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Erasmus 3: Risposte di Fiormonte[28-4-1997]Nota: sono stato via circa due settimane ed ho ricevuto diverse lettere riguardanti lo scandalo Erasmus e la discussione sull'universita' italiana. Tra queste lettere ho ricevuto anche la risposta di Fiormonte che trovate sotto e in contemporanea altri messaggi che invio in un messaggio separato. Grazie. Cerchero' di rispondere per ordine ai vari interventi sulla mia trascrizione dell'articolo del Guardian riguardante l'universita' italiana. Mi scuso da subito se saro' lungo, ma gli argomenti messi sul piatto sono molti. Prima di questo vi prego pero' di leggere le due e-mail arrivatemi dal Prof. Lorenzo Calabi, Pro-Rettore per gli affari internazionali a Pisa, che spero contribuira' a chiarire il significato del mio appello. Calabi cita nomi e fonti delle sue notizie, ed ognuno potra' essere libero di verificare. (1) Organization: Amministrazione Centrale - Universita' degli studi di Pisa - Italia Date sent: Wed, 16 Apr 1997 02:03:23 +1800 To: itadfp@srv0.arts.ed.ac.uk From: calabi@adm.unipi.it (Lorenzo Calabi) Caro Fiormonte, personalmente non ci conosciamo, ma mi permetto di scriverti perche' qualche collega mi ha fatto avere la tua e-mail letter riguardo all'articolo del Guardian on Italian Universities and so and so forth. Vorrei: 1st: solo confermarti che il rilievo di Lepschy e' affatto giusto. Avrai notato l'incongrua commistione che ricorre tra studenti e lettori. L'autore, lettore di inglese a Lingue, mi dicono (ma non posso confermartelo) intenti cause giudiziarie perche' non gli e' riconosciuto la posizione di prof. di ruolo. E' da un po' che scrive cose analoghe, solo che almeno una volta dichiarava nomi e cognomi; adesso sembra si sia reso conto che cosi' si stava esponendo a possibilita' di denunce. 2nd: ho segnalato la questione, oltre che al prof. Luciano Modica, nostro Rettore a Pisa, anche al prof. Rizzarelli, Rettore di Catania e responsabile dei Rapporti Internazionali della CRUI (che, forse sai, e' la Conferenza permanente dei Rettori delle Universita' Italiane). Naturalmente, la spiacevolezza della cosa resta. Che vi siano MPs che si prestano, no wonder. Certo, che, per esempio, la semplice commistione di cui dico non abbia sollecitato lo spirito critico della redazione del Guardian stupisce un po'. Grazie. Lorenzo Calabi Prof. Lorenzo Calabi. Pro-Rettore per i Rapporti Internazionali Universita' degli Studi di Pisa. Lungarno Pacinotti 43. I-56126 Pisa Tel: +39.50.920.175/217. Fax:+39.50.42446. e-mail: calabi@adm.unipi.it (2) Organization: Amministrazione Centrale - Universita' degli studi di Pisa - Italia Date sent: Thu, 17 Apr 1997 01:41:02 +1800 To: "Domenico Fiormonte" <ITADFP@srv0.arts.ed.ac.uk> From: calabi@adm.unipi.it (Lorenzo Calabi) Re: Caro Fiormonte, uno degli autori, i. e., Domenico Pacitti, e' lettore qui a Pisa. E' da tempo in contesa con la Facolta' di Lingue: e' parte della lobby dei lettori, che negli trascorsi hanno in vario modo cercato di ottenere il riconoscimento della propria posizione come posizione di professori di ruolo, arrivando a sollecitare non so quali istanze europee -- a quanto risulta dalla documentazione di cui ti dico sotto l'Aia, oltre che il Parlamento Europeo. [...] Ricevo oggi dalla nostra (i. e., per i Rapporti Internazionali) segretaria alla CRUI un fax che mi riproduce: 1, un precedente (indecente) articolo del Pacitti "Italian Jobs in High Places"; 2, una lettera di Cesare Pacioni al prof. Paolo Blassi, Rettore di Firenze e Presidente della CRUI, che allega uno scritto del prof. Franco Marenco, Presidente dell'Associazione Italiana di Anglistica, "The real scandal: Lettori not Lecturers, pubblicato in "English Messanger" (organo dell' ESSE, ossia European Socety for the Study of English), 5. 