Testi in rete 10

[8-7-1997]

LETTERE ITALIANE di

1) Giuliano Merz
2) Francesco Saverio Iatta
3) Adeodato Piazza Nicolai
4) Gino Roncaglia (con nota di E.S.)
5) Amedeo Quondam
6) Giuliano Merz


Gentili colleghe/i, mi permetto un ennesimo intervento in tema facendo riferimento esplicito a due brevi passaggi di Stoppelli (che ha affermato di considerare chiusa la questione... mentre in realta' essa e' sempre piu' aperta).

In data 03/06/97 si legge su Lettere + let-it: "Il software e' di proprieta' del CNR, che l'ha ceduto tutt'altro che gratis alla Zanichelli". A parte il fatto che nella vers. 1.0 della LIZ non trovo riscontri di questo, mi viene spontaneo: "E con cio'?" La crema dei programmi - ma 'purtroppo' sono in inglese - che fa minimo le stesse cose del DBT costa tra zero e la meta' dell'illustre software made in Italy! Quindi chi ha comprato "tuttaltro che gratis", mettendoci poi gli zeri o le cifre per arrivare alle 800.000 e piu' di allora, ha fatto i conti senza l'oste = il mercato..... amen.-

In data 02/06/97 si legge su Lettere + let-it: "... Zanichelli (che come tutti sanno e' una casa editrice di reference, fa una politica popolare dei prezzi [!!! - aggiunta mia] dei suoi libri e soprattutto non ha bisogno di difensori)..." Chi avrebbe mai immaginato che del proprio editore si possono cantare simili peana! Boh, dovro' rivedere l'atteggiamento nei confronti del mio (Langenscheidt & Co.). Nel frattempo mi sono permesso un'indaginetta conoscitiva. Come arcinoto gli editori italiani - tutti, quindi anche la Z., - hanno da sempre la beneamata abitudine di aumentare i prezzi mentre siamo in vacanza (e di una quota che e' sempre stata superiore al tasso d'inflazione.... "Sempre" si riferisce agli ultimi 25 anni). Detto questo, ecco la novita', la "politica popolare" dei prezzi: lo Zingarelli da 2 settimane, grazie al DISC, NON costa piu' 118.000 lire, ma 90.000! Per il CD (prezzo Zanichelli 98.000 lire) ci stanno ancora pensando, mentre la Giunti pratica il prezzo 'impopolare' di lire 39.900 (ed il prodotto sta circa due gironi piu' in alto dello Zing.-Compact...). INOLTRE: al fffantastico prezzo di lire 77.000 la Zanichelli commercializza il diz. monolingue del WAHRIG (ed. Bertelsmann, prezzo in marchi = ca. 52.000 lire!). Il diz. monolingue DUDEN costa, nelle stesse librerie di Verona, Padova, Roma, Siena, Perugia ec. ecc., lire 59.000 (ed. Bibl. Institut, prezzo in marchi = ca. 52.000 lire!). Ah gia': per numero di pagine, lemmi, prestigio, bonta' i 2 si equivalgono. Sempre la Z. si pregia di offrire il Duden Illustrato ted./it. a 94.000 lire (prezzo 'originale' = max. 50.000). Concordo pienamente con Stoppelli: un editore cosi' non ha bisogno di difensori.... ma di accusatori, cioe' di gente che smette di comprare! Il Sabatini & Co., alias DISC, facilitera', penso, le cose: magari poi i nuovi ci concedono il bis con la LIG (Lett. Ital. Giunti), cosi' non ci si pensa piu'.- Per quanto concerne il 'resto': ora e' chiaro che le varianti minime ci sono. Quindi i miei dati numerici - senza un'informazione in tal senso (staremo a vedere fin dove arriva il diritto dell'editore SENZA alcun accenno per l'utenza!) - sono sballati per x parametri (ove x ancora oggi e' un'incognita). E mi si dice che "la questione e' chiusa"? Bene. Questa una prima risposta: supponendo che gli esperti in diritto confermino la non sussitenza di tutela per i 300 e rotti testi, apriro' un anonimous ftp, senza alcun limite di up e download, a partire da settembre presso questa Universita' e con il solo scopo di convincere mister x a copiarci tutti i files - dopodiche' tutti potranno servirsene. Poi la questione sara' chiusa, anche per me.

