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Erasmus 7[1-5-1997]Caro Emilio Speciale, Sarei molto grata se mi potessi far avere una copia dell'articolo, "The real scandal: Lettori not Lecturers", pubblicato in "English Messanger". Se per caso tu non hai questo articolo, potresti dirmi se qualcuno sull'internet me lo puo' far avere? Gael Ayers [E.S.: ne sapete qualcosa di questo articolo?] Caro Emilo, non vorrei aggiungere polverone a polverone (o dovrei dire: fango a fango?). Tanto piu' che l'innegabile acrimonia del brillante e perspicuo Fioramonte mi esporrebbe (esporra') certo a qualche (filologico?) strale e mi sembra invece che questa interessante discussione risulterebbe piu' produttiva se potesse cambiare di tono e forse anche di centro disacerbando le brillanti tirate polemiche in piu' pacata analisi. E proponendo di distinguere e trattare separatamente quelli che mi appaiono non i vari aspetti del problema bensi' un affastellarsi di problemi e prospettive diverse; molte delle quali troppo importanti per entrare tutte nello stesso calderone. E proporro' dunque un mio primo tentativo di distinguere suggerendo di tenere separati almeno questi aspetti: -il problema dei lettori, i loro rapporti con l'istituzione universitaria -i mali (che nessuno, mi auguro, vorra' negare annosi) dell'universita' italiana -i mali di altri sistemi accademici, tra cui certo grandeggia il caso statunitense della cui crisi, in particolare per le humanities, sono particolarmente avvertiti -mi sembra- anche i diretti interessati -il confronto (sempre difficile, sempre sfuggente) tra sistemi diversi e diverse "filosofie", con annessa discussione pubblico-privato, mercato-disinteresse etc. Ho frequentato l'universita' di Torino tra la fine degli anni settanta e i primi ottanta, in quello che comunemente e' percepito come un passaggio epocale (dalla "contestazione" al "riflusso") e ho, in anni recenti, lavorato a Brown nel cui dipartimento di italianistica mi sono dottorato lo scorso anno. Ho inoltre cercato nei passati anni qualche collocazione via MLA nel sempre piu' asfittico mercato dell'italianistica d'oltremanica e sono coiniugato con una lettrice d'inglese dell'Universita' di Venezia. Tutti questi "titoli", di passione direi sinceramente piu' che di credito, mi inducono a qualche breve aggiuntiva riflessione. *Come sui docenti cosi' anche sui lettori non mi sembra ne' corretto e nemmeno simpatico generalizzare usando sprezzantemente l'improprio termine "lobby" e lasciando cosi' intendere che, come i sette savi di sion, essi costituiscano un (contro) potere che trama nell'ombra per accrescere, attraverso opportuno infangamento e diffamazione, il loro potere e prestigio sociale (e certo remunerazione). Non conosco "l'infame" Pacitti che tanti autorevoli strali si e' attirato ne' m'interessa piu' di tanto speculare sulle sue piu' o meno nobili motivazioni ma mi sembra che la sindacalizzazione della categoria dei lettori dia in alcune universita' quanto e piu' fastidio di quella dei graduate student a Yale. Senza contare che le remunerazioni di quelli non sono poi molto diverse da quelle di questi e che il carico cruciale di insegnamento di lingua riservato agli uni non abbia, fatte le debite proporzioni, meno riscontro nella situazione degli altri. Ne' per essi sembra valere quel riconoscimento dei diritti dei lavoratori e della difesa degli interessi di categoria che il nostro paese, tra abusi e polemiche, tuttavia ancora difende. Talora persino con convinzione e orgoglio. *Ritengo molto ragionevole chi propone come piu' sano un confronto aperto e costruttivo con le manchevolezze del sistema accademico italiano raccogliendo ed esaminando le critiche da qualunque parte (studenti, docenti, mass media) esse arrivino senza ricorrere alla prospettiva dell'aggressione strumentale e nemica sospettando complotti per riservare solo a chi e' organico (su base nazionale? su base di gerarchia accademica?) il diritto di critica. Attegiamento che mi appare segno certo di debolezza di un sistema che tende all'implosione e che l'accademia italiana nella sua massima parte certo rifuta. O vogliamo ritenere questo suggerimento troppo candido? *Sono stato molto colpito, dopo l'acribia polemica, dalla articolazione, puntualita' e perspicacia della analisi di Fioramonte sui problemi cui va incontro negli ultimi anni l'accademia americana, in particolare nel settore delle humanities. Problemi acuiti ulteriormente dal diffondersi del Total Quality System di ispirazione giapponese in molte istituzioni di cultura (in particolare nelle ammministrazioni che, sembra, lamentano l'eccessiva discrezionalita' e indipendenza del corpo docente -con tutte le possibili e sinistre implicazioni che se ne possono ricavare). Che tali problemi siano drammaticamente presenti a coloro che nelle stesse istituzioni ci lavorano (sempre piu' per sempre meno e a condizioni sempre peggiori) lo dimostrano gli accorati dibattiti pubblicati annualmente dall'MLA sul bollettino "Profession" che raccoglie alcune voci significative che tentano dei bilanci della professione di docente di lingue e lettere negli