2. 96. 3, una lettera del prof. Adriano Rossi, Rettore dell'Istituto Universitario Orientale di Napoli, ancora una volta a Paolo Blasi (v. supra), dell' 11. 4. 97, il quale dice che sta"informando in pari data il Ministro Berlinguer, il Sottosegretario Guerzoni e il Rettore Marigo dell'Universita' di Verona". Ieri sera ho trasmessa il tuo e-mail al nostro Rettore, prof. Luciano Modica, che e' Segretario Generale della CRUI, pregandolo di valutare se non sia opportuna una presa di posizione ufficiale della CRUI, appunto. [...] Cordialmente, Lorenzo Calabi Prof. Lorenzo Calabi. Pro-Rettore per i Rapporti Internazionali Universita' degli Studi di Pisa. Lungarno Pacinotti 43. I-56126 Pisa Tel: +39.50.920.175/217. Fax:+39.50.42446. e-mail: calabi@adm.unipi.it ____________ E adesso permettetemi di rispondere a Oldcorn, Ward, Balocco, ecc. Oldcorn sostanzialmente mi tira le orecchie per avere avuto un sussulto di orgoglio italiota, salvo poi premettere che si e' sentito "ferito" nell'orgoglio nazionale britannico per i miei commenti. Evidentemente c'e' sussulto e sussulto. Ringrazio Nanda Cremascoli per aver letto il mio commento all'articolo con la dovuta attenzione. Mi rifiuto pero' di fare un caso personale con Oldcorn --anche perche' mi dicono essere persona brava e simpatica. Certo pero' che la sua lettura delle mie glosse potrebbe essergli rigirata: >Certo la traduzione di "haphazard" ("arbitraria") con "cialtrona" ci da la >spia di come il testo dell'articolo sia risonato amplificato nella testa di >uno almeno dei suoi lettori. [Anthony Oldcorn] Chi e che cosa risuona, e dove, nel caso qui sopra? Non vorrei poi aprire (anche) un diatriba filologica, ma "burocrazia casuale", "arbitraria" o "insensata" [=haphazard] in italiano vogliono dire esattamente quello che ho scritto io: burocrazia cialtrona, sciattona. Mi assumo le mie responsabilta' di traduttore (e "cialtrona" just makes more sense), ma non mi si venga a dire che "insensata" e meno forte di "cialtrona". Ognuno percepisce le sfumature della propria lingua in maniera distinta, ogni traduzione e' una ri-scrittura, e via discorrendo (potremmo fare notte). (In quel cialtrona, invece, risuona molto piu' indulgenza che nella rasoiata dell'originale termine inglese, che ha dalla sua un ventaglio lessicale vasto e celebre per la sua capacita' di trasmettere ogni sfumatura di gelido "contempt".) Oldcorn dice poi di non conoscere me (e le mie opinioni), e la cosa mi ha lasciato simpaticamente stupito: esiste un file Fiormonte a Brown (con pubblicazioni, lettere di presentazione, ecc.), giacche' io sono stato accettato nel dipartimento di Italiano --da lui diretto-- nel marzo 1996. Ho declinato l'offerta di assistanship ecc. nel giugno dello stesso anno. Ma non e' questo il punto: la posta elettronica puo' essere un mezzo deleterio, perche' e' una conversazione differita per chi legge ma non per chi scrive; moltissimi iscritti a let-it conoscono sia le mie idee sia me come persona -- la lista e' nata inizialmente fra un gruppo di amici (Giuseppe Gigliozzi e' il primo) ecc. ecc. Era evidente che i commenti fra parantesi erano ironici, scherzosi, volutamente forzati. (E infatti, siccome sono un filologo, li ho messi fra parentesi --compresa la burocrazia cialtrona, perche' in Italiano "burocrazia arbitraria" [haphazard] non c'azzecca.) E dunque mi dispiace che alcuni abbiano interpretato quei commenti come risentimento o peggio pregiudizi nei confronti dei britannici: le pare, caro Oldcorn, che starei qui se ne avessi? e le pare che gli articoli in questione siano stati presi