Recensione di Ceserani al nuovo romanzo di Eco

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Recensione di Ceserani al nuovo romanzo di Eco

Messaggiodi Emilio Speciale » ven giu 25, 2004 10:38 am

©il manifesto
25-06-2004
Così Umberto Eco gioca a mosca cieca con i lettori
Tra una girandola di citazioni, allusioni, ruminazioni dei generi letterari più diversi, si svolge e si riavvolge l'intreccio dell'ultimo romanzo di Eco La misteriosa fiamma della regina Loana, uscito da Bompiani. Offrendo il godimento di una invenzione narrativa che mischia alla sterminata cultura enciclopedica dell'autore assaggi autobiografici tratti da un repertorio in cui rivive anche l'infanzia
REMO CESERANI
Questa volta Umberto Eco ci offre in lettura un romanzo (La misteriosa fiamma della regina Loana, Bompiani, € 19,00) che, oltre alle solite brillanti invenzioni nella tecnica narrativa, oltre alla solita generosa commistione di vicende umane e di conoscenze prese dai più diversi campi del sapere (non quindi contes philosophiques ma, come avrebbe detto Northrop Frye, «romanzi enciclopedici»), oltre alla solita straordinaria girandola di allusioni e citazioni tratte dalle letterature di tutto il mondo, di qualità alta, media o bassa, contiene due novità abbastanza sorprendenti. Una è la presenza, accanto ai tanti lacerti di testi scritti, poesie, romanzi, melodie depositati in una memoria prodigiosamente onnivora e ritentiva, anche di molte immagini archiviate (fotografie dall'album di famiglia, illustrazioni dai sussidiari scolastici, scene di film, copertine di libri e di dischi, settimanali illustrati d'avventure, album, fumetti, francobolli, pagine di giornali, manifesti elettorali, marchi di fabbrica, e così via). Sono le immagini che hanno popolato l'infanzia di Eco, la sua adolescenza e anche la mia, tanto che - in assenza di soffitte e cantine da andare a rovistare - poiché appartengo alla sua stessa generazione e sono stato immerso nella stessa cultura letteraria, visiva e radiofonica, molte di queste pagine mi riservano piccoli shock personali di autoriconoscimento.

Spunti narrativi tratti dalla propria vita

L'altra novità è la presenza di materiali autobiografici, solo leggermente corretti da sostituzioni di persone, cambiamento di nomi, alcune reticenze. Qualcosa di autobiografico affiorava anche negli altri romanzi (la stagione del lavoro in casa editrice, per esempio, nel Pendolo di Foucault) ma qui abbiamo un autore che rivela apertamente se stesso. E lo fa attraverso un fitto accumulo di rimembranze della sua vita di bambino e di adolescente e anche, in modo indiretto e quasi allegorico, attraverso l'invenzione di una storia con cui viene rappresentata, in una coloritura amaramente ironica, la situazione esistenziale dello studioso e del professore di semiotica e di scienze della comunicazione: approdo raggiunto dopo avere vissuto esperienze umane cariche di emotività cui si sono sovrapposte - fin dai solitari anni dell'adolescenza e poi in quelli della maturità operosa - proiezioni immaginarie, storie romanzesche, stereotipi culturali, immagini e testi mutuati dalle più diverse culture. È questa l'invenzione narrativa che permette a Umberto Eco di mettere in scena sia l'esercizio della memoria autobiografica che l'analisi critica del rapporto fra esperienza vissuta nella realtà quotidiana e in quella cartacea. Egli immagina che il suo protagonista, il commercinate in libri antichi Giambattista Bodoni - affettuosamente chiamato Yambo anche in omaggio a Enrico Novelli, l'autore di Ciuffettino - abbia avuto un incidente in seguito al quale ha perso la memoria.

I referenti scientifici del libro non sono Bergson, come nel caso di Proust, o di Freud, o di tanti romanzi psicoanalitici impegnati nella ricostruzione dei traumi infantili, ma le nuove e dinamicissime scienze neurologiche: il protagonista di Eco non ha dunque perso la memoria semantica, e conserva infatti la sua immensa enciclopedia culturale, i modi di dire, le frasi fatte, gli aforismi originali, le poesie, tutto quanto ha letto e immagazzinato in passato. Ma ogni ricordo autobiografico è perduto: non sa il suo nome, non riconosce moglie e figlie, non può evocare più nulla della sua vita passata, dei suoi genitori, dei suoi amori. Così, la moglie di Yambo suggerisce che, per aiutare il recupero della memoria e riacquistare un po' di salute, egli vada a trascorrere, con l'antica governante, un periodo di riposo nella casa di campagna, al confine fra il Monferrato e le Langhe, dove già aveva passato alcune villeggiature infantili e poi gli anni della guerra, sfollato insieme alla famiglia da Alessandria.

La strategia narrativa adotta ora la prima persona e volge il tempo al passato, mentre allinea giornate trascorse nella casa di campagna a cercare con ansia pericolosamente crescente tracce della vita di cui Yambo ha perso il ricordo: le cerca in ogni angolo delle stanze, nelle immagini, nei libri, negli oggetti, nei giocattoli, nelle lettere, tra le pagine dei quaderni di scuola.

