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Testi in rete 7[20-6-1997]Caro Emilio, ancora due parole. E' certo importante che la discussione si intrecci, ma non vorrei che diventasse un gran polverone di cose serie e facezie a ruota libera. Mi pare che stiano emergendo con nitidezza alcuni punti generali, che cosi' riassumerei: 1. il diritto di produzione: il trasferimento dal supporto cartaceo al supporto elettronico è routine banalizzata, ormai a basso costo; chiunque può, dunque, produrre testo elettronico nel formato che vuole e farne cosa vuole (esattamente come qualsiasi editore decide come pubblicare un testo: formato, collana, prezzo, eccetera). Con una conseguenza assolutamente ovvia, pero': se la "strada piu' proficua" è quella secondo cui il "testo elettronico di un autore fuori diritti puo' circolare liberamente", nulla osta - da parte di nessuno - che chi vuole far circolare liberamente i testi che produce lo faccia: grottesco e' pretendere che questa debba essere scelta obbligata per chiunque produca testi in formato elettronico (una pretesa che incrocia residui sovietizzanti a pulsioni boyscoutiche). 2.la questione dei diritti: ho letto con grande interesse le valutazioni di tanti sui nuovi orizzonti del diritto nell'era informatica e di internet. Ripeto che le mie personali competenze sono prossime allo zero a fronte di questioni che stanno impegnando in tutto il mondo esperti di ogni genere. Vorrei che su un punto almeno ci si intendesse: perche' tanto rilievo per questo problema? Se la rete e il libro elettronico di fatto producessero l'abolizione di ogni tutela dei diritti di autore e di produttore, credo che sarebbe l'immediata fine sia di internet che dell'editoria elettronica. Per questo si discute e si studia nel mondo: perché queste nuove risorse siano in grado di produrre (con sicurezza) altre risorse per l'autoalimentazione e la crescita complessiva del sistema. (insomma, e' un deja vu: ricordate la fotocopia come liberazione e come accesso free al mondo del libro a stampa e alla lettura?). Ma anche in questo caso ciascuno scelga la propria strategia: se c'e' chi ritiene che la "trascrizione di un testo non lo renda proprietario del testo che ha prodotto", liberissimo di farlo, ma non può pensare che questa sia automaticamente una scelta (etica ed economica) assoluta, culturalmente e addirittura giuridicamente. E' solo una rispettabilissima scelta personale: proporla come visione del mondo e', ripeto, un ibrido tra residuo sovietizzante e pulsione da boy scout. 3.la questione degli standard: ripeto, non e' piu' il momento di rivendicare il proprio diritto a coccolarsi come si vuole il proprio testo, adornandolo di tutto cio' che lo renda bello e buono; ora che gli orizzonti della Biblioteca elettronica riguardano scelte strutturali e istituzionali, dobbiamo essere in grado di confrontare le nostre competenze di "operatori sul testo" a questi straordinari scenari che si aprono, non solo per rivendicarne la diretta pertinenza alle nostre professionalita', ma per lavorarvi in concreto: in primo luogo (ora) per elaborare gli indispensabili protocolli di procedura standardizzata, o altro, e poi collaborando all'indispensabile (e colossale nelle proporzioni) costruzione della nuova Biblioteca. E di questo nuovo orizzonte professionale dell'italianista si viene discutendo sempre piu': a esempio, qualche giorno fa a Firenze, al Congresso dell'Associazione degli storici della lingua. 