States. Sono totalmente d'accordo nel mettere in dubbio l'opportunita' di adottare a modelli sistemi altri che sono spesso dall'esterno poco conosciuti e tuttavia dedurne che: > Questo >processo di emasculazione del dissenso attraverso il ricatto "etico" e' >mille volte piu' >pericoloso di 40 anni di democrazia cristiana, baroni, mafia, corruzione e >stragi. mi sembra una conclusione ad effetto francamente eccessiva. Usare i problemi altrui per svalutare i propri e' quanto e piu' stolido di puntare sui (piu' o meno supposti) altrui pregi per lamentare i propri difetti. Eppure un confronto, proprio tra chi ha o e' interessato a esperienze dirette le piu' varie e' prezioso e necessario. Un confronto che possa avvenire, mi auguro, su altre e piu' (ripeto) serene e costruttive basi. Infine mi sembra indubbio (e lo e' perlomeno nella mia esperienza) che il rapporto con l'istituzione e' di certo molto piu' coinvolgente e strutturale per uno studente di un campus americano. In questo cao, sia effetto di mercato o altro, si ha infatti l'impressione che esso sia addirittura previsto e pianificato giacche' gli studenti (e sia pure: i pochi privilegiati) occupano ivi una posizione di centralita' determinante. A partire dalle sedie (piu' spesso: poltrone) davanti agli uffici dei professori dai quali ci si aspetta che conoscano (o fingano di) persino il nome dei loro interlocutori, dai quali ci si aspetta insomma che li considerino degli individui e non delle entita' necessarie ma in fondo moleste. Sinceramente, Alessandro Valori Caro Emilio: We need to continue the dialogue on the "scandalo Erasmus" above all to explore all substantive issues and propose some answers. That we live in a global village that worships all the "pragmatic afterbirths" of education is redundant. To educate in the original meaning of finding our ways out of darkness/ignorance remains a myth/dream. Pure GNOSIS is, like "AGNITION " a lightning moment we humans love/fear at best. So we must find "pragmatic" means to justify the ends of knowing. Of course knowledge and wisdom might very well be an oxymoron by today's standards. In the USA we sell knowledge like the ultimate service industry it has become. And we measure it with the same "objective survey methods" once used to exclude the undesirables from jobs a/o any other position of power within the plutocracy (i.e, the interview processes evaluated only by the manipulators of power; by the way, not much has changed!) THE NEW MOTTO FOR AMERICAN UNIVERSITIES OUGHT TO BE: "WE SELL KNOWLEDGE TO GIVE YOU POWER" --ANOTHER GREAT LIE. It seems that the rest of the post-industrial world is struggling to come to terms with the aftershocks of capitalism/consumerism. How can we sell ideas as if they were tomatoes, houses, cars? Easy: learn from American private industries; after all they have diverted billions of dollars and resources from pure/basic research projects (R & D) into the "let's-make -money-now-and-the-future-be-dammed" mechanisms of ADVERTISING/PUBLIC/RELATIONS CUSTOMER RELATIONS first and above all else. Even the Chinese are buying into this propaganda. Maybe we need to re-read Erasmus' works to get a taste of what's happening today in education world-wide. Allow me to share an interesting quote just found in Elias Canetti's THE HUMAN PROVINCE (pp. 72-3; The Seabury Press, 1978): "The virtue of English...scholars, altogether, is also their greatest drawback; it is their goal to instruct, which hardly any of the writing scholars can ever quite forget. They transmit their knowledsge as if to children; they leave out the obscure parts of their knowledge; and they round off its cruel points. It is particularly the latter that distinguishes the friendly clarity of the english from the precise clarity of the French. Thus, Gibbon was a Frenchman by nature. The Englishman doesn't like to nail his youth to overtly profound impressions. He would rather protect it through subdivisions, he would rather prohibit than terrify. But he also tends to stay like that as an adult. His civilization, one of the strongest, is unbrokenly naive, and perhaps that's why its figure of a judge has remained intact." Is it possible that British educators still, in a futile attempt to "protect" the innocent student from the obvious corrupting influences,bureaucracies, and other realities so malevolently prevalent on the Continent (and particularly in Italy), still "obscure parts of their knowledge" and "round off its cruel points" thus remaining "unbrokenly naive" even as adults? I pray not. The problems, issues, paradoxes challenges faced by the educational global village are ubiquitous: pointing fingers and blaming others is only the old avoidance technique of scapegoating/escapism. Let's gather resources and minds to solve these challenges wherever they live: Europe, the Americas, Africa, Asia, Australia (and, as soon as we find other life-forms in the universe, maybe even there). And please, please do not attack Mr Canetti's Shepardism as another excuse for not facing the music. Sincerely, Adeodato Piazza Nicolai
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