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Boll900: Discussione e notizie: genn. 1997[22-1-1997]Scusate la lunghezza di questo messaggio, ma preferisco spedirne uno solo invece di tre. Consiglio di fare una stampa, per poter leggere meglio gli importanti contributi.
Remo Ceserani Crisi dell'italianistica? A proposito degli interventi di Gnisci, Merz e Fedi. [I precedenti contributi al dibattito sulla crisi dell'italianistica si trovano all'URL http:// italia.hum.utah.edu/~pellizzi/discus.htm, o, partendo dal menu principale di "Bollettino '900", alla voce "Altri interventi sulla crisi dell'Italianistica"] Desidero precisare alcuni punti, che riguardano la situazione in cui si trovano gli insegnamenti di letteratura italiana, letterature comparate, linguistica italiana e linguistica comparata nelle nostre scuole e universita'. La situazione, come sanno ormai tutti gli osservatori, e' confusa e piena di contraddizioni. 1. L'Italia e' il paese in cui si insegna, piu' di qualsiasi altro che io conosca, in modo esteso e sistematico la letteratura nella scuola superiore. C'e' chi lo giudica un segno di arretratezza, c'e' chi lo considera un dato distintivo e di eccellenza. Puo' anche essere che la nostra arretratezza, dovuta al fallimento dei progetti di riforma, finisca paradossalmente per essere un vantaggio, quando metteremo finalmente mano alle riforme. In altri paesi si sta ritornando a pensare che una preparazione culturale piu' ampia, che ospiti anche e in maniera non estemporanea, i grandi testi (le "grandi opere") della letteratura, dovrebbe essere offerta ai giovani dalla scuola. 2. L'insegnamento della letteratura nella scuola secondaria italiana e' sostanzialmente organizzato come insegnamento della storia letteraria. C'e' una precisa ragione storica per questo: quando il paese e' stato unificato politicamente, esso e' risultato terribilmente differenziato culturalmente. La tradizione letteraria, e il modello della lingua letteraria, si sono presentati come le uniche basi unificanti, consolidate nel tempo, e capaci di offrire un sostegno alla formazione della coscienza nazionale. La tradizione letteraria, allora, e' stata semplificata e orientata ideologicamente perche' servisse allo scopo: Dante e' divenuto poeta nazionale italiano (nonostante il suo localismo fiorentino e universalismo imperiale); Petrarca, che pur era il modello del letterato italiano cosmopolita, e' stato allineato alla causa, avendo per fortuna scritto due canzoni molto umanistiche e molto letterarie sul concetto astratto di "nazione italiana": la canzone "All'Italia" e "Spirto gentil", che per questo sono finite in tutte le antologie; lo stesso trattamento e' stato riservato ai vari Machiavelli, Alfieri, Foscolo, Leopardi, Manzoni, Carducci. 3. Essendo questa l'impostazione dell'insegnamento letterario (e anche linguistico, storico, generalmente formativo) nella scuola secondaria, anche l'insegnamento della letteratura nelle facolta' di lettere dell'universita', che avevano lo scopo principalmente di formare insegnanti di scuola, ha preso questo forte atteggiamento storicistico e questa ristretta impostazione nazionale. 4. Negli anni Sessanta c'e' stata una ventata forte di rinnovamento negli studi letterari italiani, con l'arrivo dello strutturalismo linguistico, della semiotica ecc. Per un po' di tempo sia nelle scuole che nelle universita', la' dove c'erano gli insegnanti piu' moderni e vivaci, si e' cominciato a rifiutare l'insegnamento storico-letterario e a privilegiare la lettura e analisi dei testi. Si e' trattato di tentativi generosi, a volte ingenui, ma sempre, nonostante le apparenze, minoritari. L'insegnamento storico-letterario e' rimasto quello prevalente in gran parte delle scuole. E