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Testi in rete 5[11-6-1997]Caro Emilio, sola una brevissima postilla, di solidale e integrale adesione a quanto Stoppelli ha appena scritto: e' davvero scaduto - e spero per sempre - il tempo del dilettante. La sua è una chiara lezione di cosa comporti - rispetto alla nostra competenza - un'edizione elettronica: una lezione dall'alto della sua esperienza di produttore infaticabile. Una lezione che disvela l'approssimazione e l'arroganza di tanti che interloquiscono - impancandosi a giudici - solo per aver passato allo scanner o digitato qualche mega di testo! Un po' rispetto, suvvia, cari amici, per il lavoro di chi si prodiga pe rendere disponibili sui nuovi supporti gli strumenti essenziali di una disciplina. Una domanda a tutti: ma perche' nessuna protesta contro quei distributori d'informazioni bibliografiche, per tutti noi indispensabili, che si fanno pagare per ogni stringa di notizie? Qualcuno ha mai utilizzazto, a esempio, i servizi PUBBLICI della British Library, e qualcuno sa dirmi il prezzo del cd-rom che questa gloriosa istituzione PUBBLICA ha appena messo in commercio e che cataloga gli incunaboli? Sulla politica commerciale di Liz ho da sempre una convinzione: il suo prezzo è sbagliato perche' troppo basso. Ricordate quando e' uscita? Era astronomicamente remoto (piu' basso) dei prezzi di tutti i prodotti similari, e si avvicinava troppo a quello si un gioco: ha corsoil rischio di essere assimilato a un gioco, prche' costava troppo poco. Mille lire a testo: meno di un caffe'; 500.000 lire: quanto dieci serate in pizzeria! Un po' di serieta', per favore. Un saluto, Amedeo Quondam Cari colleghi, il dibattito sulla "questione LIZ", come propongo di chiamarla in via provvisoria, ha raggiunto un livello di polemica alquanto alto. E questo dimostra che 1) si sono toccati interessi reali (materiali direbbe Marx) 2) si sono toccati temi fondamentali che la "rivoluzione digitale" ci pone. Sul punto (1) non c'e' molto da dire. Chiunque produca una opera di ingegno con grande fatica sua e di chi con lui collabora ha il sacrosanto diritto di vedere ricompensato anche dal punto di vista economico il suo lavoro. E se vede minacciato questo sacrosanto diritto tende a reagire. Ma il diritto non e' norma astratta ( ameno che non si creda in una idea platonnica del diritto). La norma prende forma da condizioni materiali determinate. E qui veniemo al secondo tema. Il concetto di diritto di autore (come peraltro quello di testo d'autore) si e' andato formando con un lungo processo storico legato strettamente alla tecnologia della stampa. Ma nel momento in cui questa tecnologia si vede affiancata da un'altra tecnologia che sconvolge completamente il processo di produzione e circolazione delle opere d'ingegno e' ovvio che la norma preesistente entri in contraddizione con le nuove condizioni. E la contraddizione e' assai piu' profonda di quanto non sembri emergere dal dibattito in atto. La riproduzione digitale di un testo e' sostanzialmente senza costi, e cio' che piu' conta e' alla portata di chiunque sia in possesso di una umile attrezzature informatica; a meno di immaginare un sistema capillare e orwelliano di controllo nessuna istituzione puo' realmente pensare di controllare la proliferazione delle pratiche di riproduzione (tanto per fare un esempio, ci vorrebbe poco per trovare decine di mirror del sito "presunto illegale " che ha scatenato questa discussione, come e' avvenuto per altri casi assai meno nobili, come i siti nazisti e revisionisti). La pretesa di applicare per estensione le norme del diritto di autore ai supporti digitali si scontra con questo dato di fatto materiale. Il problema di tutela della proprita' intelettuale dunque va a mio modesto parere radicalmente ripensato alla luce di questa nuova condizione materiale, perche' una norma che entra in conflitto radicale con le condizioni materiali a cui si applica diventa di fatto