Cordiali saluti Giuliano Merz Univ. Innsbruck / Romanistik Innrain 52 A - 6020 Innsbruck Tel. 0043/512/5074201 u. -4225 Fax 0043/512/5072883 E-Mail: Giuliano.Merz@uibk.ac.at


Il quesito che pongo, puo' anche parere ozioso - ma corro tuttavia questo rischio: "Le e-mail che vengono inviate alla lista di discussione di LI sono coperte da copyright? E possono considerarsi, sia pure alla lontana, paragonabili alla tradizionale corrispondenza epistolare che si e' soliti scambiare tra conoscenti e/o amici, uniti da comuni interessi? E le e mail che contengono i pareri piu' autorevoli o gli sfoghi degli "opinion leader" sono, di piu' o di meno, coperte da copyright delle e-mail scritte da altri componenti la lista? E tutti i genere di e-mail ricordate, si possono - senza incorrere nei fulmini della violazione della privacy o del copyright - diffondere, in una pubblicazione con annotazioni a pie' di pagina? Si possono utilizzare come esempi - classici, e per cio' stesso autorevoli - come esemplari documenti della corrispondenza che si scambia un gruppo di "singolari" corrispondenti? Il nascere di ogni nuovo mezzo di comunicazione pone nuovi problemi all'attenzione, anche, della comunità dei savantes. E sono problemi che non sempre possono essere risolti con le regole e le precedenti abitudini acquisite. Gli interrogativi che pongo, quindi, come sono risolvibili?

Iatta dr Francesco Saverio 70014 Conversano (Ba) Via Mucedola, n. 19 Tel. e Fax +39 + (080) + 49 54 43 6 e-mail: IATTAFRA@mailbox.media.it


From Adeodato Piazza Nicolai

Let me share some thoughts on the comments you made about TESTI IN RETE 8. I have spoken with my son Mike and he will do more in-depth research on the American copyright laws. Also, I will get in touch with a lawyer in Chicago, David Maher, who specializes in elctronic transmissions rights (i.e. internet, www, etc). It will be interesting what he has to say.

Obvious that the copyright laws of most nations were promulgated NOT to protect the interests of the AUTHOR, but those of the editors/publishers. Even best-selling authors, with powerful literary agents, get a small fraction of the total earnings brought in by the "marketed" artistic product. And "MARKETING" is the key word here. In commerce, particularly in the capitalistic process of commerce, all "labor", all monetary value" remains intrinsic/inactive in the finished product/artifact, UNTIL IT IS PLACED IN THE MARKETPLACE CYCLE. That is, all the man-hours, materials, advertising, transportation, distribution "costs" spent to create the "product" (be it a book, a CD, a pair of shoes, an automobile, a sculpture, a painting, etc. etc.) are costs "buried" in that product until that product/artifact is placed in a market (store, gallery, showroom, etc) where the public/buyer can offer money to buy that product. If no one buys the product, all the intrinsic costs of making/marketing said product remain theoretic earnings, rather than realized profits. Now if an author/artist creates a labor-intensive artifact/product but never places it in the marketplace, what happens to copyright laws? Of course there is a clear substantive difference between unpublished (i.e., kept outside the marketplace) and "unsold" products. As soon as the creator of the artifact makes a marketplace transaction with a manufacturer/printer/distributor, his/her commercial rights are restricted by the existing copyright laws, as well as any other commercial laws applicable.