Tra dissolvenze del ricordo e affondi carnali

Una metafora offerta da un elemento naturale si offre a dominare questo passaggio narrativo: è la nebbia che emerge dai ricordi e indica lo stato di confusione, di oblio e forse anche di ovattato isolamento umano, in cui si trova il protagonista. E però, questa grande presenza naturale (che al mio paese chiamavano con forte espressionismo «la lua», cioè la lupa) si sottrae a svolgere una funzione di memoria vissuta, e si presenta invece come grande repertorio cartaceo di citazioni. Dagli schedari accumulati negli anni in modo quasi maniacale il protagonista tira fuori un'impressionante quantità di testi nebulosi: da Conan Doyle a T. S. Eliot, da Dante a Pascoli. Ancorato al presente, gode di piaceri immediati ma anche di un faticoso muoversi a tentoni fra spazi e oggetti che forse portano l'impronta della sua vita di bambino e di adolescente e tuttavia si rifiutano di rivelargli qualcosa. Fra le esperienze concrete e vitali del presente, una defecazione nell'orto: la sua rappresentazione narrativa fa fare al romanzo un ardito passo avanti rispetto alla descrizione dell'episodio famoso di Leopold Bloom. E viene condita di osservazioni estetiche: «Una bella architettura a chiocciola, ancora fumante», nonché di riflessioni sperimentali-filosofiche in direzione autobiografica: «Gli esseri umani amano il profumo del propri escrementi ma non l'odore di quelli altrui... La cacca è la cosa più personale e riservata che abbiamo. Il resto possono conoscerlo tutti... Siccome la mia cacca di quel momento non doveva essere così diversa da quelle che avevo prodotto nel corso della mia vita passata, ecco che in quell'istante mi ricongiungevo con il me stesso dei tempi dimenticati... Ma qui mi fermavo. La cacca non era ancora il mio infuso di tiglio - e avrei voluto ben vedere, come potevo pretendere di condurre la mia recherche con lo sfintere? Per ritrovare il tempo perduto non ci vuole la diarrea ma l'asma. L'asma è pneumatica, e soffio (sia pure faticoso) dello spirito: è per i ricchi che possono concedersi stanze tappezzate di sughero. I poveri, nei campi, non vanno d'anima, vanno di corpo».

Intanto, la ricerca a tentoni nella nebbia continua e non trova soluzione. Finché Eco ricorre a un nuovo espediente narrativo: il protagonista del romanzo, che ha lasciato salire la pressione e si è concesso molte trasgressioni, ha un nuovo incidente, misterioso e, come il primo che gli era occorso, privo di descrizione. Si apre così una nuova sezione romanzesca dominata dal monologo in presa diretta del protagonista, ora di nuovo in un letto d'ospedale, senza più alcuna capacità di comunicare con i presenti. Ma, d'improvviso, ha riacquistato la memoria del suo passato. È una memoria confusa e avvolta nella nebbia e lui vi si aggira rievocando gli episodi senza ordine. Tutto comunque riaffiora via via e una continua interferenza fra esperienze di vita e cultura cartacea prende il posto della scissione alla quale quelle sfere erano state consegnate nella sua esistenza recente. Un unico elemento sfugge ancora alla memoria di Yambo, nonostante si sia fatta per il resto dettagliatissima: il primo grande amore, una infatuazione sublimata in cattive sperimentazioni poetiche. Nemmeno il volto di quella che era stata la sua compagna di liceo gli risale alla memoria, un volto che peraltro aveva confuso - quando si nutriva di soli libri - con quello della protagonista di un dozzinale romanzo illustrato di Lyman Young e pubblicato da Nerbini nel 1932: La misteriosa fiamma della regina Loana, da cui Eco prende il titolo per il suo romanzo. Tra le pagine del quale assume particolare importanza una impresa notturna compiuta dal giovane Yambo durante la lotta partigiana: la sua conoscenza del terreno, derivatagli dagli scontri fra bande giovanili, ora gli serve per guidare la battaglia tra una pattuglia di soldati tedeschi e un gruppo di prigionieri cosacchi, fornendogli non soltanto una esperienza in presa diretta della paura e della morte, ma anche una via per collegare il suo spirito d'avventura giovanile con le durezze della vita adulta.

Perdersi e ritrovarsi tra mille citazioni

La scrittura di Eco in molti tratti di questo nuovo libro, e in particolare nell'ultima parte, diventa spesso commossa e ispirata, stilisticamente omogenea, lontana dal pastiche postmoderno che ha costituito la caratteristica degli altri romanzi, sebbene sia presente, a tratti, anche in questo. Il lettore può lasciarsi prendere dal flusso dei ricordi oppure impegnarsi, in gara con l'autore, nel solito abile gioco della combinazione fra i tanti sottotesti. L'enciclopedia culturale e letteraria di Eco è sterminata, dotata di una apertura a 360 gradi: in questo caso ha provveduto a fornire in appendice un primo elenco delle fonti e delle citazioni, e nonostante questo sa benissimo che moltissime allusioni sfuggiranno ai suoi lettori, dai quali non può pretendere la condivisione di un tanto nutrito sapere: non può, per esempio, pensare che tutti i suoi lettori abbiano letto il Pickwick e sappiano cos'è un wellerismo, o che abbiano visto Citizen Kane e letto le discussioni fra i cinéphiles che li metterebbero in grado di riconoscere una parola enigmatica come «Rosebud». Nè può aspettarsi che conoscano certi linguaggi speciali e locali, o che abbiano letto Baudolino, o la bustina di Minerva sulle ingiurie dei politici italiani, cosa che li metterebbe nelle condizioni di sapere il significato di una parola come «ciulandario».

Non può immaginare, Eco, che tutti abbiano letto i formalisti russi o l'introduzione di Cesare Segre al Chisciotte per riconoscere il significato di una struttura narrativa a «schidionata», e così via. Ma posto che saranno in pochi a ritrovarsi nelle infinite allusioni seminate nel romanzo, è certo che tutti potranno comunque godere ugualmente questo libro, che dà la sensazione di giocare a mosca cieca nella nebbia; per arrivare a toccare, ogni tanto, un essere umano caldo e cordiale, che ci racconta storie, rievoca giorni lontani rimandandoci ai «Radio days», e ci sfida dal principio alla fine in un gioco di memorie incrociate.
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