inapplicabile. Anzi rischia di limitare lo sviluppo di nuove possibilita' ed eventualmente di nuove forme di tutela piu' adeguate. E qui la discussione e' aperta. Ma piu' sulla questione LIZ ci sono da rilevare aspetti che meritano un approfondimento particolare. Mi riferisco in particolare a questo passaggio della ultima replica di Stoppelli: > Cominciamo dal preteso diritto di poter disporre liberamente di un testo > digitalizzato per il fatto che quel testo e di un autore non tutelato da > copyright. Un file di testo e la somma di un testo (consideriamolo > astrattamente) e di un processo di lavorazione. Il processo di > lavorazione configura un manufatto. Quel manufatto e di proprieta' di > chi lo ha realizzato. Puo' essere usato da terzi solo secondo le > modalita' stabilite da chi lo ha prodotto. Se quel testo e' parte di un > oggetto che viene posto in commercio, le regole d'uso di quell'oggetto > sono quelle stabilite dal produttore. I file di testo contenuti nella > LIZ, per quanto "immateriali", non sono patrimonio dell'umanita' ma > della Zanichelli Editore di Bologna, che non ha autorizzato nessuno a > catturarli e a diffonderli al mondo. Sarebbe lecito andare in libreria e > portar via senza pagare un'edizione non commentata della "Commedia" > perche' il testo di Dante e' patrimonio dell'umanita'? In queste affermazioni si possono rintracciare una serie di contraddizioni e di asserzioni teoricamente contestabili. Vediamo un po': 1) Stoppelli, giustamente, afferma che i testi elettronici della LIZ sono la somma di un processo di lavorazione e di un testo astratto. Ma si da' il caso che questo non e' una condizione privilegiata dei testi della LIZ. Anche i testi delle edizioni di riferimento da cui la LIZ e stata tratta erano il prodotto di un processo di lavorazione: un processo peraltro assai piu' complicato di quello messo in atto da (dai collaboratori di) Stoppelli. Chi ha dato il diritto a Stoppelli di appropriarsi del manufatto (il testo edito a stampa, anche esso oggetto commerciale) prodotto da quel processo? E soprattutto chi da' il diritto a Nuova Italia (Sapegno), Le Monnier (Bosco Reggio), Einaudi (edizione con concordanze) di appropriarsi del testo restituito da Petrocchi della Commedia? E chi da' il diritto a tutti gli editori cartacei di ristampare opere fuori diritti senza rifare da capo una edizione critica. Perche' se vale il principio istituito da Stoppelli, se io fondo una casa editrice e voglio pubblicare Omero, devo andarmi a riprendere i manoscritti. Eh no, non basterebbe: i fantasmi degli oscuri scribi che per primi misero su un supporto materiale (processo di lavorazione) i versi del padre della poesia occidentale non potendo per la loro incerta situazione giuridica citarmi in giudizio, avrebbero diritto di venire a turbare il mio sonno tutte le notti. Se questo non avviene e' perche la legge sul diritto di autore tutela (per ben 70 anni dopo la morte dell'autore) proprio solo il testo astratto (che questa tutela sia poi condivisibile e' da dibattere). E infatti se io rubo un testo non commentato della Commedia in libreria (come appunto il volume Einaudi), mi denucia il libraio, e non il detentore dei diritti, ne' il povero Petrocchi, anche lui passato a miglior vita. Insomma, se valesse il principio istituito da Stoppelli, bisognerebbe sequestrare tutte le edizioni cartacee esistenti di testi esenti dal diritto di autore. L'unica edizione possibile sarebbe l'edizione critica, peraltro calpestando comunque il diritto delle anime dei vari produttori ex-materiali dei testimoni di un'opera. 