con la crisi della critica strutturalistica ha ripreso totalmente il sopravvento. Ne fan fede non solo la fortuna di manuali scolastici come quello di Giulio Ferroni, che ha un'impostazione storicistica molto tradizionale, ma anche la fortuna di tanti grandi opere collettive, dalla Garzanti alla Laterza, dalla Einaudi alla Utet alla fallita Rizzoli alla nuova, in corso di pubblicazione, a cura di Malato. Nessun paese al mondo ha tante storie della letteratura nazionale (e anche storie delle letterature straniere) come l'Italia. Spesso mi e' capitato di dire che se noi avessimo uno strumento televisivo in grado di entrare nelle case di tutti gli italianisti in questo momento e di vedere quello che stanno facendo, scopriremmo che nella grande maggioranza non stanno producendo edizioni di testi e neppure saggi di interpretazione, ma capitoli di storie letterarie. 5. La stagione piu' viva e produttiva degli studi letterari in questo secolo e' stata quella in cui si e' realizzata una collaborazione fra filologia e critica letteraria (secondo il binomio pasqualiano rilanciato da Caretti: "filologia e critica") e anche quella in cui gli studi di storia della lingua e quelli di storia della letteratura sono andati di pari passo (secondo gli insegnamenti di Dionisotti e Contini). Alcune delle scuole piu' prestigiose di studi filologici, linguistici e stilistici (quella padovana di Folena e Mengaldo, quella pavese di Caretti e poi di Corti e Segre, quella bolognese di Spongano, Raimondi, Heilmann, quella fiorentina di Contini, De Robertis, Avalle, quella romana di Roncaglia, ecc.) sono state anche i centri piu' vivaci di rinnovamento della critica letteraria nel nostro paese. 5. L'impostazione fortemente "nazionale" dei nostri studi letterari spiega la grande debolezza, soprattutto istituzionale, della comparatistica italiana. Paradossalmente i grandi comparatisti italiani sono stati alcuni studiosi di filologia romanza (per loro natura comparatisti, confortati dai grandi modelli di maestri come Auerbach, Spitzer, Curtius) e poi numerosi studiosi di letterature straniere (si pensi a Praz, Macchia, e via via a Cases, Orlando, Boitani, ecc. ecc.). La funzione che in altri paesi hanno svolto i dipartimenti di comparatistica, e cioe' di stimolare gli studi teorici, le metodologie critiche, le sperimentazioni didattiche, da noi l'hanno svolto, in modo non istituzionale, e quindi non complessivo e incisivo, i dipartimenti e gli insegnamenti di filologia romanza, di storia della lingua, delle varie letterature straniere. 6. E' indubbio che gli studiosi della linguistica e della storia della lingua italiana hanno dato un forte prestigio, anche internazionale, alle loro discipline, hanno prodotto ottimi manuali, rinnovato gli strumenti di studio. I risultati pratici di tanti sforzi non sono esaltanti, probabilmente per la presenza preponderante di potenti fattori sociali e culturali che hanno inciso negativamente sulla salute complessiva dell'italiano; e tuttavia ha ragione Merz a pensare in termini abbastanza ottimistici ai programmi di insegnamento all'estero, ai successi ottenuti, alla complessiva situazione di presenza e buona capacit? di penetrazione dell'italiano nel mondo. 7. La crisi dell'italianistica, di cui si parla, e' soprattutto crisi dell'insegnamento della letteratura italiana ed e' dovuta ai cambiamenti nel frattempo intercorsi: bene o male una coscienza nazionale italiana si e' formata (piu' grazie ai programmi televisivi che tutti vedono che non ai classici della letteratura che nessuno piu' legge o impara a memoria), una unificazione linguistica si sta gradualmente realizzando (anch'essa su basi diverse da quelle previste da chi discuteva di questione della lingua nell'Ottocento). Il fatto drammatico e' che i professori di letteratura italiana, sia nelle scuole sia nelle universita', quasi non se ne sono accorti. Di recente hanno costituito, a Pisa, una associazione professionale e hanno cominciato pubblicamente a discuterne. 