi novantadue volumi! Un modo veramente subdolo di decretare di fatto la morte del Dizionario, strangolandolo nei tempi e nel numero di pagine. Facciamo qualche semplice conto. Il volume appena uscito è il quarantasettesimo (Ferrero-Filonardi). Per stare ai nuovi patti bisognerebbe pubblicare quattro volumi all'anno, cioè un volume ogni tre mesi: per la redazione è un ritmo incompatibile con la necessità di controllare i testi ricevuti e di trovare collaboratori esterni che siano insieme specialisti di alto livello e immediatamente disponibili a compilare le voci: i collaboratori del quarantasettesimo volume, esclusi i collaboratori-autori e i redattori sono ben duecentonove! Inoltre come è possibile che siano sufficienti quarantacinque volumi a completare l'opera, se quarantasette non sono stati sufficienti ad esaurire la lettera effe? Vedo in azione forbici smisurate: chi ha la disgrazia di avere un cognome che comincia per zeta avrà sì e no a disposizione una riga di stampa! Dando uno sguardo all'estero, vediamo che la Neue Deutsche Biographie, ancora ben lontana dalla conclusione, è cominciata ad uscire nel 1953 e nel 1994 è arrivata al volume diciassettesimo. Il che vuol dire, un volume ogni due anni e mezzo. E si tratta di un'opera di aggiornamento, che ha alle spalle una prima amplissima biografia nazionale tedesca! Curiosando poi in Casa Treccani, vediamo che i criteri di conduzione non sono sempre gli stessi. La Piccola Treccani, in cantiere dal 1972, a cui pure è stato chiesto di acquistare velocità, deve impegnarsi a soli due volumi all'anno, nonostante che trovi molto lavoro già fatto, dato che in gran parte si fonda sul Lessico Universale Italiano e possa contare su una redazione di circa cento persone interne. La Redazione del Dizionario Biografico dispone invece soltanto di trentatré persone (sei dipendenti e ventisette collaboratori- autori interni a impegno parziale). Chiunque abbia tenuto fra le mani un volume del Dizionario si rende immediatamente conto che le voci, soprattutto quelle "minori", sono frutto di un paziente lavoro di ricerca pionieristico, che richiede tempo (anche se ricompensato spesso da interessanti scoperte). Le motivazioni di carattere economico infine, fornite dai dirigenti dell'Istituto e, in particolare, dal Consiglio di Amministrazione (i cui membri sono rappresentanti delle maggiori banche italiane) per sancire, di fatto, la morte del Dizionario, suscitano molte perplessità. Negli ultimi anni, con una drastica riorganizzazione del lavoro, il risparmio è stato notevolissimo. Attualmente il rapporto costo-ricavi annuale del Dizionario Biografico è in equilibrio né gli si può ragionevolmente imputare la responsabilità di non avere recuperato i costi relativi alla precedente fase dell'opera. Il Dizionario Biografico si occupa di tutti gli italiani e le italiane vissuti dal quinto secolo ai nostri giorni: ogni voce è una monografia completa; un esempio può essere, proprio in questo stesso volume, la voce Francesco Filelfo, per la quale il suo autore, Paolo Viti, ha dovuto fronteggiare una sterminata bibliografia. Questa voce, nonostante la notorietà del personaggio, viene a colmare un'avvertita lacuna. Ma io mi chiedo dove mai avrei potuto trovare compiute notizie e bibliografie a proposito di Ferreto de' Ferreti (pagg. 57- 60), Martino Filetico (pagg. 636-640) o Filippa da Catania (pagg. 673-675)? Proprio queste voci devono ind urre ad un'ulteriore riflessione. In Francia, in Germania, in Inghilterra, sia per spirito nazionalistico che per solida tradizione culturale, nonché per invidiabile capacità di realizzazione, esistono diversi repertori bio-bibliografici che informano su una miriade di personaggi. Cito a caso il Dictionnaire des biographies françaises di Balteau, Barroux e Prevost o l'Allgemeine Deutsche Biographie. In Italia non abbiamo neppure un catalogo a stampa delle due biblioteche nazionali centrali di Roma e Firenze, mentre ovviamente questo è uno strumento di cui da più di un secolo si sono dotate Parigi, Londra, Washington, sempre per citare solo qualche nome. A Venezia, dal 1822 al 1841, fu pubblicata una Biografia universale antica e moderna in sessantacinque tomi più tre dedicati alla mitologia e nove di supplementi, traduzione dell'analoga opera francese del Michaud (1811-1855). Oggi sembra che siamo in un'età meno illuminata di quella preunitaria, quando gli spiriti più aperti si erano preoccupati di fornire gli studiosi di adeguati strumenti di lavoro.
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