2) Ma anche accettando il "principio Stoppelli", la sua applicazione al testo elettronico sarebbe impossibile. Infatti nel testo elettronico testo astratto e manufatto coincidono in una unico oggetto formale codificato. Sfido chiunque a dimostrare materialmente che la sequenza di bit rappresentata dal testo A sia stata copiata da una preesistente edizione elettronica B, oppure realizzata ex novo. Il bit e' una entita' astratta in se'. La sua realizzazione materiale su un supporto e' assolutamente accidentale. A questo proposito Stoppelli tuttavia propone un criterio per identificare l'originale di un testo elettronico: > Stante l'"immaterialita'" di un file di testo, come si fa ad accertarne > la provenienza? Ho dichiarato di aver introdotto nel testo delle > varianti minime che lo rendono riconoscibile. Mi meraviglia che gli > amici di Liber Liber (alcuni sono stati miei allievi) mi richiedano > delle giustificazioni "filologiche ed etiche". Non voglio dar lezioni a > nessuno, ma qualsiasi edizione di testo (e quella della LIZ e' > l'edizione di parecchie centinaia di testi), anche la piu' passiva, > comporta necessariamente un lavoro "editoriale". Un testo e' fatto di > lezioni sostanziali e di elementi accidentali. Se un editore per aprire > il discorso diretto usa il trattino, io, come editore dello stesso testo > e se queste sono le mie regole, avro' il diritto di trasformare i > trattini in sergenti? Se nell'edizione che io uso trovo un errore di > stampa, potro' o no correggerlo? Se in un testo leggo una parola come > "torre" (togliere) una volta scritta con accento circonflesso e un'altra > con accento grave, mi si concedera' il diritto di uniformare? Ora, a parte l'aporia consistente nel carcare di individuare l'originale di un oggetto astratto che ontologicamente non ha una sua concretizzazione metariale unica, la proposta di Stoppelli non e' condivisibile anche nel merito. Stoppelli rimprovera gli "amici di Liber Liber" di avergli chiesto giustificazione delle varianti minime. La gisutificazione etica era dovuta alla scarsa chiarezza sulla natura delle correzioni che emergeva nel primo messaggio di Stoppelli, cio' che ha generato un equivoco nel quale e' incorso anche il collega Merz. Ma personalmente non ho mai dubitato della correttezza scientifica delle varianti minime introdotte nelle edizioni della LIZ. Se questo emerge dalla lettera che ho anche io firmato, mi sento in dovere di fare ammenda. Il punto piuttosto e' che il lavoro editoriale di restituzione del testo e' parte del lavoro normale di qualsisi editore. Tale operazione dovrebbe avere lo scopo di avvicinarsi asintoticamente alla volonta' dell'autore, al testo astratto, di nuovo, rilasciato dal creatore originario. In questo senso, quanto piu' corretta e' l'edizione del testo, tanto meno il testo restituito appartiene al curatore. Se le varianti minime sono normalizzazioni e modernizzazioni poi, si rientra nel caso discusso al punto (1). Il testo restituito ed edito di un autore fuori diritti non e' di proprieta' di nessuno, e ogni editore nel proporre una sua edzione di tale testo inevitabilmente si rifara' ad uno o piu' testi restituiti preesistenti, assumendo tutte le eventuali varianti minime introdotte dai suoi predecessori, se le condivide. Dunque l'editore ha non solo il diritto,ma il dovere di introdurre varianti minime. Ma non puo' assolutamente rivendicarne la proprieta'. C'e' poi una altro aspetto del dibattito, sulla quale vorrei sostenere alcune opinioni. E riguarda il giudizio sulla LIZ in quanto tale. In primo luogo mi riservo il diritto di sostenere che tutte le riflessioni sin qui esposte non hanno ASSOLUTAMENTE nulla a che fare con il giudizio che io personalmente e molti altri amici e colleghi hanno sulla LIZ. Chiarito questo, io personalmente aderisco al giudizio che vede in questo prodotto (inteso come tutto), un valevole strumento di studio e di ricerca. Soprattutto non si puo' non riconoscere il dato di fatto che essa ha costituito la prima iniziativa nel settore della editoria elettronica scietifica degna di rilievo. Questo ovviamente non mi impedisce di pensare che alcune scelte fatte nella realizzazione, o meglio nella prosecuzione del progetto non siano condivisibili. Molti già saranno a conoscenza delle mie posizioni personali circa il problema della codifica, e