8. Il nodo principale rimane quello dell'impostazione dell'educazione letteraria, distinta dall'educazione linguistica, nelle scuole secondarie. Ormai e' chiaro a tutti che un programma ampio e completo di educazione letteraria, a tutti i livelli e in tutte le scuole, non e' ne' obbligatorio ne' scontato. Quasi tutti quelli che intervengono nelle discussioni continuano a pensare al loro bel liceo classico di un tempo, quello in cui loro hanno studiato, e non sanno che ormai si tratta di una realta' estremamente marginale e minoritaria nel sistema scolastico italiano. Non sono mancati coloro che hanno apertamente sostenuto che la scuola secondaria unificata, che uscira' dalla riforma, dovra' accontentarsi di un buon obbiettivo generale di educazione linguistica, mentre l'educazione letteraria andra' relegata a materia opzionale nella scuola secondaria e poi a un vero e proprio corso di studio completo nell'universita'. Qualcun altro (per esempio, di recente, Franco Brioschi in un intervento a una tavola rotonda a Sulmona, dibattendo con Petronio, Malato, Ghidetti, Palermo e me stesso) ha sostenuto l'ipotesi di dedicare gli anni della scuola secondaria non allo "studio" della letteratura, ma alla sua libera consumazione, con programmi di lettura (anche individuale e silenziosa in classe), educazione insomma al "piacere" del testo - rinviando i momenti dell'interpretazione critica e della contestualizzazione storica all'universita'. Una proposta come questa cambierebbe radicalmente non solo l'insegnamento della letteratura nella scuola secondaria, ma anche quello nell'universita', con programmi articolati per anni, un'alfabetizzazione letteraria graduale e completa, il rafforzamento dei corsi istituzionali, l'indebolimento della pratica dei corsi monografici, ecc. 9. Se si vuole mantenere un insegnamento consistente della letteratura nella scuola, a questo punto, non si puo' piu' darlo per scontato e appoggiarsi alla tradizione. Bisogna motivare una tale scelta e sostenerla contro le ragioni non prive di forza degli avversari. Bisogna scegliere fra insegnamento antologico e libero dei testi e insegnamento per percorsi storici. A una scelta in questo senso spingono anche le indicazioni venute dalla commissione che ha preparato i nuovi curricula e i nuovi programmi, la cosiddetta commissione Brocca, la quale ha raggiunto una interessante posizione di equilibrio in questa materia, grazie alla presenza intelligente del linguista Sabatini e anche di alcuni insegnanti di letteratura. In ogni caso non e' piu' possibile pensare in termini di percorso di tipo "desanctisiano", che vada dalle origini a oggi. Delle scelte vanno fatte anche rispetto alla lunghissima vicenda storica della letteratura italiana. 10. A complicare le cose c'e' l'esigenza, sacrosanta, di allargare l'insegnamento alle altre letterature, che in molti momenti storici hanno contribuito in modo molto rilevante, e preponderante, alla costituzione dell'immaginario letterario collettivo (e anche del "canone" delle grandi opere). 