sul serio dagli italianisti britannici? Sono appena tornato dalla conferenza biennale di <<Italian Studies>> di Glasgow, dove la stragrande maggioranza dei partecipanti erano d'accordo con me --e infatti faro' girare una bozza di lettera di risposta al Guardian. Lo stesso Lepschy, che pure pensava che la volgarita' degli attacchi quasi non meritasse risposta, mi ha spronato a coinvolgere quante piu' persone possibili. Faro' girare la lettera anche su questa lista, e chi vuole sottoscriverla e' sufficiente mi mandi conferma con una mail personale firmata. E ora veniamo alle questioni di merito. Per quanto mi riguarda l'universita' italiana ha molti problemi. Non sono stato io stesso a dire che l'articolo conteneva <<amare verita'>>?? E non l'avevo definito "spietata denuncia"? E dunque sapete spiegarmi com'e' che tutti hanno sottolineato solo il mio orgoglio italico e non il riconoscimento implicito? Ogni seria inchiesta sui mali dell'universita' (non solo italiana) e' benvenuta, ma credo che da questo agli indecenti articoli letti in questi mesi ce ne passi. Altrimenti pensate siano accetabili frasi come questa: "Academic incompetence on the part of Italian professors, one of the most recurrent themes, can be explained by the fact the Italian system selects its teaching staff on the basis of recommendation rather than one of honest merit."? Andiamo, siamo seri. Se siamo incompetenti, allora sono incompetenti anche le universita' dove lavoriamo, e cosi' su per li rami fino a alle piu' becere (e deleterie, anche per i critici, caro Ward) generalizzazioni. Tutta altra musica l'articolo di Bollag, che cita nomi, cognomi, e non e' affatto "diffamatorio" Il piu' delle volte riporta fonti italiane (note piu' per recenti accapigliamenti che per la loro obiettivita'), ma soprattutto concede degli spiragli (la riforma di Ruberti, ecc.). A dire la verita' io l'ho trovato addirittura filo-governativo. Insomma ammettiamolo: il Guardian ha preso una bella toppa pubblicando l'articolo ("Talvolta ineccepibile", secondo Balocco) di un giornalista che e' parte in causa. Vorrei ora accennare a un altro paio di problemi che sono strettamente collegati alla mia posizione (che mi e' stato richiesto di esplicitare): 1) un problema di "definizione culturale"; 2) i i sistemi stranieri e quello italiano. 1) Universita' cattiva o no dobbiamo onestamente ammettere che ci troviamo di fronte anche a un "problema culturale" di enormi proporzioni. Qualcosa che gli osservatori stranieri piu' acuti e profondi conoscono bene --penso per esempio a Paul Ginsborg (che ha una cattedra in Italia) o a Robert Lumley. Il problema e' la maniera in cui l'Italia e gli italiani "percepiscono se stessi" e la loro scarsa capacita' di diffondere all'estero una genuina e equilibrata informazione su se stessi. Non entrero' troppo nel merito di questa questione, e di come la nostra attitudine ipercritica, autoironica, piagnona e teatrale influisca. Influisce d'altronde 'un pizzico' il fatto che l'input mondiale delle notizie e delle informazioni non viene da agenzie di stampa con sede a Roma, e che in genere il livello di risposta dell'Italia e' direttamente proporzionale al suo peso politico (non irrilevante, ma nemmeno preponderante). Altrettanto NON vale per le universita' di altri paesi e per il carattere e la storia dei suoi cittadini. In USA le application delle universita' sono depliant turistici, menu, listini prezzi da far invidia a Cartier, e Ivy League e' una mistica che a confronto quella buddista impallidisce. (Qualcosa di paragonabile in Italia e' forse solo rintracciabile nei collegi monacensi.) Ma veramente bisogna fare tanto di cappello agli americani per la bravura con cui sanno costruire e vendere un'immagine vincente delle proprie istituzioni. In Spagna uno spagnolo si farebbe squartare prima di ammettere di fronte a uno "straniero" (un "guiri") che il suo paese ha uno o due difetti al massimo. Non parliamo della Francia, mentre in UK e' noto che i gruppi di potere sono stabili e riconosciuti, hanno un nome (lobbies) e nessuno si sogna di metterli in discussione. Noi? abbiamo Pacitti. 