sulla opportunita' di utilizzare strumenti di codifica piu' complessi, ed in particolare dello schema di codifica SGML/TEI, purtoppo assai negletto in Italia, ma di fatto in via di essere riconosciuto come standard nella comunita' scientifica internazionale. Non e' questa lettera (gia' peraltro intollerabilmente lunga) il luogo per approfondire il tema, anche se ritengo sarebbe decisamente importante che nelle varie liste che raccolgono gli studiosi italiani un serio dibattito sui sistemi di codifica si avviasse. Tuttavia, accogliendo alcune rilievi di Amedeo Quondam sulla necessita' di stimolare la presenza istituzinale nel settore delle biblioteche digitali (ma anche qui, credo che il professore faccia un grave torto alle esperienze volontarie, che hanno un senso ed una funzione totalmente diversa da quella che dovrebbe avere una iniziativa di tipo scientifico e istituzionale), non e' pensabile che simili progetti non tengano conto delle esperienze internazionali (e credo che nomi come Oxford Text Archive, CETH, IATH, Humanities Text Initiative, ARTFL siano patrimonio comune per i colleghi umanisti informatici e non). Infine, sulla questione del mercato e dei prezzi: so per esperienza che i costi di produzione di un prodotto su supporto informatico sono su livelli tali da pemettere un sostanziale abbassamento dei prezzi. Qui il problema grave e' la scarsa capacita' imprenditoriale che l'editoria sembra avre quando si affaccia nel mondo dei nuovi media (e non solo). Se si eccettuano alcuni casi, come quelli di Giunti (che tira trentamila copie dei suoi cd sull'arte), nessuno degli editori ha mai avuto il coraggio di creare il mercato con una politica di prezzi adeguata e con una corrispondente capacita' produttiva. Se la politica e' qulla di tirare mille copie e sperare di rientrare nei costi con gli acquirenti istituzionali, e' molto difficile che il mercato dei nuovi media diventi redditizio. O meglio lo diventera' per soggetti come Microsoft e Disney, che cominciano a produrre oggetti di qualita' a prezzi sostenibili. Ma poi non bisogna lamentarsi della colonizzazone culturale, perche' il Leonardo della Microsoft e' decisamente un gran prodotto. Con questa ultima considerazione chiudo questo mio intervento, e mi scuso di nuove per la lunghezza. Fabio Ciotti CRILet, Universita' di Roma La Sapienza Liber Liber Università di Torino Questo mio messaggio accompagna un altro gruppetto di interventi sull'affaire LIZ. Voglio intervenire di nuovo per due motivi. Il primo e' di ordine personale e legato a un desiderio di correttezza nei confronti di Pasquale Stoppelli che in un messaggio privato mi fa notare come la LIZ non sia nata nello Studio 10 in quanto Pasquale aveva cambiato universita' nel '91 mentre la LIZ e' uscita due anni dopo. Prendo atto della precisazione e, pur rispettendo la volonta' di Pasquale di non rendere pubblico il messaggio, mi sembra doveroso farla conoscere a tutti coloro che hanno seguito la discussione su Let-it. Evidentemente l'elaborazione di testi non destinati alla LIZ in tempi (due anni poi non sono un'eternita') in cui si stavano raccogliendo i testi per quella che ancora non era, ma sarebbe stata la LIZ, ha tratto in inganno persino me che ho per tanti anni lavorato al computer vicino a quello dov'era Pasquale. Compiuto questo che consideravo una sorta di mio dovere di rettifica, passo al secondo motivo del mio intervento sull'affaire LIZ. Un amico italianista -- che non ha voluto intervenire nella polemica -- mi scrive privatamente: > Capisco Stoppelli quando dice che il (grosso, indubbiamente) > lavoro fatto va tutelato, ma mi chiedo anche se ha senso pensare di > tutelare a tutti i costi qualcosa di non tutelabile: e' come > pescare anguille con le mani... Credo che abbiamo davanti alcuni > anni nei quali il problema principale saranno gli scontri di > mentalita' e la costruzione di una nuova normativa, sia in senso > legislativo che di comportamento. Non