11. Spesso si sono levate voci in favore di una netta concentrazione dell'insegnamento letterario sui testi del Novecento. In ogni caso i recenti interventi ministeriali sui programmi di storia fanno prevedere che si avra' presto un intervento simile per i programmi di letteratura, con l'invito a dedicare tutto l'ultimo anno di corso alla sola letteratura del Novecento. A favore di questa scelta c'e' il dato storico significativo che la nostra letteratura, dopo aver avuto una posizione preminente nel Medioevo e nel primo Rinascimento, e' tornata a contare sul piano mondiale solo nel nostro secolo, con autori come Pirandello, Svevo, Montale, Calvino che ormai fanno parte di molte reading lists per l'insegnamento letterario in tutto il mondo. Trattandosi di un tipo di letteratura fortemente integrata con quella delle altre culture del Novecento (Svevo e' un autore mitteleuropeo, tutti gli altri hanno continuamente dialogato con altre letterature e altre culture) un simile insegnamento si presterebbe facilmente a una organizzazione allargata e comparatistica. E pero' la letteratura del Novecento e' anche fortemente nutrita di elementi di intertestualita' storica, ha spesso i connotati della piena maturita', giunta alla fine di una lunga tradizione. Essa stessa rinvia alla dimensione della storicita' e sembra indicare la necessita' di esplorazioni, su base selettiva e mirata ma non casuale e saltuaria, di altri universi culturali, sia sul piano geografico che su quello storico. Alessandro Romanello A proposito di un libro sul romanzo europeo: (Stefano Calabrese *Intrecci italiani. Una teoria e una storia del romanzo (1750-1900)* - Bologna, Il Mulino, 1995). Il libro di Stefano Calabrese ambisce a riconfigurare una teoria del romanzo che consenta di interpretare la vicenda e le funzioni del *novel* nella sua eta' classica in maniera differente dalla *vulgata* storicistica, che lega la genesi storica del romanzo moderno all'ascesa della borghesia e al disincanto del mondo (ipotesi che, peraltro, - lo confesso subito - continua, con i necessari *distinguo*, a convincermi). La *dispositio* dei capitoli del libro e' a cornice (e la cosa sembra significativa in un libro che esalta il valore modellizzante del *plot* classico): apre il volume un capitolo 'teorico' (ricco di informazioni sul caso paradigmatico del romanzo inglese del Settecento), cui seguono tre capitoli 'storici', dedicati al romanzo italiano dal Settecento, alla 'decostruzione' dannunziana dell' intreccio, e un ultimo capitolo 'teorico' che si impegna a definire la natura del 'possibile' romanzesco. Quasi ad apertura di volume e' lo stesso Calabrese a fornirci un perspicuo riassunto delle tesi di fondo del suo libro: "In questo volume si sostiene che la nascita settecentesca del romanzo moderno, e la sua sostanziale tenuta fino al tardo Ottocento, siano da correlare non tanto al formarsi di un ceto borghese o all'avviarsi di un processo di secolarizzazione, bensi' a fattori quali il mutamento degli orizzonti d'attesa dell'uomo e la maggiore imprevedibilita' del futuro, impliciti nel diffondersi di una cultura urbana; il crollo dell'etica classica, sostituita da un orientamento probabilistico, e la necessita' di raffrontarsi a modelli d'azione osservati nel loro contesto situazionale; il bisogno claustrofilico di proiettarsi in un intreccio concluso, di 'ridurre' le complessita' storiche e tenere sotto controllo la categoria pragmatica del 'caso', mai del tutto assente dalla forma-romanzo; una 'perdita d'esperienza' ininterrotta e consistente, tale da vanificare ogni competenza sulla storia passata come indicazione per una virtuosa gestione del futuro" (p. 8). Da cio' consegue un'idea di romanzo come strumento di orientamento etico-pragmatico (cui si connettono le inevitabili patologie dell'identificazione romanzesca su cui l'autore si sofferma nell'ultimo capitolo) volto a compensare la perdita d'esperienza reale tramite la retorica romanzesca del possibile. Non e' difficile individuare a questo punto il retroterra teorico di questo lavoro, che si basa fondamentalmente sulle tesi dell'estetica della ricezione di Jauss e sulla riflessione storico- filosofica di autori quali Blumenberg, Marquard e