Why this long explication? To attempt to expand on your principles of "labor"/work done to the artifact/book/CD in question. Dante "created" his Divina Commedia. Is the labor he put into that "creation" equal in value to the labor expended by a filologist who "creates" a critical edition of the DC? And are these two types of labor equally protected by copyright laws? What about a critic (not a filologist) who decides to write a "critical" edition of the DC, whereby all his/her interpretative erudition is "extra-textually" added to the matrix of the DC? And, by extension, as you pointed out, the personal computer affectionado who decides to "copy" word-for-word the written text of the DC (let's say the Petrocchi edition, with appropriate credit given in the frontispiece), of course spends many "labor-intensive" hours to transcribe that text into a computerized subtext that then can be printed by laser jet and sold to the public. Does this transcriber, because of the labor performed, have the same legal protections under the copyrights laws? Of course, someone who "pirates" (i.e., simply copies text a, via xerox, electronic or other mechanical apparatus, turning it into text a-1) also does some "labor", since it takes time to xerox pages and or to scan a written text, or even to copy disk a unto disk a-1. But that "labor" adds NOTHING SUBSTANTIVE to text a-1, that was not already present in text a. Should this "pirate" be offered the same legal protection? If I am NOT STEALING any part of the original artifact, like the DC, when I physically sit in front of the computer and type into it the exact text appearing in the Petrocchi edition, then what am I doing? Hence we must be very exact when we use the term "LABOR" as the tool employed to differentiate what is protected from what is not protected by the copyright laws. The presence of "substantive labor" is a necessary but not ultimate requirement in the resolution of this dilemma Without doubt, the best legal minds will be debating this issue, proposing legislative-legal solutions, and arguing the authorial/editorial rights for many years to come. As Gutenberg yields room to IBM, Olivetti and all the other players in the world of electronic communications, it will be fascinating to see how the authors/creators of the artifact fare in the "marketplace". Is there room for hope that a future Dante, Macchiavelli, Michelangelo, Titian, etc. etc., won't have to worry about having enough money to buy bread and wine, to pay the rent and, even, have some money left over to pay taxes? Speriamo/vedremo.


L'ultimo messaggio di Emilio Speciale contiene molte cose che condivido, non solo nel contenuto, ma anche nell'impostazione. Perche', allora, non ne condivido le conclusioni? Ci sono due punti - due punti centrali - sui quali non sono d'accordo.

Cito:

>Cambia il panorama. >1) D.C. ideale; >2) Ed. Petrocchi; >3) Ed. LIZ; >4) Ed. Pirata. >Quelli della LIZ s'infuriano giustamente: hanno lavorato per anni e con >grande fatica per realizzare un prodotto che ora viene rubato e messo a >disposizione gratuitamente via Internet. Parentesi lavoro: Dante ha >lavorato moltissimo, Petrocchi ha lavorato moltissimo, quelli della Liz >hanno lavorato moltissimo, il Pirata qualche pomeriggio, ma ha lavorato. >Tutti e quattro comunque non sono tutelati, grazie alla legge del testo >fuori diritto, dei settanta anni, ecc. Perche'? Per una confusione >semiotica. L'unico oggetto fuori diritto e' il n.o 1) il testo ideale della >D.C. Gli altri 3 oggetti sono "manufatti", frutto di lavoro, di persone che >non sono morte settanta anni fa!

Il primo punto su cui non sono d'accordo e' che "l'unico oggetto fuori diritti" sia (o debba essere) il n. 1. Intanto, la D.C. ideale non e' neanche un "oggetto", se non nel senso filosofico di oggetto intenzionale. E' una norma ideale, un punto limite, la cosa in se' kantiana. Forse non e' neanche 'una'. Avalle dice che l'edizione critica e' "l'omaggio estremo alla verita' nascosta". Ancora Avalle: "Il concetto di originale, nel senso di testo autentico esprimente la volonta' dell'autore, e' uno dei piu' sfuggenti e ambigui della critica del testo" (...) "L'impressione e' che l'originale, cosi' come lo intendiamo generalmente, vale a dire come testo perfetto in ogni sua parte, non sia mai esistito". Su questo punto, e sul dibattito su archetipi e testi ideali, molto altro si potrebbe citare. Ma la sostanza e' che se solo il testo ideale fosse fuori diritti, nessun testo reale sarebbe fuori diritti. E' evidente, pero', che la volonta' del legislatore non e' questa: altrimenti le norme sul diritto d'autore sarebbero molto piu' semplici e, mi sia concesso, un tantino piu' meschine. Nessun bisogno del limite dei 70 anni: tutto quello che si puo' vendere e' sotto diritti (escludere il testo ideale costa poco, dato che non lo si puo' ottenere, e tantomeno vendere).

