Testi in rete 9

[25-6-1997]

 

Questo messaggio e' un po' lungo. Fatene una stampa e arrivate alla fine..... con sorpresa tipo Edipo e la Sfinge.


A T T E N Z I O N E!

Se volete mandare un messaggio di solidarieta' per il Dipartimento di Italiano dell'universita' del Kent (vedere msg. precedente: Notizie brevi 24) scrivete direttamente alla Prof. Elizabeth Schachter (eas1@ukc.ac.uk) o al rettore dell'universita' Prof. Robin Sibson (R.Sibson@ukc.ac.uk).


da Gino Roncaglia

L'ultima lettera di Amedeo Quondam sul 'caso LIZ' mi ha lasciato piuttosto perplesso.

Cito un passo emblematico:

"c'e' chi ritiene che la "trascrizione di un testo non lo renda proprietario del testo che ha prodotto", liberissimo di farlo, ma non puo' pensare che questa sia automaticamente una scelta (etica ed economica) assoluta, culturalmente e addirittura giuridicamente. E' solo una rispettabilissima scelta personale: proporla come visione del mondo e', ripeto, un ibrido tra residuo sovietizzante e pulsione da boy scout."

La posizione che Quondam critica e' quella che abbiamo assunto come Liber Liber. Ora, personalmente non ho alcuna simpatia per l'ex sistema sovietico, e tanto meno per i suoi eventuali residui, e non sono mai stato boy scout. Diffido dalle scelte assolute e dalle visioni del mondo totalizzanti. Ma fra i valori (laici) ai quali sono stato abituato c'e' quello della certezza del diritto. E - mi si perdonera' - qui abbiamo a che fare con una questione giuridica, non con visioni del mondo o scelte politico-religiose.

O i testi elettronici degli autori classici che sono stati inseriti nella LIZ sono fuori diritti, o non lo sono: non si tratta di una scelta personale (la mia l'avrei gia' fatta...) ma - appunto - di un problema giuridico. Naturalmente sono possibili, ammesse, benvenute opinioni diverse al riguardo. Tutte queste opinioni sono rispettabili. Ma non possono essere tutte corrette. Come societa' abbiamo scelto (opportunamente, direi) di darci delle norme su questioni come quella del diritto d'autore.E questo implica il passaggio dalla sfera (soggettiva) delle preferenze personali a quella (normativa) del diritto.

Proprio per questo, sarebbe importante capire qual e' la situazione giuridica dei testi elettronici dei classici della letteratura. Noi di Liber Liber abbiamo un'opinione al riguardo, e l'abbiamo espressa (spero) chiaramente. Naturalmente la nostra opinione poggia sulla scelta di alcuni valori (sarebbe preoccupante se ogni scelta di valore fosse automaticamente una 'visione del mondo assoluta', o ci rendesse boy scout sovietici...). Ma rispetto al 'caso LIZ' il problema e' capire se la nostra opinione costituisca una interpretazione corretta o sbagliata delle leggi in vigore. Tutto qui.


da Fabio Ciotti

L'ultima di Quondam sulla questione dei testi elettronici in rete (a parte il tono di certe affermazioni e una vena sarcastica francamente non comprensibile), solleva alcune questioni su cui credo sia bene tornare a riflettere.

> 1. il diritto di produzione: il trasferimento dal supporto cartaceo al > supporto elettronico routine banalizzata, ormai a basso costo; chiunque > pu=, dunque, produrre testo elettronico nel formato che vuole e farne cosa > vuole (esattamente come qualsiasi editore decide come pubblicare un testo: > formato, collana, prezzo, eccetera). Con una conseguenza assolutamente > ovvia, pero': se la "strada piu' proficua" quella secondo cui il "testo > elettronico di un autore fuori diritti puo' circolare liberamente", nulla > osta - da parte di nessuno - che chi vuole far circolare liberamente i testi > che produce lo faccia: grottesco e' pretendere che questa debba essere > scelta obbligata per chiunque produca testi in formato elettronico (una > pretesa che incrocia residui sovietizzanti a pulsioni boyscoutiche).

Nessuno ha affermato che chi desidera non debba farsi pagare i testi elettromici come e quanto vuole, ci mancherebbe. Ma nemmeno si puo' dire che che chi li fa circolere gratuitamente deve produrli ex-novo, laddove produrli significa riprendere in mano una qualche edizione a stampa, etc. etc. Produrre un testo elettronico (inteso come pura sequenza dei caratteri che rappresentano il testo restituito, e non apparati elettronici,e altre informazioni codificate nel testo MRF) se esiste una precedente versione elettronica significa:

copy nomefile nomefile.