Koselleck. Altrettanto semplice e' individuare l'obiettivo polemico di Calabrese: Hegel e, di conseguenza, la nostalgia luk·csiana per l'epos. Ma Calabrese polemizza anche con Bachtin (rimproverandogli ad es. la "mistificante insistenza sul plurilinguismo" (p. 11), salvo poi accettarne fondamentalmente le tesi sull'intreccio) e si avvale di ulteriori 'fonti' di riflessione: tra i nomi piu' citati ricordo solo Ricoeur, uno degli studiosi oggi piu' attenti ai rapporti tra teoria letteraria ed etica, mentre pure consistente mi pare il debito di Calabrese verso certa narratologia americana poststrutturalistica (un nome per tutti, Peter Brooks). Questo regesto intertestuale (ovviamente incompleto) vuole solo suggerire la grande *complessita'* del discorso interpretativo tentato da Calabrese: in casi come questo i vantaggi della duttilita' metodologica comportano inevitabilmente il rischio di una perdita di 'presa' sull'oggetto del discorso. Pur nei limiti di spazio impliciti in una mera nota informativa quale e' questa, cerchero' di discutere alcuni degli spunti offerti da questo lavoro. Credo che sia complessivamente condivisibile l'idea (qui centrale) che l'intreccio romanzesco, regno del possibile e del casuale 'controllato', assolva ad una funzione antropologica (d'altro canto, gia' Aristotele non insisteva nella *Poetica* sul ruolo primario delle trame?), ma il nesso di 'apertura' di possibilita' e di 'chiusura' diegetica non richiedeva ancora qualche riflessione? Non e' forse significativo che l'intreccio chiuso abbia collassato nel momento in cui, a cavallo tra Otto e Novecento, la perdita d'esperienza, da cui nascerebbe il moderno romanzo 'claustrofilico', registrava un incremento traumatico, mentre alcuni avvertiti osservatori della realta' europea avevano gia' sperimentato su di se' la sensazione dell'eterno ritorno dell'eguale? Forse dovremmo disporre di una *fenomenologia* della perdita d'esperienza, integrando al minimo le riflessioni di Koselleck con quelle di Benjamin, o forse semplicemente si dovrebbe accogliere con maggiore discrezione la teoria dell'*Erfahrungsverlust*, pur riconoscendone il contenuto di verita'? Resta tuttavia il fatto che il capitolo dedicato alle funzioni del romanzo italiano del Settecento mi pare il meglio riuscito tra quelli 'storici'. Qui Calabrese ci offre una serie di stimolanti riflessioni sui temi del caso e della ricerca delle cause come 'calcolo delle probabilita'' nel romanzo italiano del XVIII secolo: il solo fatto, ad esempio, che il testo forse piu' fortunato del Chiari si intitoli *Le memorie di Madama Tolot ovvero la giocatrice di lotto* assume qui come minimo un valore di forte suggestione 'euristica'. Su molte cose avremmo desiderato ragguagli piu' dettagliati: per esempio, sui rapporti tra il probabilismo gesuitico e il romanzo italiano, ma la mole tutto sommato esigua del volume obbliga Calabrese a limitare gli 'affondi' verticali a vantaggio di una tessitura 'orizzontale' di motivi e di microsondaggi testuali, mediati da una scrittura saggistica sovente disamena. Ma passando alle trame romantiche mi pare che le difficolta' aumentino. Ogni modello 'forte' di teoria della letteratura sembra funzionare meglio se applicato ad una classe di oggetti omogenea e priva di particolari 'devianze': e' uno dei problemi ad esempio della narratologia post- proppiana, che Calabrese cerca di superare ricorrendo a Jauss, Marquard, Blumenberg. Ma il 'nuovo' modello teorico, applicato con una certa rigidezza, se risolve il problema ermeneutico posto dal modesto romanzo italiano del Settecento, si scontra con la maggiore complessita' - di la' dagli effettivi risultati artistici - della fase romantica. Qui ci sono dei problemi concreti di cui Calabrese non