Il secondo punto su cui non sono d'accordo riguarda il lavoro, e la fatica del lavoro. Senza dubbio Dante per scrivere la D.C. ha lavorato moltissimo. Petrocchi, per prepararne l'edizione critica, ha lavorato e faticato forse ancora di piu'. I curatori della LIZ nel trascrivere al computer il testo stabilito da Petrocchi, e nell'inserirci le loro varianti accidentali, hanno lavorato anche loro molto (ma probabilmente meno sia di Petrocchi sia di Dante). Chi ha messo in rete il testo della D.C. traendolo dalla LIZ ha senz'altro lavorato poco. Il lavoro nobilita l'uomo: Dante e Petrocchi sono nobilissimi, i curatori della LIZ sono molto nobili, il nostro Mr. X lo e' molto meno, almeno in questo caso. Ma questo cosa c'entra con lo status giuridico del testo? Se bastasse lavorar molto su un testo per accampare diritti su di esso, mi offro fin d'ora di trascrivere a lapis "Il nome della rosa". Ma ahime', non credo funzionerebbe. E d'altro canto il fatto di aver lavorato poco non vuol dire necessariamente che io non abbia diritti su un testo: se scrivo una macro che produce sequenze causali di parole tratte dal dizionario di winword impiego 5 minuti di programmazione in wordBasic, e posso ottenere in cambio trecento cartelle di pura poesia combinatoria. Probabilmente orribili, ma se le pubblico e diventano un best seller, i diritti sono miei. E' un esempio estremo, ma ciascuno di noi potrebbe facilmente citare libri che hanno venduto moltissimo, ma che non devono aver impegnato troppo i loro autori...

Si obiettera': ma se non ci si guadagna niente, se appena si pubblica una edizione dei classici questa viene 'copiata' al volo e messa in rete, che incentivo c'e' per una casa editrice come la Zanichelli (e magari anche per un curatore che, pur lavorando per amore della scienza, a qualche ritorno economico avrebbe senz'altro diritto)?

La mia risposta e' che un incentivo naturale esiste, ed e' dato dal (valore economico del) valore aggiunto con il quale si puo' arricchire il nudo testo. Perche' l'originale dell'edizione Petrocchi della D.C. continua ad essere preferibile rispetto alla edizione che ne fa, a poche lire, la casa editrice 'La Scalcagnata'? Perche' le scelte critiche fatte sono commentate e giustificate, corredate da apparato, premesse, indici. E questi elementi la casa editrice 'La Scalcagnata' non puo' inserirli nella sua edizione: sono (giustamente) sotto diritti. Speciale scrive "purtroppo e' normale adoperare le edizioni critiche dei nostri classici, senza pagare nulla". Ma attenzione, quella che pubblica 'La Scalcagnata' non e' l'edizione critica di Petrocchi (un'edizione critica e' fatta anche del suo apparato), e' il testo restituito, cosi' come l'ha determinato Petrocchi. E Petrocchi ha lavorato per avvicinarsi il piu' possibile al testo di Dante, non per creare un testo suo. Il testo di Dante, come determinato da Petrocchi, viene liberamente adoperato non perche' la legge sia incapace di difenderlo (una norma in questo senso sarebbe facilmente concepibile), ma perche' il legislatore *ha scelto* (saggiamente, secondo me) di non difenderlo. E che il legislatore abbia fatto questa scelta e' dimostrato dalle sentenze (in questo caso numerose) che assolvono le varie case editrici 'La Scalcagnata' (ma spesso si tratta di case editrici nobilissime) dall'accusa di aver pubblicato, in casi come questo, testi fuori diritti.