sara' facile, e i nostri > entusiasmi informatici dovranno ancora superare le prove piu' dure, > credo. A parte l'immagine delle anguille, che e' molto simpatica, la frase mi serve da snodo per tentare di fare un passo avanti al discorso (nel quale spero Pasquale ci accompagni). Tutti d'accordo che il lavoro vada tutelato (si puo' discutere quale parte del lavoro possa legalmente essere tutelata). Fin qui la maggior parte degli interventi si e' fermata sull'aspetto legale della vicenda, ma quel richiamo agli scontri di mentalita' e di comportamento (che ovviamente non rimandano immediatamente a un livello normativo) mi consentono di proporre alla lista una riflessione. La domanda diventa: qual e' il reale limite dell'atteggiamento della LIZ nei riguardi del testo? certo la questione del diritto d'autore. Ma anche il considerare il testo informatico esattamente come se questo non fosse informatico. Il testo nella LIZ e' bloccato esattamente come lo era sulla carta. E' a un testo-di-carta-elettronico che le nuove tecnologie aggiungono un valore che e' esterno al testo. Mi spiego meglio. I testi della LIZ sono su CD-ROM. Un supporto sul quale non si puo' scrivere. I testi sono poi protetti in modo che non possano essere esportati se non le parti che capitino nei risultati di qualche interrogazione o visualizzazione. Il testo quindi e' quello preparato dall'editore -- bene o male in questo caso non e' una questione pertinente -- e non puo' essere modificato dall'utente. Da questo punto di vista, quindi, il disco e' un universo chiuso che non puo' interagire con testi a lui esterni (che non siano in lui contenuti, ma per esempio che siano in possesso dello studioso). Ora il testo memorizzato e codificato (secondo il linguaggio di codifica proprietario del DBT, ma ovviamente non sta qui il problema anche se questo pone questioni circa lo standard di codifica) non puo che essere solo una delle possibili versioni codificate del testo (non puo' che incarnare uno solo dei modelli possibili del testo). Dunque io potro' chiedere al testo solo le domande previste dal modello che l'editore ha preparato per me. Situazione un po' frustrante per uno studioso abituato ad analizzare il documento di partenza, a riconoscerne parti e relazioni tra parti e a costruire un proprio modello del testo. Modello al quale porre domande per avere risposte sul documento di partenza (ma le domande che lo studioso stesso ha immaginato). Chiunque di noi abbia preparato un testo per l'elaborazione elettronica, sa quante volte sia dovuto tornare sul testo per modificarne la rappresentazione digitale e per allinearla al punto di vista (un modello e' dotato di un punto di vista) dal quale si intende guardarlo. Il testo bloccato ce lo impedisce limitando non poco le potenzialita' di un prodotto informatico. Ecco, e concludo, l'atteggiamento "da stampatore" con cui si guarda al testo elettronico nella LIZ, negando la mobilita' del testo elettronico, rischia di porre la prima base di dati testuale realizzata in Italia (merito che deve essergli sempre riconosciuto) fuori dell'informatica. Il prodotto risultera' sicuramente utile al livello di prima informazione e didattico (almeno fino a che Internet non arrivi nelle scuole), ma per la reale analisi del testo lo studioso potra molto difficilmente utilizzarla fino in fondo, in quanto l'unico modello "possibile" non potra rispondere a tutte le sue domande. Per un uso realmente scientifico dovra' far ricorso alla rete per procurarsi i testi -- quelli fuori diritti cominciano a trovarsi -- e allo scanner quando non riesca a reperirli. Di programmi, poi, che fanno piu' meno quello che fa il DBT su Internet se ne trovano un bel po' (come al solito uno fa meglio una cosa e un altro ne fa meglio un'altra, non e' questo il problema) e addirittura per molte cose una bella macro di Word puo tornare utile. Che ne dite? GG. Giuseppe Gigliozzi
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