mi sembra renda conto: ontologizzando, per cosi' dire, la perdita d'esperienza, egli sembra dimenticare che il romanzo storico dipende anche dall'accresciuta consapevolezza storicistica determinata dalla rivoluzione francese e dagli eventi che la seguirono. Questa e' anche l'eta' delle filosofie della storia e della 'religione della liberta'', ma Calabrese preferisce *glisser*, concentrandosi piuttosto, ad esempio, sullo 'scetticismo storiografico relativo agli esiti degli eventi' (p. 133) osservabile in certo romanzo storico italiano. Ora, il problema che Calabrese solleva e' reale, ma egli finisce per illuminare un lato solo della questione, semplificando la contraddizione dell'eta' romantica, proiettata nel futuro ma consapevole allo stesso tempo che la nottola di Minerva si leva in volo solo al tramonto. Non mi sono qui richiamato ad Hegel per caso: questo lavoro si presenta come dichiaratamente antihegeliano, ma forse Calabrese dimentica quanto scrive uno dei suoi *auctores*, Odo Marquard: "La teoria hegeliana della *forma romantica d'arte* non e' oggi frequente, ne' amata. Essa appare, cio' nonostante, corretta a chi scrive...: non c'e' ragione di abbandonarla"!.Faccio mia questa osservazione di Marquard (1), ricordando altresi' che se un residuo di dialettica hegeliana permane, a ben vedere, anche nelle ricostruzioni storiografiche di Jauss, come ha recentemente chiarito Guglielmi (2), cio' che rimane 'vivo' di Hegel e' la sua straordinaria capacita' di situare l'arte moderna (e dunque anche il romanzo) all'interno di una concreta contraddizione storica. E forse oggi e' venuto il momento per quella 'fruttuosa alleanza' tra la scienza della letteratura e l'estetica hegeliana che era negli auspici di Peter Szondi (3). Con questo non e' mia intenzione censurare l'antihegelismo di Calabrese: voglio soltanto sottolineare che una teoria del romanzo come risultato di una perdita d'esperienza, compensata da una rimodellizzazione del reale ad opera del *plot*, otterrebbe un di piu' di concretezza se tenesse in maggiore considerazione l'analisi hegeliana della modernita' artistica. Superato in qualche modo l'ostacolo del romanzo storico (cui sono dedicate, mi pare, le pagine meno coese del libro), l'analisi di Calabrese puo' procedere spedita: lo sternismo, il romanzo d'appendice, il romanzo naturalistico e infine quello dannunziano, che liquida in Italia il *plot* 'classico', ci scorrono velocemente davanti senza porre particolari problemi ermeneutici: tra le pagine piu' riuscite di questa sezione voglio segnalare quelle dedicate al romanzo d'appendice, nei suoi rapporti con la cultura a oralita' residua del pubblico massificato delle grandi citta' (pp. 160 e sgg.) - mentre del 'behaviorismo' verghiano (p. 182) credo si possa quantomeno discutere -. Nell'ultimo capitolo Calabrese tira le fila del suo discorso, concentrandosi sulla natura del 'possibile romanzesco', attraverso la riproposizione delle riflessioni, tra gli altri, del filosofo del bovarismo, Jules de Gaultier, e del classicista tedesco Erwin Rohde, vicino a Nietzsche e autore di un importante studio sul romanzo greco (1876), che avrebbe poi avuto una qualche influenza su Bachtin. E qui inevitabilmente, come gia' nel primo capitolo, dove alla 'categoria ontologica dell'io' si contrapponeva la 'categoria etico-pragmatica dell'azione' (p. 21), compare il fantasma di Nietzsche ad autenticare la retorica romanzesca del possibile. Mi sembra evidente, a questo punto, come la costruzione romanzesca, 'chiusa', di questo saggio sottintenda, come in ogni buon romanzo, una serie di difficolta' non risolte che la finzione ironica della trama (in questo caso, della disposizione dei capitoli) consente, in qualche modo, di controbilanciare. Non