2) Conosco gli USA da 15 anni, ho iniziato il mio PhD in una universita' statunitense, ho passato piu' di unanno in una spagnola ed ora sono da settembre in UK. Ho visto da vicino diversi sistemi universitari (almeno tre escluso questo ultimo), ed ho il coraggio e l'orgoglio di dire, dopo tutto questo peregrinare, che gli standard di qualita' dell'universita' italiana non hanno nulla da invidiare a quelli delle migliori istituzioni straniere. In USA, in particolare, oltre a insegnare spagnolo e studiare per il mio PhD sono stato assistente amministrativo del direttore dei Graduate Studies del mio programma (RTC, Michigan Tech), e ho dovuto studiare il sistema procedurale di ammissione, le regole scritte e quelle non scritte, i finanziamenti, le raccomandazioni, l'insegnamento, i quality assessment, ecc. Su questi temi ho raccolto materiale da altre fonti e altre universita' (qualcuno forse si ricordera' della rivolta degli studenti graduate di Yale?), tanto da poter fare un libro piu' corposo di quello di Anne Matthews ("Bright College Years: Inside the American Campus Today"). I problemi del sistema universitario americano sono stati recentemente discussi anche su Humanist (Discussion Group vol. 10.0819-10.0845), dove con pacatezza molti hanno espresso la loro opinione, ma certo nessuno si e' sognato di gettare fango sul sistema nel suo complesso. Mi offro di mandare su questa lista (o privatamente) la lettera-dossier da me raccolta durante il mio soggiorno USA, dossier che e' stato consegnato al Presidente dell'universita' ma che non ha mai ricevuto risposta. Sono confortato dal fatto che ho trovato conferma a molte mie osservazioni nei casi discussi su Humanist. In generale il problema statunitense puo essere riassunto cosi': I) L'UNIVERSITA' AZIENDA A livello specifico la competizione su base commerciale e i tagli sempre piu' duri alla spesa per l'education hanno in parte gia' prodotto: a) un abbassamento del livello dell'insegnamento; b) un livellamento della retribuzione; c) il congelamento implicito del passaggio a "tenured" [di ruolo] per moltissimi insegnanti; Questi tre (quattro, compresi i tagli) fattori --come sa chiunque ha lavorato in un universita' americana-- sono la causa di un aumento inverosimile del livello di stress e di logoramento sociale all'interno dei campus. d) il crescere del peso della didattica sugli studenti graduate, che, ricordiamolo, non sono riconosciuti come lavoratori (vedi appunto il caso di Yale), sono pagati con stipendi di sopravvivenza (dai 500$ agli 800$ al mese) e non possono protestare se il contratto prevede 20 ore settimanali ma in realta' gli assignment sono per 30 o 40 (qualunque teaching assistant sa che, quando si hanno 20-25 studenti e gli si voglia dare un aiuto concreto, la distinzione fra "contact hours" e preparazione e' truffaldina, perche' fa decidere la seconda a dei calcoli astratti che nulla hanno a che vedere col carattere "individuale" dell'insegnamento; e) il crescere del ricatto nei confronti dei graduate students produce un impoverimento della ricerca di base: si ricerca su temi che impegnano per brevi periodi, altrimenti non si riesce a pubblicare e alla fine del PhD non si trova lavoro (il problema e' non solo delle Humanities, questo tema e' stato affrontato