Questo e non piu'. Mi sembra quantomeno singolare voler imporre un processo produttivo piu' complesso. Non solo: non si capisce chi puo' impedire e come a chicchessia di farlo come dove e quanto vuole, anche laddove si intenda sostenere tale posizione. Ecco che la questione dei diritti di autore va ripensata alla luce delle nuove condizioni materiali di produzione dei testi. Ma su questo credo che ci sia un general agreement. Infatti:

> 2.la questione dei diritti: ho letto con grande interesse le valutazioni di > tanti sui nuovi orizzonti del diritto nell'era informatica e di internet. > Ripeto che le mie personali competenze sono prossime allo zero a fronte di > questioni che stanno impegnando in tutto il mondo esperti di ogni genere. > Vorrei che su un punto almeno ci si intendesse: perche' tanto rilievo per > questo problema? Se la rete e il libro elettronico di fatto producessero > l'abolizione di ogni tutela dei diritti di autore e di produttore, credo che > sarebbe l'immediata fine sia di internet che dell'editoria elettronica. Per > questo si discute e si studia nel mondo: perchTheta queste nuove risorse siano > in grado di produrre (con sicurezza) altre risorse per l'autoalimentazione e > la crescita complessiva del sistema. (insomma, e' un deja vu: ricordate la > fotocopia come liberazione e come accesso free al mondo del libro a stampa e > alla lettura?).

Che l'abolizioni del diritto di autore possa causare la fine di Internet, lo ritengo improbabile per molti motivi, ma non e' questo tema in discussione. Penso che sostenere l'abolizione tout-cour del diritto, posizione da me non condivisa, e' posizione teorico-politica (in senso lato) degna di rispetto (come tutte le opinioni), che andrebbe confutata nel merito, e non liquidata come romantica pulsione. Ma comunque qui nessuno ha mai sostenuto tale posizione. Si e' solamente rilevato che se un testo e' esente da diritti nel mondo della stampa non si vede perche' debba ritornare ad essere protetto quando diventa elettronico. Nel mondo infatti si discute come rendere possibile sia tecnicamente che giuridicamente la tutela dei testi che sono in assoluto coperti da diritto di autore. E con un illuministico atteggiamento progressista, molti ritengono che anche la durata dei diritti, almeno per i per i testi elettronici andrebbe rivista, vito che cosi' come e' oggi, tutela fortemente gli interessi dell'industria editoriale, assai meno quello degli autori, molto poco quello della ricerca scientifica. Comunque non sara' certo con la pura proprieta' dei diritti che l'editoria elettronica potra' sostenersi e svilupparsi. E infatti Chatwick non ha certamente intentato causa al progetto Gutenberg o all'Oxford Text Archive: ha semplicemente sviluppato una risorsa (costosissima) che ha un elevato valore aggiunto rispetto alla semplice disponibilita' del testo.

Piu' in generale, ed in una prospettiva futuribile, se tra cento anni l'industria editoriale dovra' rinuciare a guadagnare dalla vendita di testi fuori diritti non e' certamente un dramma: non e' la prima volta che lo sviluppo tecnolgico porta alla scomparsa di un certo tipo merceologico. Olivetti avrebbe potuto ostinarsi a costruire macchine da scrivere venti anni fa; ma con i computer la macchina da scrivre e' stata incorporata in un prodotto piuì' complesso ed evoluto, e il mercato delle macchine da scrivere e' declinato; Olivetti ha dunque cominciato a costruire (male, e per questo ha fallito) personal computer. E' auspicabile che l'industria editoriale cominci sin da ora a pensare a nuovi prodotti che possano un giorno sosituire la semplice vendita di una copia del testo: il giorno in cui scomparira' il mercato di massa dei libri, se mai cio' avverra'. Nel frattempo potra' godere dei proventi dei due mercati, il vecchio mercato del libro e il nuovo mecato dei nuovi media.

> 3.la questione degli standard: ripeto, non e' piu' il momento di rivendicare > il proprio diritto a coccolarsi come si vuole il proprio testo, adornandolo > di tutto cio' che lo renda bello e buono; ora che gli orizzonti della > Biblioteca elettronica riguardano scelte strutturali e istituzionali, > dobbiamo essere in grado di confrontare le nostre competenze di "operatori > sul testo" a questi straordinari scenari che si aprono, non solo per > rivendicarne la diretta pertinenza alle nostre professionalita', ma per > lavorarvi in concreto: in primo luogo (ora) per elaborare gli indispensabili > protocolli di procedura standardizzata, o altro, e poi collaborando > all'indispensabile (e colossale nelle proporzioni) costruzione della nuova > Biblioteca. E di questo nuovo orizzonte professionale dell'italianista si > viene discutendo sempre piu': a esempio, qualche giorno fa a Firenze, al > Congresso dell'Associazione degli storici della lingua.

Su questo sono decisamente d'accordo. Ed e' quanto e' avvenuto con anni di anticipo nei paesi anglosassoni. Ma e' auspicabile che una discussione:

a) sia aperta

b) non parta da assunti predefiniti, con la forte propensione a divenire conclusioni predefinite.

c) sia ragionevolmente approfondita e intellettualmente onesta

d) abbia come riferimento le esperienze piu' avanzate in corso nella comunita' scientifica internazionale. Non certo per ripercorrere pedissequamente tali scelte, ma almeno per ereditarne i risultati teorici e pratici.