posso piu' discutere ora dell'uso molto disinvolto che Calabrese fa di Nietzsche, come ho dovuto di necessita' trascurare altri aspetti del suo discorso (come ad esempio il recupero, sulle orme di Jauss, della nozione di *Einf¸hlung*, che finisce per enfatizzare il valore della compensazione estetica dell'esperienza). Vorrei concludere riflettendo soltanto sulla scelta, apparentemente ovvia per chi si occupa di trame, di escludere il romanzo del Novecento dal proprio discorso. Il problema e' in realta' piu' complesso: nel romanzo del Novecento viene esplicitamente allo scoperto quel nesso profondo di ironia e mimesi (ben chiaro al Luk·cs hegeliano e romantico della *Teoria del romanzo*) che avrebbe consentito di includere il romanzo di questo secolo in una trattazione storica della forma-romanzo. Ma, come e' naturale, il rifiuto di una tradizione di pensiero obbliga a delle scelte. NOTE 1 Odo Marquard, *Estetica e anestetica*, il Mulino, Bologna 1994, p.76. 2 Cfr. Guido Guglielmi, *La parola del testo. Letteratura come storia*, Il Mulino, Bologna 1993, p.25. 3 Cfr. Peter Szondi, *La poetica di Hegel e Schelling*, Einaudi, Torino 1986, p.187. Tre iniziative pascoliane Il 21-22 settembre 1996, ad Urbino (PS), presso Palazzo Veterani, Aula del Parnaso, si e' svolta la prima *Lettura pascoliana urbinate*. Organizzata dall'Istituto di Filologia Moderna dell'Universita' di Urbino e dal Department of Italian Studies della Brown University (comitato organizzatore: Giorgio Cerboni Baiardi, Tiziana Mattioli, Anthony Oldcorn), la lettura si e' articolata in due giornate. Il 21 settembre sono intervenuti: Cesare Garboli ("Il mio Pascoli"), Niva Lorenzini ("Pascoli verso il novecento?"), Gilberto Lonardi ("Leopardismo pascoliano"), Arnaldo Di Benedetto ("Lettura di *Digitale Purpurea*"), Rosamaria La Valva ("La figura di Ulisse nei *Poemi Conviviali*"), Teresa Ferri ("Allusivita' e reticenze nella poesia pascoliana") Il 22 settembre, invece: Francesco Muzzioli ("Situazione di Pascoli: il *Lauro*, ovvero la poesia dopo la perdita d'aureola"), Mario Pazzaglia ("Le conclusioni di *Myricae*"). La mattinata si e' chiusa con un incontro tra i partecipanti del Convegno per discutere e concertare i temi e il programma delle prossime Letture pascoliane urbinati. Per informazioni contattare l'Istituto di Filologia Moderna - Palazzo Veterani, Universita' degli Studi - 61029 Urbino. Tel. +39 (0)722- 320096 Fax +39 (0)722-320487. ****************** L'Accademia Pascoliana, in collaborazione con i Comuni di Barga (LU) e di San Mauro Pascoli (FO), ha promosso il Convegno Pascoliano sui *Poemi Conviviali*, svoltosi nei giorni 26, 27 e 28 settembre a San Mauro Pascoli e il 29 settembre a Barga. Durante la prima giornata sono stati presentati gli interventi di G. Nava ("La struttura dei *Conviviali*"), di M. Marcolini ("I *Poemi Conviviali*: ovvero grecita' e pessimismo"), di E. Salibra ("Lettura di *Sileno*") e una comunicazione di G. Raffaelli ("Decorazione di un mito: dai *Conviviali* al *dovere*"). Nella successiva giornata dei lavori, la discussione e' proseguita con le relazioni di G. Leonelli ("Esperienze di un commentatore dei *Conviviali*"), di Giorgio Barberi Squarotti ("L'idea di poesia nei *Conviviali*"), di A. Soldani ("La tecnica dello sciolto nei *Conviviali*"), e con la comunicazione di Giovanni Barberi Squarotti ("La presenza di Esiodo nei *Conviviali*"); la sessione si e' poi conclusa con gli interventi di V. Citti ("La ricezione del classico nei *Conviviali*"), di G. Guglielmi ("Lettura dei *Conviviali*"), e di A. Girardi ("*I gemelli*: simbolo e autobiografia"). Nell'ultima giornata del convegno, erano presenti C. Chiummo con una comunicazione ("Ulissismo pascoliano"), M. A. Bazzocchi ("I *Conviviali*: figure femminili del mito"), e infine R. Barilli ("I *Poemi Conviviali* e la Bibbia giapetica"). Il convegno si e' concluso il 29 settembre a Barga, presso l'Aula Magna dell'Istituto Magistrale, con le relazioni di A.M. Andreoli ("Pascoli e il *Convito*"), di M.L. Ghelli ("Il carteggio Pascoli-De Bosis"), di A. Biondi ("Lettura di *Psiche*"), di U. Sereni ("Nell'orbita shelleyana") e con una visita alla Casa Pascoli di Castelvecchio. **************************** La Biblioteca Centrale Universitaria di Bologna ha ospitato, dal 16 gennaio al 17 febbraio 1996, la mostra *Le biblioteche del fanciullino*, curata dal Ministero per la Pubblica Istruzione, dedicata ai libri posseduti da Giovanni Pascoli e tuttora conservati nella sua casa di Castelvecchio di Barga. Tra i volumi esposti, portati cosi' all'attenzione di un piu' vasto pubblico, si notava una *Iliade* tradotta in inglese da Alexander Pope stampata a Londra nel 1809, insieme con altre opere di autori antichi in edizioni rare e pregevoli: ad esempio, un'altra *Iliade* commentata dal Fick e pubblicata a Göttingen nel 1886; un volume coevo apparso a Lipsia, contenente l'opera di Saffo col commento del Vogler; una edizione romana con le *Bucoliche*, le *Georgiche* e l'*Eneide* di Virgilio, risalente al 1763-68, curata dall'Ambrogi sulla base del codice Mediceo Laurenziano. Erano presenti in mostra anche le numerose antologie ottocentesche di canti popolari, tra cui le raccolte di brani in dialetto logudorese, marchigiano e lucchese, e le sillogi di canti illirici e greci curate dal Tommaseo, insieme coi taccuini autografi pascoliani, fitti di annotazioni di proverbi romagnoli e garfagnini. Tra i volumi di classici italiani, accanto alle comuni edizioni scolastiche di Boccaccio e Aretino, si trovava pure una rara traduzione in greco del carme leopardiano *All'Italia*, curata da Gaudenzio Frascotti e da lui dedicata al poeta con nota autografa. Erano esposte anche le molte edizioni italiane di autori moderni stranieri possedute dal Pascoli, quali il *Faust* di Goethe tradotto da Giovita Scalvini nel 1900, le versioni in prosa ritmica dell'*Intermezzo* e delle *Liriche* di Heine curate da Zacchetti, o ancora le opere di Shelley, di Musset, di Hugo, come pure un raro volume di Baudelaire, apparso nel 1895 a Milano, con le liriche tradotte in latino, curata da Sonzogno e da lui dedicata al poeta. La piu' antica opera in mostra era un volume veneziano di Agostino, risalente al 1530; dello stesso autore era presente pure un'edizione in 8 volumi stampata a Venezia negli anni 1756-69. Tra le rarita' dantesche si poteva ammirare un tomo del 1820 dal titolo *La Divina Commedia manoscritta da Boccaccio* e ancora un *Purgatorio* commentato da Benvenuto da Imola e tradotto in italiano da Giovanni Tamburini, apparso nel 1856 presso Galeati ad Imola. Inoltre si trovava esposto un volume pisano del 1827-29 che trasmette, del poema, la lezione allora inedita "di un contemporaneo di Dante citato dagli Accademici della Crusca". L'esposizione presentava anche alcune edizioni delle opere poetiche carducciane, accanto alle pubblicazioni di liriche del Pascoli, tra le quali si notavano i *Carmina* latini stampati nel 1924 da Zanichelli in 500 esemplari numerati, e alcune famose poesie nella loro prima uscita su "Il Marzocco". La mostra era completata da cimeli di famiglia, curiosita' e materiali documentari autografi e in fac-simile; tra questi si trovavano una lettera di De Saussure, due note autografe di D'Annunzio apposte sui volumi pascoliani del Vittoriale, ed infine la partitura originale della lirica *Sera d'ottobre* (da *Myricae*), che fu musicata da Pietro Mascagni per voce e pianoforte. [S.F.]
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