drammaticamente in una conferenza a Madrid da Marvin Minsky, IA); II) DISCENTE E CLIENTE f) la mentalita' "quantitativa" tipica dei processi di valutazione scientifica (o pseudotali) da' risultati devastanti quando viene imposta a settori alieni alla quantificazione. L'introduzione, nella maggioranza dei college americani, delle teaching evaluation anonime (da parte degli studenti) come criterio di giudizio dell'insegnamento s'inserisce nel solco. Gli studenti (diritto, beninteso, *sacrosanto*) compilano ogni term dei prestampati multiple-choice che verranno distribuiti all'inizio del succesivo term all'insegnante. Un sistema di questo genere sarebbe stato un tempo il mio sogno in una universita' italiana. Tutto va bene pero' finche' questo rimane uno strumento "consultivo". Ma cosi' non e'. Quando l'universita' si auto-concepisce come "struttura di servizio", lo studente si trasforma da discente in cliente. Cosa produca il diffondersi di questa mentalita' a livello pedagogico non e' difficile immaginare. Piu' la responsabilita' cade sull'insegnante- commesso (e per motivi diversi, tipo l'ipocrisia del politically correct, per cui siamo tutti "peers" e abbiamo una "open door policy"), piu' il rapporto allievo-insegnante si snatura, diventando impossibile da parte di chi insegna esercitare la dose minima di "autorita'" (parola tabu') che esige la transizione fra uno stato di "minor conoscenza" a uno di "maggior conoscenza". (Horkheimer definisce l'autorita' una superiorita' che si accetta e che viene 'riconosciuta'.) Per non parlare del problema del rispetto e della indipendenza di giudizio, sempre piu' ardui da definire in un sistema che in certi casi non prevede l'istituto della bocciatura (proprio cosi': in molti college americani, compresi Ivy League, gli studenti non possono venire bocciati). g) Le teaching evaluation costituiscono una fonte di manipolazione anche a causa del perverso meccanismo della "media universitaria". Come molti sanno, le scale di valutazione (riprese dal sistema militare), vanno in genere da 1 a 5. Dove 1 sta per "poor" e 5 per "excellent". Mettiamo che la media universitaria sia 4. Questo nella pratica significa che qualsiasi punteggio al di sotto viene automaticamente (ma tacitamente) considerato dagli addetti alle global performance evaluation (o dal tuo supervisor) "insufficiente". Una volta stabilita la "media universitaria", tutto cio' che c'e' fra l'1 e il 4 perde di significato, perche' (come sa chiunque ha lavorato per l'industria) e' "fuori standard". In questa modo la scala di valutazione perde totalmente di senso (innescando, fra l'altro, un potenziale meccanismo di complicita' --o peggio "baratto"-- fra allievo e insegnante.) h) La trasformazione in azienda di un sistema che veicola e produce conoscenza puo' minare i processi di controllo di qualita' della ricerca e dell'insegnamento. Qui giova forse una testimonianza personale. Durante il mio soggiorno al MichiganTech mi era stata assegnata la cura di un survey interno sul mio PhD Program (Rhetoric and Tech Communication). Tale survey sarebbe stato distribuito poi ad un "evaluation team" esterno, pagato dallo stesso dipartimento. Il meccanismo della evaluation (al quale ho partecipato anche in veste di accompagnatore del team) assomiglia molto a quello delle "job interviews" aziendale dove l'agenda (il famigerato "scheduling") prevede impegni ogni ora dalle 8 alle 20, tutto e' organizzato al millesimo di secondo, il soggetto non viene lasciato solo per un istante. Pur ammettendo che un tale trattamento produce una impressione di accuratezza e efficienza altissima, bisogna notare che in questo modo il controllo esercitato sui controllori