Per quanto mi consta, non mi pare che in Italia la discussione sugli standard di archiviazione del patrimonio testuale, almeno in alcuni consessi, tenga conto in alcun modo di tali risultati. E su questo basta dare un'occhiata ai programmi di tutti i convegni internazionali di ACH e ACLL, oltre alle varie conferenze come la prestigiosa DHR, e via elencando, e confrontarli con le nostrane discussioni. E duole notare che nelle discussioni internazionali manca quasi del tutto l'apporto di studiosi italiani.

En passant, credo che uno standard di archiviazione debba quantomeno essere indipendente da hardware e software (inteso con S.O e come applicazione particolare) se non si vuole rischiare di gettare alle ortiche digitali interi archivi dopo pochi anni dalla loro costruzione.

> 5. il pubblico e il privato: il problema va ben oltre l'ambiguo e > trasversale (sgradevole) accenno in qualche lettera di questa discussione, e > non solo perche' credo essenziale verificare la produttivita' delle risorse > pubbliche investite nella cosiddetta informatica umanistica in questi ultimi > anni. > Il fatto e' che si tratta di logiche ed economie del tutto differenziate e > sempre piu' da differenziare: se il privato progetta un prodotto (per > editoria o rete) non puo' non stare dentro il sistema che gli e' proprio; ma > quando il pubblico interviene le sue logiche saranno ovviamente diverse, > anche se nessuno - oggi - pensa al pubblico come illimitato accesso a > risorse gratuite. > Se Zanichelli o Chathwick producono un libro (in formato di cd) e' un conto > (in tutti i sensi), ma se CIBIT e Rai International attivano una Biblioteca > italiana telematica e' un altro conto.

E' certamente vero che le logiche del'imprenditoria e della ricerca pubblica siano diverse. Anzi e' auspicabile che gli umanisti "professionisti" si rendano conto della grande opportunita' che i nuovi media rappresentano per loro e soprattutto per i loro studenti. Ma ancora: nessuno ha messo in dubbio il diritto della Zanichelli di vendere al prezzo che piu' gli aggrada i suoi prodotti. Si e' detto da qualcuno (me incluso) che forse e' una politica industriale sbagliata (e le 140.000, leggasi centoquarantamila, copie tirate dal DISC Giunti lo stanno dimostrare). Si e' anche detto da parte di alcuni che il prodotto LIZ presenta alcuni difetti (che non vuol dire affermare che la LIZ sia un prodotto completamente fallato e fallito, anzi), e questo rientra nella liberta' di giudizio da consumatore in primis, da studioso poi. E anche questa e' opinione che condivido. Ma ripeto nessuno ha contestato il diritto sacrosanto di creare e vendere prodotti e di sfidare il mercato. Ma questo diritto non contempla il mettere sotto tutela risorse che non lo possono essere per natura (il canone della Letterartura Italiana) o giuridicamente (i testi di opere esenti da copyright). E dunque se qualcuno decide di usare queste risorse per dare un sevizio gratuito non si vede dove sta il reato, o lo scandalo morale. En passant, non ritengo che il pubblico debba necessariamente significare accesso gratuito a tutte le risorse. Ma se i costi di produzione di tali risorse sono 10, mi aspetterei che il pubblico me li metta a disposizioni a 15 al massimo, e non a cento.

> 6. il formato libero: il problema e' serio, e in CIBIT lo stiamo discutendo > a fondo: rendere possibile l'accesso diretto al testo in formato libero. > Irricevibile la singolare pretesa di chi vuole che tutti i testi (e > soprattutto i miei) siano statutariamente liberi.

Da quanto detto sopra, mi aspetterei che il CIBIT metta a disposizione tutti i testi in formato libero, almeno per la comunita' di ricerca, e che faccia magari pagare, con formule da studiare, l'accesso a servizi avanzati di ricerca. E spero che il Professor Quondam si ricreda, e ci dia la possibilita' di consultare anche i testi suoi, laddove suoi credo che voglia dire quelli che egli ha prodotto nella sua carriera di ottimo studioso della letteratura italiana. E auspico anche che i testi MRF del Cibit siano in un formato tale che io studioso possa utilizzarli, manipolarli, estenderli, come meglio risponde alle mie esigenze di ricerca. E che tra venti anni non dobbiamo trovarci nella sgradvole situazione di dovere affanarci a tirare fuori qualche bit dotato di senso da una massa di dati ormai incomprensibile perche' legata a un software ormai scomparso; e per rendersi conto della rilevanza del problema basta pensare che appena tre anni fa il WP piu' diffuso era Wordstar, che oggi e' scomparso dal mercato, e tra poco sara' un ricordo del passato. Per questo auspico che la discussione sigli standard sia la piu' aperta ed accorta possibile.

Saluti.