4. il libro elettronico e la rete: che si tratti di due strumenti del tutto diversi mi auguro sia ovvio, e che nessuno insista nel criticare come "chiuso" un sistema che e' progettato e prodotto proprio per essere "chiuso". Se faccio un cd-rom faccio esattamente un LIBRO. Ma se metto uno, cento, mille testi in rete, non sta scritto da nessuna parte che debbano essere "liberi" e "aperti": anche in rete esistono (e sempre piu' esisteranno) prodotti chiusi, di uso e consumo on line. 5. il pubblico e il privato: il problema va ben oltre l'ambiguo e trasversale (sgradevole) accenno in qualche lettera di questa discussione, e non solo perche' credo essenziale verificare la produttivita' delle risorse pubbliche investite nella cosiddetta informatica umanistica in questi ultimi anni. Il fatto e' che si tratta di logiche ed economie del tutto differenziate e sempre piu' da differenziare: se il privato progetta un prodotto (per editoria o rete) non puo' non stare dentro il sistema che gli e' proprio; ma quando il pubblico interviene le sue logiche saranno ovviamente diverse, anche se nessuno - oggi - pensa al pubblico come illimitato accesso a risorse gratuite. Se Zanichelli o Chathwick producono un libro (in formato di cd) e' un conto (in tutti i sensi), ma se CIBIT e Rai International attivano una Biblioteca italiana telematica e' un altro conto. 6. il formato libero: il problema e' serio, e in CIBIT lo stiamo discutendo a fondo: rendere possibile l'accesso diretto al testo in formato libero. Irricevibile è la singolare pretesa di chi vuole che tutti i testi (e soprattutto i miei) siano statutariamente liberi. Un caro saluto, Innanzitutto voglio premettere che parlo assolutamente da profano, con poca esperienza pratica nel campo dell'informatica applicata ai testi; le idee che esporro' me le sono formate sopratutto leggendo le mail di questo periodo sull'argomento. Che il testo classico in quanto tale rimanga fuori diritti anche se pubblicato ed edito elettronicamente e' fuor di dubbio. A mio avviso, il problema che e' stato dibattuto riguarda i confini, molto incerti, tra filologia e critica letteraria. O perlomeno potrebbe essere utilmente interpretato in questo senso. Dalla lettera del 31/05/97 di LIBER LIBER >...l'immenso valore di un testo elettronico risiede >proprio nel permettere ai suoi utenti, con l'ausilio degli strumenti >informatici, la massima liberta' di ricerca e di analisi: una liberta' che >e' tale solo se il testo e' fornito come strumento 'aperto', accompagnato >dagli 'attrezzi' di lavoro che si ritengono piu' utili, ma lasciando >all'utente la liberta' di utilizzarne eventualmente altri, di lavorare col >testo e sul testo secondo le proprie scelte e necessita'. Un cd-rom come la LIZ nasce, per quanto posso capire, come strumento, come ausilio (sopratutto "filologico") per gli studi letterari. Esso e' composto da un blocco di testi (300, se ho capito bene. ma il numero e' in fondo irrilevante) corredati da un programma di analisi degli stessi che sfrutta le tecnologie informatiche (il famigerato DBT). Il motivo per cui, in un'opera del genere ( e' vero il cd-rom non e' un "libro tondo", e' - o aspirerebbe ad essere - qualcosa di piu'....pardon, di diverso) i testi dovrebbero essere "aperti" non e' solo perche' l'utente deve essere libero di usare una strumentazione di analisi diversa da quella prevista dall'autore del cd-rom, quanto perche' al critico deve essere sempre offerta la possibilita' di un controllo "filologico" sui testi. Per cui devono essere noti i criteri alla base delle edizioni del testo, e devono anche essere verificabili. Indipendentemente dal fatto che poi il critico effettivamente compia quest'operazione di controllo. Si pone percio' un problema di "filologia della codifica", per cosi' dire. La codifica e', credo di capire, il procedimento mediante il quale si rende fruibile e visibile su un computer un testo NELLA FORMA PIU' VICINA POSSIBILE ALLE INTENZIONI DELL'AUTORE, che sono indubbiamente di tipo cartaceo (perlomeno per tutti i testi contenuti nella LIZ). Cio' avviene attraverso tutta una serie di mediazioni, di traduzioni tra il cosidetto linguaggio-macchina e cio' che si vedra' alla fine sullo schermo, ad opera dei diversi programmi di codifica. So di dire cose probabilmente ultranote, ma mi serve per chiarire (sopratutto a me stesso) i termini della questione. Questa codifica puo' avvenire a due livelli: ad un livello