e' massimo. Ai valutatori non rimane un solo minuto per guardarsi intorno, ed ogni informazione (o richiesta di) viene filtrata attraverso i "dipendenti" del campus. Tutta questa complessa procedura si svolge nella convinzione e fiducia reciproca che le informazioni date siano corrette. Il team a questo punto, stremato da decine di cene e incontri, se ne torna a casa con un bel malloppo di dati da scartabellare e da verificare. Peccato che i dati del survey erano elaborati dallo stesso dipartimento (esempio: un graduate student del dip. raccoglieva i questionari dai quali si sarebbero dovuti ricavare i diagrammi di "gradimento" sul dip. stesso), ed entrambi i "valutatori" figuravano nel comitato editoriale della rivista diretta dal capo del dipartimento sotto esame. Il graduate student incaricato della elaborazione ero io, e quando ho espresso i miei dubbi (in maniera assai diplomatica, cercando di sottrarmi all'incarico), sono entrato in rotta di collisione col capo del dipartimento, pregiudicando la mia permanenza. Da tutta questa storia, ho tratto una impressione molto chiara: quando un dipartimento, per sopravvivere, deve imparare a pianificare una strategia di mercato, pubblicita' e propaganda diventano vitali. i) ultimo punto, forse il piu' preoccupante, per quanto detto sopra ne consegue che gli studenti di MS e PhD vengono sempre piu' selezionati non in base alle loro academic performances, ma in base alla loro resistenza ai ritmi dell'insegnameno e alla loro flessibilita' sul luogo di lavoro (spesso gli studenti svolgono lavori di segreteria, ecc.). Di tutte le deformazioni questa e' certamente la piu' pericolosa perche' fonde la nozione di lavoro retribuito con quella di studente ricercatore, eliminando l'indipendenza del secondo e distruggendo i diritti del primo. III) FUNZIONE E CONOSCENZA Tutti questi fenomeni, intrecciati come sono, innestano una miscela esplosiva. La competizione di tipo commerciale, inserita nel mondo della ricerca e dell'insegnamento, a lungo termine rischia di fagocitare il significato della parola "education", intesa come processo di acquisizione della conoscenza (oltre che di specifiche "skills") all'interno del suo universo di valori. Cio' che rischia di diventare bagaglio acquisito e coscienza collettiva e' dunque l'equivalenza, certamente aberrante, fra "funzione" e "conoscenza", dove per funzione s'intende: efficienza, performance, funzionalita', commerciabilita' del prodotto (i valori dell'industria). Chi fa le spese di questo processo? Le facolta' umanistiche innanzitutto, ma non solo. Dopo l'anello debole verranno gli anelli forti. Come si vede il discorso va ben al di la' delle frontiere dei singoli paesi e coinvolge in profondita' le culture occidentali e quelle di paesi che a tali culture hanno fatto (e fanno) riferimento per l'organizzazione dei loro sistemi di istruzione (Giappone, Australia, Africa, Latinoamerica, ecc.). In due parole ci troviamo di fronte a una crisi generale e nel mettere mano a questa crisi io intravedo una spaccatura e un bivio. Sul campo si affrontano due forze, a sua volta riflesso di delicati equilibri economici, storici e culturali che stanno lentamente venendo al pettine: un modello anglosassone, assolutamente vincente, rappresentato dal sistema americano (e dai suoi cloni piu' o meno temperati) e un sistema europeo, il cui modello non esiste, ma che e' giunto il momento di inventare. Molto si sta muovendo in UK, un sistema selettivo con ossatura pubblica, ma certamente vedo piu' analogie fra il sistema americano e quello britannico (nelle sue ultime tendenze) che fra quest'ultimo e quello francese. Nel primo caso, come tutti sanno, parliamo di un sistema largamente