Nel caso di una edizione elettronica, le opzioni che ci si offrono per dare valore aggiunto al testo sono moltissime - e del resto la stessa LIZ contiene un motore di ricerca; se qualcuno copiasse, su Internet o in altro modo, il CD ROM con il motore di ricerca, commetterebbe senz'altro un reato. Ma questo concetto c'era gia' nel primo comunicato di Liber Liber, e non mi ci soffermo.

C'e' invece un'ultima osservazione che vorrei fare sul lavoro 'ingrato' del filologo. Personalmente, non sono un filologo (uno in famiglia basta e avanza!), ma mi sono occupato di edizioni di testi, per l'esattezza dell'edizione di una raccolta di questioni logiche medievali. Ne ho pubblicato finora tre o quattro, ho faticato parecchio, e molto ancora dovro' faticare per completare il lavoro. Quando avro' finito, ne' la Zanichelli ne' altri se lo contenderanno: dovro' probabilmente raccogliere un po' di fondi CNR, un po' di fondi MURST, e sperare che Olschki (o chi per lui) non chieda contributi eccessivi per la pubblicazione. Dubito che 'La Scalcagnata' ne trarra' edizioni 'pirata', e perfino gli amici del Manuzio mi chiederanno: "COSA E' CHE VUOI METTERE NELLA BIBLIOTECA???"

Buona parte del lavoro che la maggior parte di noi fa, rientra in questa categoria. I testi elettronici dei 'classici', quelli dotati di un alto valore di mercato, e che la Zanichelli e' disposta a difendere in tribunale, sono relativamente pochi. In dieci o vent'anni la grande maggioranza di questi testi sara' comunque a disposizione gratuitamente in rete - e non credo solo per iniziativa del Manuzio. Personalmente, sono naturalmente del tutto convinto che le posizioni che difendo (e che difendiamo come Liber Liber) sul loro status giuridico siano giuste. Ma se anche fossero sbagliate, resto dell'idea che discutere di questo costituisca una battaglia di retroguardia, che tra pochi anni non avra' piu' senso. Vale davvero la pena combatterla?

Gino Roncaglia

[Nota di E. S. Per gentilezza devo dire cha a ricambio anch'io condivido molte cose dette da Roncaglia... ma non tutte. 1) Se parlavo di DC "ideale" era perche' avevo chiaro che essa non esiste: ma grazie comunque per la lezione; 2) Mi fa paura chi ammette che esiste "uno status giuridico del testo" e disconosce invece i diritti di chi fatica... mah! 3) Felicita': ci sara' (c'e' gia' in verita') una marea di Divine Commedie su Internet con uno stato giuridico di libera circolazione. Una inflazione di cui non sapro' cosa farmene. Perche' non incominciamo a immettere su Internet le "raccolte di questioni logiche medievali" e lasciamo perdere gli editori? Sarebbe una bella selva di testi introvabili (nelle sgangherate biblioteche di facolta'!) e utilissimi. Ma il Roncaglia potrebbe mai fare carriera universitaria con i testi messi in rete e "liberamente" circolanti? Si tratta di un altro statuto? (Giuridico, istituzionale...?). E se io me ne appropriassi e ci stampassi la mia bella edizione con qualche riga di commento? Troppe sono le questioni insolute e ingarbugliate... e incomincia a fare caldo anche a Zurigo. 4) Voglio ricordare che il nostro amico Pirata non ha prelevato SOLO la Divina Commedia, ma TUTTO il corpus della Liz, con qualche mastodontica (Zibaldone di quel matto di Leopardi, ecc.) esclusione, e tralasciando quel "valore aggiunto" che e' il programma di interrogazione. Ma TUTTO IL CORPUS non e' forse un valore aggiunto o nella mentalita' dello "status giuridico del testo" non ha valore per nulla?]