di base in cui si limitano al minimo indispensabile gli interventi sul testo (e questo e' il livello "filologico" di cui parlavo sopra, a cui mi pare si dovrebbe attenere una base dati testuale), e un livello piu' "avanzato" che ti consenta analisi piu' approfondite (e questo e' gia' un livello parzialmente "critico"). A questo secondo livello va affiancata una riflessione sulla "filologia della codifica". Da una mail del prof. Gigliozzi (10/06/97) >Chiunque di noi abbia preparato un testo per l'elaborazione >elettronica, sa quante volte sia dovuto tornare sul testo per >modificarne la rappresentazione digitale e per allinearla al punto di >vista (un modello e' dotato di un punto di vista) dal quale si >intende guardarlo. Mi pare di capire che ogni programma di analisi tramite computer richieda una preventiva rielaborazione del testo secondo il "punto di vista" del programma stesso. Questo "punto di vista" pero' va esplicitato, non solo per consentire allo studioso una verifica "filologica", ma anche per poter sfruttare al meglio lo strumento che si adopera. Cerchero' di spiegarmi meglio. Ancora dalla lettera di Gigliozzi: >Dunque io potro' chiedere al testo solo le domande previste dal >modello che l'editore ha preparato per me. Situazione un po' >frustrante per uno studioso abituato ad analizzare il documento di >partenza, a riconoscerne parti e relazioni tra parti e a costruire >un proprio modello del testo. Modello al quale porre domande per >avere risposte sul documento di partenza (ma le domande che lo >studioso stesso ha immaginato). e ancora: >Ecco, e concludo, l'atteggiamento "da stampatore" con cui si guarda >al testo elettronico nella LIZ, negando la mobilita' del testo >elettronico, rischia di porre la prima base di dati testuale >realizzata in Italia (merito che deve essergli sempre riconosciuto) >fuori dell'informatica. Il prodotto risultera' sicuramente utile al >livello di prima informazione e didattico (almeno fino a che Internet >non arrivi nelle scuole), ma per la reale analisi del testo lo >studioso potra molto difficilmente utilizzarla fino in fondo, in >quanto l'unico modello "possibile" non potra rispondere a tutte le >sue domande. > Il vantaggio che un cd-rom come LIZ puo' offire non e' tanto relativo all'analisi del singolo testo (stilistica, grammaticale, linguistica, etc.), - per il quale vale comunque il consiglio del prof. Gigliozzi di prelevare il testo da internet o tramite uno scanner, e poi applicare ad esso il programma che risulta piu' congeniale al critico-, bensi' il fatto di poter fare ricerche "a volo d'uccello" su tutta la letteratura italiana. Il testo su cui si ricerca non e' I promessi sposi + La Divina Commedia + L'orlando Furioso etc., ma La Letteratura Italiana. E per questo occorrerebbe studiare un programma di analisi specifico e dedicato proprio a favorire questo tipo di ricerche. Per esempio si potrebbe ipotizzare l'uso di un dizionario dei sinonimi per evidenziare dei campi semantici, invece di semplici termini. Ma gli esempi potrebbero essere diversissimi. Questa e' la vera fonte di novita futura per la LIZ (a prescindere dai meriti gia' acquisiti) e l'unica vera possibilita' di rivendicare dei diritti d'autore reali. Un'ultima richiesta: ho visto citati numerosi programmi di analisi del testo, molti anche disponibili in rete. E' possibile saperne di piu'? C'e' qualcuno che ne ha un elenco, o che lo potrebbe avere? Magari con una descrizione sommaria del valore e del possibile utilizzo dei vari programmi. Penso che una lista anche parziale di questi programmi potrebbe essere molto utile, sopratutto ai neofiti come me. Mi scuso per la lunghezza e per il forse eccessivo semplicismo, Cordialmente Giorgio Guzzetta P.S. Ho appena avuto notizia di un libro che non mi pare sia stato mai menzionato all'interno della lista, e che potrebbe interessare qualcuno. Si tratta di V.Pasteris
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