privato (anche se con correttivi pubblici), nel secondo di un sistema pubblico (con tratti a volte privatistici). L'idea discriminante rimane che cultura, istruzione e formazione si possano fare a prescindere o attraverso la regolazione e il finanziamento dello stato. Nonostante tutti i suoi difetti, io sono per il secondo, soprattutto perche' non innesca un processo irreversibile. Io vedo un potenziale conflitto fra i due sistemi, un conflitto pericoloso, ma INEVITABILE. Un conflitto che, perche' negarlo, non esiterei a definire di culture. A questo conflitto, per quanto mi riguarda, con tutto quello che questa battaglia implica per la qualita' della nostra vita futura, non ho nessuna intenzione di sottrarmi. I mali dell'universita' italiana insomma non hanno un corrispettivo, come molti ingenuamente credono (non avendo mai vissuto all'estero), nelle virtu' dei sistemi stranieri. Discutiamone pure, ma sempre tenendo presente che ci troviamo di fronte a una crisi generale dei modelli educativi, una crisi che --inutile dirlo-- ha radici altrove, nella ristrutturazione industriale (e poi sociale) degli ultimi 15 anni e dunque nella sostituzione, all'interno della coscienza collettiva, di una paradigma di progresso sociale con uno di avanzamento economico. (<<Prossimo e' l'avvento di un mondo dove gli uomini saranno governati dai loro interessi e non da valori.>>, Alberto Cavallari, 'La Repubblica', domenica 3 luglio 1994.) Di questo dobbiamo parlare, secondo me. C'e' chi pensa di risolvere i mali dell'universita' pubblica con forti iniezioni di competitivita', di privato, di efficienza, di legami con l'industria --col "mondo del lavoro" (il lavoro di chi?). Follia --e soprattutto 'bugia'. L'apertura di credito nei confronti del sistema "commerciale" e' sbagliata poiche' ha un contenuto ideologico. Ci troviamo di fronte a un "credo" (o se preferite un termine postmoderno a un "discourse") i cui tratti venivano qualche anno fa riassunti da Giovanni Raboni con l'espressione "etica aziendale": <<E' lo spirito dell'azienda. Col ricatto che comporta a vincere. E questo, pensate, e' del tutto acquisito dallo spirito pubblico.>> ('Il Manifesto', 19 aprile 1994, p. 25.) Questo processo di emasculazione del dissenso attraverso il ricatto "etico" e' mille volte piu' pericoloso di 40 anni di democrazia cristiana, baroni, mafia, corruzione e stragi. Tutto si puo' riformare, tranne un "credo" e la sua 'narrative'. Un credo porta solo distruzione e, nel nostro caso (universita', ricerca, ecc.), lobotomizzazione del sapere. Chi c'e' al mondo che critica quel sistema? quali mezzi, quali strumenti ha? ma soprattutto: chi e' disposto a starlo a sentire? Eppure ecco che arrivano Pacitti e Meikle, fanno un bel discorsetto sull'Italia corrotta e tutti gli andiamo dietro, senza capire, senza riflettere su che cosa vogliono dire queste critiche, cosa presuppongono, quale modello educativo suggeriscono e 'perche''. L'andazzo generale non ci permette di abbassare la guardia nei confronti di nessuno -- nemmeno del Guardian, che, come molti sanno, ha sull'educational system idee considerate da molti conservatrici (e' per esempio per un ritorno ai "Politecnici", che in UK sono delle universita' di serie B destinate alla specializzazione delle classi medio-basse.) Da quali pulpiti vengono queste bellissime prediche? Questa e' l'unica domanda che intendevo pormi, e qui sta il significato piu' profondo della mia protesta contro il fango sull'Italia. Domenico Fiormonte Fax: 131-650-6536 E-mail: itadfp@srv0.arts.ed.ac.uk http://www.ed.ac.uk/~esit04/italian.htm <<Non sap de dompnei pauc ni pro qui del tot vol si donz aver>>
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