Caro Emilio,

il tuo intervento, acuto e - finalmente - giocoso offre spunti davvero seri di riflessione sul coacervo di questioni scatenate dai "testi in rete". Un punto, soprattutto, mi sembra davvero definitivo: un file elettronico di un testo x non e' il testo x, ma e' la somma del lavoro e della fatica di colui o colei che ha trasformato il testo x in file y, non soltanto digitando o sorvegliando lo scanner, ma rivedendo e codificando. Attraverso questi passaggi (anche elementari e di routine, oppure sofisticati e complessi) quel testo che prima era "libero" si trasforma in una compiuta edizione: e nessuna edizione puo' essere "libera" se non per autonoma decisione dell'editore. Tutto qui: questa elementare evidenza sgombra il campo di tutte le incredibili pretese che sono state avanzate, in merito al dovere (morale) di rendere "libero" questo lavoro e al diritto (anch'esso morale) di poter utilizzare questo lavoro. Le cose stanno esattamente come tu con efficacia hai sintetizzato: siamo agli albori di una nuova editoria e tutti gli scandali oportent che avvengano, se possono contribuire a fare chiarezza. Chi trascrive (riversando o digitando) qualsiasi testo dal supporto originario di carta al nuovo supporto elettronico non fa che praticare le strade della nuova editoria: puo' essere un lavoro editoriale di basso profilo o di mediocre valore aggiunto, ma puo' anche essere un lavoro ad alto valore aggiunto. In ogni caso appartiene all'autonoma sovranità di chi opera editorialmente decidere come mettere in circolazione il suo prodotto: se free o a pagamento. E la responsabilita' e' tutta sua: puo' infatti essere criticato se propone prezzi alti, ma non puo' certo essere criticato per il solo fatto di proporre un corrispettivo finanziario per l'utilizzo del proprio prodotto. Perche' e' libero il testo, non la sua edizione, elettronica o cartacea che sia. Libero chi vuole di fare l'editore free, elettronico o cartaceo, ma libero chi vuole di pubblicare un testo libero da diritti a mille lire o a un milione (esattamente lo stesso testo, senza alcun valore aggiunto, eccetera). Per questo ritengo che la tutela di questo tipo di lavoro (come di ogni altra invenzione per l'impiego delle risorse di rete, anche in termini economici), sia assolutamente pregiudiziale perche' il sistema di rete entri in quella fase pienamente adulta che e' la sola in grado di garantirne un salto di qualità e di convenienza per tutti coloro che vi accedono, passando da una navigazione casuale, a vista, a una consultazione professionale soddisfacente e ricca. E tutte le piu' recenti trasformazioni di internet - a quel che vedo e leggo - dimostrano che questa nuova fase e' gia' iniziata: non e' piu' tempo di giochi e di chiacchiere.

2. Se si tratta di testi, non puo' che essere affare nostro: di noi esperti di testi, dei loro criteri di edizione, eccetera. Proprio perche' sono profondamente convinto che questo è l'impianto professionale e deontologico delle nuove frontiere dell'editoria, vorrei rivolgere agli amici di Liberliber un rilievo di fondo. Non c'e' dubbio che hanno coraggiosamente fatto una scelta editoriale e la rivendicano con orgoglio, mettendo a disposizione di chi vuole un segmento cospicuo di biblioteca (circa 130 testi: al 21 giugno), e provvedendo a corredare ciascun testo (offerto in diversi formati) con una breve didascalia (quasi una quarta di copertina): ma al navigatore non e' offerta alcuna informazione "bibliografica" sul testo (se non in pochi casi, che rinviano esplicitamente alle edizioni cartacee utilizzate per il trasferimento e la codifica): il lettore ha dunque a che fare solo con un testo virtuale, che rinvia esclusivamente a se stesso, cosicche' non sa quale possa essere il rapporto tra questo testo virtuale e quello originario (o filologico). E c'e' di piu': diversi titoli sono in traduzione, ma non esiste indicazione del nome del traduttore! Questi rilievi solo per dire che non possono essere questi i criteri non dico di un'editoria elettronica, ma neppure di operazioni editoriali tradizionali, neppure delle edinzioncine a millelire. Sarà pure libera questa biblioteca, potro' certo scaricare gratuitamente e manipolare a piacimento il mio testo libero, ma avrò a che fare con un testo privo di ogni connotato di identità testuale: come usarlo, come citarlo? Se ho ben visto, in qualche caso una scheda di "informazioni" indica i nomi degli operatori e valuta l'affidabilita' del testo: come se in un'edizione cartacea fossero indicati i nomi dei tastieristi e degli impaginatori, ma non quello di chi quel testo ha prodotto, piu' o meno filologicamente. Cari amici (e lo dico con affetto e stima), vi sembra questa la strada per la Biblioteca Telematica? Non e' forse il caso di discutere non solo di "formati" ma anche - e finalmente - di "forma" del testo, cioè della nuova filologia ed editoria, oppure riteniamo che ogni trasferimento di supporto sia a grado zero? Ma per quale ragione di economia omettere informazioni tanto basic e a costo zero?

3. Ciotti giustamente richiama la necessita' di aprire un campo di confronto per la definizione di protocolli e standard: le osservazioni ora prodotte vanno gia' in questa direzione, e sono completamente d'accordo, purche' - ripeto - non si parli solo di "formato" ma anche e soprattutto di "forma". Non so se davvero l'esperienza del nostro paese sia tanto marginale in questo ambito di discussione: la mia esperienza si riduce tutta a quanto nell'Istituto di Linguistica Computazionale di Pisa Zampolli & C. (Picchi in primis) da almeno vent'anni vengono elaborando, e non mi sentirei - a occhio - di dire che sia un centro tagliato fuori dalle dinamiche planetarie dell'informatica applicata al testo e alla lingua! Ci tengo a concludere questo intervento informando di un impegno che ho gia' assunto: costruire una prima occasione di confronto su questi problemi, utilizzando le risorse che oggi ci mettono a disposizione sia l'ADI (Associazione degli Italianisti) che CIBIT: e i primi a essere consultati e invitati saranno gli amici di Liberliber. Solo vorrei esortare la passione di Ciotti a non indulgere a furori apocalittici: non credo che possa esserci rischio di implosione (il buco nero della Biblioteca Telematica, il rogo binario di Alessandria) di serie testuali affidate a sw obsolescenti. Sono certo che non un file in ws e' andato perduto per impossibilità di riversamento, e mi conforta leggere in questi giorni che è stata pubblicata in cd (audio) un'edizione riversata e restaurata dui canzoni napoletane conservate su cilindri di cera!

Buon lavoro a tutti. Amedeo Quondam


Gentili Colleghe/i, oltre ai vari aspetti giuridici, degli standard (futuri) ecc. non mi sembrava trascurabile l'aspetto economico - e mi permetto di tornarci: * se Quondam decide di mettere su CD l'opera omnia di XYZ (mettiamo che nel mondo cartaceo si tratti di 10 o 15 volumi) e di chiedere 900.000 per il compact, CHIARO che e' liberissimo di farlo. Ma dovrebbe essere altrettanto chiaro che il mercato e' altrettanto libero di non comprare. Non solo: c'e' da chiedersi come si comportino biblioteche/istituti - in tempi di penuria di fondi - a fronte d'una proposta d'acquisto (: ammettiamo che un qualche docente sia un po' masochista...) simile, quando sanno che da altre editrici vengono offerti sul mercato CD con * il testo (es.: romanzo di Kafka) * detto testo recitato da professioniste/i * introduz. all'autore e all'opera * schede di commento * bibliografie (epoca, autore, opera) a lire 14.000 ! [Quindi 20 voll. costeranno...] Che senso hanno certe edizioni - su e di chiunque esse siano, cartacee o CD - quando neanche piu' una biblioteca le puo' acquistare (: questo mi pare il trend elitario di certe 'filosofie')? E permettetemi un'ultima osservazione (cattiva ?!): come mai su certe tematiche 'esplicite' la lista tace ? Mentre in privato mi giungono testimonianze di solidarieta' accompagnate dai tipici "bene", "bravo"? Scusate lo sfogo (e l'amarezza).

Cordiali saluti Giuliano Merz